domenica 10 maggio 2026

Whity (1971) di Rainer Werner Fassbinder

Sud degli Stati Uniti d'America,1878. Lo spietato e ricco ranchero Ben Nicholson ha sposato in seconde nozze Katherine, bella e libertina, ed ha tre figli nati da precedenti relazioni, tra cui il nero Whity, maltrattato da tutta la famiglia e relegato alle più umili mansioni, nonostante la sua forte devozione verso il padre e i fratellastri. La sola amica sincera dell'uomo è Hanna, che fa la prostituta nel saloon cittadino ma sogna da sempre una vita diversa. Finito, suo malgrado, al centro di uno sporco complotto familiare il cui obiettivo è il patrimonio paterno, Whity si troverà di fronte ad una scelta difficile, e le conseguenze saranno tragiche. Singolare incursione di Fassbinder nel genere americano per eccellenza, il western, girato interamente nell'Almeria spagnola in quelli che furono gli storici set di Sergio Leone per la Trilogia del Dollaro. Ma l'ambientazione nella Vecchia Frontiera americana è solo un pretesto, un puro divertissement autoriale, una sorta di beffarda intrusione nel cinema "di genere", perchè i temi e i toni dell'opera sono quelli tipicamente abituali per il regista: rapporti interpersonali di tipo cannibale-preda, relazioni torbide, famiglie disfunzionali, accumulo di nevrosi, sesso e potere, sesso e razzismo, sadomasochismo, suggestioni edipiche, perversioni e sopraffazione. E' evidente che il West di Fassbinder sia una impietosa metafora della società contemporanea e dei suoi rapporti di potere basati sulla tipica angheria del più forte e la vana ribellione del più debole. Girato in scioltezza, con uno stile che oscilla costantemente tra l'enfasi e il teatro, il film è anche un fiammeggiante melodramma principalmente ambientato in interni e impaginato in magnifico e pittorico formato Cinemascope, che porta l'uso del colore a uno dei massimi livelli espressivi mai raggiunti da Fassbinder nella sua carriera. "Whity" è stato uno dei primi esperimenti dell'autore con il colore, il suo unico lavoro in Cinemascope e l'inizio della sua lunga e fertile collaborazione con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus. Il film, rapsodico e talvolta naif, emana una forte fascinazione visiva per le scenografie decadenti da Inghilterra vittoriana in cui si muovono personaggi spregevoli, e per l'uso vivace dei colori in contrasto (il rosso dell'uniforme di Whity e il bianco pallore dei suoi familiari), con evidenti rimandi alla pittura fiamminga. Ma sono molteplici le citazioni e i collegamenti che i cinefili potranno trovare in questa pellicola: da Pasolini ("Teorema") a Raoul Walsh ("Band of Angels"), da Sirk a von Sternberg, senza dimenticare Nicholas Ray. Il modo di affrontare la questione razziale è innovativo e tipico di Fassbinder, con i collegamenti al sesso oppressivo, alla famiglia, al masochismo e anche a strutture gerarchiche socio-economiche, inerpicandosi verso sentieri arditi che mai e poi mai il western americano aveva osato esplorare. Presentato al Festival di Berlino, il film rimase per lungo tempo inedito e quasi sconosciuto, non vide mai altri passaggi nelle sale (se non in qualche festival di nicchia) e apparve soltanto in televisione negli anni '80. Tre scene memorabili: la lettura del testamento, la discesa di Hanna Schygulla dalla scalinata del saloon ed il finale nel deserto. E proprio l'epilogo è sardonicamente da anti-western, con la tipica catarsi che qui diventa annientamento, ma incorniciato in un malinconico e sublime romanticismo.

