giovedì 12 febbraio 2015

I dieci comandamenti (The Ten Commandments, 1956) di Cecil B. DeMille

Il piccolo ebreo Mosè viene abbandonato dalla madre, che lo nasconde in una cesta, affidandolo alle acque del Nilo, per salvarlo dalla strage dei primogeniti ordinata dal crudele faraone egiziano. Viene ritrovato da Bithia, sorella del faraone, che, essendo sterile, lo prende con sé e lo alleva amorevolmente, facendolo crescere forte e vigoroso negli agi del palazzo reale. Diventato uomo, Mosè si distingue per le sue doti fisiche, militari e morali ed entra nelle grazie del sovrano che è indeciso sulla scelta del suo successore, tra lui e l’avido principe Ramesse. Ma quando il trovatello scopre le sue origini ebraiche, rinnega l’Egitto e si schiera con il suo popolo, ridotto in schiavitù da 300 anni e costretto a subire disumani soprusi dalle guardie reali. Sarà bandito e costretto all’esilio, ma, forte di una fede granitica e con l’aiuto del Dio dei suoi padri, Mosè inizierà la sua azione per spezzare le catene degli oppressori e liberare la sua gente, guidandoli verso la terra promessa. Dopo le terribili dieci piaghe, scatenate dalla collera divina sull’Egitto, Ramesse si convince a lasciar andare gli ebrei, dando il via al più grande esodo del mondo antico. Ma, pentitosi e ferito nell’orgoglio, cambia idea e si mette alla guida del suo esercito per inseguirli e sterminarli tutti. La resa dei conti avverrà sulle sponde del Mar Rosso, dove la potenza di Dio si rivelerà in tutta la sua magnificenza. Il vecchio Mosè riceverà poi, sul monte Sinai, le tavole della legge, con i comandamenti voluti da Dio per il popolo eletto, e guiderà gli ebrei, per quasi 40 anni, nel deserto sterminato. Stanco ma sempre solido nella sue fede, morirà in vista dell’agognata meta, la terra promessa, che segnerà l’inizio di un nuovo corso nella storia. Celeberrimo kolossal biblico diretto da De Mille all’insegna del gigantismo sfrenato, in accordo alla sua visione che ricerca calligraficamente il grandioso attraverso l’artificio visivo, per indurre il senso di meraviglia nello spettatore. Epico, spettacolare, prolisso, didascalico e ridondante, ma assolutamente stupefacente negli effetti visivi (la scena del Mar Rosso che si apre è una delle più memorabili della storia del cinema), imponente nella ricostruzione scenografica, generoso nella ricchezza figurativa e colossale nelle scene di massa, è uno dei simboli grandiosi della vecchia Hollywood, da vedere almeno una volta nella vita. De Mille lo aveva già diretto nel 1923, ma, non pago del risultato, ne ha preteso un remake in pompa magna, di quasi 4 ore di durata ed all’insegna dell’opulenza visiva, consegnandoci questo kolossal sontuoso, monocorde e un po’ ingombrante, totalmente dedito al senso dello spettacolo a discapito degli aspetti storici e teologici. Ma lo spettacolo, hollywoodiano, è assolutamente garantito. Nel cast svettano i due protagonisti e antagonisti: l’affidabile Charlton Heston, nel ruolo del patriarca ebraico, ed il magnetico Yul Brynner, in quello di Ramesse. Su sette candidature agli Oscar vinse solo quello per gli effetti speciali. Ridley Scott ne ha fatto un inutile e scadente remake, Exodus - Dei e re, nel 2014.

