martedì 1 novembre 2011

Taxi Driver (Taxi Driver, 1976) di Martin Scorsese

Il grande successo mondiale per Martin Scorsese arriva nel 1976 con “Taxi Driver”, unanimemente considerato il suo primo capolavoro. Premiato a Cannes con la Palma d’Oro ed osannato da critica e pubblico, il film entrò presto nell’immaginario collettivo per alcune memorabili sequenze (come dimenticare il monologo di Travis-De Niro allo specchio con quel “Ma dici a me ?”), divenendo un cult. E’ una storia ruvida e sordida di emarginazione, di violenza e di disperazione che scosse notevolmente le coscienze del tempo per i suoi forti contenuti e per il suo brutale realismo. Un grandissimo Robert De Niro interpreta Travis Bickle, un giovane disadattato e sociopatico, afflitto da insonnia e frustrazioni sessuali che, congedatosi dai marines, lavora come tassista notturno nelle strade di una New York, che ci viene mostrata come una pericolosa giungla urbana, tentacolare e psichedelica. Il mondo di Travis è un mondo di degrado, di alienazione e di solitudine, fatto da cinema a luci rosse e strade notturne e pericolose, dove la sua sola compagnia è quella fetta di umanità squallida e violenta che sale di notte sul suo taxi. Nella frase che spesso rivolge a se stesso (“Io sono nato per essere solo”) sta il senso più intimo e disperato della vicenda. Ma gli incontri con una prostituta minorenne (una convincente e giovanissima Jodie Foster) maltrattata da un protettore senza scrupoli e con la bella e sofisticata Betsy, assistente del senatore Palantine, fanno scattare qualcosa nell’animo di Travis, e la sua indolente apatia quotidiana si trasformerà in una violenta e rabbiosa reazione verso quelli che lui identifica come simboli di quel mondo che lo ha posto ai margini. Supportato da una fotografia livida e particolare e da una colonna sonora avvolgente, “Taxi Driver” è un film bellissimo, cupo, disperato, primitivo, dove il sangue e la violenza diventano l’unica forma di rivalsa in una società priva di valori e riferimenti, probabilmente ancora traumatizzata dal dopo Vietnam. Il film divenne subito, per molti giovani, il manifesto di una generazione confusa ed emarginata, l’incarnazione del suo disagio e della sua incapacità di collocazione di fronte ai rapidi mutamenti sociali, politici e culturali degli anni 70. Senza alcun dubbio è uno dei simboli cinematografici di quel periodo. Menzione speciale per le avvolgenti musiche del grande Bernard Herrmann che conferiscono uno stridente risalto alle fumose atmosfere del film.