Voto:
voto: 4,5/5

domenica 31 dicembre 2023

Come pecore in mezzo ai lupi (2023) di Lyda Patitucci

Nella Roma contemporanea Vera, donna risoluta e indurita dalla vita, lavora per una banda di criminali serbi occupandosi di fornire loro i mezzi e i materiali necessari ai loro colpi. Il capo del gruppo è il violento Dragan, che obbedisce ad un proprio rigido codice morale, apparentemente cristiano ma in realtà del tutto distorto. Intorno a loro girano due italiani, sgherri di mezza tacca, tra cui lo smilzo Bruno. Saranno proprio gli italiani a fiutare il colpo della vita, l'assalto ad un furgone portavalori con tre milioni di euro, e a proporre l'affare ai serbi, sperando così di poter cambiare le loro esistenze da reietti. Ma le soprese sono dietro l'angolo. Interessante esordio alla regia della ferrarese Lyda Patitucci, che si è fatta le ossa come assistente di Matteo Rovere e poi con una serie di prodotti televisivi. Scritto da Filippo Gravino, "Come pecore in mezzo ai lupi" è un crime italiano secco e oscuro, che gioca abilmente con la psicologia dei pochi personaggi preferendo le attese minacciose all'azione, e creando un costante clima di tensione che deriva dal tormento interiore dei protagonisti, dove non è mai chiaro fino alla fine chi è chi e chi fa cosa. Senza svelare nulla sull'epilogo, che forse è il lato più debole dell'opera a causa della mancanza di coraggio per osare fino in fondo, possiamo dire che il titolo, emblematico, viene messo spesso in discussione nello stabilire con certezza chi sia pecora e chi sia lupo nel branco di criminali, suggerendo che, probabilmente, la vera chiave di lettura risiede nel mezzo, nella coesistenza di istinti opposti, piuttosto che in una catalogazione univoca. Ambientato in una Roma grigia e asettica, il film ha una forte durezza che attiene più alle emozioni, al mondo interiore dei personaggi, piuttosto che alla violenza esplicita, che pure non manca ma non è la componente principale. Isabella Ragonese fa come sempre un ottimo lavoro nel tratteggiare una donna tormentata e misteriosa, sola ma per niente a disagio in un mondo di maschi feroci, e anche Andrea Arcangeli, che interpreta Bruno, è perfettamente calibrato in un ruolo ricco di sfumature. In definitiva un'opera prima ben riuscita per una regista da tenere d'occhio.

Voto:
voto: 3,5/5

La figlia oscura (The Lost Daughter, 2021) di Maggie Gyllenhaal

L'americana Leda Caruso, professoressa universitaria di letteratura italiana, è in vacanza da sola in Grecia, in un piccolo borgo marinaro vicino Corinto. Per passare il tempo in spiaggia osserva le persone intorno a lei e viene colpita da un rumoroso gruppo familiare proveniente da New York, ma di origini greche e perfettamente a suo agio nel luogo. In particolare è la giovane Nina, madre di una piccola bambina, che attira l'attenzione di Leda: osservando la ragazza e i suoi atteggiamenti con la figlia qualcosa scatta in lei e le riporta alla memoria un doloroso passato nel rapporto con le sue due figlie femmine. La momentanea sparizione della figlia di Nina è l'occasione di incontro tra le due donne e ben presto per Leda riaffioreranno scomodi ricordi e demoni interiori. Opera d'esordio dell'attrice Maggie Gyllenhaal, che ha scritto e diretto il film, adattando il romanzo omonimo di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice napoletana dall'identità ancora incerta e di grande successo sia in Italia che negli Stati Uniti. La Gyllenhaal ha preferito non recitare in questo suo primo impegno da regista, avvalendosi però di un cast di grande livello con nomi come Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard, Ed Harris e anche la nostra Alba Rohrwacher in un piccolo ruolo. Ovviamente il film semplifica inevitabilmente certi aspetti del romanzo ispiratore, ma ne rispetta lo spirito e l'essenza ostica, lasciando al centro di tutto una questione quasi sempre considerata tabù dal cinema (specialmente da quello americano): quello della così detta "madre snaturata". Il tema viene affrontato senza fronzoli e senza indulgenze, con un punto di vista e una psicologia femminile che non è mai giudicante ma si limita a presentare le diverse sfaccettature di un conflitto psico-emotivo molto complesso, che coinvolge sentimenti, doveri, voglia di indipendenza, sensi di colpa, desiderio di affermare i propri talenti e inseguire i propri sogni, e tutti i dissidi che nascono nel tentativo di una donna di far coesistere l'inevitabile "peso" della maternità con la propria voglia di realizzarsi al di là di essa. La Gyllenhaal decide di non indorare mai "la pillola" e va dritta al centro della scomoda vexata quaestio, per molti quasi innominabile, ma quanto mai attuale nella società moderna in cui l'emancipazione femminile è, legittimamente, un dato di fatto. Presentandoci tutte le contraddizioni e i lati oscuri di questo tormento interiore che alberga nell'animo della protagonista, la regista americana sceglie uno stile morbido e sensuale, mettendo costantemente in primo piano sguardi, corpi o espressioni che dicono più delle parole. E se la Colman (Leda adulta) è il lato introspettivo della pellicola, ci pensano brillantemente la Buckley (Leda giovane) e la Johnson (Nina) a tener vivi gli aspetti più epidermici, carnali e istintivi, in bilico tra l'erotismo e la crisi depressiva. E il finale ambiguo è un valore aggiunto. Un esordio interessante, con una scelta coraggiosa di un tema scottante, condotto in porto con buona personalità, per un film profondamente umano, che non ha paura di mostrare anche il peggio della nostra natura, perchè non c'è niente di più umano delle imperfezioni. Due nomination agli Oscar per le attrici Olivia Colman e Jessie Buckley, e una per la Gyllenhaal alla migliore sceneggiatura non originale.

