giovedì 28 maggio 2026

Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos

Un apicoltore ossessionato dalle teorie del complotto, insieme al suo cugino un po' ingenuo, identifica Michelle Fuller, l'ambiziosa CEO di una potente multinazionale farmaceutica, come la causa di tutti i suoi tormenti esistenziali e del danno ecologico che affligge il pianeta. È convinto che lei sia in realtà un'aliena infiltrata nei centri di potere per soggiogare la razza umana agli interessi della sua specie. I due uomini escogitano un piano per rapirla, comunicare con la sua specie aliena e cercare di liberare il pianeta dalla loro minaccia. Il cinema di Yorgos Lanthimos è ricco di trappole concettuali, perfidamente pensate per provocare lo spettatore e sollevare dilemmi morali, riflessioni sociali e interrogativi antropologici, spesso partendo da un punto di vista "classico" (gli antichi miti della sua nativa Grecia) per poi "dipingere" un affresco surreale del mondo contemporaneo. Questo film, il suo decimo lungometraggio (che segna la sua quarta collaborazione consecutiva con l'attrice e musa Emma Stone), non fa eccezione; anzi segna un chiaro ritorno alla sua filmografia iniziale dopo gli ultimi lavori che qualcuno ha definito "hollywoodiani". Il termine "bugonia" deriva dal greco antico ed è anche il titolo di un breve poema di Virgilio, che si riferisce alla nascita spontanea della vita (nel poema virgiliano, uno sciame di api emerge dalla carcassa di un bovino morto). Il film, anche remake di una pellicola sudcoreana poco conosciuta del 2003 di Jang Joon-hwan, è un brillante mix di commedia nera, thriller psicologico e parabola apocalittica sulla società occidentale moderna. Tra dramma e fantascienza, con toni cupi, colori brillanti e un uso intelligente del grottesco, Lanthimos riflette su molti temi a lui familiari: l'ossessione per le cospirazioni, la paura del futuro, l'assenza della politica in favore delle grandi lobby, le questioni ambientali, il confine tra paranoia e apprensione e la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella scienza, che spinge molte persone alla dissidenza e alla violenza, anche nelle forme più estreme. Degne di nota sono le superbe interpretazioni dei tre attori protagonisti (Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis), tutti perfetti nei loro ruoli, il sottile sarcasmo di alcune scene visionarie e il potente finale, perfettamente in linea con il cinema di Lanthimos.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 27 maggio 2026

Una battaglia dopo l'altra (One Battle After Another, 2025) di Paul Thomas Anderson

In un'America sconvolta da tensioni sociali e tendenze politiche intolleranti, un gruppo terroristico di estrema sinistra, noto come "French 75", combatte contro il sistema con azioni armate come attentati a strutture istituzionali, rapine in banca e irruzioni in campi di detenzione per liberare immigrati perseguitati dal governo. Tra di loro svettano due forti personalità: Bob (detto "Ghetto Pat") e la sua donna Perfidia, afroamericana bella, pericolosa e incontrollabile. La loro nemesi è il colonnello Lockjaw, fanatico militare fedelissimo alla causa del sistema, ma sessualmente ossessionato da Perfidia. Dopo molti anni Pat, invecchiato e con seri problemi di dipendenza da alcool e droghe, si è ritirato dalla lotta armata e cerca di crescere, tra mille ansie, sua figlia Willa, nata dalla relazione con Perfidia, ma abbandonata dalla madre che non ha mai interrotto la sua attività di guerrigliera. Ma Lockjaw non ha dimenticato i vecchi trascorsi e riesce a intercettare Pat e Willa, per vendicarsi e chiudere i conti in sospeso. Nonostante i problemi fisici "Ghetto Pat" sarà costretto a tornare "in guerra" contro il nemico di sempre, con l'aiuto di Sergio St. Carlos, stimato leader di un'organizzazione clandestina che difende gli immigrati dalle oppressive leggi del governo. Adattando (per la seconda volta nella sua carriera) un libro di Thomas Pynchon ("Vineland"), Paul Thomas Anderson crea il suo personale "grande romanzo americano" con questo thriller politico, distopico, meticcio e ricco d'azione, che guarda dritto al mondo occidentale di oggi e alla direzione che sta prendendo, tra intolleranza, estremismo, violenza, razzismo, autoritarismo e idee reazionarie che rimandano a un passato ancora recente e doloroso. Mescolando abilmente una grottesca commedia nera con gli stilemi del genere action classico, Anderson offre una visione paranoica, ibrida e apparentemente da fiction storica del mondo moderno, dove il caos politico e sociale va a braccetto con quello delle relazioni familiari e degli affetti personali. E se azione e ironia sono gli aspetti più evidenti della firma stilistica impressa dal regista, il vero cuore del film risiede nel legame ancestrale tra padri e figli, che potrebbe essere letto, in modo metaforico ma perfettamente in linea con le idee di Pynchon e Anderson, come il rapporto tra i Padri (Fondatori) di una nazione e di un'idea di democrazia e quei figli indegni che ne hanno sperperato gli insegnamenti e i valori umani. E' forse il più semplice e lineare tra i film del regista, ma come sempre Anderson sa regalarci momenti di puro grande Cinema, come il lungo, magnifico inseguimento finale che resterà a lungo impresso nella memoria degli spettatori. Ben 13 nomination agli Oscar 2026 e 6 statuette conquistate, tra cui 3 per P.T. Anderson (miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale). Nel sontuoso cast che annovera stelle come Leonardo DiCaprio, Benicio Del Toro e Sean Penn (qui al suo terzo Oscar vinto in carriera), spiccano le interpreti femminili: Chase Infiniti e Teyana Taylor.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 20 maggio 2026

