Rudolf è un uomo metodico e di successo, lavoratore instancabile, felicemente sposato e padre di 5 splendidi figli, che accudisce con amore. Lui e la sua famiglia vivono in una bella casa in campagna, con un grande giardino sempre curato, vicino ad un fiume e al suo posto di lavoro. C'è un grosso muro che separa il piccolo angolo di paradiso della famiglia dal luogo in cui lavora Rudolf. Ma oltre quel muro c'è l'inferno, di cui non si distingue la vista ma se ne percepiscono i terribili rumori, le grida disperate e gli aspri odori di morte. Perchè ci troviamo nel 1942, nell'Alta Slesia e Rudolf non è un uomo normale e non fa un lavoro normale. Il suo cognome è Höß e lui il comandante del campo di sterminio di Äuschwitz, che sorge, in tutto il suo orrore, esattamente dietro quel muro. Adattando felicemente il romanzo omonimo di Martin Amis del 2014, il britannico Jonathan Glazer ha scritto e diretto il suo film migliore, un capolavoro scioccante e originale che porta in scena il terribile processo di disumanizzazione operato dall'ideologia nazista in quegli anni, perchè solo in questo modo è spiegabile la quotidiana abitudine al male, all'omicidio e all'orrore da parte di uomini come Höß e come i membri della sua famiglia (bambini compresi). Ed è proprio in questa banale "normalità" che risiede l'elemento più disturbante del film, che, pur senza mostrare mai nulla in modo esplicito, è un vero pugno allo stomaco dello spettatore, sia per l'eccellente e spaventoso sonoro (che è un vero protagonista aggiunto), sia per l'atteggiamento sereno e distaccato dei familiari di Höß e sia perchè noi sappiamo perfettamente cosa accade al di là di quel muro, fuori dalla "zona di interesse" che gli Höß si sono cinicamente costruiti per vivere la loro vita "ordinaria". Questa scelta stilistica di mettere al centro di tutto la "banalità del male" dal suo stesso perverso punto di vista, somiglia a quanto già fatto da Scorsese o dai Coen nei gangster-movies, ma non era mai stata utilizzata prima in un film sulla Shoah. E la cosa funziona perfettamente, grazie al sapiente lavoro di regia, all'ottima performance degli attori (tra cui svettano Christian Friedel e Sandra Hüller), al contrasto stridente tra l'idillio bucolico del giardino e il massacro "industriale" che si consuma al di là del muro di separazione, e, soprattutto, all'utilizzo iper-realistico del sonoro. Soltanto nel finale il film scioglie la sua intima cupezza e ci offre un barlume di "umanità", per poi consegnarsi, in una scena memorabile che attraversa il tempo, nell'unica, potente e reale visione dell'orrore dell'Olocausto, filmando la realtà, come un documentario. Lodata dalla critica internazionale, la pellicola ha vinto due premi al Festival di Cannes (tra cui il Premio Speciale della Giuria) e due Oscar meritatissimi: miglior film internazionale e miglior sonoro.
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