Voto:
voto: 4/5

L'onore dei Prizzi (Prizzi's Honor, 1985) di John Huston

Charley Partanna è un killer della mafia, legato alla famiglia Prizzi e figlioccio del boss, che vorrebbe fargli sposare la nipote Maerose. Ma l’irrequieto Charley, durante un matrimonio di “famiglia”, s’invaghisce della sexy Irene, bionda misteriosa, e la sposa, causando il malcontento del capofamiglia. Ma, ben presto, si scopre che la bella Irene non è affatto estranea al mondo criminale: anch’essa è, infatti, un killer a pagamento, il cui marito è stato una delle tante vittime di Charley. E mentre la donna ha ricevuto l’incarico di eliminare il nuovo marito, Charley sarà ingaggiato per il medesimo compito: assassinare la sua dolce metà. Mafia movie in forma di graffiante commedia nera, che oscilla tra comico e tragico esattamente come il suo protagonista appare sospeso tra cinismo e romanticismo. Volutamente fuori tempo rispetto ai classici del genere, ne dissacra i pittoreschi rituali con caustica ironia, pur risultando a volte ridondante, macchinoso, discontinuo, alternando eccessi di tono a momenti fulminanti, usurati stereotipi a battute irresistibili. Huston, da grande maestro di cinema, dirige con mano ferma e sguardo sornione, ma a volte esagera, per poi recuperare subito la bussola sotto il segno di un mordace sarcasmo. Sotto quest’ottica l’autore esplora, senza prendersi troppo sul serio, l’inquietante rapporto tra onore e violenza, appartenenza ad un clan e libertà individuale, questioni di “affari” e questioni sentimentali, finendo per tracciarne un bilancio amaro, nichilista, una sorta di iconoclastia del vecchio mito patriarcale, che è alla base dell’ideologia mafiosa. Ed è singolare, e profondamente sottile, che tutto questo provenga da un autore come Huston, che è sempre stato, per carisma, fisicità e stile registico, un patriarca “di fatto”. La pellicola ha avuto un buon successo, sebbene sia un po’ sopravvalutata e di certo non all’altezza delle opere migliori del grande regista americano. Ma il finale è un capolavoro di magistrale perfidia. Tra Jack Nicholson istrione e Kathleen Turner maliarda, svetta la brava Anjelica Huston, figlia del regista, premiata con l'Oscar come non protagonista, l’unico vinto su  8 nomination ricevute.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 11 febbraio 2015

Gosford Park (Gosford Park, 2001) di Robert Altman

Inghilterra, anni ’30: Sir William McCordle e sua moglie Silvia organizzano un sontuoso party, con annessa battuta di caccia, nella splendida tenuta di campagna di Gosford Park. Tra gli altolocati invitati, accompagnati dai rispettivi domestici, ci sono una contessa, un produttore di Hollywood, un eroe di guerra in pensione e una star del cinema. Tutto sembra procedere per il meglio, in un’atmosfera “dorata”, fino a quando il padrone di casa non viene trovato ucciso. La polizia impedisce a chiunque di lasciare la villa ed avvia una complicata indagine, che farà emergere molti lati oscuri, celati sotto l’aspetto apparentemente impeccabile degli ospiti. Sontuoso viaggio di Altman nel cinema in costume, con questo giallo corale raffinatissimo, di stampo classico (fedele alla tradizione britannica del “whodunit”) e di stile teatrale, che però, come sempre con il grande regista americano, è molto più di ciò che sembra all’apparenza. Sotto la vernice luccicante e la patina aurea, si nasconde, infatti, un graffiante apologo sui rapporti di classe, sull’ipocrisia altolocata dei rituali pubblici, che maschera, sotto l’egida di un inamidato conformismo, relazioni complesse, antichi dissapori, invidie frustranti, relazioni sessuali. Lo sguardo tagliente dell’autore, grazie ad una caustica ironia nera, intende dissacrare la falsità di facciata dell’aristocrazia vittoriana, ma, più in generale, di tutte le  aristocrazie, analizzando, con lucido cinismo, non solo le connivenze tra membri della stessa classe, ma anche tra i nobili e la servitù, riservando ai secondi una rappresentazione più mite. Sospendendo, abilmente e sul più bello, con beffardo dileggio, il giudizio su questo affresco di umana meschinità, il regista preferisce lasciare l’arduo compito al pubblico, mantenendosi nell’ombra come un magnifico demiurgo. Lo stile è, a tratti, concitato, affannoso, la macchina da presa quasi si tuffa tra i personaggi, pedinandoli, braccandoli, occhio vigile e sopra le parti che ne indaga l’essenza, costringendoli a svelare la loro vera natura, il lato deplorevole. Rispettando pienamente l’unità di tempo (un weekend) e di luogo (la principesca tenuta di campagna), Altman rivela la fragilità del compromesso sociale e la mediocrità di un mondo rigido, intrappolato in se stesso, condannato alla fraudolenza morale dalla sua stessa maschera farisea. Dello straordinario consesso di attori, tutti britannici, citiamo: Maggie Smith, Michael Gambon, Kristin Scott Thomas, Camilla Rutherford, Tom Hollander, Clive Owen, Helen Mirren, Emily Watson, Derek Jacobi. Il film ebbe 7 nomination agli Oscar, vincendo solo quello alla splendida sceneggiatura di Julian Fellowes. Lo straniamento indotto dalle atmosfere “british”, del tutto inusuali per il cinema altmaniano, viene prontamente riscattato dalla perfezione geometrica del meccanismo che, preciso come un orologio, consente all’autore di muovere sul set ben 36 attori, ripartiti in due emblematici schieramenti (servi e padroni), con la sapiente leggerezza del deus ex machina. Tra Agatha Christie e Jean Renoir, tra poliziesco e critica di costume, tra maggiordomi e governanti, il mattatore è sempre lui: quel geniale “demonio” di nome Robert Altman.

