domenica 4 gennaio 2015

La parola ai giurati (12 Angry Men, 1957) di Sidney Lumet

Dodici giurati sono chiusi in una stanza di tribunale per decidere sulla colpevolezza di un ragazza sbandato, accusato di aver ucciso il padre per rapina. Essendo in gioco la sedia elettrica, e quindi la vita dell’imputato, si richiede che il verdetto venga emesso in modo unanime. All’inizio i più propendono per la colpevolezza del giovane ma il giurato n. 8, pungente e riflessivo, con le sue opportune argomentazioni saprà instillare il “ragionevole dubbio” nella giuria fino all’assoluzione dell’imputato. Straordinario esordio cinematografico di Sidney Lumet con questo capolavoro classico e senza tempo, che costituisce una magistrale lezione di cinema da camera arguto, raffinato, scritto benissimo e recitato in modo impeccabile da un cast sontuoso in cui svettano Henry Fonda e Lee J.Cobb. Antesignano del “legal thriller”, è uno dei migliori film americani ambientati in un tribunale per la sua ammirevole capacità di coniugare denuncia civile, rigore morale, approfondimento psicologico dei personaggi, impegno sociale, densità tematica, compiutezza formale. La giuria dei dodici rappresenta, evidentemente, un microcosmo simbolico della società americana in cui ogni membro, non a caso senza nome ma individuato da un numero, è un archetipo: dal liberale al conservatore, dal conformista al cinico, dal razzista al superficiale. Il tribunale è, altresì, un luogo metaforico, iconico, istituzionale, dove confluiscono i peccati (e quindi i mali) del mondo ma anche le buone intenzioni, gli ideali forti (la giustizia in primis) e le decisioni importanti, quelle che determinano vite e destini e che, a volte, segnano un'epoca storica. Nonostante una velata “perfidia”, che si esplica nella caustica critica verso i malcostumi della società statunitense, il positivismo tipico dell’autore, figlio della sua rigida educazione religiosa di connotazione ebraica, non impedisce il lieto fine che, in questo caso, non sminuisce il valore della pellicola perché coerente con la dignità morale che ne pervade ogni sequenza. Rifatto da Friedkin nel 1997  in una più dinamica versione televisiva, è il capolavoro del grande regista di Philadelphia.

Voto:
voto: 5/5

Dillinger è morto (Dillinger è morto, 1969) di Marco Ferreri

Un industriale benestante torna a casa dal lavoro ma si ritrova a girare a vuoto tra strade anonime tutte uguali ed oggetti surreali. Nel suo appartamento trova una pistola, avvolta in un foglio di giornale, su cui campeggia la notizia dell’uccisione del gangster John Dillinger. Quasi rapito dalla scoperta, l’uomo prima cerca di copulare con la domestica, poi tenta il suicidio ed infine uccide la moglie, nel sonno, con l’arma trovata. Senza provare alcun rimorso scappa via, imbarcandosi su un battello che fa rotta verso isole tropicali, ma che naviga verso un sole palesemente finto, come a dire che non esiste possibilità di fuga. Marco Ferreri, genio controverso e “scandaloso” del nostro cinema d’autore, voce perennemente dissonante ma di straordinaria sensibilità artistica, ha raggiunto la notorietà internazionale con questo film dissacrante e “maledetto”, di cui molti criticarono l’inaudita violenza concettuale senza sforzarsi, però, di leggerne le ragioni. Capolavoro grottesco di caustica ferocia ed altissimo spessore metaforico, è una delle opere migliori dell’autore milanese ed uno dei film fondamentali nel rinnovamento del cinema italiano che ebbe luogo, tra gli anni ’60 e ’70, grazie ad autori come Ferreri, Pasolini, Antonioni, Bertolucci. Tra straniamenti onirici ed ellissi paradossali, il regista disegna, con geometrica precisione ed ineluttabile perfidia, una spietata critica alla borghesia, al consumismo, alla società del “benessere”, alla perdita di senso, di valori e di idee prodotte dall’annichilimento delle coscienze che inseguono una felicità edonistica basata sui beni materiali, sul possesso e sull’apparire. Come sempre in Ferreri tutto è dilatato, distorto sotto la lente del grottesco, che deforma ogni cosa per restituircela come simbolo, provocazione, sensazione, che intende stimolare la pancia più che la mente. Sebbene sia un’opera altamente sperimentale per stile e messa in scena, garantisce una coerenza tematica ed un rigore analitico che lasciano ammirati, pur obbedendo ad una chiara impostazione “a tesi”. Tra surrealismo ed avanguardia, Pirandello e Flaubert, pessimismo e disincanto, feticismo e dannazione, quest’opera di rottura è una delle più lucide e spiazzanti apologie sull’alienazione nella società borghese mai viste al cinema, come solo autori alla stregua di Antonioni e Buñuel han saputo realizzare con pari efficacia. In questa colta apocalisse esistenziale, rassegnata e visionaria, spiccano, nel cast, i francesi Michel Piccoli e Annie Girardot.