Voto:
voto: 5/5

Apocalypse Now (Apocalypse Now, 1979) di Francis Ford Coppola

Dopo il secondo Padrino, Coppola si prende una lunga pausa di circa 4 anni per realizzare il suo progetto più ambizioso, il suo film più controverso e più bello: “Apocalypse Now” del 1979. Opera dalla gestazione lunga, complessa e tormentata, tra tifoni tropicali, malattie, litigi e costi di produzione esorbitanti, che portarono l’America Zoetrope sull’orlo della bancarotta. Per rigorose esigenze veristiche Coppola pretese di girare il film in estremo Oriente, precisamente nelle Filippine, e ciò dilatò a dismisura i costi ed i tempi di realizzazione. Alla sua uscita il film non ebbe il successo di pubblico sperato e divise totalmente la critica in due: una parte lo acclamò come capolavoro, soprattutto in Europa (non per niente la pellicola vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes), mentre un’altra parte (specialmente americana) lo massacrò, bandendolo come lento, lungo e fastidiosamente pretenzioso. Con il tempo, però, il film è stato giustamente rivalutato come un cult assoluto ed uno dei massimi capolavori della storia del Cinema. Chiariamo subito che “Apocalypse Now” è un capolavoro straordinario ed epocale, un’opera gigantesca, roboante, potente, psichedelica, visionaria, filosofica e politicamente scorretta: probabilmente davvero troppo per il 1979. Sebbene venga spesso catalogato come un film sulla guerra in Vietnam, tale affermazione, per quanto veritiera, è quanto meno riduttiva e semplicistica, per nulla in linea con la natura complessa e psicoanalitica della pellicola: “Apocalypse Now” è la metafora allegorica di un viaggio spirituale nelle zone più oscure ed ancestrali dell’animo umano. Coppola, dimostrandosi un genio allo stato puro, ribalta completamente la concezione di war movie del tempo, deludendo quindi chi si aspettava di vedere eroi saldi nei loro principi, pronti a dare la vita per la patria e l’onore. In questo film gli uomini sono semplici uomini, terrorizzati e sconvolti, codardi o coraggiosi a seconda delle circostanze, a volte assassini spietati ed amorali, e il confine tra bene e male sembra assottigliarsi e confondersi di continuo. Il film ci dice a chiare lettere che la guerra è solo orrore e coloro che la fanno cadono inevitabilmente nella follia, senza possibilità di fuga. E, sottilmente, Coppola non ci mostra nemmeno un vietcong, quasi a volere significare che il vero nemico è in realtà dentro di noi. Ispirato al racconto “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, il film è ambientato nel terzo anno della guerra in Vietnam: il capitano Willard (un eccellente e spiritato Martin Sheen), soldato sconvolto e confuso, viene scelto per una missione segreta e pericolosa: trovare ed uccidere il fantomatico colonnello Kurtz (un monumentale Marlon Brando), un eroe di guerra improvvisamente impazzito che si è rifugiato in un remoto angolo della giungla cambogiana, dove combatte una propria guerra personale, commettendo ogni sorta di atrocità. Il viaggio di Wilard, attraverso il Vietnam e la guerra, avviene risalendo un fiume (metafora di un percorso spirituale all’interno della propria coscienza) che lo condurrà, dopo tanti pericoli, al fatidico incontro con Kurtz e con i demoni della propria mente. Il viaggio di Wilard, risalendo il fiume Lung, è, come già detto, un’allegoria sulla ricerca del significato della morale e dei principi con cui essa regola la vita dell’uomo. La risposta che Coppola sembra darci è che ogni etica si fonda in realtà su convenzioni di falsità, e andrebbe quindi abbandonata per abbracciare una concezione mitica e primordiale dell’esistenza (un po’ quello che Freud definiva come processo primario, cioè non influenzato da processi intellettuali vincolanti). Questa è la strada scelta da Kurtz, ma è una strada senza uscita, perché senza le menzogne della morale si perviene sì ad una nuova primitiva purezza ed “onestà” ma, di contro, in assenza totale di etica e di cultura, si varca presto il confine del disumano, e si trova solamente “l’orrore”. Non a caso Kurtz esprime esattamente questi concetti nel suo ultimo magnetico discorso ad uno spaesato Wilard. La conclusione del film è dunque spiazzante e contraddittoria, è un paradosso irrisolvibile e, in definitiva, una non-conclusione: l’etica è un paradigma di menzogne inventate dall’uomo per giustificare le proprie terribili azioni (come l’omicidio o la guerra), ma, al tempo stesso, un uomo privo di etica non è più un uomo, ma un essere selvaggio e primitivo che cade nell’orrore. In questa visione amara e anti-utopica dell’uomo esplode il dramma di Kurtz, che ha smarrito la strada inseguendo la purezza, che ha negato il mondo senza però proporre nuove direzioni, che ha svelato l’enorme inganno che regola il destino umano ed ha capito che da esso non esiste uscita, se non la morte. E Coppola ci conduce, attraverso il fiume, in questo labirinto dell’animo umano, dove bene e male sembrano confondersi tra di loro. I punti cardine del film sono la falsa morale, che ha lo scopo di giustificare la guerra, rappresentata dagli alti ufficiali di Natrang, mandanti della missione; poi, ovviamente, Kurtz che sta all’altro polo e rappresenta la negazione della falsa morale. Questi due poli sono distanti, anche geograficamente: il primo nelle città ed il secondo nella giungla, metafora di un mondo primitivo che ubbidisce solo alle regole biologiche primarie. Su questa distanza si innesta la metafora del fiume e del viaggio, inteso come vita da vivere, che viene compiuto da Wilard; egli è il terzo punto cardine della vicenda, e rappresenta, probabilmente, la cultura umana nel suo procedere verso la conoscenza e la scoperta della natura dell’etica. Coppola è bravissimo nel presentarci Wilard come un personaggio ambiguo e senza apparenti qualità, a volte umano a volte spregevole, addirittura folle ed allucinato nella sequenza iniziale. E’ infatti fondamentale, per il suo ruolo di fulcro dinamico dell’impianto allegorico, che lo spettatore non empatizzi mai totalmente con lui. Il viaggio di Wilard è un viaggio quasi dantesco, suddiviso in varie stazioni (ciascuna con un proprio significato intrinseco) ed è il percorso errante della cultura umana che procede attraverso livelli diversi di conoscenza, liberandosi sempre più dalle scorie morali ed intellettuali, fino alla giungla, un non-luogo primigenio e mitologico, dove l’essere umano appare finalmente nella sua vera natura oscura, selvaggia e terrificante. La prima stazione