Strange Darling (2023) di JT Mollner

Una giovane donna terrorizzata (a cui ci si riferisce come "la Lady") è in fuga nei boschi di una remota località rurale dell'Oregon. Un uomo misterioso ("il Demone") la insegue armato di fucile con l'evidente intento di ucciderla. Inizia così questo ottimo thriller ansiogeno, carico di violenza e di patos dalla prima all'ultima scena, scritto e diretto da JT Mollner che lo ha realizzato con un budget esiguo ma con molte idee e con una buona squadra di attori, in cui svettano i due protagonisti Willa Fitzgerald e Kyle Gallner. Diviso in 6 capitoli (che vengono presentati in modo non lineare per confondere lo spettatore ed aumentare la carica emotiva e il senso di mistero) più un epilogo, questa pellicola si afferma come uno dei migliori thriller degli ultimi anni ed è probabile che, se fosse uscita negli anni '80, sarebbero stati in molto a gridare al capolavoro. Non è affatto il solito film su un serial killer e una vittima innocente, ma piuttosto una nuova allucinata istanza del rapporto tra predatore e preda, alternando i punti di vista e mettendoli ovviamente in discussione. E' praticamente obbligatorio guardare questo film "al buio", ovvero evitando qualunque tipo di lettura o di informazione preventiva sulla trama, per non rovinare il piacere della visione e della scoperta, che avverrà "a rotta di collo" in base al ritmo serrato imposto dal regista. Da segnalare: la presenza nel cast di Barbara Hershey, di Jason Patric come voce narrante (nella versione originale) e di Giovanni Ribisi nel doppio ruolo di attore e di direttore della fotografia (un esordio per lui in questo campo, in cui ha compiuto un lavoro eccellente). L'espediente della voce fuori campo in stile "true-crime", che dichiara anche che questa storia è ispirata alle nefande gesta di un fantomatico serial killer attivo negli USA occidentali tra il 2018 e il 2020, non è solo frutto di uno stile moderno e ormai spesso adottato nelle serie tv per dare alla vicenda un maggiore senso di morboso realismo, ma serve anche ad aumentare la sensazione di straniamento dello spettatore che, per quanto venga travolto dal ritmo e dalle immagini, finirà per elaborare un po' alla volta le informazioni verbali. Non a caso viene citato Gary Gilmore (è nel titolo del capitolo 6), pluriomicida realmente esistito e divenuto celebre per aver chiesto esplicitamente alla corte di essere condannato a morte per i suoi crimini, cosa che avvenne nel 1977 dopo quasi un decennio in cui negli Stati Uniti non venivano messe in atto le pene capitali. Distribuito in poche sale il film ha avuto fin da subito un ottimo riscontro dalla parte della critica ed il crescente tam-tam di elogi lo ha reso sempre più popolare e gradito dopo la sua uscita sulle piattaforme di streaming. Da non perdere.

