lunedì 3 aprile 2017

eXistenZ (eXistenZ, 1999) di David Cronenberg

Allegra Geller è una geniale creatrice di videogame che si appresta al lancio della sua ultima avveniristica opera: un gioco di realtà virtuale chiamato “eXistenZ” che prevede la connessione dei giocatori a un dispositivo semiorganico, detto gamepod, attraverso il sistema nervoso, utilizzando un connettore posto sulla spina dorsale. Ma un gruppo di terroristi, che intendono boicottare la presentazione del gioco, organizzano un attentato ai danni di Allegra che viene salvata da Ted Pikul, addetto alla sicurezza della compagnia che ha finanziato “eXistenZ”. Ferita dall’attacco, Allegra fugge insieme a Ted nel mondo virtuale del gioco, dove rischieranno di smarrire il contatto con il reale. Ma cosa è davvero reale ? Straniante incursione di Cronenberg nella fantascienza, per un film fortemente teorico evidentemente ispirato ai mondi paralleli di Philiph Dick, che riflette con ellissi surreali sul concetto di gioco e sul labile confine tra finzione e realtà, in un labirintico meccanismo di scatole cinesi. Un meccanismo a volte confuso nel suo delirio astratto ma non privo di fascino. La pellicola ha una messa in scena misera che mescola arditamente un universo hi-tech con ambientazioni di squallido degrado piene di elementi anacronistici, dove i computer sono assenti e le macchine sono diventate corpi in una allucinante commistione tra biologico ed elettronico, carne e silicio, sinapsi e circuiti. Indefinibile ed ermetico nella sua struttura ricorsiva, il film riflette con ironia nera e radicale pessimismo sulla sottocultura distorta del gioco fine a sé stesso, il cui risultato è la perdita del senso della realtà da parte degli antagonisti. Non mancano le sequenze gore (alcune davvero impressionanti), gli inserti kitsch e le trovate brillanti (molte delle quali hanno sicuramente influenzato il coevo e più famoso Matrix), ma la sensazione generale è quella di un’opera tanto radicale quanto irrisolta. Un tentativo di aggiornamento delle tematiche cronenberghiane ai nuovi media del mondo moderno in cui, più che il genio, manca la lucidità concettuale e la furiosa preveggenza delle opere migliori. Merita comunque ampiamente la visione per la capacità di creare immagini potenti e disturbanti, degne del talento oscuro del grande regista canadese. Notevole il cast che annovera nelle sue fila Jennifer Jason Leigh, Jude Law, Ian Holm e Willem Dafoe.

Voto:
voto: 3,5/5

La mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg

Lo scienziato Seth Brundle, eccentrico e geniale, lavora ossessivamente a un ambizioso progetto: realizzare il teletrasporto della materia scomponendola a livello molecolare all’origine per poi ricomporla immutata a destinazione. Durante i suoi esperimenti utilizza due “telecapsule” iper tecnologiche governate da un avveniristico sistema computerizzato da lui stesso progettato. La giornalista Veronica Quaife, affascinata dalle teorie dell’uomo, ne diventa l’amante e si offre per documentare tutte le fasi evolutive del suo lavoro di ricerca. Dopo una serie di notevoli progressi l’egocentrico Brundle si decide a tentare il grande passo (il teletrasporto umano), sperimentando la sua invenzione su se stesso. Ma non si accorge che nella capsula insieme a lui è accidentalmente entrata una mosca e la macchina finirà per fondere le molecole di entrambi dando origine ad un essere spaventoso. Il decimo lungometraggio di David Cronenberg è un horror fantascientifico visionario e orripilante, che scioccò fortemente il pubblico di tutto il mondo alla sua uscita per le forti sequenze disturbanti (alcune al limite del disgusto) realizzate grazie agli straordinari effetti speciali di Chris Walas, Jon Berg, Louis Craig e Hoyt Yeatman. E’, a tutt’oggi, il più grande successo commerciale e il film più conosciuto e costoso del regista canadese, che raggiunse, grazie ad esso, l’apice della sua popolarità. E’ il remake di un classico dell’horror, L’esperimento del dottor K (1958) di Kurt Neumann, ma nelle mani di Cronenberg diventa molto altro, superando di gran lunga l’originale per potenza evocativa, simbologie raccapriccianti, furore espressivo, astrazione visionaria. E’, probabilmente, l’esponente più famoso del così detto genere “body horror” (di cui Cronenberg è padre legittimo) e porta alla massima esasperazione grafica la metamorfosi del corpo, la corruzione della carne e la malattia che ti divora dal di dentro, per dare origine ad un essere nuovo, anche dal punto di vista cinematografico. Nonostante l’evidente repellenza di molte sequenze, che sono comunque funzionali al discorso filosofico portato avanti dal regista in tutta la sua filmografia, l’opera ha un notevole fascino oscuro e la storia d’amore tra i due protagonisti, forte di un romanticismo carnale, funge da giusta mitigatrice degli aspetti ripugnanti, riuscendo a diffondere un senso di pietosa umanità nelle scene di maggior impatto drammatico. Nel cast svetta uno straordinario Jeff Goldblum, nell’interpretazione più intensa e sofferta della sua carriera, accompagnato da Geena Davis (all’epoca sua compagna), John Getz e Leslie Carlson. Lo stesso regista si ritaglia un cameo nei panni del ginecologo di Veronica. La pellicola vinse un meritato premio Oscar per il miglior trucco, curato da Chris Walas e Stephan Dupuis. Tra i tanti mostri apparsi negli anni sul grande schermo la “Brundlemosca” è, ancora oggi, uno di quelli più inquietanti e riusciti. Tra Kafka e Stevenson, Cronenberg realizza un nuovo potente incubo sulla contaminazione tra follia e scienza, umano e bestiale, istinto e ragione, materia e spirito. Un incubo che può destare sensazioni contrastanti, opinioni controverse ma giammai lasciare indifferenti. Ma questo è David Cronenberg: novello Caronte negli inferi morbosi della psiche umana.

