martedì 10 febbraio 2015

Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969) di John Schlesinger

Joe Bucker, giovane ribelle texano, attraente ma privo di talento, sbarca a New York per costruirsi un futuro come gigolò, amante a pagamento di donne sole e annoiate per sfruttare al massimo la sua avvenenza fisica. Ma, nella giungla urbana della costa orientale, la realtà non corrisponde quasi mai ai propri sogni ed il deluso Joe troverà l’unico vero amico in Enrico Rizzo, barbone italoamericano detto “Rico”, malmesso ma generoso, che lo accoglie nel suo scalcinato rifugio, in uno stabile abbandonato destinato alla demolizione. Tra alti e bassi i due uomini lotteranno insieme, giorno per giorno, per sopravvivere nella dura realtà della “grande mela”, fino a che Joe, viste le gravi condizioni di salute dell’amico, si offrirà di accompagnarlo in Florida, il viaggio da lui sempre sognato. Cupo apologo sul lato oscuro del sogno americano, divenuto immediatamente di culto per la notevole audacia erotica, che si esplica nelle tematiche torbide (la prostituzione maschile, anche di natura omosessuale) ed in alcune sequenze ritenute “scandalose” per i tempi, è stato uno dei primi film statunitensi a mostrare, con spietata lucidità e dovizia di particolari, la faccia sporca delle metropoli d’oltre oceano, gli squallidi bassifondi in cui si raggiungono abissi di disperazione, di squallore e di miseria morale. E’ anche un sincero “buddy movie” che celebra, con un pizzico di retorica nel finale, il valore dell’amicizia in condizioni estreme, pareggiando il conto del cinico disincanto di tutta la trafila sessuale di Joe, nel tentativo di costruirsi una fruttuosa “carriera”. L’aspra critica sociale alla base dell’opera si concretizza nella caratterizzazione di una New York ostile, sporca e maledetta, la cui mancanza di moralità e di pietosa accoglienza “costringe” i due amici, sottoprodotti di una vorace cultura consumistica che pone i deboli ai margini della dignità umana, ad un autentico manuale di sopravvivenza metropolitano, non privo di momenti di ironia nera per descriverne i goffi fallimenti. Notevoli ed inquietanti gli inserti onirici, i sogni di Joe  e di “Rico”, volti a tratteggiare con maggiore dettaglio, ma anche con più ambiguo spessore, la loro personalità. La visione da incubo urbano di Schlesinger influenzerà, successivamente, in modo lampante opere ben più straordinarie, come il celebre Taxi Driver di Scorsese. Bella e famosa la colonna sonora di John Barry e notevoli le interpretazioni dei due protagonisti: l’esordiente Jon Voight e l’affidabile Dustin Hoffman. Fu premiato con 3 Oscar, miglior film, regia e sceneggiatura, ed è passato alla storia come unico caso di film vietato ai minori di 17 anni (ovvero la X-rated americana) a vincere l’Oscar più importante. 


