domenica 15 dicembre 2013

I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli

Una banda di sedicenti ladruncoli (il pugile Peppe, il neo papà Tiberio, il fannullone Mario, il siculo Ferribotte e l'ingordo Capannelle) progetta il colpo della vita sotto la guida di un vecchio "maestro" del crimine: entrare nel banco dei pegni abbattendo la parete divisioria di un appartamento attiguo e scassinare la cassaforte. Per pianificare ogni dettaglio i nostri si affidano alle cose che hanno visto nei film americani e alle lezioni del "maestro". Finirà tutto con una grande abbuffata di pasta e ceci. Per molti è l'iniziatore del genere "Commedia all'italiana": capolavoro di Monicelli che mette in campo la più famosa squadra di ladri del cinema italiano. Film nato senza particolari ambizioni (doveva essere solo una parodia del celebre Rififì di Dassin, come si usava all'epoca nei confronti di film di successo), ma dotato di una sceneggiatura rifinitissima e di un cast stratosferico (il famoso Totò accanto a un inedito Gassman brillante, e ad attori allora emergenti come Mastroianni, Salvatori e le giovanissime Claudia Cardinale e Carla Gravina). E' una commedia divertentissima che si avvale della magistrale orchestrazione di Monicelli (autentico maestro nel campo) e delle caratterizzazioni dei personaggi, con la geniale invenzione di nuovo attore comico (in grado di reggere il confronto con l'unicum Sordi), Vittorio Gassman. Gassman aveva un lungo percorso di interprete alle spalle, prestigioso in campo teatrale (Shakespeare, Alfieri, la tragedia greca) e controverso in campo cinematografico (avendo girato numerosissimi film, avventurosi o drammatici, spesso in ruoli da villain come in Riso amaro (1949), di De Santis, e poi anche negli USA, ma senza mai sfondare). Era stimato, ma considerato "antipatico" (come il Sordi degli inizi), fin quando, all'improvviso, il personaggio de I soliti ignoti lo lanciò verso una nuova e felicissima carriera nella commedia, aprendo la strada ad altri attori che furono "scoperti" in quegli anni, da Tognazzi (recuperato dal varietà e dai film comici in coppia con Raimondo Vianello) a Manfredi, anch'egli pescato da parti di fianco in commediole farsesche. E' stato il primo film comico italiano in cui compare esplicitamente la morte e uno dei pochi ad affrontare il tema dell'amicizia virile con tale miracoloso equilibrio tra umorismo e dramma, velato da una sottile vena di malinconia. Ebbe uno straordinario successo di pubblico ed è famoso in tutto il mondo. Ha avuto due seguiti e due remake hollywoodiani.

Voto:
voto: 4,5/5

I vitelloni (1953) di Federico Fellini

Opera atipica e spiazzante per l'epoca, superò le iniziali perplessità, imponendosi come il frutto di un autore importante ed originale e un nuovo modello di cinema intimistico ed autobiografico, capace per virtù stilistiche, sincerità di ispirazione ed universalità dei contenuti, di affermarsi e farsi capire dal pubblico di tutto il mondo, nonostante la forte connotazione italiana della vicenda (questa caratteristica, comune alle opere successive, farà di Fellini l'autore nazionale più apprezzato all'estero). La storia dei cinque amici, giovani fannulloni di provincia, la cui vita trascorre tra scherzi goliardici e inutili speranze, ha influenzato numerosissime pellicole in diversi paesi, come Calle Mayor in Spagna (1955, di J.A. Bardem), Giovani mariti in Italia (1958, di Bolognini), e, in America, Mean Streets (1972, di Scorsese) American Graffiti (1973, di George Lucas) e All American Boys (1979, di Yates), solo per citare le più importanti. E' la pellicola nella quale emergono numerosi temi ricorrenti (di ispirazione prevalentemente autobiografica) nella filmografia di Fellini, come la poetica della memoria, l'influenza del contesto familiare e dell'educazione cattolica, la monotonia e la ristrettezza culturale della vita di provincia, la smania di evasione e le aspirazioni frustrate. E' anche il film in cui Sordi (fino ad allora inviso al grande pubblico) comincia a mettere a punto il proprio personaggio cialtronesco, cinico e meschino, già inaugurato ne Lo sceicco bianco, ponendosi in controtendenza rispetto agli stereotipi del protagonista bello, leale, aitante, allora in voga. Vista la grandezza dell'Autore la mera definizione di commedia può apparire riduttiva, ma questo capolavoro, per il cinismo e la cialtroneria dei personaggi, può essere considerato un nobile precursore della Commedia all'italiana.