Voto:
voto: 4/5

domenica 10 maggio 2026

Whity (1971) di Rainer Werner Fassbinder

Sud degli Stati Uniti d'America,1878. Lo spietato e ricco ranchero Ben Nicholson ha sposato in seconde nozze Katherine, bella e libertina, ed ha tre figli nati da precedenti relazioni, tra cui il nero Whity, maltrattato da tutta la famiglia e relegato alle più umili mansioni, nonostante la sua forte devozione verso il padre e i fratellastri. La sola amica sincera dell'uomo è Hanna, che fa la prostituta nel saloon cittadino ma sogna da sempre una vita diversa. Finito, suo malgrado, al centro di uno sporco complotto familiare il cui obiettivo è il patrimonio paterno, Whity si troverà di fronte ad una scelta difficile, e le conseguenze saranno tragiche. Singolare incursione di Fassbinder nel genere americano per eccellenza, il western, girato interamente nell'Almeria spagnola in quelli che furono gli storici set di Sergio Leone per la Trilogia del Dollaro. Ma l'ambientazione nella Vecchia Frontiera americana è solo un pretesto, un puro divertissement autoriale, una sorta di beffarda intrusione nel cinema "di genere", perchè i temi e i toni dell'opera sono quelli tipicamente abituali per il regista: rapporti interpersonali di tipo cannibale-preda, relazioni torbide, famiglie disfunzionali, accumulo di nevrosi, sesso e potere, sesso e razzismo, sadomasochismo, suggestioni edipiche, perversioni e sopraffazione. E' evidente che il West di Fassbinder sia una impietosa metafora della società contemporanea e dei suoi rapporti di potere basati sulla tipica angheria del più forte e la vana ribellione del più debole. Girato in scioltezza, con uno stile che oscilla costantemente tra l'enfasi e il teatro, il film è anche un fiammeggiante melodramma principalmente ambientato in interni e impaginato in magnifico e pittorico formato Cinemascope, che porta l'uso del colore a uno dei massimi livelli espressivi mai raggiunti da Fassbinder nella sua carriera. "Whity" è stato uno dei primi esperimenti dell'autore con il colore, il suo unico lavoro in Cinemascope e l'inizio della sua lunga e fertile collaborazione con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus. Il film, rapsodico e talvolta naif, emana una forte fascinazione visiva per le scenografie decadenti da Inghilterra vittoriana in cui si muovono personaggi spregevoli, e per l'uso vivace dei colori in contrasto (il rosso dell'uniforme di Whity e il bianco pallore dei suoi familiari), con evidenti rimandi alla pittura fiamminga. Ma sono molteplici le citazioni e i collegamenti che i cinefili potranno trovare in questa pellicola: da Pasolini ("Teorema") a Raoul Walsh ("Band of Angels"), da Sirk a von Sternberg, senza dimenticare Nicholas Ray. Il modo di affrontare la questione razziale è innovativo e tipico di Fassbinder, con i collegamenti al sesso oppressivo, alla famiglia, al masochismo e anche a strutture gerarchiche socio-economiche, inerpicandosi verso sentieri arditi che mai e poi mai il western americano aveva osato esplorare. Presentato al Festival di Berlino, il film rimase per lungo tempo inedito e quasi sconosciuto, non vide mai altri passaggi nelle sale (se non in qualche festival di nicchia) e apparve soltanto in televisione negli anni '80. Tre scene memorabili: la lettura del testamento, la discesa di Hanna Schygulla dalla scalinata del saloon ed il finale nel deserto. E proprio l'epilogo è sardonicamente da anti-western, con la tipica catarsi che qui diventa annientamento, ma incorniciato in un malinconico e sublime romanticismo.