La frase:Io... sto dicendo che sono un insetto che aveva sognato di essere un uomo, e gli era piaciuto. Ma adesso il sogno è finito, e l'insetto è sveglio

Voto:
voto: 4/5

La zona morta (The Dead Zone, 1983) di David Cronenberg

Johnny Smith, docente di letteratura, è vittima di un grave incidente stradale che lo fa finire in coma per cinque anni. Al suo risveglio trova tutto cambiato: la sua amata fidanzata, Sarah, si è sposata ed è madre di un bambino. Ma grazie al coma Johnny ha sviluppato un incredibile potere medianico, grazie al quale riesce a “vedere” immagini del passato o del futuro delle persone con cui entra in contatto fisico. In breve il nostro diventa famoso perché le sue visioni gli consentono di salvare delle vite o di risolvere complessi casi polizieschi, ma ben presto si renderà conto che il suo dono potrebbe anche essere una maledizione. Questo cupo dramma parapsicologico dalle sfumature thriller, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, è il primo film hollywoodiano di Cronenberg, grazie al leggendario produttore Dino De Laurentiis che lo volle a bordo del progetto. E’ una delle più asciutte e misurate opere cronenberghiane, che rinuncia del tutto allo shock visivo e all’esplicitazione della carne e del sangue, barattandole con una classica compostezza interamente edificata sullo scandaglio psicologico del tormentato protagonista, egregiamente interpretato da un dolente Christopher Walken, che fa un ammirevole lavoro per sottrazione nel dar vita al personaggio. Malinconico e silente, questo film trattenuto e dai toni autunnali contiene comunque, nel sottotesto, diversi elementi tipici dell’autore canadese, come la preveggenza vissuta alla stregua di una malattia con conseguente mutazione interiore del protagonista. I fans integralisti del regista non gradirono la svolta e bollarono frettolosamente la pellicola come “commerciale”. Il giudizio lapidario è senza dubbio eccessivo perché La zona morta resta un buon film di ipnotica atmosfera, nonché uno dei più felici adattamenti cinematografici di Stephen King, ma ha tuttavia un suo fondamento di verità: non a caso questo è il film di Cronenberg preferito dal pubblico mainstream e sicuramente perde qualcosa in genialità visionaria, originalità tematica e malia trasgressiva rispetto ai lavori precedenti. E’ anche l’unica pellicola dell’autore la cui colonna sonora non sia stata composta dal fedelissimo Howard Shore, ma dall’americano Michael Kamen. La zona morta a cui allude il titolo è quel quid indeterminato che Johnny percepisce nelle visioni del futuro e che gli consente di modificarlo con le sue azioni.