Voto:
voto: 4,5/5

Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica

Il piccolo Totò nasce sotto un cavolo in un orto, dove viene raccolto dalla dolce vecchina Lolotta, per poi finire in un orfanotrofio dopo la sua morte. Diventato grande va a vivere in una baraccopoli di barboni alle porte di Milano, dove predica i buoni sentimenti e compie miracoli grazie all'aiuto dello spirito guida della sua madrina Lolotta, che non lo ha mai abbandonato. Quando sotto il terreno della bidonville viene trovato il petrolio, la polizia usa la forza per scacciare i poveri reietti che vi abitano. Totò compie allora il suo ultimo miracolo, grazie al quale tutti i disperati volano via da Piazza del Duomo a cavallo di una scopa verso un futuro migliore. Film cruciale, e nodale, nella filmografia di De Sica. E' una favola gentile e surreale, sebbene fortemente ancorata alle problematiche sociali dell'epoca, che segnò il passaggio del grande regista dal neorealismo alla "commedia" magica. Attraverso un innovativo (e visionario) uso della dimensione fantastica si celebra la poesia della povertà con toni che oggi sarebbero definiti "spielberghiani". Tratto dal romanzo "Totò il buono" (1943) di Cesare Zavattini, piacque tanto agli americani (non a caso si avvale di effetti speciali made in USA curati dall'esperto Ned Mann), fu criticato dalla sinistra per l'abbandono del neorealismo e anche dalla destra per i suoi contenuti "scomodi" che denunciano il maltrattamento dei poveri emarginati per mano delle istituzioni. La celebre sequenza delle scope volanti fa parte della storia del cinema e ha ispirato molti cineasti a venire (lo stesso Spielberg ha ammesso di esserne stato influenzato per il decollo delle biciclette in E.T. l'extraterrestre). Fu premiato a Cannes con la Palma d'Oro. Ha, evidentemente, poco a che fare con la classica "Commedia all'italiana" ma  costituisce comunque un unicum nella nostra commedia in senso più generale. Dopo questo film De Sica approderà totalmente alla commedia popolare e "popolaresca".

Voto:
voto: 3,5/5

Cloud Atlas (Cloud Atlas, 2012) di Tom Tykwer, Lana Wachowski, Lilly Wachowski

Ambizioso e magniloquente progetto, in coproduzione internazionale, diretto dal tedesco Tom Tykwer e dai Wachowski bros, subentrati in corso d'opera. Tratto dall'altrettanto ambizioso romanzo di David Mitchell (L'atlante delle nuvole) è un film "grande" (ma non un grande film) che mescola fantascienza, dramma, noir e commedia, portando avanti un'idea, a metà strada tra il filosofico e l'esoterico, di interconnessione predestinata tra storie e personaggi ("eletti") di epoche diverse. Supportato da un cast notevole (Tom Hanks, Halle Berry, Hugh Grant, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess) il film è diviso in 6 episodi interlacciati di varia collocazione temporale e geografica: la Polinesia di fine '800, la Scozia degli anni '30, la California degli anni '70, la Gran Bretagna del presente (2012), la Seoul del 2144 ed una nuova preistoria post apocalittica del 2321. La narrazione procede a balzi, in modo discontinuo ed a volte confuso, per evidenziare la suggestiva teoria che "tutto è connesso" in un gioco di reincarnazioni e di destini incrociati. Il risultato finale è un film ampiamente irrisolto, disomogeneo, altalenante, troppo lungo e dai troppi toni. Numerose sono le cadute di stile ed i momenti fastidiosamente grotteschi, in particolare gli episodi diretti da Tykwer sono quelli più deboli. I Wacho, pur abusando della loro estetica cyber punch infarcita dalla consueta metafisica dozzinale (Matrix docet), garantiscono, quanto meno, un'interessante dimensione visiva, specialmente nell'episodio del 2321. L'eccessivo trasformismo degli attori, spesso truccati in modo pacchiano per interpretare ruoli differenti in età differenti, ha il suo apice trash in Jim Sturgess agghindato come Keanu Reeves/Neo nell'episodio della Seoul futuristica, tra l'altro assai conforme all'estetica di Matrix. E' un vero peccato perchè l'idea di base era interessante e il progetto avrebbe meritato miglior sorte se fosse finito in altre mani.