Voto:
voto: 4,5/5

domenica 31 dicembre 2023

Come pecore in mezzo ai lupi (2023) di Lyda Patitucci

Nella Roma contemporanea Vera, donna risoluta e indurita dalla vita, lavora per una banda di criminali serbi occupandosi di fornire loro i mezzi e i materiali necessari ai loro colpi. Il capo del gruppo è il violento Dragan, che obbedisce ad un proprio rigido codice morale, apparentemente cristiano ma in realtà del tutto distorto. Intorno a loro girano due italiani, sgherri di mezza tacca, tra cui lo smilzo Bruno. Saranno proprio gli italiani a fiutare il colpo della vita, l'assalto ad un furgone portavalori con tre milioni di euro, e a proporre l'affare ai serbi, sperando così di poter cambiare le loro esistenze da reietti. Ma le soprese sono dietro l'angolo. Interessante esordio alla regia della ferrarese Lyda Patitucci, che si è fatta le ossa come assistente di Matteo Rovere e poi con una serie di prodotti televisivi. Scritto da Filippo Gravino, "Come pecore in mezzo ai lupi" è un crime italiano secco e oscuro, che gioca abilmente con la psicologia dei pochi personaggi preferendo le attese minacciose all'azione, e creando un costante clima di tensione che deriva dal tormento interiore dei protagonisti, dove non è mai chiaro fino alla fine chi è chi e chi fa cosa. Senza svelare nulla sull'epilogo, che forse è il lato più debole dell'opera a causa della mancanza di coraggio per osare fino in fondo, possiamo dire che il titolo, emblematico, viene messo spesso in discussione nello stabilire con certezza chi sia pecora e chi sia lupo nel branco di criminali, suggerendo che, probabilmente, la vera chiave di lettura risiede nel mezzo, nella coesistenza di istinti opposti, piuttosto che in una catalogazione univoca. Ambientato in una Roma grigia e asettica, il film ha una forte durezza che attiene più alle emozioni, al mondo interiore dei personaggi, piuttosto che alla violenza esplicita, che pure non manca ma non è la componente principale. Isabella Ragonese fa come sempre un ottimo lavoro nel tratteggiare una donna tormentata e misteriosa, sola ma per niente a disagio in un mondo di maschi feroci, e anche Andrea Arcangeli, che interpreta Bruno, è perfettamente calibrato in un ruolo ricco di sfumature. In definitiva un'opera prima ben riuscita per una regista da tenere d'occhio.

Voto:
voto: 3,5/5

La figlia oscura (The Lost Daughter, 2021) di Maggie Gyllenhaal

L'americana Leda Caruso, professoressa universitaria di letteratura italiana, è in vacanza da sola in Grecia, in un piccolo borgo marinaro vicino Corinto. Per passare il tempo in spiaggia osserva le persone intorno a lei e viene colpita da un rumoroso gruppo familiare proveniente da New York, ma di origini greche e perfettamente a suo agio nel luogo. In particolare è la giovane Nina, madre di una piccola bambina, che attira l'attenzione di Leda: osservando la ragazza e i suoi atteggiamenti con la figlia qualcosa scatta in lei e le riporta alla memoria un doloroso passato nel rapporto con le sue due figlie femmine. La momentanea sparizione della figlia di Nina è l'occasione di incontro tra le due donne e ben presto per Leda riaffioreranno scomodi ricordi e demoni interiori. Opera d'esordio dell'attrice Maggie Gyllenhaal, che ha scritto e diretto il film, adattando il romanzo omonimo di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice napoletana dall'identità ancora incerta e di grande successo sia in Italia che negli Stati Uniti. La Gyllenhaal ha preferito non recitare in questo suo primo impegno da regista, avvalendosi però di un cast di grande livello con nomi come Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard, Ed Harris e anche la nostra Alba Rohrwacher in un piccolo ruolo. Ovviamente il film semplifica inevitabilmente certi aspetti del romanzo ispiratore, ma ne rispetta lo spirito e l'essenza ostica, lasciando al centro di tutto una questione quasi sempre considerata tabù dal cinema (specialmente da quello americano): quello della così detta "madre snaturata". Il tema viene affrontato senza fronzoli e senza indulgenze, con un punto di vista e una psicologia femminile che non è mai giudicante ma si limita a presentare le diverse sfaccettature di un conflitto psico-emotivo molto complesso, che coinvolge sentimenti, doveri, voglia di indipendenza, sensi di colpa, desiderio di affermare i propri talenti e inseguire i propri sogni, e tutti i dissidi che nascono nel tentativo di una donna di far coesistere l'inevitabile "peso" della maternità con la propria voglia di realizzarsi al di là di essa. La Gyllenhaal decide di non indorare mai "la pillola" e va dritta al centro della scomoda vexata quaestio, per molti quasi innominabile, ma quanto mai attuale nella società moderna in cui l'emancipazione femminile è, legittimamente, un dato di fatto. Presentandoci tutte le contraddizioni e i lati oscuri di questo tormento interiore che alberga nell'animo della protagonista, la regista americana sceglie uno stile morbido e sensuale, mettendo costantemente in primo piano sguardi, corpi o espressioni che dicono più delle parole. E se la Colman (Leda adulta) è il lato introspettivo della pellicola, ci pensano brillantemente la Buckley (Leda giovane) e la Johnson (Nina) a tener vivi gli aspetti più epidermici, carnali e istintivi, in bilico tra l'erotismo e la crisi depressiva. E il finale ambiguo è un valore aggiunto. Un esordio interessante, con una scelta coraggiosa di un tema scottante, condotto in porto con buona personalità, per un film profondamente umano, che non ha paura di mostrare anche il peggio della nostra natura, perchè non c'è niente di più umano delle imperfezioni. Due nomination agli Oscar per le attrici Olivia Colman e Jessie Buckley, e una per la Gyllenhaal alla migliore sceneggiatura non originale.

