giovedì 28 maggio 2026

Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos

Un apicoltore ossessionato dalle teorie del complotto, insieme al suo cugino un po' ingenuo, identifica Michelle Fuller, l'ambiziosa CEO di una potente multinazionale farmaceutica, come la causa di tutti i suoi tormenti esistenziali e del danno ecologico che affligge il pianeta. È convinto che lei sia in realtà un'aliena infiltrata nei centri di potere per soggiogare la razza umana agli interessi della sua specie. I due uomini escogitano un piano per rapirla, comunicare con la sua specie aliena e cercare di liberare il pianeta dalla loro minaccia. Il cinema di Yorgos Lanthimos è ricco di trappole concettuali, perfidamente pensate per provocare lo spettatore e sollevare dilemmi morali, riflessioni sociali e interrogativi antropologici, spesso partendo da un punto di vista "classico" (gli antichi miti della sua nativa Grecia) per poi "dipingere" un affresco surreale del mondo contemporaneo. Questo film, il suo decimo lungometraggio (che segna la sua quarta collaborazione consecutiva con l'attrice e musa Emma Stone), non fa eccezione; anzi segna un chiaro ritorno alla sua filmografia iniziale dopo gli ultimi lavori che qualcuno ha definito "hollywoodiani". Il termine "bugonia" deriva dal greco antico ed è anche il titolo di un breve poema di Virgilio, che si riferisce alla nascita spontanea della vita (nel poema virgiliano, uno sciame di api emerge dalla carcassa di un bovino morto). Il film, anche remake di una pellicola sudcoreana poco conosciuta del 2003 di Jang Joon-hwan, è un brillante mix di commedia nera, thriller psicologico e parabola apocalittica sulla società occidentale moderna. Tra dramma e fantascienza, con toni cupi, colori brillanti e un uso intelligente del grottesco, Lanthimos riflette su molti temi a lui familiari: l'ossessione per le cospirazioni, la paura del futuro, l'assenza della politica in favore delle grandi lobby, le questioni ambientali, il confine tra paranoia e apprensione e la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella scienza, che spinge molte persone alla dissidenza e alla violenza, anche nelle forme più estreme. Degne di nota sono le superbe interpretazioni dei tre attori protagonisti (Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis), tutti perfetti nei loro ruoli, il sottile sarcasmo di alcune scene visionarie e il potente finale, perfettamente in linea con il cinema di Lanthimos.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 27 maggio 2026

Una battaglia dopo l'altra (One Battle After Another, 2025) di Paul Thomas Anderson