Voto:
voto: 5/5

Una giornata particolare (Una giornata particolare, 1977) di Ettore Scola

Nel maggio 1938, durante la visita di Hitler a Roma, la casalinga Antonietta, madre affaccendata di sei figli, resta da sola perché tutti i suoi familiari e le persone del suo stabile sono andate alla trionfale parata in onore dell’alleato germanico. Conosce per caso Gabriele, radiocronista disoccupato suo dirimpettaio che è in attesa di essere mandato al confino perché accusato di omosessualità. Tra i due nascerà un potente e indefinibile sentimento che metterà a confronto due personalità notevoli quanto dimesse, due spiriti affini capaci di volare alto ma tarpati dal molesto giogo di un ingombrante regime e delle ottuse convenzioni sociali. Ed anche se durerà per un giorno soltanto sarà vero, intenso ed entrambi ne usciranno, in qualche modo, cambiati, prima di rituffarsi nell’ordinario grigiore. Eccellente dramma storico dai toni autunnali, è il capolavoro dell’autore insieme alla celebre epopea di costume C’eravamo tanto amati, ed è una delle vette indiscusse del cinema italiano. Sebbene ambientato quasi tutto in interni, il grande comprensorio popolare dove vivono Antonietta e Gabriele, la contestualizzazione del momento storico cruciale del ventennio fascista è formidabile soprattutto grazie ai dialoghi e all’interpretazione dei due bravissimi protagonisti, Marcello Mastroianni e Sophia Loren, che ne incarnano alla perfezione il plagio ingenuamente subito e la vigile, ma impotente, opposizione intellettuale. I due grandi attori, per l’ennesima volta in coppia sul grande schermo, ci offrono qui una delle loro performance più alte, intense ed espressive. Antonietta è il simbolo perfetto di quell’italietta popolana, ignorante, servile e meschina che fu adeguatamente manipolata dai proclami del Duce. Gabriele rappresenta, invece, quell’elite culturale di sinistra che cercò invano di opporsi e che non si piegò mai completamente, ma fu costretta a soccombere di fronte alla violenza squadrista anche a causa della mancanza di organizzazione. Notevole è anche la scelta registica di far sentire l’onnipresente sottofondo degli apparecchi radiofonici accesi nei vari appartamenti, a volume alto, da cui si ascolta la voce del radiocronista, che commenta le varie fasi della visita romana di Hitler. Tutto questo ha una triplice valenza: ulteriore puntualizzazione dell’ambito storico, angosciante bombardamento psicologico (ovvero il “lavaggio di cervello” subito dal nostro paese in quel tempo) e continuo richiamo alla beffarda realtà rispetto al “sogno” di evasione sentimentale vissuto dai protagonisti. Raffinato e toccante, pregno di una garbata umanità che diventa genuina emozione nelle scene topiche, senza mai ricorrere alla facile retorica populista o al melenso sentimentalismo, impreziosito dalla splendida fotografia virata in seppia, è una straordinaria istantanea di quel mondo che oggi appare così lontano pur essendo temporalmente vicino. La solitudine dei due personaggi, che diventa la chiave di volta per l’avvicinamento prima emotivo e poi fisico, è quello di un’intera nazione smarrita, illusa, ingannata e condotta, per inerzia, suo malgrado, alle soglie del baratro di un conflitto mondiale da cui sarebbe uscita violata, spezzata, martoriata, umiliata, calpestata e mai più la stessa di prima. Antonietta e Gabriele sono entrambi vittime del regime, ma in modo del tutto diverso perché ne è diversa l’estrazione sociale, il ruolo civile ed il livello culturale. Ma tutti e due portano negli occhi il segno dolente della sconfitta ed il presagio di un futuro incerto, spaventoso, a suo modo ineluttabile. E nel loro incontro la solitudine dell’uno si specchierà in quella dell’altro, riconoscendosi in un fugace gemellaggio emotivo. Tra sentimenti e storia, una giornata di fuga dalle rispettive amarezze e dalle rispettive “prigioni” diventa una scintilla di consapevolezza, un barlume di speranza, una suprema illuminazione, che il mondo possa essere diverso, e migliore, di come ci viene presentato e di come il potere ci impone di credere. Ed il finale, per quanto amaro ed inevitabile, contiene un velato alone di fiducia nel domani, una possibilità di risveglio della coscienza, con Antonietta che legge il libro, I tre moschettieri, donatole da Gabriele, ignorando il marito-padrone che la richiama ai suoi “doveri” in camera da letto. Questo splendido inno all’amore ed alla libertà, che si erge a monito supremo contro le dittature, ebbe due candidature agli Oscar (miglior film straniero e Mastroianni), ma dovette accontentarsi del Golden Globe al miglior film. Una curiosità: nella pellicola recita in un piccolo ruolo Alessandra Mussolini, nipote della Loren e del Duce.

