Sud degli Stati Uniti d'America,1878. Lo spietato e ricco ranchero Ben Nicholson ha sposato in seconde nozze Katherine, bella e libertina, ed ha tre figli nati da precedenti relazioni, tra cui il nero Whity, maltrattato da tutta la famiglia e relegato alle più umili mansioni, nonostante la sua forte devozione verso il padre e i fratellastri. La sola amica sincera dell'uomo è Hanna, che fa la prostituta nel saloon cittadino ma sogna da sempre una vita diversa. Finito, suo malgrado, al centro di uno sporco complotto familiare il cui obiettivo è il patrimonio paterno, Whity si troverà di fronte ad una scelta difficile, e le conseguenze saranno tragiche. Singolare incursione di Fassbinder nel genere americano per eccellenza, il western, girato interamente nell'Almeria spagnola in quelli che furono gli storici set di Sergio Leone per la Trilogia del Dollaro. Ma l'ambientazione nella Vecchia Frontiera americana è solo un pretesto, un puro divertissement autoriale, una sorta di beffarda intrusione nel cinema "di genere", perchè i temi e i toni dell'opera sono quelli tipicamente abituali per il regista: rapporti interpersonali di tipo cannibale-preda, relazioni torbide, famiglie disfunzionali, accumulo di nevrosi, sesso e potere, sesso e razzismo, sadomasochismo, suggestioni edipiche, perversioni e sopraffazione. E' evidente che il West di Fassbinder sia una impietosa metafora della società contemporanea e dei suoi rapporti di potere basati sulla tipica angheria del più forte e la vana ribellione del più debole. Girato in scioltezza, con uno stile che oscilla costantemente tra l'enfasi e il teatro, il film è anche un fiammeggiante melodramma principalmente ambientato in interni e impaginato in magnifico e pittorico formato Cinemascope, che porta l'uso del colore a uno dei massimi livelli espressivi mai raggiunti da Fassbinder nella sua carriera. "Whity" è stato uno dei primi esperimenti dell'autore con il colore, il suo unico lavoro in Cinemascope e l'inizio della sua lunga e fertile collaborazione con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus. Il film, rapsodico e talvolta naif, emana una forte fascinazione visiva per le scenografie decadenti da Inghilterra vittoriana in cui si muovono personaggi spregevoli, e per l'uso vivace dei colori in contrasto (il rosso dell'uniforme di Whity e il bianco pallore dei suoi familiari), con evidenti rimandi alla pittura fiamminga. Ma sono molteplici le citazioni e i collegamenti che i cinefili potranno trovare in questa pellicola: da Pasolini ("Teorema") a Raoul Walsh ("Band of Angels"), da Sirk a von Sternberg, senza dimenticare Nicholas Ray. Il modo di affrontare la questione razziale è innovativo e tipico di Fassbinder, con i collegamenti al sesso oppressivo, alla famiglia, al masochismo e anche a strutture gerarchiche socio-economiche, inerpicandosi verso sentieri arditi che mai e poi mai il western americano aveva osato esplorare. Presentato al Festival di Berlino, il film rimase per lungo tempo inedito e quasi sconosciuto, non vide mai altri passaggi nelle sale (se non in qualche festival di nicchia) e apparve soltanto in televisione negli anni '80. Tre scene memorabili: la lettura del testamento, la discesa di Hanna Schygulla dalla scalinata del saloon ed il finale nel deserto. E proprio l'epilogo è sardonicamente da anti-western, con la tipica catarsi che qui diventa annientamento, ma incorniciato in un malinconico e sublime romanticismo.
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