Voto:
voto: 3,5/5

Nuovo Olimpo (2023) di Ferzan Ozpetek

1 novembre 1978. Il 25enne Enea Monti è uno studente di cinema che sogna di diventare regista e lavora come volontario sui set della Capitale. Fra i curiosi intorno vede Pietro Gherardi, e fra i due c'è subito un'intesa silenziosa fatta di sguardi. Più tardi Enea ritrova Pietro al Nuovo Olimpo, un cinema d'essai che è anche un luogo di incontro per omosessuali. I due si appartano in bagno, ma Pietro non vuole un rapporto casuale consumato di fretta e di nascosto: ed Enea lo asseconda, fissando con lui un appuntamento in una casa temporaneamente vuota. Lì inizia la loro storia d'amore intensa e passionale, che però subirà una brusca e inaspettata battuta d'arresto. Da allora, attraverso quattro primi di novembre nel corso di quasi quarant'anni, il ricordo e il rimpianto di quei momenti iniziali di intimità e di tenerezza rimarranno permanentemente nel cuore di Pietro ed Enea, nonostante le loro vite siano in apparenza consolidate con compagni e carriere professionali diverse. Nuovo Olimpo unisce due passioni di Ferzan Ozpetek: quella per il cinema (inteso anche come luogo fisico) e quella per i sentimenti, dei quali i cinema, come si dice anche nel film, non ci si deve vergognare. Ma questa volta la sceneggiatura, coscritta con il sodale di sempre Gianni Romoli, comporta sospensioni di incredulità davvero difficili da accettare. La storia del cinema è costellata di film che hanno saputo trattare magistralmente il tema delle relazioni interrotte o ostacolate, e del desiderio sospeso che ne deriva: due esempi per tutti, per restare nel registro melò a cui si ascrive anche Nuovo Olimpo, sono Un amore splendido e I segreti di Brokeback Mountain. Per parafrasare il personaggio più saggio di questa storia, che afferma che "non è il quanto, è il come", mai come in questo ambito narrativo a contare non è il cosa - ovvero la tematica del "fuoco che hai acceso e che non spegni più", come canta da Mina sui titoli di coda - quanto il modo in cui questa tematica viene sviluppata. Desiderio e rimpianto sono materia incandescente e fortemente evocativa e vanno gestite con grande delicatezza narrativa, e ancor più grande capacità interpretativa. Nuovo Olimpo invece, dopo un promettente inizio fatto di pathos e sensualità - diretto con maestria registica da Ozpetek, montato in modo interessante da Pietro Morana, e reso convincente grazie alla sensualità dei corpi in scena - vede accadere eventi davvero poco credibili che non dettagliamo solo per non fare spoiler, ma che sembrano ignorare la conoscenza del pubblico non solo dei grandi film sopra citati, ma anche delle serie televisive e persino delle soap opera. Ed è proprio nei cliché di queste ultime che Nuovo Olimpo rischia di cadere, anche a causa dell'interpretazione legnosa di Andrea Di Luigi nei panni di Pietro, e di dialoghi che appaiono più letterari che sentiti. E il personaggio di Giovanni che comparirà più avanti, il giocatore di pallanuoto laureato in ingegneria meccanica "ridotto a governante" interpretato dall'ex rugbista Alvise Rigo, è quasi involontariamente camp. La narrazione si solleva quando entrano in campo interpreti come Luisa Ranieri, che ha il bel ruolo della cassiera del Nuovo Olimpo truccata come Mina, e Aurora Giovinazzo, che riesce a gestire bene le nuance del complesso personaggio di Alice: entrambe rappresentano quel femminile autonomo ma mai egoriferito tanto caro ad Ozpetek, ed è a loro che il film è dedicato. Ma anche Giancarlo Commare, che appare nel breve cammeo di Molotov, lascia il segno e conquista il suo spazio. Più interessante è la storia d'amore di Ozpetek per il cinema, soprattutto quello classico italiano - citati in Nuovo Olimpo sono Mamma Roma e Nella città l'inferno, dominati dalla personalità magnetica di Anna Magnani - e per quelle sale con gli orari fissi e l'intervallo, la possibilità di recuperare i primi minuti persi se si arrivava in ritardo e l'addetto allo strappo dei biglietti: una ritualità da tempio sacro, sempre uguale e infinitamente rassicurante. Non è un caso che il film stesso si chiami come il luogo della nascita di due passioni - quella fra Enea e Pietro, ma anche quella fra ognuno di loro e il cinema- e che porti in sé l'eco di Nuovo Cinema Paradiso, quando celebrava la sala come baluardo di una memoria collettiva a rischio obsolescenza. In un film pieno di Eros, in cui i sentimenti vengono dichiarati continuamente, si riesce nell’impresa, purtroppo, di non far emozionare lo spettatore.Probabilmente a causa anche di alcuni passaggi poco credibili che fanno staccare la presa emotiva dello spettatore. Film numero 14 di Ferzan Özpetek, tra i suoi più autobiografici, Nuovo Olimpo racconta la storia d'amore di due ragazzi, interrotta alla fine degli anni '70 per poi riprendere 30 anni dopo. Il suo solito melodramma con musica è stavolta, grazie a Netflix, più spinto sulla rappresentazione dell'amore omosessuale, ma anche più chiuso nel raccontare il contesto, solo evocato. Roma, dal 1978 (Moro, Kappler in fuga...) al centro storico gentrificato di oggi, riconquistato dai ricchi, come Pietro, chirurgo goloso, e Enea, cineasta di successo. Si sono amati alla follia da studenti e poi perduti per 40 anni (colpa del Settantasette?). Una nuova vita, senza film d'essai e amici col diavolo in corpo. La casa chic prestatagli allora sui Fori imperiali, spazio della più inebriante