Voto:
voto: 4/5

lunedì 9 febbraio 2015

Fargo (Fargo, 1996) di Ethan Coen, Joel Coen

Jerry Lundegaard, inetto venditore d’automobili, oberato dai debiti e succube del suocero, ricco e arrogante, decide di far rapire la moglie da due sbandati pronti a tutto, Carl e Gaear, per estorcere un ricco riscatto al padre di lei e spartirsi il bottino. Ma qualcosa va storto e i due esecutori, violenti quanto maldestri, trasformano il sequestro in una carneficina, innescando una lunga spirale di sangue dove ogni delitto è “necessario” per coprire quello precedente. Ma la loro pista viene presto fiutata dallo sceriffo locale, Marge Gunderson, affabile e tenace, che, malgrado la gravidanza avanzata, non concederà tregua alla banda di assassini. Graffiante commedia nera dei Coen, sotto le spoglie di un thriller “nevoso”, caratterizzata da un’ironia feroce, situazioni grottesche, personaggi paradossali nella loro congenita incapacità, allo scopo di creare un fertile straniamento tra la tragicità degli eventi e la stravaganza delle circostanze. Lo scopo dei geniali fratelli del Minnesota è quello di spiazzare lo spettatore, in un diabolico meccanismo tragicomico, perfetto nella sua escalation verso il caos, per indurre un’amara riflessione sulla ferocia della natura umana, sulla stupida banalità del male e sulla rapacità che spesso nasce in situazioni normali, tranquillizzanti, come un’anonima cittadina della provincia americana coperta dalla neve, provocando un effetto domino distruttivo ed irreversibile. La punta dell’iceberg dell’umorismo macabro dei Coen è costituita dal personaggio di Marge, egregiamente interpretata da Frances McDormand, premiata con l’Oscar per l’occasione, una donna che non sembra particolarmente intelligente, né dotata di abilità investigative fuori dal comune, ma che riesce, in virtù dell’estrema dabbenaggine dei delinquenti da strapazzo, a sventare il piano criminale in maniera quasi naturale, per poi tornare alla sua tranquilla ed ordinaria vita. L’umanità discreta del personaggio di Marge, nella sua commistione tra risoluta determinazione e tenero impaccio, ha fatto breccia nel cuore di pubblico e critica, facendo piovere sull’attrice una pioggia di premi e di consensi. E’ un film paradigmatico del cinema dei Coen, glaciale nella messa in scena, che si compiace di esibire il contrasto del sangue rosso sulla neve bianca, asettico nell’esplicitazione del male insito nella natura umana, mitigandolo, però, sotto la distorsione beffarda della lente dell’ironia, l’arma suprema degli autori per sezionare quest’universo di bassezza morale. I Coen proseguono la loro opera di ardita rivisitazione dei generi, in questo caso un noir “provinciale” contaminato dalla commedia grottesca, facendo convergere ridicolo e tragico in un punto di non ritorno, una dimensione surreale che esplora la frattura tra credibile e incredibile, cronaca e finzione, paradosso e consuetudine. Per molti questo è il loro miglior film, di sicuro è uno dei più singolari e beffardi, premiato con il premio alla regia al Festival di Cannes 1996 e con due Oscar: sceneggiatura originale (ai due registi) e Frances McDormand, moglie di Joel, attrice protagonista.

Voto:
voto: 4/5

Lost in Translation - L'amore tradotto (Lost in Translation, 2003) di Sofia Coppola

Bob è un divo americano di mezza età, ormai un po’ logoro, in declino, sagace ma tendente al malinconico, in trasferta a Tokyo per girare degli spot pubblicitari, non esattamente gratificanti dal punto di vista professionale. Perso in un mondo che non capisce, di cui non conosce la lingua e che lo intimorisce nel suo enorme contrasto tra tradizioni antichissime e modernità futuristica, Bob incontra la giovane connazionale Charlotte, bella e delusa, lasciata sempre sola dal marito, fotografo di moda, costantemente ingabbiato nel suo stressante lavoro. Dall’incontro di due solitudini nascerà una strana e tenera relazione platonica, fatta di complicità ed ironia, sguardi significativi e parole non dette, allusioni garbate ed una costante punta di nostalgia per l’incapacità di abbandonarsi completamente ai propri desideri. Gustosa commedia romantica di Sofia Coppola, al suo secondo lungometraggio, e grande successo di pubblico e critica, per quello che è il suo film migliore. La forza principale dell’opera risiede nella sua lievezza, nel tocco raffinato, ma non privo di  patina, con cui sospende i due protagonisti, un eccellente Bill Murray ed un’acerba Scarlett Johansson, in un limbo di surreale sospensione, ovvero lo straniamento di chi si sente sperduto in una cultura straniera, ammaliante ed ermetica al tempo stesso, e si trova a fare i conti con la propria vita, dando ascolto, proprio grazie al forzato isolamento interiore, ad un disagio probabilmente ben più profondo e intimo, che parte da problemi esistenziali di più generale portata. La sottile malinconia dei due “amanti” mancati è la forza, ma anche la debolezza, del loro singolare rapporto, intriso di un romanticismo garbato e mai banale, che non sfocia nel rapporto sessuale, come sarebbe stato logico attendersi, ed evita, fortunatamente, le trappole di un mieloso sentimentalismo retorico. Limitandosi appena a sfiorare l’universo emotivo di Bob e Charlotte, l’autrice intende evidenziare la purezza, e, quindi, l’unicità del rapporto, attraverso la rinuncia ad abbandonarsi all’evidente attrazione, in nome di quel reciproco tormento interiore che, se da un lato ne ha favorito l’avvicinamento, dall’altro ha prodotto la silenziosa implosione di un sentimento impossibile, intimorito dalle enormi differenze tra i due. Questo film delicato e rarefatto, affascinante quanto esile, poggia interamente sulle spalle di un Bill Murray in stato di grazia e si avvale di una suggestiva fotografia “al neon” che ne accentua il senso di smarrimento. La scena migliore è quella finale, il tenero congedo tra i due “amici” da cui la Coppola, con geniale pudore, ci mantiene esclusi, impedendoci di ascoltare le parole sussurrate da Bob all’orecchio di Charlotte. In un mondo frenetico e sfrenato, che vive, brucia e consuma tutto al massimo, con ingorda voracità, una “banale” storia di condivisione spirituale, affinità elettive, passioni a fior di pelle ed amori inespressi, può essere la giusta risposta, la maniera migliore per toccare il cuore del pubblico, con semplicità. I risultati al botteghino, gli elogi della critica e l’Oscar a Sofia Coppola per la migliore sceneggiatura originale, su quattro candidature “pesanti”, ne sono la riprova. Consigliato a chi ricerca un’evasione romantica raffinata, intelligente ed originale.

