Cambogia,
1973: il giornalista americano Sidney Schanberg viene inviato nel paese asiatico
per documentare la guerra civile tra i Kmer rossi e il governo ufficiale in
carica. Per muoversi agevolmente in un ambiente a lui alieno Schanberg si
avvale dell’aiuto di Dith Pran (un medico chirurgo cambogiano) che gli fa da
guida, interprete, consulente e collaboratore. Tra i due nasce un sincero
rapporto di stima e di amicizia che va oltre le differenze culturali e di razza.
Divenuti inseparabili i due uomini realizzano servizi giornalistici molto
importanti che documentano la dura realtà del paese, ma tutto cambia, in
peggio, quando, nell’aprile del 1975, i presunti "liberatori" Kmer occupano
la capitale Pnom Penh e prendono di fatto il potere. Tra lo smarrimento generale
del popolo, di cui una buona parte festante, nessuno può immaginare la terribile
ondata di violenze e di abusi che sta per abbattersi sul paese, in quello che
sarà uno dei più atroci genocidi di massa del ventesimo secolo. Il dottor Pran,
dopo aver messo in salvo la sua famiglia e dopo aver salvato la vita
dell’amico, decide di rimanere in prima linea con lui, ma ben presto sparirà
nell’inferno dei disumani campi di lavoro Kmer in cui morirono centinaia di migliaia
di prigionieri per la fame, le malattie o le massacranti condizioni di lavoro
quotidiano. Potente dramma storico di Roland Joffé, al suo esplosivo esordio
registico, che scioccò il mondo per la crudeltà e il realismo delle sue
immagini, e per il suo coraggio impudente nel mostrare apertamente quello che
molti hanno taciuto. Secondo le fonti di Amnesty International i Kmer rossi
sterminarono circa 1,4 milioni di cambogiani, ovvero il 20% della popolazione,
tra il 1975 e il 1979. E’ sempre arduo giudicare un’opera del genere, ispirata
a tremendi eventi storici che ancora oggi gridano giustizia. Il confine tra la
retorica del dolore e il documento di cronaca è spesso molto sottile e la domanda nasce spontanea: fino a che
punto è lecito spingersi nell’esplicitazione della sofferenza umana senza scadere
nella spettacolarizzazione morbosa? Lungi dal volere fornire, in queste poche
righe, risposte esaustive a questa complessa questione ideologica e morale. Posso
però affermare che la pellicola di Joffé sa coniugare con composta fermezza lo
“spettacolo” (perchè è pur sempre di cinema che stiamo parlando) con l’impegno
sociale e che l’indulgenza in sequenze scioccanti non è mai fine a sè stessa ma
sempre funzionale al racconto dei fatti e alla ricerca della verità. Degno di
lode anche l’atteggiamento polemico dell’autore nei confronti della politica
estera americana, la cui evidente connivenza con l’eccidio del popolo
cambogiano non viene mai passata sotto silenzio. E’ un film sincero, scomodo, indignato
e importante che riscosse consensi unanimi tra pubblico e critica e fu
insignito di tre premi Oscar: fotografia, montaggio e miglior attore non
protagonista allo straordinario Haing S. Ngor. Completano il cast Sam
Waterston, John Malkovich, Julian Sands e Craig T. Nelson. Da segnalare anche
le belle musiche di Mike Oldfield. Per coloro che ignorano i terribili eventi
raccontati nel film la visione è praticamente obbligatoria.
Voto:

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