Voto:
voto: 5/5

Il conformista (Il conformista, 1970) di Bernardo Bertolucci

Alla vigilia del secondo conflitto mondiale, Marcello Clerici, spia al soldo della polizia politica del regime fascista, si reca a Parigi, in luna di miele, con la bella moglie Giulia. Ma il viaggio è una copertura che nasconde una missione segreta: l’eliminazione del professor Luca Quadri, suo vecchio insegnante di filosofia, che è un dissidente antifascista riparato in Francia per sfuggire alle persecuzioni politiche. Ma il pavido Marcello, uomo lubrico e senza qualità, s’invaghisce di Anna, la giovane e procace moglie del professore, e, avvinto dalla libidine, inizia ad esitare, mettendo in discussione la sua “fede” nel partito, verso il quale era stato sospinto, anni prima, da un traumatico senso di colpa per un presunto delitto a sfondo sessuale e dal suo atavico opportunismo. Tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, è il capolavoro assoluto di Bertolucci, il suo miglior film, purtroppo quasi sconosciuto ai non cinefili. Sontuoso dramma storico di incredibile eleganza e raffinata impaginazione, a cui la splendida fotografia del grande Vittorio Storaro dona uno splendore visivo, un’esuberanza cromatica ed un’espressività stilistica di magistrale fattura e di preziosa suggestione. L’utilizzo geniale delle luci e le inquadrature oblique ci immergono completamente in un limbo di ipnotico straniamento, che rappresenta la personalità inquieta e multipla del protagonista, un vigliacco insicuro, un camaleonte politico, sempre pronto a schierarsi con i più forti per nascondere la propria innata codardia. E Bertolucci rende questo pusillanime, che cade sempre in piedi, il simbolo dell’italiano medio di quegli anni oscuri ed amari: un ipocrita voltagabbana in balia del vento mutevole della storia, un giorno sostenitore osannante del regime e quello dopo antifascista radicale. Attraverso le subdole “gesta” di Marcello Clerici, il regista riesce a fornire una lucida e sconsolante istantanea del periodo più oscuro e vergognoso della storia italiana, in cui l’ambiguo divenne il paravento necessario alla sopravvivenza ad ogni costo. Geniale l’idea di rendere il tormento esistenziale e politico del protagonista, e quindi dell’Italia intera di quegli anni, attraverso il mito della caverna di Platone, attingendo ad una teoria di astrazione superiore e, quindi, di portata universale. Con un montaggio concentrico fatto di continui slittamenti temporali, il film si arricchisce del doppio livello narrativo che mescola abilmente l’erotismo alla politica in una commistione conturbante ed intellettualmente stimolante. Maturo ed onesto, coraggioso e provocatorio, questo splendido apologo dell’ambiguo contiene in forma già florida tutte le tematiche care al regista parmense: il sesso voluttuoso, sia in forma etero che omo, l’impegno politico, la critica storica, la lettura problematica delle relazioni umane, e, non ultima, l’adorata Parigi, simbolo vivente di un immaginario possibile di libertà e trasgressione. Da segnalare anche il cast straordinario con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda e Gastone Moschin. E infine una gustosa curiosità: l'indirizzo e il numero di telefono del professor Quadri, la vittima predestinata, corrispondono a quelli del regista Jean-Luc Godard, maestro spirituale di Bertolucci insieme a Pasolini, che quindi intende, con questo film, “uccidere” metaforicamente il suo tributo artistico con il geniale autore parigino, come segno di una consapevole raggiunta maturità.