https://it.wikipedia.org/wiki/Nuovo_Olimpo

Damiano Gavino
Andrea Di Luigi
Luisa Ranieri
Greta Scarano
Aurora Giovinazzo
Loredana Cannata

Voto:
voto: 2,5/5

The Killer (2023) di David Fincher

Un killer professionista che lavora su commissione al servizio di clienti ricchi e ignoti, si trova a Parigi per eliminare il suo prossimo bersaglio. Nonostante la sua estrema cura dei dettagli e la sua maniacale meticolosità, accade un imprevisto imponderabile e qualcosa va storto. Il killer sparisce rapidamente senza lasciare traccia, per come è addestrato a fare, ma sa bene che il suo errore potrebbe costargli caro, in base alle spietate regole del suo mondo. Sarà l'inizio di una lunga scia di sangue. Prodotto da Netflix, scritto da Andrew Kevin Walker e ispirato da una Graphic Novel di fine anni '90, "The Killer" segna il ritorno di David Fincher al genere che lo ha reso grande e famoso: il thriller. Ma è un thriller diverso dai suoi precedenti: più felpato, più intimistico, più algido e geometrico, proprio come il suo protagonista, per il quale era difficile pensare ad un attore più adatto di Michael Fassbender. E, anche se l'azione e la violenza sono ben presenti a sprazzi, così come la varietà di location geografiche che sottolineano i diversi capitoli in cui la pellicola è divisa (Parigi, Santo Domingo, New Orleans, New York, Chicago), il cuore nero dell'opera è tutto nella programmazione, nell'attesa, nella preparazione puntigliosa, ovvero nelle regole ferree che il killer si è autoimposto per essere il migliore nel suo campo, per fare ciò che deve senza alcun moto di empatia, di dubbio o di ripensamento. In tal senso è illuminante ed emblematica la prima parte del film, magari lenta per alcuni ma assolutamente necessaria, in cui assistiamo alla vita monotona di un uomo invisibile, che potrebbe apparire come un anonimo turista tedesco, durante il suo lungo rituale preparatorio per l'esecuzione del prossimo "contratto". Giorni, ore, notti di appostamenti, osservazioni, pasti veloci, studio dei particolari, previsioni di possibili pericoli, prima di arrivare a sparare quel colpo fatale. E' abbastanza evidente che tutto questo sia una metafora del capitalismo moderno, dei suoi meccanismi, delle sue leggi ciniche, delle sue relazioni utilitaristiche e della sua totale mancanza di umanità. La seconda parte del film, più dinamica, è anche quella più convenzionale e, tutto sommato, meno interessante. E il finale, che potrebbe addirittura apparire sorprendente alla luce di quanto visto prima, lascia una sensazione a metà strada tra l'incerto e l'incompiuto.

