giovedì 15 giugno 2017

Urla del silenzio (The Killing Fields, 1984) di Roland Joffé

Cambogia, 1973: il giornalista americano Sidney Schanberg viene inviato nel paese asiatico per documentare la guerra civile tra i Kmer rossi e il governo ufficiale in carica. Per muoversi agevolmente in un ambiente a lui alieno Schanberg si avvale dell’aiuto di Dith Pran (un medico chirurgo cambogiano) che gli fa da guida, interprete, consulente e collaboratore. Tra i due nasce un sincero rapporto di stima e di amicizia che va oltre le differenze culturali e di razza. Divenuti inseparabili i due uomini realizzano servizi giornalistici molto importanti che documentano la dura realtà del paese, ma tutto cambia, in peggio, quando, nell’aprile del 1975, i presunti "liberatori" Kmer occupano la capitale Pnom Penh e prendono di fatto il potere. Tra lo smarrimento generale del popolo, di cui una buona parte festante, nessuno può immaginare la terribile ondata di violenze e di abusi che sta per abbattersi sul paese, in quello che sarà uno dei più atroci genocidi di massa del ventesimo secolo. Il dottor Pran, dopo aver messo in salvo la sua famiglia e dopo aver salvato la vita dell’amico, decide di rimanere in prima linea con lui, ma ben presto sparirà nell’inferno dei disumani campi di lavoro Kmer in cui morirono centinaia di migliaia di prigionieri per la fame, le malattie o le massacranti condizioni di lavoro quotidiano. Potente dramma storico di Roland Joffé, al suo esplosivo esordio registico, che scioccò il mondo per la crudeltà e il realismo delle sue immagini, e per il suo coraggio impudente nel mostrare apertamente quello che molti hanno taciuto. Secondo le fonti di Amnesty International i Kmer rossi sterminarono circa 1,4 milioni di cambogiani, ovvero il 20% della popolazione, tra il 1975 e il 1979. E’ sempre arduo giudicare un’opera del genere, ispirata a tremendi eventi storici che ancora oggi gridano giustizia. Il confine tra la retorica del dolore e il documento di cronaca è spesso molto sottile e la domanda nasce spontanea: fino a che punto è lecito spingersi nell’esplicitazione della sofferenza umana senza scadere nella spettacolarizzazione morbosa? Lungi dal volere fornire, in queste poche righe, risposte esaustive a questa complessa questione ideologica e morale. Posso però affermare che la pellicola di Joffé sa coniugare con composta fermezza lo “spettacolo” (perchè è pur sempre di cinema che stiamo parlando) con l’impegno sociale e che l’indulgenza in sequenze scioccanti non è mai fine a sè stessa ma sempre funzionale al racconto dei fatti e alla ricerca della verità. Degno di lode anche l’atteggiamento polemico dell’autore nei confronti della politica estera americana, la cui evidente connivenza con l’eccidio del popolo cambogiano non viene mai passata sotto silenzio. E’ un film sincero, scomodo, indignato e importante che riscosse consensi unanimi tra pubblico e critica e fu insignito di tre premi Oscar: fotografia, montaggio e miglior attore non protagonista allo straordinario Haing S. Ngor. Completano il cast Sam Waterston, John Malkovich, Julian Sands e Craig T. Nelson. Da segnalare anche le belle musiche di Mike Oldfield. Per coloro che ignorano i terribili eventi raccontati nel film la visione è praticamente obbligatoria.

Voto:
voto: 4/5

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