domenica 7 giugno 2026

La zona d'interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer

Rudolf è un uomo metodico e di successo, lavoratore instancabile, felicemente sposato e padre di 5 splendidi figli, che accudisce con amore. Lui e la sua famiglia vivono in una bella casa in campagna, con un grande giardino sempre curato, vicino ad un fiume e al suo posto di lavoro. C'è un grosso muro che separa il piccolo angolo di paradiso della famiglia dal luogo in cui lavora Rudolf. Ma oltre quel muro c'è l'inferno, di cui non si distingue la vista ma se ne percepiscono i terribili rumori, le grida disperate e gli aspri odori di morte. Perchè ci troviamo nel 1942, nell'Alta Slesia e Rudolf non è un uomo normale e non fa un lavoro normale. Il suo cognome è Höß e lui il comandante del campo di sterminio di Äuschwitz, che sorge, in tutto il suo orrore, esattamente dietro quel muro. Adattando felicemente il romanzo omonimo di Martin Amis del 2014, il britannico Jonathan Glazer ha scritto e diretto il suo film migliore, un capolavoro scioccante e originale che porta in scena il terribile processo di disumanizzazione operato dall'ideologia nazista in quegli anni, perchè solo in questo modo è spiegabile la quotidiana abitudine al male, all'omicidio e all'orrore da parte di uomini come Höß e come i membri della sua famiglia (bambini compresi). Ed è proprio in questa banale "normalità" che risiede l'elemento più disturbante del film, che, pur senza mostrare mai nulla in modo esplicito, è un vero pugno allo stomaco dello spettatore, sia per l'eccellente e spaventoso sonoro (che è un vero protagonista aggiunto), sia per l'atteggiamento sereno e distaccato dei familiari di Höß e sia perchè noi sappiamo perfettamente cosa accade al di là di quel muro, fuori dalla "zona di interesse" che gli Höß si sono cinicamente costruiti per vivere la loro vita "ordinaria". Questa scelta stilistica di mettere al centro di tutto la "banalità del male" dal suo stesso perverso punto di vista, somiglia a quanto già fatto da Scorsese o dai Coen nei gangster-movies, ma non era mai stata utilizzata prima in un film sulla Shoah. E la cosa funziona perfettamente, grazie al sapiente lavoro di regia, all'ottima performance degli attori (tra cui svettano Christian Friedel e Sandra Hüller), al contrasto stridente tra l'idillio bucolico del giardino e il massacro "industriale" che si consuma al di là del muro di separazione, e, soprattutto, all'utilizzo iper-realistico del sonoro. Soltanto nel finale il film scioglie la sua intima cupezza e ci offre un barlume di "umanità", per poi consegnarsi, in una scena memorabile che attraversa il tempo, nell'unica, potente e reale visione dell'orrore dell'Olocausto, filmando la realtà, come un documentario. Lodata dalla critica internazionale, la pellicola ha vinto due premi al Festival di Cannes (tra cui il Premio Speciale della Giuria) e due Oscar meritatissimi: miglior film internazionale e miglior sonoro.

Voto:
voto: 4,5/5

sabato 6 giugno 2026

Parthenope (2024) di Paolo Sorrentino

Parthenope viene dal mare. Come l'umanità. Come la sirena mitologica che in tempi lontani fondò la città di Napoli. E il mare in cui Parthenope nasce è quello della Posillipo degli anni '50, secondogenita della famiglia Di Sangro, che vive in una lussuosa residenza grazie alla protezione del facoltoso armatore Achille Lauro. Parthenope cresce e sboccia rapidamente, bellissima e sfuggente, tutti la amano e tutti ne vengono catturati: dal fragile fratello maggiore Raimondo, al devoto amico di famiglia Sandrino, dal tormentato scrittore americano John Cheever (conosciuto durante una vacanza a Capri) al pittoresco cardinale Tesorone, senza dimenticare ricchi imprenditori e boss della camorra. L'unico uomo con cui la ragazza sembra avere un rapporto diverso è il severo professore universitario Devoto Marotta, un rapporto fatto di reciproco rispetto e di freddo distacco. Il decimo lungometraggio per il cinema di Paolo Sorrentino (da lui scritto, diretto e co-prodotto) è una commedia drammatica in toni di favola surreale, intrisa di una forte cifra di grottesco e di un ammaliante senso mitico malinconico. I temi sono quelli tipicamente cari all'autore: la bellezza, il suo potere e la sua caducità; il rimpianto per la giovinezza perduta; la spensieratezza che si trasforma in malinconica memoria e l'azione irreversibile del tempo che passa e distrugge ogni cosa, tranne che il ricordo. La protagonista Parthenope (magnificamente incarnata dalla quasi esordiente Celeste Dalla Porta, splendido volto nuovo del cinema italiano che Sorrentino ha avuto il merito di trovare) è ovviamente la metafora vivente di Napoli, ne contiene tutti gli aspetti e le contraddizioni: la bellezza mozzafiato, il fascino inafferrabile, l'essenza mitica, il dolore arcano, il sacro e il profano, la nobiltà e la miseria, l'empatia e la crudeltà. Impreziosito dai soliti tocchi magici di regia e da un eccellente cast di attori (da Gary Oldman a Stefania Sandrelli, da Silvio Orlando a Luisa Ranieri, senza dimenticare Isabella Ferrari, Peppe Lanzetta, Daniele Rienzo e Dario Aita), il film si articola in una serie di episodici "quadretti" che ripercorrono le tappe salienti della vita di Parthenope, consegnandoci una folta galleria di personaggi che oscillano tra il meraviglioso e il folcloristico, e una carrellata di sequenze, alcune delle quali indubbiamente memorabili (l'ultima notte a Capri, il viaggio iniziatico nel ventre oscuro di una Napoli selvaggia e tribale, l'intera parte introduttiva sull'abbagliante mare di Posillipo, all'ombra della bellezza e del mito). Non tutti gli episodi sono riusciti e non tutti i personaggi convincono allo stesso modo, ma il filo conduttore dell'opera rimane saldamente nelle mani del regista e della protagonista, fino ad un finale in forte odore di campanilismo, che forse sarebbe stato meglio evitare. Ma è indubbia la magia malinconica di un film fortemente personale e molto sentito dal suo autore, la cui costante maturazione (soprattutto nel lavoro di scrittura) è più che evidente.

Voto:
voto: 4/5