Voto:
voto: 3,5/5

C'è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi

Nella Roma dell'immediato dopo guerra, Delia è il prototipo della "donna di casa" di quell'epoca: vive in un sottoscala di un rione popolare, è sposata con Ivano a cui ha dato 3 figli, accudisce il suocero scorbutico allettato che vive con loro, fa la casalinga e si arrangia con lavoretti quotidiani come fare rammendi o iniezioni a domicilio, prende regolarmente botte dal marito perchè ha il brutto vizio di rispondere sempre a tono. La sua figlia maggiore Marcella, che sta per fidanzarsi con un "buon partito" del quartiere, è la prima che non la capisce e la umilia accusandola di essere sciatta e sottomessa. I suoi unici alleati sembrano essere un gentile soldato americano di colore e uno spiantato meccanico, da sempre innamorato di lei, che non le è del tutto indifferente. Ma Delia ha un segreto celato in una lettera che tiene nascosta e che sembra darle la forza di tirare avanti, nonostante tutto. Esordio registico dell'attrice romana Paola Cortellesi che ha ideato, scritto (insieme a Furio Andreotti e Giulia Calenda), diretto e interpretato il film facendone totalmente una "sua creatura". Girata in bianco e nero e in formati diversi per richiamare il contesto d'epoca, questa commedia drammatica di ambientazione storica ha ottenuto uno straordinario (e impensabile) successo di pubblico e critica, sbancando il botteghino nazionale fino a diventare il nono incasso italiano di sempre, ovviamente senza tener conto dell'inflazione monetaria. L'enorme riscontro popolare (praticamente un plebiscito) ha premiato la visione della Cortellesi e anche la sua cifra stilistica di attrice e comica, dato che la pellicola rispecchia in pieno la sua esuberante personalità. Ma, come spesso capita in questi casi, non è tutto oro quello che luccica: se infatti è più che nobile l'intento di porre l'attenzione sulla questione dell'emancipazione femminile nel "belpaese", raccontando con ironia delle tragiche storie di ieri, ancora molto vicine temporalmente, ma che forse molti giovani di oggi nati con lo smartphone in mano ignorano del tutto, non si può far a meno di sottolineare come i modi didascalici e divulgativi siano scelti appositamente per arrivare proprio a tutti, nel modo più diretto e facile possibile. E se alcune scene sono indubbiamente notevoli (come quella delle botte di Ivano a Delia coreografata come una danza), altre risultano francamente forzate e inverosimili, compreso l'acclamato finale che è potente ma poco credibile. Pur gioendo dell'esordio così fortunato di una giovane regista (che ovviamente avrà un compito da "missione impossibile" nel suo eventuale secondo film), la sensazione rimane quella che il cinema italiano, al di fuori dei soliti pochi autori, ha sempre quello stampo ecumenico furbetto alla ricerca del consenso facile e largo. Poco coraggio, e sempre estrema attenzione a cavalcare l'onda di mode e ideologie di tendenza in modo edificante. 