Voto:
voto: 4,5/5

Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button, 2008) di David Fincher

New Orleans, 2005: mentre fuori impazza l'uragano Katrina, Daisy Fuller, un'anziana donna in un letto d’ospedale, racconta alla figlia un'incredibile vicenda: la sua grande storia d’amore con Benjamin Button, la cui straordinaria esistenza è a metà strada tra lo scherzo della natura ed il miracolo prodigioso. La vita di Button, figlio di un commerciante di bottoni e di una giovane donna morta di parto mentre lo metteva al mondo, si è svolta al contrario, in regressione: nato come un vecchio, con il corpicino pieno di artrosi e di tutte le patologie senili, è andato gradualmente ringiovanendo con il passare degli anni, fino a morire come un neonato, 85 anni dopo. Nel lungo flashback del racconto dell’anziana donna, rivivremo le fasi principali dell’avventurosa parabola terrena di Benjamin, che ha attraversato tutto il ‘900 americano incrociando più volte il suo destino con quello di Daisy, tante volte perduta e sempre ritrovata. Adattando una breve novella di Francis Scott Fitzgerald, Fincher realizza il suo film più ambizioso, un melodramma dai toni fantastici che riflette sul tema del tempo, attraverso il paradosso di due vite umane che s’incrociano, viaggiando però in direzioni opposte, e potendo vivere pienamente il loro sentimento solo a metà percorso, in quel tratto medio dove molti collocano la virtù. Sospendendo la narrazione tra le nebbie della memoria, il racconto della vecchia Daisy, stilisticamente reso tramite la patinata fotografia virata in seppia, e conferendo all’opera una malinconica atmosfera surreale, l’autore intende creare lo strappo, ideologico, tra passato e presente, facendo trionfare, evidentemente, la nostalgia per il primo. La pretesa di tratteggiare, sullo sfondo, la storia americana del secolo scorso nella straniante prospettiva al contrario del protagonista, viene dissipata dalla messa in scena favolistica, labile, eterea, priva dello spessore necessario per ancorare questa fiaba rarefatta in un contesto storico preciso. Anche sul fronte allegorico le cose non vanno meglio: il film vorrebbe essere la definitiva risposta all’atavica domanda, che ogni uomo si pone, su come sarebbe la sua vita potendo tornare indietro nel passato, con l’esperienza del presente. Ma l’intento fallisce per la superficialità di una pellicola che evita gli approfondimenti filosofici e le implicazioni spirituali del suo incredibile assunto narrativo, procedendo, invece, per accumulo di situazioni ad effetto, puntando più sugli effetti visivi che su una solida sceneggiatura, e contraendo evidenti debiti con il cinema trasognato di Zemeckis, in particolare con Forrest Gump, che è, però, ben più solido ed appassionante di questo incerto lavoro di Fincher, in assoluto il più deludente ed il meno ispirato della sua carriera. Conoscendo il regista e la sua notevole filmografia si ha le netta sensazione di un progetto accettato “su commissione” e con scarso coinvolgimento artistico. Dove, invece, il film risulta stupefacente è nei superlativi effetti speciali in CGI, che hanno reso possibile il “miracolo” di invecchiare Brad Pitt, per poi riportarlo, in maniera meno convincente, all’adolescenza tramite le tecniche recitative digitali del performance capture. L’altra protagonista, Cate Blanchett, ci regala, come sempre, un’interpretazione di notevole spessore per eleganza, intensità e senso della misura. Il film ebbe ben 13 candidature agli Oscar ma ne vinse solo 3 per l’eccellente reparto tecnico. E’ un giocattolone macchinoso e calligrafico che cerca vanamente la sua vera anima nei paradossi del tempo, trovando l’unico guizzo visionario degno di nota nell’emblematica immagine finale: un vecchio orologio che va all’indietro, prima di essere inghiottito dall’acqua del presente, la furia dell’uragano Katrina.