Voto:
voto: 5/5

Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1983) di Francis Ford Coppola

A Tulsa, Oklahoma, vive Rusty James, un sedicenne sbandato e violento, svogliato a scuola, con padre alcolizzato, madre fuggiasca ed un’idolatria per il fratello maggiore, partito per la California sulla sua moto. Rusty è un ragazzo di strada, che trascorre il suo tempo tra risse e pericolose sfide notturne con la gang di teppistelli di cui è capo indiscusso. Un giorno l’adorato fratello ritorna, ma le cose non andranno affatto nel modo sperato dal giovane Rusty. Coppola ritorna sul tema delle bande giovanili di strada dopo il precedente I ragazzi della 56° strada, adattando nuovamente un romanzo di Susan Eloise Hinton, scegliendo la medesima ambientazione (Tulsa), lo stesso attore protagonista (Matt Dillon), ma con personaggi diversi ed una splendida fotografia in bianco e nero al posto del fiammeggiante colore del predecessore. Per questi motivi Rusty il selvaggio viene solitamente, ma un po’ impropriamente, definito come un seguito ideale de I ragazzi della 56° strada. Stilisticamente gelido nel suo bianco e nero, che si compiace di spiazzare lo spettatore con lampi espressionisti che rimandano al cinema tedesco degli anni ‘20, quest’opera autorevole dai tratti onirici si pone come una lucida riflessione sul malessere sociale della provincia americana, in cui vizio, degrado e mancanza di prospettive sociali generano un’aberrante sottocultura della violenza come unico mezzo di espressione tribale per ottenere un’affermazione individuale che sia riconosciuta dalla comunità. Il contesto ambientale è mostrato con una ricostruzione antirealistica, angosciante e visionaria, quasi sospeso in un limbo di allucinata sospensione, perché filtrato attraverso la soggettiva inquieta di Rusty. Dal punto di vista estetico Coppola dà sfogo al suo innato barocchismo citando a ripetizione Lang, Ejzenštejn  e persino Welles per l’utilizzo sfrenato del grandangolo, dando così vita ad un film ricchissimo, prezioso ed assolutamente artistico per la spiccata verve creativa che mira alla suggestione simbolica più che all’esposizione didascalica. Oltre al protagonista vanno segnalate le buone interpretazioni di Mickey Rourke e Dennis Hopper, nei panni del fratello e del padre di Rusty. Assolutamente geniale, e di finissima valenza simbolica, il paragone tra i giovani sbandati ed i pesci combattenti del titolo originale, gli unici ad apparire a colori nella sequenza dell’acquario; come espresso a chiare lettere da Rusty, i pesci, probabilmente, non combatterebbero tra loro se non fossero costretti in uno spazio angusto ma nuotassero liberi, nel fiume. La metafora è evidente.

Voto:
voto: 4/5

Guerre stellari (Star Wars, 1977) di George Lucas

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana: una principessa in pericolo, un giovane cavaliere (Jedi) coraggioso, un avventuriero sfrontato, un vecchio maestro dimenticato e due robot combattono l'Impero del Male incarnato nel sinistro Dart Fener, signore del lato oscuro della Forza, l'antica energia che permea tutte le cose dell'universo. Folgorante primo episodio della celeberrima saga fantascientifica che ha stregato il pubblico di ogni latitudine, riscuotendo un oceanico successo popolare e condizionando in modo irreversibile l’industria cinematografica hollywoodiana. Ha dato vita ad un’irripetibile fenomenologia di costume, ben superiore agli effettivi meriti del film stesso, che ha fatto proseliti in tutto il mondo, creando un’iconografia che si è impressa in modo indelebile nell’immaginario collettivo. Diretto in maniera brillante da Lucas, è un’avventurosa favola fantastica che attinge a piene mani da svariate fonti: dal fumetto al fantasy, dal cinema classico alle vecchie leggende, dalla narrativa popolare alla pittura astratta. La buona alchimia tra i membri del cast (in particolare i tre protagonisti Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher), un villain memorabile (Dart Fener), gli straordinari effetti speciali, il substrato metafisico (la Forza), una serie di mirabolanti trovate visive (le light saber, la Morte nera), la creazione di un universo che riesce a stare in piedi con coerenza, sospendendo l’incredulità del pubblico, i riusciti inserti comici (i robot C-3PO e C1-P8) e la sfavillante colonna sonora di John Williams ne fanno molto più che un "carrozzone" di mirabilie tecnologiche. Vanta al suo attivo 6 premi Oscar (scenografia, musica, montaggio, costumi, effetti speciali, effetti sonori), tre prequel, due sequel, più altri tre attualmente in preparazione. Ha anche avuto una deprecabile serie di rimaneggiamenti in digitale per ottenerne nuove versioni, uscite negli anni successivi, a scopo commerciale. Ha posto George Lucas a capo di un "impero" economico, rendendolo uno dei "padroni" di Hollywood. Nel suo genere, ovvero la fantascienza mainstream, è un capolavoro.
 