Voto:
voto: 3/5

Napoleon (2023) di Ridley Scott

A partire dalla Rivoluzione francese del 1789, Napoleon segue la parabola dell'ascesa al potere supremo di Napoleone Bonaparte da sconosciuto militare, capitano d'artiglieria, a Imperatore. Oltre alle armi, alle battaglie e alle strategie politiche, il film racconta da vicino la burrascosa storia d'amore di Napoleone con Giuseppina. Come il vero Napoleone, due volte nella polvere e due volte sull'altare, la storia messa in scena da Ridley Scott si divide in due strade, tra straordinarie scene di guerra e una storia d'amore da romanzo d'appendice, che non s'incontrano mai. Napoleone secondo Ridley Scott. O della sfrontatezza, marchio di fabbrica delle ultime opere del regista britannico, penso a Tutti i soldi del mondo e a House of Gucci. Con sprezzo del pericolo, anche questa volta, alla prova del fuoco del personaggio mastodontico di Napoleone, cioè il mito che si confonde con la storia e non viceversa, Scott traduce e tradisce per i contemporanei l'ascesa al trono del mondo occidentale di Napoleone Bonaparte, politico e generale francese vissuto tra il 1769 e il 1821 cercando il film definitivo che contenga quelli precedenti, un po' anche quello sognato da Kubrick, con - tutt'insieme - il condottiero, il tiranno, il riformatore, l'imperatore, il traditore della Rivoluzione francese (d'altro canto il cartello iniziale recita che «le persone sono spinte dalla miseria alla rivoluzione» e viceversa) e l'Uomo. E per farlo non disdegna certo la scorciatoie di una narrazione lineare e precisa nei riferimenti, come una pagina di Wikipedia, che mette in fila (seppur a volte superficialmente come per le vicende delle due isole, Elba e Sant'Elena) tutti gli snodi fondamentali della sua storia, posizionando improvvisamente Napoleone nella scena del crimine sotto la ghigliottina della regina Maria Antonietta. Già da qui, già dalla prima scena inverosimile, è il mito di Napoleone che si confonde con la storia. Ma il mito va, ancora una volta, decostruito, riportato cioè dall'investitura mistica e divina a quella del cittadino che si autoincorona ritornando al futuro del Gladiatore di Ridley Scott d'inizio millennio con l'imperatore Commodo sempre interpretato da Joaquin Phoenix. Un uomo per di più proveniente dall'isola che fa dannare la Francia, un vero e proprio "delinquente corso" come viene apostrofato anche se il legame, fortissimo, di Napoleone con la sua terra non viene mai approfondito (peccato perché è proprio lì che il futuro sovrano aveva imparato a sparare sulla gente senza tentennamenti come vedremo nel film). Così ecco che la sceneggiatura di David Scarpa si preme di sottolineare la prosaicità del personaggio e, naturalmente, il suo essere pragmatico che lo porta a vincere la sua prima battaglia a Tolone contro gli inglesi e l'immediata promozione sul campo, con il sangue in faccia, da capitano a generale. Da qui inizia la caratterizzazione del Napoleone secondo Joaquin Phoenix che, potremmo dire con una citazione abusata ma esemplificativa, ha due espressioni, con la feluca e senza la feluca. Il suo non memorabile Bonaparte è un uomo meditabondo, a tal punto che si assopisce frequentemente facendo sorridere pure Arthur Wellesley, il duca di Wellington nella battaglia di Waterloo, interpretato da un perfetto Rupert Everett. L'ironia anglosassone sul francese Bonaparte si sente tutta, non sappiamo quanto influenzata dalla geopolitica degli autori (ci sono belle parole anche per noi quando Napoleon dice: «Ho già conquistato l'Italia che si è arresa senza combattere»). Certo le annotazioni più minime e minuziose disegnano un uomo mammone, l'unico che si tappa le orecchie quando parte la sua artiglieria con la quale, diceva in vita, "si vincono le grandi battaglie", uno che "ama le costolette" e che s'invaghisce di una Giuseppina, all'inizio rappresentata come una punk londinese, che lo invita a vedere la "sorpresa" che ha sotto la gonna e che in seguito lui prenderà sessualmente da dietro con il ritmo di un coniglio, e il particolare viene replicato nel film. La storia d'amore tra i due, senza grande alchimia tra Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby memore della principessa Margaret di The Crown, prende la piega del feuilleton facendo capolino anche nelle battaglie più epocali perché Napoleone è in continuo dialogo epistolare e mentale con lei. Infatti, se l'etimologia greca della parola 'storia' ci porta all'idea dell'"ispezione visiva", Napoleon di Ridley Scott costruisce proprio su visioni aneddotiche la descrizione dell'anima di un uomo che pensava in grande e che si voleva eternare, ecco dunque la sequenza dell'imprinting con la mummia sotto le piramidi, quella caduca della mosca nel vino e la problematica del figlio che Giuseppina non gli dà. Poi certo il film è fatto anche di grandi battaglie che il regista 'colora' (l'autore della fotografia è il fido Dariusz Wolski) a seconda della location, dal bianco di Austerlitz al nero di Tolone con tanto di colonna sonora tra "Kyrie Eleison" e canti polifonici corsi. Ridley Scott qui cerca l'epica, l'epopea, con le masse in combattimento che rendono bene l'idea dello schifo che è la guerra con un inevitabile rimando all'oggi con i soldati, morti che camminano, spostati come pedine. Ma le due narrazioni, quella austera, giustamente severa delle battaglie, e quella intima, quasi surreale nel kitsch della rappresentazione che cerca il comico, non s'incontrano mai. Inoltre, è bene ricordarlo, dal sublime al ridicolo c'è solo un passo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Napoleon_(film_2023)

Joaquin Phoenix
Vanessa Kirby
Tahar Rahim
Rupert Everett
Mark Bonnar
Paul Rhys
Ben Miles
Ludivine Sagnier