Voto:
voto: 4/5

Vita di Pi (Life of Pi, 2012) di Ang Lee

Il giovane Pi Patel è costretto a lasciare la sua India insieme alla famiglia (padre, madre e fratello maggiore), imbarcandosi su una nave in rotta per il Canada, perché l’attività paterna, la gestione di un giardino zoologico, non rende più come un tempo. Ma, a causa di una tempesta, il natante su cui viaggiano Pi, i suoi familiari e gli animali del loro zoo, affonda nell’Oceano Pacifico ed il giovane riesce miracolosamente a salvarsi su una scialuppa di salvataggio. Ma Pi non è l’unico superstite del tragico naufragio e dovrà condividere l’esiguo spazio vitale con un orango, una iena, una zebra ed una feroce tigre del Bengala, che deve il suo pittoresco nome, Richard Parker, ad un errore di registrazione. Ben presto gli animali moriranno e Pi resterà solo ad affrontare l’oceano, lottando contro la fame, la sete e la letale tigre, il peggior compagno di sventura possibile. Dal romanzo omonimo di Yann Martel, Ang Lee ha tratto un film visivamente stupefacente, sospeso tra grande avventura, misticismo filosofico, romanzo di formazione, favola elegiaca, incanto naturalistico e spiritualità “new age”, con ambizioni di parabola allegorica sulla fede. Probabilmente un po’ troppo per un blockbuster hollywoodiano, perché di questo si tratta, che, seppure di buon livello qualitativo, finisce per essere un po’ schiacciato dall’ingombranza concettuale dei tanti temi affrontati nel sottotesto, risultando invece eccellente nella sua dimensione avventurosa, soprattutto grazie a delle immagini straordinarie, magiche, potenti, tra le più belle viste al cinema negli ultimi anni, frutto di uno straordinario lavoro di accostamento tra scenari reali ed effetti speciali generati in CGI. Con qualche eccesso spettacolare di troppo, specie nella concezione troppo “disneyana” degli elementi naturali, e qualche prolissità didascalica nel dialogo tra il maturo Pi ed il giovane scrittore a cui viene raccontata la storia in flashback, il film garantisce un valido intrattenimento per famiglie e si concede, nell’ ambiguo finale spiazzante, persino il lusso di una sottile riflessione sulla natura della fede, che poggia, necessariamente, le sue basi sull’accettazione di una “verità” forse fasulla, sicuramente edulcorata. Peccato che, come spesso accade nel cinema mainstream, tutto risulti appena accennato e rimanga semisepolto sotto la miriade di effetti speciali, sia pure superlativi come in questo caso. Il cerchio metaforico, dalla convivenza simbiotica al traumatico distacco tra uomo e tigre, inteso, evidentemente, come turbolenta sinergia di elementi opposti della natura umana, non si chiude, quindi, del tutto e lascia allo spettatore il suggestivo compito di scegliere, liberamente, in che cosa credere. Dal punto di vista tecnico il film segna una nuova pietra miliare nella storia degli effetti visivi e, in particolare, nell’uso espressivamente artistico del 3D, “oggetto” misterioso del nuovo corso della “fabbrica dei sogni”, particolarmente attivo, e di moda, negli ultimi tempi. La regia talentuosa, ma non sempre misurata e non esente da manierismo, del regista taiwanese, è stata premiata con l’Oscar, il secondo della sua notevole carriera. Gli altre tre premi, tutti di natura tecnica e tutti dovuti, hanno reso il giusto tributo ad un’opera affascinante e sicuramente importante della stagione 2012, che non si fa mancare, ovviamente, neanche le abituali dosi di retorica “politicamente corretta” dei blockbuster d’oltre oceano.