è Natrang, dove gli alti gradi militari ubbidiscono alle leggi dell’etica e non hanno dubbi nell’illustrare a Wilard che cosa è giusto fare: “porre fine al comando del colonnello”. La stazione successiva è quella dove Wilard incontra il colonnello Kilgore (un carismatico ed ispirato Robert Duvall), personaggio grottesco ed inquietante, che combatte una sorta di guerra privata buttando napalm su villaggi contadini con la sua “cavalleria dell’aria”, al ritmo della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner, solamente al fine di procurarsi uno spazio utile per praticare il surf nei fiumi del Vietnam. Kilgore è sicuramente uno dei personaggi indimenticabili della pellicola, e la sua lucida follia (“mi piace l’odore del napalm al mattino”) contiene il significato di questa seconda stazione: il relativismo dell’etica, ovvero la morale che cambia e si adatta alle situazioni contingenti ed alle singole necessità, sebbene irrazionali (in questo caso il surf). Da questo relativismo si comincia già ad intuire la natura falsa della morale, secondo la visione di Coppola ovviamente. La terza tappa è la spettacolare base militare edificata su una piattaforma nel fiume, dove assistiamo allo spettacolo erotico delle playmates, giunte fino a qui per risollevare ed allietare l’animo dei soldati. Il suo significato sono gli istinti, le pulsioni non razionali insite nell’uomo, pulsioni sessuali ma anche di violenza e di morte: infatti lo spettacolo viene interrotto per l’atteggiamento minaccioso della folla e le conigliette sono costrette alla fuga per evitare il peggio. La cultura si sta gradatamente allontanando dalla morale e dalla razionalità. Da questo punto in poi si varca il confine della terra oscura, il punto di non ritorno e dopo il casuale incontro con la tigre (un richiamo a Dante ?), si arriva alla stazione del samprà di pescatori, dove una perquisizione ordinaria si trasformerà in una crudele strage di innocenti. Un ulteriore allontanamento dalla morale ed un ulteriore e irreversibile passo avanti negli istinti più ferini e brutali della natura umana. Straordinariamente esplicativa, in tal senso, la terribile scena di Wilard che spara senza alcuna emozione alla ragazza ferita, per spazzar via (anche da se stesso) ogni possibile tentazione di tornare indietro. La penultima tappa, prima dell’Inferno, è il ponte di Do Lang, dove Coppola ci presenta l’anarchia assoluta, soldati sbandati e senza comando, confusi e terrorizzati, automi che uccidono, piangono ed imprecano senza più chiedersi il perché. Ormai la morale è totalmente sparita, l’unica guida è l’istinto di sopravvivenza, il più antico ed ancestrale. Dopo il ponte c’è la Cambogia, o meglio, come dice Wilard, “c’è solo Kurtz”. L’ultima stazione è la giungla, il regno di Kurtz, un luogo del pensiero, un luogo del mito, un regno pagano, dove esiste solo l’istinto più puro e primordiale, la morte, la violenza, l’orrore. Qui Kurtz è Dio, è Padre, è Re, adorato e venerato da indigeni, rinnegati e disertori, accorsi in questo Inferno in terra come per rispondere ad una chiamata. Visivamente straordinaria la scena dell’arrivo “alla fine del fiume”, un immenso momento da storia del cinema. Kurtz è il simbolo dell’uomo che si è definitivamente liberato da ogni falsità morale ed ha raggiunto uno stato di “purezza” animale, selvaggia e spaventosa: le sue azioni, per quanto possano essere orribili, non sono immorali, perché superiori al giudizio ed alle fasulle leggi dell’etica. Egli è ritornato alle origini, alle radici, all’alba dell’uomo e questo regno dell’irrazionale, da lui creato nel cuore della giungla, vive e respira all’unisono con lui, quasi in uno stato di eterna sospensione. Kurtz è veramente la fine del viaggio, l’ultimo stadio della conoscenza, qui la cultura e la morale trovano la loro negazione, l’orrore allo stato puro, la fine (cosa sottolineata anche dalla canzone dei Doors, “The End”, scelta dal regista come commento musicale). Eccellente la scelta di Coppola di costruire tutto il film su Kurtz-Brando (il vero protagonista della vicenda) senza però mostrarlo mai, tranne che nei minuti finali, in un inquietante ed ammaliante gioco di luci ed ombre. Eppure, per tutta la pellicola, lo evoca, ce ne fa sentire la presenza terribile e angosciosa, ne avvertiamo l’autorità ed il magnetismo, come Wilard siamo attratti e spaventati dall’idea di lui, a mano a mano che si risale il fiume. Con un espediente narrativo tipico delle tragedie alfieriane, il regista porta ai massimi livelli l’attesa e le aspettative verso questa figura, rendendo così ancora più titanica la sua entrata in scena. La presenza scenica di Brando, ed il suo naturale carisma fanno il resto. Le poche scene del film in cui compare Kurtz-Brando sono entrate giustamente di diritto nella storia del cinema. Ma la cultura non può accettare la negazione di sé, per questo Kurtz deve morire, deve essere ucciso, in un barbaro rituale di purificazione (si noti il parallelo tra la fine di Kurtz e quello del toro), perché la cultura possa mondarsi e ricominciare da capo. Così Wilard uccide Kurtz, in un atto sanguinoso e quasi edipico, ed il mondo da lui creato finisce, ma quello che ha vinto è davvero il Bene? Con Wilard sopravvive solo Lance, che ha saputo adattarsi alle varie situazioni del viaggio, si è persino temporaneamente calato nel mondo istintuale di Kurtz (si ricordi la sua totale partecipazione al rito tribale dell’uccisione del toro). Lance è uno spirito aperto e permeabile, non ha paura di abbandonarsi a nuove percezioni della conoscenza o ad esperienze stranianti, usa pesanti dosi di LSD per amplificare i suoi ricettori non razionali. Forse, Coppola vuol dirci che è proprio lui la speranza per il futuro, perché il viaggio possa riprendere. Ma il film si chiude ancora con un’eco lontana delle parole di Kurtz (“l’orrore, l’orrore”) perché chi ha visto l’Inferno non potrà più dimenticarlo. “Apocalypse Now” è considerato l’ultimo film della così detta “New Hollywood”, di cui Coppola è stato il padre fondatore, e chiude nel migliore dei modi un periodo artisticamente altissimo ed irripetibile per il grande regista. Da qui in poi inizierà, inevitabile, la discesa. Nel 2001 ne è uscita una versione "Redux" che reintegra circa 40 minuti di scene tagliate dal montaggio originale ma il risultato è un film meno compatto ed inutilmente appesantito rispetto al cuore della storia basato sul triangolo Wilard-fiume-Kurtz. La versione cinematografica originale resta insuperata ed insuperabile.