In un'America sconvolta da tensioni sociali e tendenze politiche intolleranti, un gruppo terroristico di estrema sinistra, noto come "French 75", combatte contro il sistema con azioni armate come attentati a strutture istituzionali, rapine in banca e irruzioni in campi di detenzione per liberare immigrati perseguitati dal governo. Tra di loro svettano due forti personalità: Bob (detto "Ghetto Pat") e la sua donna Perfidia, afroamericana bella, pericolosa e incontrollabile. La loro nemesi è il colonnello Lockjaw, fanatico militare fedelissimo alla causa del sistema, ma sessualmente ossessionato da Perfidia. Dopo molti anni Pat, invecchiato e con seri problemi di dipendenza da alcool e droghe, si è ritirato dalla lotta armata e cerca di crescere, tra mille ansie, sua figlia Willa, nata dalla relazione con Perfidia, ma abbandonata dalla madre che non ha mai interrotto la sua attività di guerrigliera. Ma Lockjaw non ha dimenticato i vecchi trascorsi e riesce a intercettare Pat e Willa, per vendicarsi e chiudere i conti in sospeso. Nonostante i problemi fisici "Ghetto Pat" sarà costretto a tornare "in guerra" contro il nemico di sempre, con l'aiuto di Sergio St. Carlos, stimato leader di un'organizzazione clandestina che difende gli immigrati dalle oppressive leggi del governo. Adattando (per la seconda volta nella sua carriera) un libro di Thomas Pynchon ("Vineland"), Paul Thomas Anderson crea il suo personale "grande romanzo americano" con questo thriller politico, distopico, meticcio e ricco d'azione, che guarda dritto al mondo occidentale di oggi e alla direzione che sta prendendo, tra intolleranza, estremismo, violenza, razzismo, autoritarismo e idee reazionarie che rimandano a un passato ancora recente e doloroso. Mescolando abilmente una grottesca commedia nera con gli stilemi del genere action classico, Anderson offre una visione paranoica, ibrida e apparentemente da fiction storica del mondo moderno, dove il caos politico e sociale va a braccetto con quello delle relazioni familiari e degli affetti personali. E se azione e ironia sono gli aspetti più evidenti della firma stilistica impressa dal regista, il vero cuore del film risiede nel legame ancestrale tra padri e figli, che potrebbe essere letto, in modo metaforico ma perfettamente in linea con le idee di Pynchon e Anderson, come il rapporto tra i Padri (Fondatori) di una nazione e di un'idea di democrazia e quei figli indegni che ne hanno sperperato gli insegnamenti e i valori umani. E' forse il più semplice e lineare tra i film del regista, ma come sempre Anderson sa regalarci momenti di puro grande Cinema, come il lungo, magnifico inseguimento finale che resterà a lungo impresso nella memoria degli spettatori. Ben 13 nomination agli Oscar 2026 e 6 statuette conquistate, tra cui 3 per P.T. Anderson (miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale). Nel sontuoso cast che annovera stelle come Leonardo DiCaprio, Benicio Del Toro e Sean Penn (qui al suo terzo Oscar vinto in carriera), spiccano le interpreti femminili: Chase Infiniti e Teyana Taylor.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 20 maggio 2026

Strange Darling (2023) di JT Mollner

Una giovane donna terrorizzata (a cui ci si riferisce come "la Lady") è in fuga nei boschi di una remota località rurale dell'Oregon. Un uomo misterioso ("il Demone") la insegue armato di fucile con l'evidente intento di ucciderla. Inizia così questo ottimo thriller ansiogeno, carico di violenza e di patos dalla prima all'ultima scena, scritto e diretto da JT Mollner che lo ha realizzato con un budget esiguo ma con molte idee e con una buona squadra di attori, in cui svettano i due protagonisti Willa Fitzgerald e Kyle Gallner. Diviso in 6 capitoli (che vengono presentati in modo non lineare per confondere lo spettatore ed aumentare la carica emotiva e il senso di mistero) più un epilogo, questa pellicola si afferma come uno dei migliori thriller degli ultimi anni ed è probabile che, se fosse uscita negli anni '80, sarebbero stati in molto a gridare al capolavoro. Non è affatto il solito film su un serial killer e una vittima innocente, ma piuttosto una nuova allucinata istanza del rapporto tra predatore e preda, alternando i punti di vista e mettendoli ovviamente in discussione. E' praticamente obbligatorio guardare questo film "al buio", ovvero evitando qualunque tipo di lettura o di informazione preventiva sulla trama, per non rovinare il piacere della visione e della scoperta, che avverrà "a rotta di collo" in base al ritmo serrato imposto dal regista. Da segnalare: la presenza nel cast di Barbara Hershey, di Jason Patric come voce narrante (nella versione originale) e di Giovanni Ribisi nel doppio ruolo di attore e di direttore della fotografia (un esordio per lui in questo campo, in cui ha compiuto un lavoro eccellente). L'espediente della voce fuori campo in stile "true-crime", che dichiara anche che questa storia è ispirata alle nefande gesta di un fantomatico serial killer attivo negli USA occidentali tra il 2018 e il 2020, non è solo frutto di uno stile moderno e ormai spesso adottato nelle serie tv per dare alla vicenda un maggiore senso di morboso realismo, ma serve anche ad aumentare la sensazione di straniamento dello spettatore che, per quanto venga travolto dal ritmo e dalle immagini, finirà per elaborare un po' alla volta le informazioni verbali. Non a caso viene citato Gary Gilmore (è nel titolo del capitolo 6), pluriomicida realmente esistito e divenuto celebre per aver chiesto esplicitamente alla corte di essere condannato a morte per i suoi crimini, cosa che avvenne nel 1977 dopo quasi un decennio in cui negli Stati Uniti non venivano messe in atto le pene capitali. Distribuito in poche sale il film ha avuto fin da subito un ottimo riscontro dalla parte della critica ed il crescente tam-tam di elogi lo ha reso sempre più popolare e gradito dopo la sua uscita sulle piattaforme di streaming. Da non perdere.