Voto:
voto: 3,5/5

The Artist (The Artist, 2011) di Michel Hazanavicius

Hollywood, anni ’20: l’attore George Valentin è un divo del cinema muto, amato dal pubblico per i suoi ruoli di eroe avventuroso e romantico. Un giorno l’intraprendente Peppy Miller, aspirante attrice in cerca di successo, si fa fotografare abbracciata a lui da una nota rivista di spettacolo attirando così l’attenzione mediatica su di lei e guadagnandosi la partecipazione a numerose pellicole. Con l’avvento del sonoro i due attori avranno percorsi inversi: l’audace Peppy diventerà una stella luminosa ed acclamata del firmamento hollywoodiano, mentre George verrà dimenticato da tutti, finendo sul lastrico, disperato, prigioniero dei ricordi e con il suo fedele cane come unico compagno. Dopo aver bruciato tutte le sue vecchie pellicole e tentato il suicidio, George sarà aiutato proprio da Peppy, che da sempre prova per lui una sorta di amore mista a gratitudine. La donna gli propone un duetto in un musical e fa valere tutto il suo peso divistico per convincere i produttori. Clamorosa scommessa, vinta, da Hazanavicius e dal cinema francese: riportare in vita, nell’era degli effetti speciali, della computer grafica e del 3D, il cinema delle origini, ovvero un film in bianco e nero, “muto” (con le sole musiche e le battute dei personaggi scritte in didascalie) ed ambientato in quel periodo. L’ardita operazione non è solo formale, nostalgica e filologica, ma allegorica e metacinematografica, perché la vicenda narrata nel film racconta l’analogo di quello che l’opera intende rappresentare oggi: la rapida decadenza del cinema “vecchio” nei confronti del “nuovo”, il senso effimero del successo che, come arriva in fretta, può svanire altrettanto in fretta e la totale mancanza di “gratitudine” di un sistema fondato sul profitto piuttosto che sull’arte. Quello che succede a Valentin nel film si sovrappone a quello che è successo, oggi, al cinema classico: dimenticato dal pubblico perché soppiantato dai nuovi generi più accattivanti nell’aspetto, che hanno rimpiazzato la qualità e l’anima con l’azione e gli effetti speciali. Con evidente furbizia, ma anche con indubbia bravura, il regista mette in scena una storia semplice ma accattivante, con delle immagini eleganti che rimandano all’atmosfera dei tempi, un gusto retrò intriso di malinconia e due attori bravissimi (Jean Dujardin e Bérénice Bejo) che, con una straordinaria capacità comunicativa basata su espressioni e movimenti del corpo, “bucano” lo schermo ogni volta che sono in scena. Non esente da quella stessa ruffianeria che intende criticare, pedantemente calligrafico nel trasmettere emozioni tramite stereotipi collaudati ed a forte sospetto di manierismo stilistico finalizzato al largo consenso, ha però l’indubbio merito di avere riacceso i riflettori sui reali fondamenti del cinema, comuni a tutte le epoche: sceneggiatura, regia e recitazione. Premiato con cinque Oscar “miracolosi” (migliori film, regia, Dujardin protagonista, costumi e colonna sonora), ha dimostrato che il cinema classico non è mai completamente morto nei gusti del pubblico e che i cambiamenti di costumi non inficiano la fruizione di sentimenti universali ed eterni. In questo caso, ben venga la “furbizia” e onore al merito al coraggio dimostrato dai francesi. Il cinema italiano dovrebbe prendere esempio e fare una sana autocritica costruttiva.