Voto:
voto: 3/5

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer, 1979) di Robert Benton

Ted Kramer, agente pubblicitario, viene lasciato dalla moglie Johanna, in crisi esistenziale, che abbandona il tetto coniugale, determinata a ricostruire la sua vita. Ted, da sempre dedito al lavoro e poco incline alle quotidiane faccende domestiche, dovrà occuparsi della crescita del piccolo Bill, unico figlio della coppia, che la moglie, con evidenti problemi di depressione, non ha esitato a lasciargli in custodia prima di partire. Tra molte difficoltà iniziali, Ted riuscirà a cavarsela, costruendo un intenso rapporto con il figlio, ma, a causa dei maggiori impegni familiari, perderà il lavoro per i ritardi accumulati nella consegna di un importante progetto. Intanto Johanna si rifà viva e chiede l’affidamento del bambino, provocando l’ira di Ted. La questione finirà in tribunale, dando vita ad un’aspra “battaglia” tra i due, psicologica ed umana prima che legale. Dramma familiare appassionato e accattivante, ben scritto ed egregiamente recitato dall’ottimo cast, in cui spiccano i due protagonisti: Dustin Hoffman, nel ruolo di un padre tenero e fragile, dotato di una profonda carica umana, e Meryl Streep, nei panni della “cattiva” Johanna, che abbandona la famiglia per risolvere i suoi problemi interiori, salvo poi tornare a riprendersi il figlio con la “forza” della legge. Le due interpretazioni, molto diverse, sono i poli emotivi opposti della pellicola: lui è un catalizzatore di energie positive, imperfetto ma generoso, distratto ma costante nella presenza e nell’impegno. Lei è una donna inquieta, insoddisfatta, irrisolta, che reclama maggiori attenzioni ed un ruolo sociale più gratificante ed è disposta a tutto per ottenerli, persino all’atto più imperdonabile per una madre (l’abbandono del figlio). La Streep, sebbene poco presente in scena, è bravissima ad offrirci un personaggio complesso, debole, indefinibile nella parte iniziale, ma a cui l’evidente tormento interiore garantisce la giusta dose di umanità. L’impostazione della vicenda porta, inevitabilmente, a parteggiare per Ted, specialmente durante le fasi del processo, che, alla maniera americana, spettacolarizza i drammi della vita, rendendo “straordinarie” vicende in cui tanti, purtroppo, possono immedesimarsi. Il ribaltone finale, a quel punto inatteso, è il limite maggiore del film, l’obbedienza cieca al dogma del politicamente corretto (con annesso l’immancabile sentimentalismo strappalacrime) di cui Hollywood proprio non sa fare a meno. Grande successo di pubblico e pioggia di premi importanti, tra cui ben 5 Oscar, non tutti meritati ma tutti pesantissimi: miglior film, regia, sceneggiatura, Hoffman e Streep attori protagonisti. Il dato più sconcertante, che dovrebbe far riflettere, è che questo film ha strappato l’Oscar a capolavori come Apocalypse Now e All That Jazz; ma si sa che sulle grandi ingiustizie dell’Academy si potrebbe scrivere un’enciclopedia.