Voto:
voto: 3,5/5

Adagio (2023) di Stefano Sollima

Dopo la morte della mamma, il sedicenne Manuel vive conun padre anziano dal passato criminale, che lo vedeva celebre con il nome di Daytona, ma che ora sembra non starci più con la testa. A sua insaputa, il ragazzo viene ricattato da un gruppo di carabinieri corrotti per una storia di festini dalle ramificazioni politiche ben più grandi di lui. Nel tentativo di divincolarsi dal ricatto, Manuel si rivolge a un ex-compare del padre, Polniuman, che promette di fare da intermediario con il carabiniere Vasco, il quale però non può permettersi di perdere i soldi che gli erano stati promessi. Dopo essersi affermato anche all'estero come un tecnico dalle mani sicure, capace di dirigere buoni action muscolari, Stefano Sollima torna nella sua Roma. Ne aveva esplorato il sottobosco più oscuro in film come Acab e Suburra, oltre che nella serie che lo ha lanciato, Romanzo criminale. Ma in questa storia di bassa malavita, tra vecchi gangster malmessi e forze dell'ordine corrotte, sullo sfondo di una città in fiamme a un soffio dal post-apocalittico, Sollima trova una delle sue opere più compiute e mature. Merito sicuramente dell'esperienza affinata in Soldado e Senza rimorso, da cui riporta in patria un'impeccabile grammatica dell'action che al momento ha pochi eguali tra i nostri registi (numerose le sequenze degne di nota, piccole e grandi, tra cui un ottimo finale tra i binari della stazione Tiburtina). Ma l'azione senza il cuore e la testa conta poco, e rispetto anche a quanto fatto in passato Adagio beneficia enormemente di un rapporto diverso con il luogo che racconta: è forse la prima volta che si va oltre un certo sensazionalismo sulla Roma in rovina, che sembra sempre sottintendere un facile commento sociale solo perché di moda a livello nazionale. Non che ci sia molto di ambiguo nella capitale di Adagio, un luogo tentacolare e terminale, azzannato alle frange di ogni inquadratura da incendi tossici, blackout e da un clima asfittico, stretto nella morsa delle vecchie sopraelevate della tangenziale Est come un Kraken di cemento mobile che striscia sotto i palazzi. Eppure la disperazione è così palpabile da far assorbire questa caratterizzazione tra le fibre del dramma, una distopia già compiuta a cui tutti - specialmente il branco di malcapitati che si rincorre sull'asfalto rovente - sembrano essersi rassegnati, aldilà e al di qua dello schermo. E non solo a questo sono rassegnati i tre curiosi ritratti di vecchie leggende del crimine romano che si contrappongono allo spietato carabiniere di Adriano Giannini: in mano a interpreti d'eccezione come Valerio Mastandrea, Toni Servillo e Pierfrancesco Favino, diventano maschere memorabili di rimpianto e decadimento fisico, fantasmi che infestano i loro stessi appartamenti attendendo l'ennesimo trapasso. Il cinema di genere più riuscito deve in qualche modo sublimare se stesso, e Sollima non ha paura di "go big or go home"; soprattutto Favino è trasfigurato in una fisicità assieme viscida e ruvida, irriconoscibile sotto una calotta cranica calva che gli riscrive il rapporto tra testa e corpo. Affiancata dal lavoro sulla lingua più vero del vero, risulta in una prova eccellente perfino per la star più luminosa del nostro cinema, che peraltro è riuscito nel giro di un anno a completare una sua personale trilogia di straordinari film sulle città, visto che la Roma di Adagio va a inserirsi tra la Napoli di Nostalgia e la Milano di L'ultima notte di amore. Il resto è un mix di novità - il volto fresco del protagonista Gianmarco Franchini, all'esordio in mezzo a nomi pesanti senza farsi schiacciare, le belle musiche dei Subsonica - e di conferme di chi un certo genere crime dell'ultimo decennio ha contribuito a crearlo: la fotografia di Paolo Carnera, le scenografie sempre speciali di Paki Meduri, e la solida sceneggiatura di Stefano Bises, che scrive a quattro mani con Sollima. Insieme fanno del cinema sporco, sfacciato e consapevole, tutte cose di cui il genere a cui hanno scelto di dedicarsi ha - alle nostre latitudini - un disperato bisogno.

https://it.wikipedia.org/wiki/Adagio_(film)

Pierfrancesco Favino
Toni Servillo
Valerio Mastandrea
Adriano Giannini
Francesco Di Leva