Voto:
voto: 3,5/5

Airport (Airport, 1970) di George Seaton

Su un Boeing 707 della TGA, appena decollato da Chicago e diretto a Roma, si vivono momenti drammatici per la presenza di uno squilibrato che ha con se una bomba ed intende far saltare l’aereo, affinchè sua moglie possa incassare una lauta assicurazione. Il coraggioso comandante è quasi riuscito a convincere l’uomo a desistere dal folle proposito, ma l’isteria di un passeggero fa esplodere l’ordigno per errore, uccidendo l’attentatore e provocando seri danni al velivolo, che però potrebbe ancora riuscire a tornare indietro ed atterrare con una miracolosa manovra. Ma la pista principale del Lincoln Airport è bloccata da un altro aereo, rimasto incagliato a causa della neve abbondante, e tutte le altre sono inagibili. Thriller adrenalinico, padre del genere aereo catastrofico che ebbe un grande successo di pubblico negli anni ’70 e che, ancora oggi, dà vita a qualche epigono postumo per l’indubbio patos ansiogeno della situazione. Il semisconosciuto regista, George Seaton, mette in scena un film solido, avvincente e non banale, con una prima parte che analizza i personaggi principali ed una seconda di pura azione martellante, dove però gli effetti speciali, notevoli per l’epoca, non soffocano la storia ma sono, piuttosto, funzionali ad essa. Il lieto fine è immancabile, ma lo spettacolo è garantito e l’intrattenimento è avvincente per questo dramma ad alta quota che resta, ancor’oggi, il migliore nel suo genere. Ha avuto 3 seguiti ufficiali ed una lunga serie di cloni ed imitazioni. Del grande cast ricordiamo Burt Lancaster, Dean Martin, Jean Seberg, Jacqueline Bisset, Helen Hayes e George Kennedy, che sarà presente anche in tutti i sequel successivi. Fu candidato a ben 10 Oscar, ma vinse solo Helen Hayes come non protagonista, nei panni di un’agguerrita ed anziana passeggera.

Voto:
voto: 3,5/5

The Millionaire (Slumdog Millionaire, 2008) di Danny Boyle

Il giovane Jamal Malik, umile ragazzo indiano senza particolari prospettive, partecipa al popolare quiz televisivo “Chi vuol essere milionario ?” e compie una formidabile scalata, rispondendo a tutte le 12 domande, nonostante il subdolo tentativo di boicottaggio del perfido e borioso conduttore, invidioso dell’improvviso successo mediatico del concorrente. Accusato dalla polizia di avere imbrogliato, dovrà raccontare la sua incredibile storia per difendersi, spiegando che ciascuna delle domande era, per un incredibile scherzo del destino, legata ad una tappa importante della sua vita avventurosa: cresciuto poverissimo nelle bidonville di Mumbai, con una madre uccisa sotto i suoi occhi da integralisti indù, con un fratello maggiore ribelle entrato nella malavita locale ed il suo grande amore infantile, la bella Latika, strappatagli dalla violenza dei grandi, ma che non ha mai realmente dimenticato. Favola sentimentale, in confezione di melodramma di Bollywood, diretta con mestiere da Danny Boyle che, con esperienza e ruffianeria, ha saputo trarre il massimo dal minimo. Costruito su una storia totalmente inverosimile, solo parzialmente riscattata dalla dimensione fiabesca, con un’accattivante estetica da videoclip, un ritmo forsennato che non concede tregua e dei personaggi totalmente stereotipati, è un abile cocktail di sentimentalismo zuccheroso, moralismo edificante e spettacolarizzazione del dolore, per tracciare un’ingenua elegia degli umili, un retorico inno alla vita che “ricatta” il pubblico con la spudorata enfatizzazione di emozioni dozzinali. Appartiene a quella categoria di film furbi, tecnicamente ben realizzati, e costruiti a tavolino per riscuotere larghi consensi e conquistare premi. Obiettivo raggiunto: 8 Oscar “pesanti” (tra cui miglior film, regia e sceneggiatura), Golden Globe, BAFTA e chi più ne ha più ne metta. L’ultimo colpo basso è la grossolana rappresentazione dell’India, ritratta sempre e comunque “da cartolina”, sia nelle sue bellezze misteriose che nelle sue immense tragedie sociali. Il trionfo di questo film, in codeste clamorose proporzioni, è stato uno dei punti più bassi della storia dell’Academy.