Voto:
voto: 3,5/5

Nuovo Olimpo (2023) di Ferzan Ozpetek

La storia d'amore tra Enea, giovane studente di cinema che sogna di diventare regista, e Pietro, attraverso 40 anni di storia, dal 1978 al 2015. Tutto parte dal fugace incontro in una sala cinematografica romana, il Nuovo Olimpo, tipico luogo da pellicole d'essai e abboccamenti omosessuali. Ma dopo la grande passione iniziale i due si perdono, si ritrovano, si scontrano e si desiderano, tra malinconia e occasioni perdute, in balia degli imprevedibili eventi della vita. Il quattordicesimo lungometraggio di Ferzan Ozpetek, prodotto da Netflix e scritto insieme al fidato Gianni Romoli, è un melodramma sensuale e nostalgico, in parte autobiografico, che celebra anche l'amore dell'autore per il Cinema (e per quello italiano in particolare). Il Cinema inteso non solo come arte visuale ma anche come luogo e spazio fisico. L'amore per la sala cinematografica e tutti i ricordi che essa emana per chi ha almeno 50 anni di età: l'odore delle poltrone, i biglietti strappati all'ingresso, la "maschera" che ti accompagnava al posto se entravi a film già iniziato, e quella sottile nebbiolina ben visibile nella luce del proiettore. Si parla di un'altra epoca e di un'altra Italia ed è difficile che la prima parte della pellicola non provochi un moto di nostalgia in coloro che quegli anni li hanno vissuti da giovanissimi. Peccato che poi, però, il film disperda quasi tutto il buono che sembrava promettere, attraverso una serie di svolte narrative poco credibili, qualche forzatura di stampo sentimentale e dei personaggi (soprattutto quelli maschili) non proprio centrati. Decisamente meglio, invece, il cast e i personaggi femminili: quando entrano in scena Aurora Giovinazzo e Luisa Ranieri (truccata in stile Mina) si mangiano il film in un solo boccone. C'è aria di occasione perduta e la cosa dispiace, anche perchè Ozpetek aveva anche dimostrato una maggiore audacia nella rappresentazione carnale dell'amore omosessuale.