Voto:
voto: 3,5/5

Maestro (2023) di Bradley Cooper

Dal momento in cui Leonard Bernstein piomba sul palcoscenico della Carnegie Hall, a soli 25 anni, a condurre per la prima volta la New York Philarmonic, cosa che farà per una leggendaria tenitura decennale, la sua ascesa è inarrestabile. Accanto a lui, durante la lunghissima carriera in cui alternerà l'attività di direttore d'orchestra a quella di compositore (anche per film drammatici come Fronte del porto e musical come West Side Story) a quella di insegnante e studioso della musica, c'è la moglie Felicia Cohn Montealegre, che condivide ogni sua passione ma mal tollererà le sue relazioni omosessuali. Come annunciato dai titoli di testa, "un'opera d'arte non risponde alle domande, le suscita", ed è la tensione fra risposte contraddittorie ad essere davvero degna di attenzione. Dunque anche la vita di un musicista gigantesco come Bernstein è il composito delle contraddizioni che hanno nutrito la sua espressione artistica. Maestro, scritto (con Josh Singer), diretto e interpretato da Bradley Cooper, è il racconto di una dualità profonda che coesiste in nome della libertà creativa e personale: performance coinvolgente e composizione solitaria, estroversione pirotecnica e tristezza interiore, etero e omosessualità. Dunque anche il film è diviso nettamente in due parti, la prima in bianco e nero e la seconda a colori, a rappresentare le due epoche del rapporto coniugale fra Leonard e Felicia. La prima metà è ben riuscita, ricca di espedienti narrativi e filmici che la rendono viva e movimentata: e si vorrebbe che diventasse un musical tout court, il che espliciterebbe in modo più efficace il rapporto fra finzione e realtà, vita e performance che ha caratterizzato il matrimonio dei Bernstein, suggerito anche dal formato cinematografico "autoriale". La seconda parte invece percorre terreni più convenzionali da biopic sentimentale, e trasforma il personaggio di Felicia, interpretato da Carey Mulligan, nell'opposto di come era stata rappresentata all'inizio: non più anima gemella di Leonard intellettualmente e artisticamente (Montealegre era stata un'attrice di successo) ma moglie rancorosa e ostile che ha scoperto di non potersi accontentare di ciò che il marito le può dare - nonché una prepotente che intima a Lenny di "non azzardarsi a dire la verità" sulle sue scappatelle (compresa una vera e propria relazione parallela). Fra l'altro nella realtà, oltre che uno spirito libero, Felicia era una nota attivista politica: aspetto del quale nel film non resta alcuna traccia. Maestro dà spazio quasi unicamente ai due protagonisti, a scapito di tutto il resto: sarebbe stato invece interessante capire il processo creativo e le scelte artistiche di Bernstein, e invece la sua musica rimane un (magnifico) sottofondo (per capire come raccontare un compositore spiegandone l'ispirazione e i ragionamenti basta ricordare Ennio); così come sarebbe stato utile approfondire i ritratti dei figli o della sorella del direttore d'orchestra (l'ottima Sarah Silverman) che rimangono invece figurine collaterali, e soprattutto il punto di vista degli amanti, trattati davvero come incidenti di percorso, al netto del primo piano sofferente di Matt Bomer. Maestro è nato sotto l'egida e la coproduzione di Steven Spielberg e Martin Scorsese che hanno affidato a Cooper la storia del "più grande direttore d'orchestra americano", e la loro fiducia non è mal riposta, perché il regista-sceneggiatore riesce a imbevere la storia di un dolore e un diniego segreti, una rassegnazione a "sopportare e sopravvivere" che effettivamente si leggevano nello sguardo del vulcanico musicista: nonché quell'"acuto senso della futilità" e quella "sindrome dell'impostore" che fanno pensare anche ad una possibile immedesimazione autobiografica di Cooper, la cui interpretazione nei panni di Bernstein è comunque eccezionale, fatta di voce e fisicità, conduzioni selvagge e composizioni tormentate, e di una fondamentale inaccessibilità mascherata da esuberanza, che fa pensare più ad un disturbo bipolare che alla depressione spesso citata nel film. Carey Mulligan invece soffre la dicotomia di un personaggio che fondamentalmente tradisce se stesso, e la personale tendenza a interpretare i ruoli in maniera stucchevole.

https://it.wikipedia.org/wiki/Maestro_(film_2023)

Carey Mulligan
Bradley Cooper
Matt Bomer
Vincenzo Amato

Voto:
voto: 2,5/5