Voto:
voto: 3/5

domenica 8 febbraio 2015

Seven (Se7en, 1995) di David Fincher

Uno spietato serial killer uccide in modo efferato, secondo un macabro schema collegato ai sette peccati capitali: gola, avarizia, accidia, lussuria, superbia, invidia, ira, in modo che ogni vittima sia un degno emblema, da punire con la morte, di quel vizio. Una coppia di detective, Sommerset, esperto e disincantato, e Mills, giovane e irritabile, ne decodificano il raccapricciante disegno e cercano di anticiparne le mosse in una disperata lotta contro il tempo. Ma l’omicida è molto abile ed ha in serbo un colpo a sorpresa per portare a termine il suo folle piano moralizzatore. Da David Fincher, che con questo film ha rivelato al mondo il suo grande talento, un formidabile thriller geometrico, angosciante, spietato, preciso nei suoi diabolici meccanismi, come il piano ordito dalla mente dell’assassino, spaventoso ma geniale nella sua rigorosa lucidità. Con una messa in scena torbida, una fotografia allucinata, già nei folgoranti titoli di testa, che presto diventeranno un marchio di fabbrica dell’autore, e delle ambientazioni opprimenti, la cupa metropoli americana senza nome perennemente umida e piovosa, Fincher ci regala il thriller degli anni ’90, divenuto immediatamente di culto e di enorme successo, insuperabile per l’angosciante connotazione violenta, modellata sulla personalità malata, ma, a suo modo, affascinante, del killer, che è il protagonista assoluto della vicenda: nella prima parte incombente minaccia nascosta nell’ombra e nella seconda diabolico demiurgo di un sottile rituale di morte. Il cast stellare, Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Spacey, Gwyneth Paltrow, è eccellente nel porsi al servizio dell’oscura vicenda, che ci regala brividi in quantità, scene di grande impatto horror ed un finale memorabile, tra i più potenti, beffardi e riusciti “twist” del cinema moderno. Pitt e Freeman interagiscono alla perfezione, mettendo in scena una rinnovata versione dell’antica dicotomia allievo-maestro, ed innervandola di metodico fatalismo, il vecchio Sommerset, e di furente insofferenza, il giovane Mills. L’evidente inverosimiglianza di molte situazioni viene riscattata dalla dimensione ipnotica dell’opera, una sorta di incubo oscuro dai tratti alienanti, che mantiene un patos costante anche per mezzo di un montaggio prodigioso, ad ulteriore conferma di una confezione tecnica straordinaria ed assolutamente inusuale per il genere thriller. Lo straniamento indotto dalla mancanza di riferimenti certi, sia temporali che geografici, conferisce alla pellicola l’ambiguità tetra di una sinistra metafora, una parabola nera sulla malvagità umana, le cui deliranti suggestioni “religiose” rappresentano il cuore perverso, il supremo anatema di malia apocalittica. E’ da non perdere e da vedere “al buio”, ovvero sapendo il meno possibile della trama.