La frase:Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l'orrore. L'orrore ha un volto e bisogna essere amici dell'orrore. L'orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici
 
Voto:
voto: 5+/5

La strada (1954) di Federico Fellini

Capolavoro straordinario, fu un trionfo mondiale, che sancì la definitiva affermazione del giovane Federico Fellini. “La strada” (1954) vede realizzarsi le ambizioni poetiche di Fellini, attraverso la storia disperata, eppure illuminata dalla luce della “grazia”, di tre girovaghi di provincia, artisti di strada sospesi tra miseria, brutalità e spiritualità. Il personaggio della protagonista Gelsomina, vittima “innocente” di un mondo incapace di percepirne la sensibilità, commosse il pubblico di tutte le latitudini e fece dell’interprete Giulietta Masina (moglie del regista) una delle icone del cinema mondiale, mentre il film ebbe un enorme successo anche di cassetta, e fruttò all’autore il primo premio Oscar. Il nome di Fellini fu accostato a quello di un antico maestro come Chaplin (per la sensibilità poetica) e di uno, all’epoca nuovo, come Kurosawa (per l’amore per gli umili e lo spirito umanistico). Favola on the road in salsa picaresca, dove i protagonisti sono maschere simboliche piuttosto che veri personaggi, è, in realtà, una metafora sul peccato cristiano e sulla triste condizione della donna, che raggiunge ineguagliate vette di alta poesia. Quelli che non si fecero commuovere furono i critici di sinistra, che accusarono il film di “poeticismo”, sentimentalismo e cedimenti a una retorica di stampo cattolico. Tutte accuse faziose e strumentali, che non hanno impedito al film di rimanere nella memoria collettiva come un capolavoro di umanità e poesia.