Voto:
voto: 3,5/5

Fight Club (Fight Club, 1999) di David Fincher

Un anonimo impiegato depresso e insonne, dedito a una vita banale fatta di stereotipi e formule preconfezionate dal consumismo imperante, cerca strade alternative frequentendo gruppi d'ascolto per malati terminali. L'incontro casuale in aereo con il carismatico Tyler Durden, bello, ribelle e "maledetto", cambierà per sempre la sua vita. I due giovani daranno inizio a un leale sodalizio fondando insieme il "Fight Club": luogo clandestino dove ci si massacra di botte a mani nude per sentirsi vivi e abbattere l'ideologia perbenista del potere. In breve i loro seguaci si moltiplicheranno in modo esponenziale fino a diventare un piccolo esercito sotterraneo di uomini pronti a tutto. In questo modo il diabolico Tyler sta progettando la sua personale rivoluzione, per distruggere il sistema oligarchico attraverso una progressiva azione eversiva che lo consuma dall'interno, fino ad esplodere in un simbolico attacco finale. Ma chi è veramente Tyler Durden ? Cult assoluto degli anni '90, è un thriller anarchico a tinte surreali di forte impatto visivo, scritto bene, diretto meglio ed egregiamente recitato dal formidabile trio di interpreti (Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter). La notevole carica eversiva del film, unita alle numerose scene di violenza, gli causò non pochi problemi all'uscita relegandolo in una ingiusta sordina che non meritava. Ma già l'uscita in home video ne ampliò fama e fortuna, specie presso il pubblico giovanile, facendogli assumere presto il ruolo di cult assoluto. La regia di Fincher è ipnotica e avvolgente, unendo all'estrema perizia tecnica il genio visionario necessario ad una storia del genere: sporca, cattiva, improbabile e sopra le righe. Il sottotesto politico anticonsumistico è grossolano, furbo, ma estremamente potente nella sua diabolica malia, proprio come il personaggio luciferino di Tyler Durden, divenuto icona trasgressiva di ogni ribellione nichilista. Il messaggio spicciolo che proviene dal film (la violenza come risposta al vuoto interiore portato dal capitalismo occidentale) fece parecchio discutere e molti accusarono il regista di "gioco sleale" o di "perversa manipolazione" per il famoso finale a sorpresa. Raccontato in un unico lungo flashback (che contiene diversi indizi rivelatori del colpo di scena finale), è tratto dal romanzo omonimo di Chuck Palahniuk ed è leggibile a più livelli di lettura sotto la sua scorza di action movie: satira intellettuale, opera "a tesi", metafilm che vale anche come allegoria del cinema per le motivazioni alla base delle azioni del protagonista: rendere la realtà conforme ai propri desideri. Nonostante alcuni eccessi, è una pietra miliare della filmografia di Fincher e uno dei film obbligatori degli anni '90, da vedere e godere per quello che intimamente è: una scurrile "favola" sovversiva dall'anima oscura.

La frase: "Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club. Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida "basta", si accascia, è spompato, fine del combattimento. Quarta regola: si combatte solo due per volta. Quinta regola: un combattimento alla volta, ragazzi. Sesta regola: niente camicia, niente scarpe. Settima regola: i combattimenti durano per tutto il tempo necessario. Ottava ed ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club... dovete combattere! "