Voto:
voto: 2,5/5

The Killer (2023) di David Fincher

Un killer professionista che lavora su commissione al servizio di clienti ricchi e ignoti, si trova a Parigi per eliminare il suo prossimo bersaglio. Nonostante la sua estrema cura dei dettagli e la sua maniacale meticolosità, accade un imprevisto imponderabile e qualcosa va storto. Il killer sparisce rapidamente senza lasciare traccia, per come è addestrato a fare, ma sa bene che il suo errore potrebbe costargli caro, in base alle spietate regole del suo mondo. Sarà l'inizio di una lunga scia di sangue. Prodotto da Netflix, scritto da Andrew Kevin Walker e ispirato da una Graphic Novel di fine anni '90, "The Killer" segna il ritorno di David Fincher al genere che lo ha reso grande e famoso: il thriller. Ma è un thriller diverso dai suoi precedenti: più felpato, più intimistico, più algido e geometrico, proprio come il suo protagonista, per il quale era difficile pensare ad un attore più adatto di Michael Fassbender. E, anche se l'azione e la violenza sono ben presenti a sprazzi, così come la varietà di location geografiche che sottolineano i diversi capitoli in cui la pellicola è divisa (Parigi, Santo Domingo, New Orleans, New York, Chicago), il cuore nero dell'opera è tutto nella programmazione, nell'attesa, nella preparazione puntigliosa, ovvero nelle regole ferree che il killer si è autoimposto per essere il migliore nel suo campo, per fare ciò che deve senza alcun moto di empatia, di dubbio o di ripensamento. In tal senso è illuminante ed emblematica la prima parte del film, magari lenta per alcuni ma assolutamente necessaria, in cui assistiamo alla vita monotona di un uomo invisibile, che potrebbe apparire come un anonimo turista tedesco, durante il suo lungo rituale preparatorio per l'esecuzione del prossimo "contratto". Giorni, ore, notti di appostamenti, osservazioni, pasti veloci, studio dei particolari, previsioni di possibili pericoli, prima di arrivare a sparare quel colpo fatale. E' abbastanza evidente che tutto questo sia una metafora del capitalismo moderno, dei suoi meccanismi, delle sue leggi ciniche, delle sue relazioni utilitaristiche e della sua totale mancanza di umanità. La seconda parte del film, più dinamica, è anche quella più convenzionale e, tutto sommato, meno interessante. E il finale, che potrebbe addirittura apparire sorprendente alla luce di quanto visto prima, lascia una sensazione a metà strada tra l'incerto e l'incompiuto.

Voto:
voto: 3,5/5

C'è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi

Nella Roma dell'immediato dopo guerra, Delia è il prototipo della "donna di casa" di quell'epoca: vive in un sottoscala di un rione popolare, è sposata con Ivano a cui ha dato 3 figli, accudisce il suocero scorbutico allettato che vive con loro, fa la casalinga e si arrangia con lavoretti quotidiani come fare rammendi o iniezioni a domicilio, prende regolarmente botte dal marito perchè ha il brutto vizio di rispondere sempre a tono. La sua figlia maggiore Marcella, che sta per fidanzarsi con un "buon partito" del quartiere, è la prima che non la capisce e la umilia accusandola di essere sciatta e sottomessa. I suoi unici alleati sembrano essere un gentile soldato americano di colore e uno spiantato meccanico, da sempre innamorato di lei, che non le è del tutto indifferente. Ma Delia ha un segreto celato in una lettera che tiene nascosta e che sembra darle la forza di tirare avanti, nonostante tutto. Esordio registico dell'attrice romana Paola Cortellesi che ha ideato, scritto (insieme a Furio Andreotti e Giulia Calenda), diretto e interpretato il film facendone totalmente una "sua creatura". Girata in bianco e nero e in formati diversi per richiamare il contesto d'epoca, questa commedia drammatica di ambientazione storica ha ottenuto uno straordinario (e impensabile) successo di pubblico e critica, sbancando il botteghino nazionale fino a diventare il nono incasso italiano di sempre, ovviamente senza tener conto dell'inflazione monetaria. L'enorme riscontro popolare (praticamente un plebiscito) ha premiato la visione della Cortellesi e anche la sua cifra stilistica di attrice e comica, dato che la pellicola rispecchia in pieno la sua esuberante personalità. Ma, come spesso capita in questi casi, non è tutto oro quello che luccica: se infatti è più che nobile l'intento di porre l'attenzione sulla questione dell'emancipazione femminile nel "belpaese", raccontando con ironia delle tragiche storie di ieri, ancora molto vicine temporalmente, ma che forse molti giovani di oggi nati con lo smartphone in mano ignorano del tutto, non si può far a meno di sottolineare come i modi didascalici e divulgativi siano scelti appositamente per arrivare proprio a tutti, nel modo più diretto e facile possibile. E se alcune scene sono indubbiamente notevoli (come quella delle botte di Ivano a Delia coreografata come una danza), altre risultano francamente forzate e inverosimili, compreso l'acclamato finale che è potente ma poco credibile. Pur gioendo dell'esordio così fortunato di una giovane regista (che ovviamente avrà un compito da "missione impossibile" nel suo eventuale secondo film), la sensazione rimane quella che il cinema italiano, al di fuori dei soliti pochi autori, ha sempre quello stampo ecumenico furbetto alla ricerca del consenso facile e largo. Poco coraggio, e sempre estrema attenzione a cavalcare l'onda di mode e ideologie di tendenza in modo edificante. 

Voto:
voto: 3/5