Voto:
voto: 4/5

Gangs of New York (Gangs of New York, 2002) di Martin Scorsese

New York, 1846: nel malfamato quartiere dei “Five Points” si combattono cruente battaglie di strada tra le gang criminali, che rivendicano il diritto di supremazia sul territorio. In una di queste, tra la banda dei “conigli morti” di padre Vallon, che protegge e rappresenta gli immigrati irlandesi nella “grande mela”, e quella dei “nativi americani”, guidata dallo spietato Billy “il macellaio”, il piccolo figlio di Vallon assiste, inorridito, alla tragica morte di suo padre, ucciso all’arma bianca dal suo acerrimo nemico. Sedici anni dopo il piccolo Vallon, di nome Amsterdam, è un giovane uomo uscito dal riformatorio, determinato a vendicare la morte del genitore. Riesce ad entrare nelle grazie di Billy, che ne ignora l’identità e lo adotta come figlio putativo, fino a quando l’impavido Amsterdam non esce allo scoperto e sfida apertamente il suo nemico, per ridar vita alla stessa sanguinosa battaglia di 16 anni prima. Ma, intanto, è scoppiata la guerra civile contro gli stati confederati e, per le strade di New York, ci sono i soldati dell’esercito dell’unione impegnati a sedare una violenta rivolta popolare contro la legge sulla coscrizione, che consente alle classi più abbienti di evitare l’arruolamento obbligatorio tramite il pagamento di una liberatoria. La sommossa, unita alla lotta tra le gang, ricoprirà di sangue le strade di Manhattan. “L’America è nata nelle strade” recita la tagline del film, svelandone chiaramente l’intento di affresco epico che ricerca le radici fondanti di una nazione non nella gloria edificante o nel patriottismo retorico, bensì nel sangue, nella violenza e nell’odio di un mondo barbaro e brutale, popolato da oscuri antieroi dediti alla sopraffazione fisica dell’avversario, crudeli figure mitologiche armate di coltello, che esibiscono le proprie ferite con orgoglio ferino e che tengono il conteggio delle vittime come attestato di merito. Con una gestazione complessa, un cast stellare (Leonardo DiCaprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Liam Neeson, John C. Reilly, Brendan Gleeson), un budget faraonico ed una produzione lunga e travagliata (con la New York ottocentesca ricostruita negli studi romani di Cinecittà), questo kolossal vecchio stile voleva essere il film della vita di Martin Scorsese, il suo progetto più ambizioso e, probabilmente, più sentito per evidenti ragioni sentimentali e di affinità tematica. Ma, come spesso avviene in questi casi, le elevate ambizioni iniziali non si sono tradotte completamente in un risultato all’altezza delle aspettative. Scorsese lo ha diretto con enfasi furiosa, con ardore e veemenza, con una messa in scena sontuosa e barocca, una ricostruzione storico ambientale imponente, una miriade di citazioni al grande cinema epico d’autore (da Ejzenstejn a Griffith, passando per John Ford e Sergio Leone), regalandoci alcune sequenze memorabili, di straordinario spessore tragico e di enorme potenza visiva, come le due battaglie che aprono e chiudono la pellicola. In particolare quella iniziale, sulla neve, con il rosso del sangue che ne imbratta il candore, è uno dei momenti topici del cinema scorsesiano, un superbo incrocio tra brutale e mitico, solenne e crudele. Però il film presenta altrettanti difetti: è discontinuo, disarticolato, alterna momenti alti a pause imbarazzanti, è spesso eccessivo, ridondante, didascalico nel perseguire la sua tesi efferata a discapito di ogni relativismo storico. E, se ciò non bastasse, ha evidenti problemi di miscasting nei ruoli principali: se Daniel Day-Lewis è, come al solito, titanico nei panni dello spaventoso Billy “the butcher”, Leonardo DiCaprio appare un po’ inesperto per un ruolo così impegnativo e pecca spesso di “over acting” per cercare di apparire credibile, mentre Cameron Diaz è totalmente inappropriata e fuori parte, tra l’altro per un personaggio posticcio, probabilmente imposto dalla produzione per scopi di addolcimento decorativo. Invece dai ruoli secondari arrivano tutte conferme eccellenti, ad esempio Liam Neeson dimostra più carisma di DiCaprio nei soli cinque minuti in cui resta in scena. Con questo film grande, che però non è un grande film, si chiude definitivamente un’era della carriera di Scorsese, che regola così tutti i sospesi con il suo passato di innamorato del cinema dei grandi miti. La pellicola ebbe 10 candidature agli Oscar 2003, senza vincerne nessuno.

Voto:
voto: 3,5/5