Voto:
voto: 4/5

domenica 10 maggio 2026

Whity (1971) di Rainer Werner Fassbinder

Sud degli Stati Uniti d'America,1878. Lo spietato e ricco ranchero Ben Nicholson ha sposato in seconde nozze Katherine, bella e libertina, ed ha tre figli nati da precedenti relazioni, tra cui il nero Whity, maltrattato da tutta la famiglia e relegato alle più umili mansioni, nonostante la sua forte devozione verso il padre e i fratellastri. La sola amica sincera dell'uomo è Hanna, che fa la prostituta nel saloon cittadino ma sogna da sempre una vita diversa. Finito, suo malgrado, al centro di uno sporco complotto familiare il cui obiettivo è il patrimonio paterno, Whity si troverà di fronte ad una scelta difficile, e le conseguenze saranno tragiche. Singolare incursione di Fassbinder nel genere americano per eccellenza, il western, girato interamente nell'Almeria spagnola in quelli che furono gli storici set di Sergio Leone per la Trilogia del Dollaro. Ma l'ambientazione nella Vecchia Frontiera americana è solo un pretesto, un puro divertissement autoriale, una sorta di beffarda intrusione nel cinema "di genere", perchè i temi e i toni dell'opera sono quelli tipicamente abituali per il regista: rapporti interpersonali di tipo cannibale-preda, relazioni torbide, famiglie disfunzionali, accumulo di nevrosi, sesso e potere, sesso e razzismo, sadomasochismo, suggestioni edipiche, perversioni e sopraffazione. E' evidente che il West di Fassbinder sia una impietosa metafora della società contemporanea e dei suoi rapporti di potere basati sulla tipica angheria del più forte e la vana ribellione del più debole. Girato in scioltezza, con uno stile che oscilla costantemente tra l'enfasi e il teatro, il film è anche un fiammeggiante melodramma principalmente ambientato in interni e impaginato in magnifico e pittorico formato Cinemascope, che porta l'uso del colore a uno dei massimi livelli espressivi mai raggiunti da Fassbinder nella sua carriera. "Whity" è stato uno dei primi esperimenti dell'autore con il colore, il suo unico lavoro in Cinemascope e l'inizio della sua lunga e fertile collaborazione con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus. Il film, rapsodico e talvolta naif, emana una forte fascinazione visiva per le scenografie decadenti da Inghilterra vittoriana in cui si muovono personaggi spregevoli, e per l'uso vivace dei colori in contrasto (il rosso dell'uniforme di Whity e il bianco pallore dei suoi familiari), con evidenti rimandi alla pittura fiamminga. Ma sono molteplici le citazioni e i collegamenti che i cinefili potranno trovare in questa pellicola: da Pasolini ("Teorema") a Raoul Walsh ("Band of Angels"), da Sirk a von Sternberg, senza dimenticare Nicholas Ray. Il modo di affrontare la questione razziale è innovativo e tipico di Fassbinder, con i collegamenti al sesso oppressivo, alla famiglia, al masochismo e anche a strutture gerarchiche socio-economiche, inerpicandosi verso sentieri arditi che mai e poi mai il western americano aveva osato esplorare. Presentato al Festival di Berlino, il film rimase per lungo tempo inedito e quasi sconosciuto, non vide mai altri passaggi nelle sale (se non in qualche festival di nicchia) e apparve soltanto in televisione negli anni '80. Tre scene memorabili: la lettura del testamento, la discesa di Hanna Schygulla dalla scalinata del saloon ed il finale nel deserto. E proprio l'epilogo è sardonicamente da anti-western, con la tipica catarsi che qui diventa annientamento, ma incorniciato in un malinconico e sublime romanticismo.

Voto:
voto: 4,5/5