La frase: "Che la forza sia con te!"
 
Voto:
voto: 4,5/5

The Doors (The Doors, 1991) di Oliver Stone

Biografia visionaria di Jim Morrison diretta, con passione e personalità, da Oliver Stone, che si è sempre dichiarato un grande fan del leader dei Doors, e qui si è concesso diverse licenze per privilegiare il "romanzo" rispetto al "documento", filtrando gli eventi attraverso il suo sguardo di sanguigno appassionato. Sospeso tra lirismo tragico e straniamento allucinato, il film abbraccia gli eventi principali della vita di Morrison, "profeta" maledetto degli anni '60, simbolo vivente della contro cultura e del "cupio dissolvi" che tanti artisti, giovani e dannati, si sono portati addosso con la filosofia della vita al massimo, votata all'autodistruzione, tra droghe, sesso e abusi di ogni tipo. Senza moralismi nè esagerate agiografie, Stone privilegia l'aspetto carnale e sensuale di Morrison e, con la sua tipica dimensione "barocca", ne tratteggia un affresco vibrante ed eccessivo che inneggia alla leggenda più che al realismo. Dal punto di vista stilistico l'opera anticipa, e in un certo senso prepara, il successivo e controverso Assassini nati - Natural Born Killers, che rappresenta l'apice della sperimentazione estetica del regista newyorkese. Nel cast spicca Val Kilmer, impressionante nella sua trasformazione nel divo "maledetto", mentre Meg Ryan, nel ruolo della fidanzata "storica" Pamela Courson, non appare la scelta migliore. Straordinarie le musiche dei Doors, che fanno da coprotagonista più che da colonna sonora, e le magiche atmosfere degli anni '60, sapientemente ricostruite grazie alla fotografia ingiallita, per un'opera potente ma disomogenea, un elogio concitato che ha i suoi momenti migliori nelle conturbanti sequenze oniriche. Alla sua uscita divise i fans dei Doors per aver posto in secondo piano l'aspetto "filosofico" e sociale del Morrison pensiero.


Voto:
voto: 3,5/5

Casinò (Casino, 1995) di Martin Scorsese

Sam "Asso" Rothstein, gran giocatore d’azzardo, viene messo dalla mafia italoamericana a dirigere un casinò di Las Vegas, il Tangiers. Le cose vanno alla grande per lui e per i clan ma, nella sua orbita, gravitano il pericoloso gangster Nicky Santoro, violento e incontrollabile, e la splendida Ginger McKenna, bionda e sexy, di cui "Asso" s'innamora follemente fino a sposarla, anche se lei resta perennemente invaghita del suo amore giovanile, il viscido Lester, un poco di buono che la sfrutta per lucrarle denaro a profusione. Da questo intreccio di umanità all’eccesso nascerà una situazione esplosiva che genererà un bagno di sangue. Cinque anni dopo quel capolavoro assoluto che è Goodfellas, Scorsese torna a dirigere un gangster movie d’autore, ancora una volta basato su un romanzo di Nicholas Pileggi, "Casino: Love and Honor in Las Vegas", a sua volta ispirato alla storia vera di Frank "Lefty" Rosenthal ("Asso") e del gangster Anthony Spilotro (Santoro). Il risultato è, ancora una volta, un film eccellente, violento, teso, visivamente straordinario, con sequenze memorabili, travolgente nel ritmo fino all’apoteosi "purificatrice" finale che è un crescendo di morte di alto magistero tragico. La mano del grande regista newyorkese è inconfondibile e l’ispirazione è quella dei tempi migliori, anche in una storia più complessa, più ambiziosa, con tante sottotrame tutte egregiamente sviluppate e tenute insieme dalla consueta voce fuori campo, vero marchio di fabbrica dell’autore. Non vale quanto il superlativo predecessore a causa di una certa ripetitività degli eventi e dei personaggi, in cui di certo non aiuta la scelta dei medesimi attori protagonisti (Robert De Niro e Joe Pesci) che accentua il senso di déjà vu. Ma la presenza di una bravissima Sharon Stone, nel ruolo centrale di Ginger e nell’interpretazione più importante della sua carriera, il perfetto equilibrio tra melodramma e gangster-movie, la regia dinamica e sontuosa capace di coniugare tensione drammaturgica, furia visiva ed un alto senso del cinema di abbagliante potenza visiva, lo rendono un nuovo capolavoro ed una ennesima pietra miliare nell'itinerario di Scorsese: un appassionante, cruento e lucido documento sulla scalata al potere della mafia alla "città del peccato" negli anni '70, quando i casinò venivano usati dal crimine organizzato come fonti di profitto e di riciclaggio del denaro "sporco". Il film contiene due tra le sequenze più scioccanti e brutali del cinema dell'autore: la spietata esecuzione finale a colpi di mazza da baseball e la tortura con la testa nella morsa. Una candidatura agli Oscar per la radiosa Sharon Stone come miglior attrice protagonista.