Voto:
voto: 3,5/5

Witness - Il testimone (Witness, 1985) di Peter Weir

La giovane vedova Rachel, appartenente alla setta religiosa degli Amish, è in trasferta a Philadelphia con il piccolo figlio Samuel. Per un tragico scherzo del destino il bambino assiste all’omicidio di un poliziotto nei bagni della stazione e sarà coinvolto nelle indagini dallo zelante ispettore John Book. Ma le cose prenderanno una piega pericolosa quando il piccolo Samuel riconosce l’assassino in un agente del distretto, mettendo così in pericolo la sua vita e quella di sua madre. Book scopre una sporca storia di sbirri corrotti e, sentendosi anch’esso minacciato, si rifugia nella comunità rurale degli Amish insieme a Rachel e suo figlio. Tra l’uomo e la donna nascerà una storia d’amore, ma i loro inseguitori riusciranno a trovarli anche in quel rifugio remoto, con l’intenzione di ucciderli per mettere tutto a tacere. Da Peter Weir un eccellente thriller d’autore, che rinnega l’azione tipica di questi prodotti, limitandola alla prima parte introduttiva, in favore di una sapiente riflessione sullo scontro tra due culture opposte: quella degli Amish, appartata, naturalistica e spirituale, e quella americana, aggressiva, pugnace e capitalistica. La forza maggiore del film risiede nelle affascinanti ambientazioni rurali, una sorta di paradiso perduto, un idillio di innocenza primitiva che vira nel mistico, posto in antitesi alla corruzione e alla violenza della grande metropoli. L’idea della fuga dal mondo “civilizzato” per disperdersi nella natura, è il cardine dell’estetica del grande regista australiano, che, in questo suo primo film americano, la traspone con una superba eleganza espressiva, una fotografia luminosa ed una pulizia formale che trova il suo tripudio nell’esaltazione della cultura Amish. La vicenda poliziesca, raccontata in modo classico, si pone come l’elemento perturbante, la forza deteriore che arriva a profanare il giardino dell’eden, contagiandolo irreversibilmente con i germi dell’immoralità. Il tema della tentazione corruttrice è reso in maniera splendida nella scena in cui il piccolo Samuel guarda la pistola di Book, provando per essa un pericoloso senso di attrazione. Gli amanti del poliziesco tradizionale sono rimasti interdetti di fronte a questo thriller atipico, costruito sulle atmosfere e sulla bellezza delle immagini, volto a rappresentare un conflitto ideologico assoluto e, a suo modo, definitivo, in accordo agli stilemi tipici dell’autore. Nel cast spiccano un intenso Harrison Ford, alla sua prima e unica nomination all’Oscar, e la dolcissima Kelly McGillis, i cui occhi limpidi esprimono perfettamente la serenità interiore dell’ideologia Amish. Il film ebbe un buon successo di pubblico, fece conoscere al mondo occidentale il talento di Weir ed ebbe 8 nomination agli Oscar, vincendone due: sceneggiatura e montaggio. E’ uno dei rari esempi di thriller spirituale, con momenti di assoluta poesia.
 