Voto:
voto: 5/5

Persona (Persona, 1965) di Ingmar Bergman

Tra i tanti capolavori del Maestro svedese è, probabilmente, quello più ostico a causa della sua natura altamente sperimentale nella confezione estetica che, unita all'astrazione simbolica ed alla matrice psico-analitica, ne fanno uno dei massimi vertici del cinema d'avanguardia. Opera molto sentita da Bergman, che per concepirla si ritrasse in un lungo isolamento meditativo, Persona è un intenso dramma psicologico centrato su due soli personaggi, ancora due donne, una delle quali non parla mai. E' una famosa attrice (Liv Ulmann), bloccata in un silenzio inspiegabile ed assistita da un'infermiera (Bibi Andersson), che finirà soggiogata dalla personalità dell'altra. E' un film di alta maestria registica, una riflessione su temi complessi (già affrontati in forma meno ermetica ne Il volto) come quello dell'identità dell'attore, dell'antinomia tra persona e personaggio, del "mistero" del transfert artistico e della sua influenza sul pubblico. E' anche uno dei film più difficili di Bergman, che non offre spiegazioni ma si esibisce in una sorta di virtuosistica esercitazione, di grande rigore formale e ricca di stimoli (ci sono perfino richiami, assolutamente insoliti per il regista, alla cronaca e alla politica, oltre che soluzioni stilistiche di tipo sperimentale, come la pellicola che si blocca e sembra prendere fuoco). L'esplorazione bergmaniana della psiche femminile raggiunge qui il suo punto più alto, enigmatico, oscuro e, a suo modo, definitivo. Il film è chiaramente collegabile, per tematiche ed estetica, ad altri due capolavori degli anni '60: di Fellini e L'avventura di Antonioni, per quanto la pellicola di Bergman risulti ben più glaciale ed "asettica" nella sua rigorosa messa in scena. Da menzionare (come in tutti i film dell'autore) l'elevata densità tematica, le interpretazioni di altissimo livello e la qualità straordinaria della fotografia del fido Sven Nykvist.

Voto:
voto: 5/5

Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch, 1969) di Sam Peckinpah

Capolavoro assoluto del genere western, diretto dal "bad boy" del cinema americano, Sam Peckinpah, per il quale l’autore prima pretese e poi riuscì a godere di una insolita libertà d’azione rispetto ai produttori, notoriamente pronti a massacrare i suoi film al montaggio per i contenuti "politicamente scorretti". Aperto da una fallita rapina in banca, che si risolve in un massacro, e chiuso da una carneficina segnata dal furore, dal sangue e dalla morte, “Il mucchio selvaggio” segna un punto di non ritorno per il genere western. Se Leone (che intanto ha girato altri 3 western, siamo nel 1969) aveva esasperato le modalità di rappresentazione della violenza, con distorsioni sarcastiche, ed aveva enfatizzato spasmodicamente la scena madre di ogni western, cioè il duello finale, Peckinpah va oltre, realizzando un climax conclusivo (una sparatoria apocalittica in bilico tra la resa dei conti e la battaglia) della durata di circa 7 minuti, che nessun western successivo (nemmeno dello stesso Peckinpah) è riuscito a superare per violenza, spettacolarità ed intensità emotiva. In pratica Peckinpah realizza il western “definitivo”, quello oltre il quale non si può più andare, suonando così una sorta di campana a morte per il genere, che infatti si è andato poi lentamente estinguendo (ad onta di qualche occasionale, e talvolta riuscita, esumazione). Splendido visivamente, “Il mucchio selvaggio” è caratterizzato da una “poetica della violenza”, che si esprime attraverso l’uso del ralenti e trasforma la morte in un balletto di astratta eleganza, con iperbolici spruzzi di sangue e movimenti coreografati e quasi sospesi, all’interno di sequenze di frenetico dinamismo e straordinario risalto plastico. Il montaggio magistrale e la capacità dell’autore di dominare il caotico materiale narrativo fanno del film un capolavoro assoluto, che, secondo gli appassionati, contende a “Sentieri selvaggi” di Ford il titolo di più bel western della storia. L’altro tema, oltre quello della violenza e della demistificazione delle morti “pulite” dei western tradizionali, è quello del tramonto del West, che Peckinpah esprime con toni malinconici e struggenti (l’azione è datata al 1913, e gli antieroi del film, più che sbandati e fuorilegge, sono “fuori tempo” e destinati perciò alla disperazione e alla sconfitta).