Voto:
voto: 4,5/5

Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990) di Martin Scorsese

Capolavoro gangsteristico firmato Scorsese che segna il suo ritorno, in grande stile, alle storie di strada di quella complessa realtà italo-americana a lui ben nota. E se Taxi Driver è il suo film manifesto, questo è il suo lavoro più maturo e compiuto. "Il più grande film di mafia dopo Il Padrino" recita la frase di lancio della pellicola, affermazione assolutamente veritiera. Con tono epico e nostalgico Scorsese racconta trent'anni di omicidi, rapine, droga, amori, matrimoni, tradimenti, pranzi, feste, attraverso la storia di tre amici cresciuti nello stesso malfamato quartiere: Henry Hill (Ray Liotta), italo-irlandese ammaliato dalla vita dei "bravi ragazzi", Jimmy Conway (Robert De Niro), irlandese furbo ed elegante, e Tommy DeVito (Joe Pesci, nella performance della vita, premiato con l’Oscar), paranoico killer italo-americano che si fa strada a colpi di pistola. Il film è raccontato attraverso gli occhi di Henry e procede per balzi temporali, mostrando l'escalation dei tre nel mondo criminale fino all'inevitabile caduta. Scorsese è sicuramente il migliore nel rappresentare la quotidianità del crimine e l'assuefazione alla violenza, e qui lo fa con uno stile asciutto e verista, evidenziando la cruda "banalità" dell'orrore e, quindi, anche il suo lato debole. Straordinaria sceneggiatura, splendida fotografia evocativa che vira nel rosso, impeccabile scelta delle musiche, eccelse tutte le interpretazioni degli attori (Pesci e la Bracco su tutti), con un De Niro meno appariscente del solito. Scorsese realizza un superbo affresco di violenza, uno spaccato criminale visto dal di dentro, non attraverso gli occhi della "cupola", come avviene ne Il Padrino, bensì attraverso quelli della manovalanza, che cerca di farsi strada nel sottobosco mafioso. Ed una menzione speciale va data alla regia: tecnicamente straordinaria, incredibilmente espressiva nel suo approccio viscerale, con il totale controllo della materia trattata ed una miriade di sequenze memorabili. Su tutte mi piace citare il piano sequenza dell'ingresso di Henry e Karen nel night club, con la mdp che "pedina" gli attori e ci svela, gradualmente, quel mondo parallelo popolato da loschi figuri e sinistri personaggi. Questa scena ha influenzato notevolmente i cineasti a venire, si pensi, per esempio, a P.T. Anderson che l'ha quasi replicata in Boogie Nights. E' stato il mafia movie definitivo; vista la sua grandezza sarà difficile dire altro sull'argomento. E infatti il pur ottimo, e successivo, Casinò è stato parzialmente messo in ombra da questo imperdibile capolavoro.

La frase: "Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster

Voto:
voto: 5/5

La cosa (The thing, 1982) di John Carpenter

Una base scientifica americana in Antartide viene attaccata da una letale creatura aliena precipitata sulla terra e capace di prendere le sembianze degli esseri viventi con cui viene in contatto, mutando così continuamente il suo aspetto. L'ingresso della "cosa" (così viene chiamata dai membri della base) nella stazione scientifica avviene attraverso un cane husky sfuggito ai suoi cacciatori, che in realtà intendevano eliminare il parassita alieno. Sarà l'inizio di un lungo incubo di sangue e di morte che porterà tutti a sospettare di tutti, perchè la "cosa" può essere chiunque fino a che non si manifesta in tutto il suo orrore. Horror sci-fi di forte impatto visivo, grazie agli effetti speciali truculenti (davvero notevoli per l'epoca) che assicurano lo shock dello spettatore. Remake di un classico del 1951, La "cosa" da un altro mondo, diretto da Christian Nyby e Howard Hawks (non accreditato), ne dilata l'orripilanza estetica ma ne eredita il senso più profondo: la riflessione sulla natura umana in condizioni di isolamento forzato e la paura del "mostro" che può nascondersi in chiunque, nel tuo vicino, persino in noi stessi. Come al solito in Carpenter, autentico maestro del genere horror, la tensione è garantita e il finale aperto costituisce un valore aggiunto per la fertile ambiguità che ne deriva. Tante le scene divenute cult per i fans dell'horror ma quella dell'esame del sangue resta indimenticabile. Buona interpretazione del granitico Kurt Russell che, in quel periodo, ebbe un fortunato sodalizio artistico con il regista. Nel suo genere fu uno dei più riusciti horror degli 80's. Inquietanti e funzionali le musiche di Ennio Morricone.