Voto:
voto: 4/5

martedì 10 febbraio 2015

L'ultimo imperatore (The Last Emperor, 1987) di Bernardo Bertolucci

Vita di Pu-Yi, ultimo imperatore cinese: dalla solenne incoronazione, da bambino, nella Città Proibita alla sua educazione influenzata dalla cultura occidentale, grazie al saggio precettore inglese, dalla reggenza fittizia del “Manciukuo”, sotto il dominio giapponese, alla prigionia politica come “traditore”, dal periodo siberiano in mano ai russi all’anonima morte, avvenuta in piena Rivoluzione culturale. Colossale biografia storica di Bertolucci, di ampio respiro e di potente concezione, straordinaria per la ricostruzione ambientale, la fotografia pittorica (del grande Vittorio Storaro), un apparato tecnico di prim’ordine ed un’opulenza visiva che traspare da ogni dettaglio: costumi, scenografie, comparse. E’, probabilmente, l’ultimo kolossal del cinema moderno, unanimemente acclamato ed incoronato dall’Academy Awards con ben 9 Oscar su 9 nomination (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, scenografie, costumi, montaggio, sonoro e colonna sonora). Straordinaria la fusione operata dall’autore parmense tra l’elevata spettacolarità formale, che guarda al cinema americano di DeMille, e la sua dimensione anti-epica, che rappresenta, in una cornice sontuosa, un malinconico ritratto di solitudine, il ritratto di un uomo debole, decadente, schiacciato dal peso di un destino, e di un ruolo, ben più grande di lui, ed eternamente prigioniero, prima tra le mura dorate della Città Proibita e poi nelle mani di invasori stranieri o antagonisti politici che lo hanno, inevitabilmente, manipolato. Alle dolorose vicende umane di Pu-Yi, raccontate in flashback, fa da sfondo un affresco sterminato della recente storia cinese, dal 1908 al 1967, raccontata con realismo, e senza enfasi, dall’autore, nei suoi passaggi epocali dal medioevo imperiale al comunismo maoista, passando per la drammatica invasione giapponese, durante la seconda guerra mondiale, con cui Pu-Yi, pavidamente, collaborò pur di mantenere una parvenza di trono. Ma l’analisi spietata, e distante da qualunque tentazione agiografica, del regista, è principalmente interessata all’uomo Pu-Yi, alla sua personalità schiva, elegante, ma debole, inadatta a sostenere il peso impostogli dalla Storia. E, come sempre, l’indagine di  Bertolucci si spinge anche nella sfera sessuale, attraverso alcune scene di notevole fascino simbolico e di onirica connotazione erotica, come il triangolo amoroso nascosto dalle preziose lenzuola o quella da cui, circondato dai corpi nudi degli eunuchi, traspare l’inclinazione omosessuale di Pu-Yi, comprovata dalle fonti storiche e solo velatamente accennata dal regista. Tra eleganza, decadenza, incanto, meraviglia, qualche prolissità e qualche sprazzo accademico, la pellicola ci offre, nelle sue quasi tre ore di durata, uno spettacolo maestoso e possente, tra i più alti nella storia contemporanea del cinema storico. E’ stato l’unico film ad ottenere il permesso di girare nell’interno della Città Proibita, consentendo così ad occhi occidentali di “profanare” un inaccessibile luogo di solennità millenaria, ed è stato il film italiano, sebbene in coproduzione, a vincere il maggior numero di premi Oscar. La memorabile sequenza dell’incoronazione del bambino Pu-Yi, eletto a soli 3 anni “figlio del Cielo”, davanti a oltre ventimila comparse, toglie il fiato e vale, già da sola, il prezzo del biglietto.

Voto:
voto: 4,5/5

La vita è bella (La vita è bella, 1997) di Roberto Benigni

Arezzo, 1938: Guido Orefice, ebreo italiano che lavora come cameriere in un hotel, appassionato di poesia e dai modi giullareschi, s’innamora della maestrina Dora, già promessa ad un burocrate fascista. Per nulla intimorito riuscirà a conquistarla con un corteggiamento assillante, fatto di trovate pittoresche, sorprese veementi, ma non prive di tenerezza. Sei anni dopo Guido e Dora sono felicemente sposati ed hanno un figlio, il piccolo Giosuè. Ma, quando iniziano le persecuzioni naziste contro gli ebrei, l’intera famiglia verrà deportata in un campo di concentramento, persino Dora che, pur non essendo ebrea, ha deciso di seguire la sorte di marito e figlio di propria volontà. L’intrepido Guido non si perde d’animo e si fa forza per cercare di salvare il figlio, preservandogli non solo la vita ma anche l’innocenza di fronte ad un simile orrore. Riesce così a tenerlo nascosto nelle camerate e gli fa credere che tutto quello che stanno passando sia, in realtà, un grande gioco di finzione, una sorta di nascondino generale in cui i soldati si fingono cattivi ed i più deboli saranno squalificati, rinunciando così al gran premio finale: un carro armato. Grande successo mondiale di pubblico e critica, ha commosso gli spettatori di ogni latitudine diventando il fenomeno cinematografico del 1997. Premiato ed acclamato praticamente ovunque, ha vinto tutto ciò che si poteva vincere: Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes, BAFTA Awards e tre premi Oscar: miglior film straniero, Benigni attore protagonista e la struggente colonna sonora di Nicola Piovani. Ma, come a volte accade nei casi di consenso plebiscitario, ci troviamo di fronte ad un’opera indubbiamente coraggiosa, per l’accostamento della più grande tragedia storica del ‘900 al registro della commedia, ma anche grossolana, astuta, trasognata, quasi irritante per la manipolazione superficiale della storia, per l’alta retorica sentimentale di cui abbonda e per l’andamento “elefantiaco” della seconda parte, volta unicamente ad arrivare al tripudio finale, che è un’esplosione di enfasi strappalacrime, “scientificamente” progettata su emozioni a buon mercato. L’intero atto finale dell’opera, che vira decisamente nel favolistico per sospendere l’incredulità, non possiede la grazia necessaria ad una fiaba, ma, piuttosto, il tocco greve di un accumulo di situazioni forti e di scene madri per sospingere il livello di “zuccheri” alla massima quota. E’ invece da salvare la brillante prima parte, per le buone trovate comiche, le situazioni esilaranti e le consuete gag strampalate del vulcanico comico toscano, che, nel tempo, ha barattato la tagliente irriverenza degli esordi con una più morigerata ruffianeria pseudo culturale. Ma il sensazionalismo sentimentale paga sempre bene ed il mondo ha incoronato Benigni come nuovo genio comico di fine millennio.