Voto:
voto: 4,5/5

L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ, 1988) di Martin Scorsese

Dal controverso romanzo del greco Nikos Kazantzakis, Scorsese ha tratto il film scandalo annunciato: maledetto a priori, osteggiato dai cattolici, proibito dalla chiesa, bandito ancor’oggi in diversi paesi, accusato da più parti di blasfemia e oscenità oltraggiosa per la comunità cristiana. Il grande regista italoamericano ha sempre sentito molto l’argomento religioso, che ha pervaso tutti i suoi primi film attraverso un sofferto percorso interiore dei suoi personaggi, tradotto in termini di tormento, espiazione e redenzione. In tal senso questo film “alternativo” sul Cristo, a lungo meditato tra rinvii e ripensamenti, era quasi inevitabile per l’autore newyorkese. Il risultato è un’opera ambiziosa, prolissa, magniloquente, viscerale, sanguigna nei toni e nei colori, non sempre equilibrata e con punte di spettacolarizzazione gratuita che ubbidiscono all’enfasi che esala dal progetto. Tra momenti visionari notevoli e maldestre cadute di stile, l’autore ci presenta una rilettura umana del Cristo, tratteggiato come insicuro, imperfetto e corroso dai dubbi di fronte al peso schiacciante della sua alta missione ed alle tentazioni della carne, personificate nel corpo “generoso” di una voluttuosa Maddalena. La rilettura predetta si ispira, chiaramente, al capolavoro pasoliniano Il Vangelo secondo Matteo, per le atmosfere primitive e per la concezione di un Cristo umano prima che divino, benché  non ne raggiunga mai né la densità simbolica né la statura poetica. Con evidenti problemi di miscasting (Willem Dafoe e Harvey Keitel sono bravissimi ma hanno, evidentemente, poco a che vedere con i testi sacri) ed un furore estetico che non si sublima mai in una reale dimensione artistica, il film trova i suoi momenti migliori nel controverso momento onirico, ovvero la tentazione finale, e suprema, in cui Gesù, morente sulla croce, immagina un destino alternativo ed una vita “normale” accanto alla Maddalena e poi, alla morte di questa, a Marta, sorella di Lazzaro, da cui avrà una famiglia. Il forte accostamento tra Cristo e la sessualità, che ha fatto tremare i polsi del cattolicesimo romano per la promiscuità tra il sacro intoccabile ed il tabù primigenio, si risolve in un’iperbole surreale di alto spessore visionario che fornirà poi un risalto trionfale ancora maggiore all’inevitabile, e liberatorio, “tutto è compiuto”, che abbiamo imparato ad accettare dogmaticamente per tradizione.  Sono quindi ridicole le accuse mosse al film che ha coraggio, personalità e, alla fine dei conti, conferma la tradizione cattolica dopo aver giocato a lungo sulla lama di rasoio del finale alternativo “scandaloso”. E, come sempre accade in questi casi, il grande frastuono mediatico ha fatto la fortuna della pellicola che ne ha tratto una notevole pubblicità gratuita e, quindi, un inevitabile ritorno economico a causa dei tanti che hanno scelto di vederla anche solo per curiosità. Non vale i capolavori del regista ma è un tentativo, vigoroso ed appassionato, di rileggere la “più grande storia mai raccontata” sotto un’ottica nuova, dubitativa e possibilista, piuttosto che ottusamente dogmatica. Il risultato non vale in pieno il coraggio dimostrato, ma la personalità artistica è roba da grandi autori. Autori come Martin Scorsese.

Voto:
voto: 4/5