Voto:
voto: 5/5

Un bacio e una pistola (Kiss Me Deadly, 1955) di Robert Aldrich

Dopo il successo del western “Vera Cruz” (1954), Robert Aldrich fonda una propria casa di produzione indipendente, la “Associates & Aldrich”, e realizza un B-movie a basso costo, ma talmente sfavillante d’ingegno da conquistarsi una straordinaria stima critica: si tratta di quello che per molti è il suo capolavoro assoluto, “Un bacio e una pistola” (“Kiss Me Deadly”, 1955), una delle vette del noir statunitense, un vero e proprio “tour de force” stilistico di tipo quasi sperimentale (titoli di testa che scorrono all’incontrario, riprese sbilenche, posizioni anomale della macchina da presa, vertiginose inquadrature dal basso o dall’alto, immagini fortemente contrastate o deformate dall’uso del grandangolo, chiaroscuri espressionistici, ecc.). Particolarmente violento per l’epoca, con punte di crudeltà mitigata in parte da tocchi di umorismo nero, il film richiama il cinema di Welles per la potenza delle immagini e l’inventività della regia. Tratto da un romanzo di Mickey Spillane, mette in scena un detective, il famoso Mike Hammer, che uguaglia e supera i delinquenti per spregiudicatezza e mancanza di scrupoli, e verso il quale l’occhio del regista è sarcastico e sprezzante come nei confronti di tutti i personaggi, nella loro esagitata lotta per un “oggetto” di cui non conoscono nemmeno la natura (si rivelerà alla fine una cassetta di materiale radioattivo, che riuscirà fatale per tutti). In verità il film non ha alcun successo in America e viene praticamente ignorato in Italia. Sono i soliti francesi dei “Cahiers du cinema” che, già entusiasti per “Vera Cruz”, restano folgorati da questa nuova opera, dichiarando Aldrich la rivelazione del 1955, e ponendo le basi del progressivo riconoscimento che ha fatto di “Un bacio e una pistola” uno dei “cult movies” per antonomasia.

Voto:
voto: 4/5

Rififì (Du rififì chez les hommes, 1955) di Jules Dassin

In questo periodo della sua carriera il regista Jules Dassin viene bollato come “comunista” dalla commissione McCarthy e messo all’indice da Hollywood. Rifiutando l’abiura (che avrebbe comportato la denunzia di altri presunti “cospiratori”), resta esule in Europa ed inoperoso a lungo. Fortunatamente la sua ormai consolidata fama di maestro del noir gli procura l’occasione di firmare, in Francia, uno di capolavori assoluti del genere (e, per me, il suo miglior film) “Rififì” (Du rififì chez les hommes, 1955). Tratto da un violento e “nerissimo” romanzo di Auguste Le Breton, il film è in completa sintonia con la crudele visione del mondo di Dassin ed è popolato da eroi laconici e disillusi, la cui stoica filosofia di vita li proietta in una dimensione astratta di ribelli a un destino che, tuttavia, li sovrasta e li distrugge. Insieme ai precedenti “Giungla d’asfalto” (1950, di John Huston) e “Grisbì (1953, di Jacques Becker), “Rififì” completa la triade dei maggiori capolavori del noir (genere che ne annovera moltissimi, ma questi citati sono, a mio avviso, inarrivabili). Se il Kubrick di “Rapina a mano armata” è stato influenzato indiscutibilmente dall’Huston di “Giungla dasfalto”, così Melville lo è stato dai citati film di Becker e Dassin. Anzi, gli estimatori di Melville che non li conoscono farebbero bene a vederli, per misurare i debiti contratti dal loro beniamino (certamente anch’egli un maestro del noir, senza peraltro più titoli all’attivo di Dassin nel genere) con gli illustri predecessori.. Il film di Dassin fece scalpore (fu anche tagliato dalla censura italiana perché troppo particolareggiato nella descrizione di tecniche criminali), e moltissime scene entrarono in una ideale antologia del cinema, da quella muta (della durata di mezz’ora) della rapina a quella finale della corsa in auto del gangster morente, carica di tragico lirismo. Un’ultima annotazione a margine: oggi nessuno sembra ricordarsene più, ma il celebre “I soliti ignoti” nacque come parodia di “Rififì” (a dimostrazione del grande successo del film), ed oggi è paradossalmente più noto del modello (almeno in Italia)!