Voto:
voto: 3/5

Il pianista (The Pianist, 2002) di Roman Polanski

Varsavia, 1939, dopo l’occupazione nazista: le leggi razziali hitleriane portano a misure sempre più restrittive e disumane nei confronti degli ebrei: la discriminazione, le limitazioni, l’obbligo di portare la stella di Davide sul braccio, la creazione del famigerato ghetto, le deportazioni, lo sterminio. Il pianista Wladyslaw Szpilman, ebreo polacco di grande talento, riesce a sfuggire ai rastrellamenti delle SS e sopravvive nascondendosi nel ghetto, affamato, umiliato, disperato, assistendo ad orrori indicibili, violenze, soprusi, omicidi efferati. Un ufficiale nazista, amante della sua musica, lo aiuta a sopravvivere fino all’arrivo dell’Armata Rossa, che spezzerà le catene del giogo nazista. Ma niente sarà mai più come prima per l’artista e l’uomo Szpilman, spezzato nell’animo dall’orrore dell’olocausto. Sul doloroso tema della Shoah è stato detto tanto, forse tutto, ma, come si dice in questi casi, non è mai abbastanza. Era inevitabile che, prima o poi, un autore come Polanski, polacco, ebreo e testimone diretto di quegli eventi tragici da cui si è salvato per miracolo, si confrontasse con l’argomento, offrendoci la sua visione dell’olocausto del popolo ebraico. Adattando il romanzo di memorie autobiografiche del vero Szpilman, e rifacendosi in parte a ricordi personali della sua traumatica infanzia, l’autore ha tratto un film asciutto, calibrato, terribile, attonito come il suo splendido protagonista, mirabilmente interpretato da uno straordinario Adrien Brody, di fronte all’apocalisse che la Storia ha riservato alle vittime innocenti di una lucida follia ideologica, che parte da molto lontano e che non è un’esclusiva germanica. Lo sguardo del regista è intimo, partecipe, “nudo” come il suo Szpilman, privato di ogni dignità e distrutto nell’animo di fronte a tanta barbarie. La prima parte dell’opera ci immerge nel brutale quotidiano del ghetto, senza risparmiarci nulla, senza nasconderci le aberrazioni, la violenza ed il sangue, sebbene non vi sia mai morbosità o eccesso gratuito, ma solo pudica costernazione dal parte di Polanski. Nella seconda veniamo proiettati nel mondo intimo di Szpilman, il film diventa appartato, alienato, nascosto, proprio come lo spaurito protagonista, maschera triste di un’immane tragedia storica, che vive come un topo, in lerci angoli oscuri, nel più infimo degrado, cercando di sfuggire all’orrore del mondo esterno. La parte finale è quella più canonica, non esente da retorica nel rapporto “artistico” con l’ufficiale nazista, che intende suggerire l’idea, affascinante ma a sospetto di idealismo, che l’arte possa trionfare, sempre e comunque, sul male, sulla guerra, sull’orrore. Le terribili immagini di distruzione urbana dell’epilogo sono sconvolgenti e si riflettono perfettamente nel volto emaciato del protagonista, a cui Brody conferisce egregiamente il sembiante di uomo devastato, l’incarnazione del dolore e della sofferenza. Seppure non aggiunga nulla di nuovo, artisticamente parlando, alla materia olocausto, è un’altra sentita testimonianza, rigorosa e pregnante, indubbiamente importante perché realizzata da un grande autore. Apprezzato da pubblico e critica, ha fatto incetta di premi: Palma d’Oro al Festival di Cannes, con qualche contestazione, e tre premi Oscar: regia, sceneggiatura e Adrien Brody intenso protagonista.

Voto:
voto: 4/5