Voto:
voto: 3,5/5

Harry a pezzi (Deconstructing Harry, 1997) di Woody Allen

Film atipico nella filmografia del grande regista americano e, probabilmente, uno dei suoi più personali. Allen (che ha scritto, sceneggiato, diretto ed interpretato il film) rinuncia sia alla tipica delicatezza del tocco che alla cerebralità compulsiva, preferendo un tono più aggressivo, caotico e, a tratti, "rancoroso". Infatti, dopo gli scandali sentimentali che gli costarono gli strali del perbenismo americano, questo film è la sua risposta a tutto questo: il protagonista, Harry Block (Allen), è, infatti, la proiezione scenica di ciò che i moralisti d'oltre oceano pensano di lui. Block è uno scrittore ebreo frustrato, depresso, sessualmente vorace ed inquieto, capace di produrre entropia in tutto ciò che tocca, dalla vita sentimentale a quella professionale e che riesce ad essere "vero", piuttosto che "doppio", solo nei suoi libri. E', probabilmente, il più viscido dei tanti personaggi interpretati da Allen sul grande schermo. Il risultato è un film diseguale, squilibrato, a volte confuso ma, comunque, ricco. Ricco di momenti surreali impagabili, ricco di trovate visive suggestive e, soprattutto, ricco di momenti di assoluta comicità che lo rendono tra i più divertenti Allen dell'ultimo periodo. Non mancano le solite frecciate alla religione ed al suo dogmatismo, nè gli immancabili omaggi ai suoi "maestri" cinefili. Cast ricco ed ispirato. Da riscoprire.

Voto:
voto: 3,5/5

American beauty (American beauty, 1999) di Sam Mendes

Il quarantaduenne Lester odia il suo lavoro da impiegato e la sua vita noiosa di marito falsamente felice, con una moglie insopportabile pignola e una figlia in piena crisi adolescenziale che lo detesta. Il momento topico della sua giornata è la masturbazione mattutina sotto la doccia. Quando  Lester incontra la sexy "lolita" Angela, compagna di scuola di sua figlia, la sua esistenza subisce una botta di adrenalina e una brusca accelerata verso un repentino cambiamento. Il nostro si dedica all'attività fisica per migliorare il suo corpo, lascia il lavoro, inizia a fumare canne fornitegli da un giovane vicino di casa infatuato di sua figlia e mette le cose in chiaro in famiglia facendo capire con veemenza chi porta i pantaloni in casa. Ma, al momento di trasformare in realtà le sue fantasie sessuali con la bella Angela, avrà più di una sorpresa. Memorabile esordio del talentuoso Mendes con questa commedia nera che tratteggia un affresco al vetriolo sui vizi della classe media americana, resa ormai flaccida dalla corrosiva opulenza del consumismo e dalla frenetica corsa del mondo occidentale verso fasulli ideali di "benessere". Come già mostrato da Altman il sogno americano è diventato incubo, ma lo sguardo di Mendes è meno bonario e sornione di quello del "grande vecchio" di Kansas City. Grazie anche ad un cast straordinario (menzione speciale per Spacey e la Bening ma tutti sono da applausi) mette in scena una lucida e feroce analisi della crisi di un mondo (la middle class occidentale) e di un'istituzione (la famiglia) che ha perso i propri riferimenti in nome di edonismo ed egoismo. Molte le scene straordinarie ed il finale, che stinge nel thriller e in cui nessuno è quel che diceva di essere, ci lascia senza fiato, fino ad un epilogo, amaro e poetico, che contiene tutto il senso del film. E' uno dei rari casi in cui l'Academy Awards ha premiato la qualità per un film scomodo, tagliente, politicamente scorretto e imperdibile, addirittura insuperabile per il perfido rigore provocatorio. Il film riscosse un grande successo di pubblico e critica e vinse una marea di premi tra cui 5 Oscar: miglior film, regia, Kevin Spacey attore protagonista, sceneggiatura e fotografia. La città che si vede (ripresa dall'alto) all'inzio e alla fine del film è Sacramento.

Voto:
voto: 4,5/5