Voto:
voto: 4,5/5

Giungla d’asfalto (The Asphalt Jungle, 1950) di John Huston

Questo è il capolavoro assoluto di Huston, “Giungla d’asfalto” (The Asphalt Jungle, 1950), vertice del noir americano, i cui meriti trascendono tuttavia i limiti dei “generi” (tecnicamente questo è un gangster movie e il capostipite dei “caper movies”, cioè dei film basati sulla preparazione e realizzazione di una rapina scientifica, al quale sarà debitore anche il Kubrick di “Rapina a mano armata”), per configurare un’opera di classica misura, dominata da un alto senso tragico e da un ineluttabile fatalismo esistenziale. Il regista riprende il tema del fallimento in chiave di meditazione sul destino dell’uomo, trovando nella perfezione formale una complementare rispondenza all’altezza dell’ispirazione. Tutto il film è ammirevole, ma alcune sequenze sono entrate in una antologia ideale del cinema (da quella muta della rapina, alla morte di Hayden accanto al cavallo che gli sfiora il viso col muso). Interpretazioni eccellenti da parte di attori poco noti ma bravissimi, tra i quali si ricorda, in una delle prime brevi apparizioni, la giovanissima Marilyn Monroe, già smagliante per bellezza e potere di seduzione. Il film, prodotto dalla MGM, ha un grande successo e colloca definitivamente Huston tra i grandi Maestri dello schermo.

Voto:
voto: 5/5

Il mistero del falco (The Maltese Falcon, 1941) di John Huston

Il detective privato Sam Spade viene ingaggiato da una donna per svolgere una delicata indagine. Si ritroverà coinvolto in una pericolosa vicenda che vede degli avventurieri senza scrupoli in lotta per il possesso di una statua d'oro che raffigura un falcone. "Il mistero del falco" è un film mitico, un capolavoro che, per una convenzione stabilita dagli studiosi, viene ritenuto il primo esemplare (e quindi il modello archetipo) del genere noir. Sarebbe arduo addentrarsi nella questione della definizione del termine “noir” , ancor oggi praticamente irrisolta, perché, in realtà, esso non esiste come genere preciso, ma abbraccia una miriade di altri generi, dal gangster movie alla detective story, dal poliziesco al mistery, dal film carcerario a quello giudiziario, e si connota soprattutto per le atmosfere, le tonalità e lo stile di rappresentazione delle singole storie. Almeno un brevissimo cenno, poi, per l’autore del romanzo, Dashiell Hammett, lo scrittore più rappresentativo della hard-boiled school, la cosiddetta scuola dei “duri”, che innovò profondamente, negli anni ’20, il genere poliziesco (ancora ancorato allo schema a “indovinello” dei romanzi di Conan Doyle e poi di Agata Christie), sottraendolo alla asettica astrazione dei modelli inglesi, e conferendogli l’energico dinamismo e la realistica concretezza derivati da esperienze reali ed adottati dai nuovi scrittori americani. “Il mistero del falco” tecnicamente è una detective story, ma la definizione di noir è pertinente per il clima di ambiguità, cupidigia e mancanza di scrupoli in cui si muovono gli infidi personaggi, e per la evocazione di un mondo equivoco, dai contorni incerti e dalle atmosfere minacciose, tutti elementi che conferiscono al film il suo persistente fascino. Huston realizza una aderente versione cinematografica del romanzo di Hammett, facendo del detective Sam Spade un eroe cinico, disincantato e pragmatico ma con un personale codice morale, che diventerà il modello per una lunga schiera di epigoni (a cominciare dal Philip Marlowe dei molti film derivati da Chandler). Nello stesso tempo, sottolinea il tema della vanità degli sforzi umani (quando gli avventurieri, che danno la caccia al falcone d’oro, scoprono che si tratta di una copia falsa, Spade rifletterà amaramente, dopo i delitti avvenuti a causa sua, che esso è "fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni"), e, conseguentemente, il tema del "fallimento", che tornerà in molti suoi film, tanto che, almeno inizialmente, egli fu considerato dalla critica il cantore dei "perdenti".

Voto:
voto: 5/5