mercoledì 14 giugno 2017

Quinto potere (Network, 1976) di Sidney Lumet

Howard Beale, noto commentatore televisivo di una rete nazionale, è in calo di ascolti e rischia il licenziamento. Stressato e depresso, annuncia in diretta televisiva che intende suicidarsi davanti alle telecamere e, di colpo, l'audience schizza alle stelle. La rampante Diana Christensen e altri cinici manager televisivi fiutano il colpaccio e plasmano l'esagitato Beale trasformandolo in un telepredicatore polemico e rancoroso che diventa rapidamente un idolo degli ascoltatori per i suoi discorsi populisti. Non appena il fenomeno mediatico inizia a perdere colpi, i subdoli manovratori del network hanno già pronto un piano B per risollevare gli ascolti. Crudele satira al vetriolo di Lumet sul mondo della televisione, il quinto potere a cui allude il titolo italiano. Aggressivo nel linguaggio, feroce nei toni, cinico nei modi, è un isterico apologo di denuncia sulle spietate regole dei network televisivi, basate sull'arrivismo, sulla totale mancanza di scrupoli, sensibilità e moralità, disposte a tutto, persino a sfruttare ignobilmente la spettacolarizzazione del dolore altrui, in nome di quel "Dio" chiamato audience. Narrativamente efficace nel perseguimento della sua tesi polemica, risente, stilisticamente, di troppa enfasi nell'indignazione, rischiando di cadere nei medesimi peccati che intende stigmatizzare. Probabilmente la cosa è voluta perché Lumet è autore troppo esperto per incappare in simili svarioni, ma comunque una maggiore misura avrebbe giovato nella sottigliezza dell'accusa sociale. In ogni caso il film ebbe un grande successo di pubblico e critica e resta tra le opere più note e apprezzate del grande regista americano. Molti meriti vanno dati anche al cast straordinario in cui è difficile stabilire chi sia più bravo tra Peter Finch, Faye Dunaway e Beatrice Straight (tutti e tre premiati con l'Oscar), ma anche William Holden, Robert Duvall e Ned Beatty forniscono delle prove eccellenti. La pellicola vinse anche un quarto Oscar alla sceneggiatura di Paddy Chayefsky. Il meritatissimo Oscar a Finch come attore protagonista fu assegnato postumo, in quanto il bravo attore morì un mese prima della cerimonia di premiazione. Memorabile il personaggio della Dunaway (Diana Christensen), una insopportabile donna in carriera totalmente assorbita dal mondo irreale della televisione in funzione del quale vive in parziale disconnessione rispetto alla realtà. Emblematica la scena in cui la Christensen, durante un fugace rapporto sessuale con il suo amante, sproloquia di palinsesti e di indici di ascolto. Alla luce di quanto si vede oggi abitualmente sugli schermi televisivi questo film nero di Lumet assume un sinistro valore profetico.

La frase: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!"

Voto:
voto: 4/5

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