Voto:
voto: 3,5/5

Scanners (Scanners, 1981) di David Cronenberg

Gli scanners sono individui dotati di poteri telecinetici, ovvero in grado di leggere la mente altrui o addirittura di assumerne il controllo e di causarne la morte attraverso l’alterazione di certe funzioni vitali. Il dottor Ruth è a capo della ConSec, un’influente multinazionale di ricerca farmacologica che cerca di controllare gli scanners attraverso un siero speciale da loro prodotto, che ne protegge la mente ipersensibile dalle onde cerebrali altrui e, nel contempo, ne amplifica i poteri. Ma la situazione precipita quando Darryl Revok, lo scanner più potente, si ribella e decide di usare le sue straordinarie abilità per impadronirsi del potere, coinvolgendo nella rivolta molti suoi simili che si schierano dalla sua parte. Per fronteggiare la guerriglia urbana scatenata da Revok, il dottor Ruth recluta un altro scanner assai dotato, Cameron Vale, e lo istruisce per combattere il pericoloso dissidente. Lo scontro mentale tra i due mutanti sarà tremendo ma Vale avrà modo di scoprire diverse verità che gli erano state nascoste. Celebre horror fantascientifico di Cronenberg, che riscosse un notevole consenso presso il  pubblico, segnando il primo vero successo commerciale del regista canadese e facendolo così emergere dalla nicchia underground a cui fieramente apparteneva. Nonostante una storia un po’ confusa nel suo accumulo di suggestioni apocalittiche, mutazioni genetiche, poteri psicocinetici e i consueti attacchi alla scienza amorale, è un film brillante per la ricchezza di invenzioni visive, per la possanza fantastica, per il ritmo teso e per il sottile discorso metaforico sull’impossibilità di separare in modo netto il bene dal male, in quanto elementi imprescindibili intimamente connessi alla natura umana. E’ ovviamente questa la chiave di lettura dell’affascinante finale ambiguo che pone “fine” allo scontro tra lo scanner buono e quello cattivo. Cronenberg evidenzia una solida maturità espressiva nella riproposizione ossessiva dei suoi temi prediletti in salsa horror e stavolta si avvale di un valore aggiunto: gli incredibili effetti speciali “artigianali” di Dick Smith, che hanno dato impressionante forma alla visione dell’autore consegnando allo spettatore diverse sequenze memorabili (come quella agghiacciante della testa che esplode, autentico marchio di fabbrica dell’opera). Sequenze entrate di diritto nell’iconografia del genere horror. Buona parte del meritato successo del film si deve sicuramente al notevole lavoro fatto da Smith per la creazione di effetti visivi così efficaci. Nel cast spicca il carismatico Michael Ironside nel ruolo dello scanner Revok. Il film ha avuto ben quattro seguiti (tra il 1991 e il 1995), tutti inferiori all’originale e non diretti da Cronenberg.

Voto:
voto: 3,5/5

domenica 2 aprile 2017

Brood - La covata malefica (The Brood, 1979) di David Cronenberg

In una clinica di Toronto il dottor Raglan sperimenta sui suoi pazienti psicotici la “psicoplasmica”: una tecnica innovativa volta ad eliminare i comportamenti aggressivi attraverso un meccanismo di consapevole esternazione. Una delle pazienti, Nola, viene sottratta dalle cure del dottore dal marito Frank, che avverte una indefinibile sensazione di pericolo nell’operato di Raglan. Intanto iniziano ad avvenire orribili delitti i cui responsabili sembrano essere dei piccoli mostri simili a bambini deformi. Le indagini di Frank lo porteranno a scoprire un’atroce verità. Il terzo horror di David Cronenberg (da lui stesso definito, con impagabile ironia nera, come “la mia versione di Kramer contro Kramer”) è una orripilante parabola fantastica sulla paura della maternità, ridondante di sequenze disturbanti (per le quali è famoso presso gli amanti delle pellicole gore), di topoi che rimandano alle tragedie classiche e di tutte le ossessioni care al regista canadese (la trasformazione del corpo, la mostruosità, la psicologia, la connessione tra carne e istinto, il contagio). Se la prima parte della pellicola è inappuntabile per la capacità di costruzione della suspense in un’atmosfera carica di inquietanti presagi, la seconda diventa un tripudio parossistico di sequenze shock che trova però una sua logica morbosa nel raccapricciante finale di visionaria crudeltà. Non è di certo tra le migliori opere dell’autore ma, come al solito, ha uno zoccolo duro di ammiratori, potette contare (per la prima volta nella filmografia cronenberghiana) su un cast di attori famosi (quali Oliver Reed e Samantha Eggar) e fu il film che fece conoscere Cronenberg al pubblico italiano grazie alla buona distribuzione e al discreto successo commerciale che ebbe nel nostro paese. E’ sconsigliato al pubblico particolarmente sensibile o dallo stomaco debole. Invece gli amanti incalliti dell’horror estremo e un po’ vintage ci andranno a nozze.

Voto:
voto: 3/5

Rabid - Sete di sangue (Rabid, 1977) di David Cronenberg

Vittima di un grave incidente stradale la giovane Rose, in condizioni disperate a causa di ustioni diffuse su tutto il corpo, viene portata in una clinica dove il dottor Keloid, scienziato senza scrupoli, sperimenta innovative tecniche di trapianto della pelle, prelevando campioni da pazienti morti. Il complesso trattamento sembra riuscire e Rose viene salvata, ma gli effetti collaterali sono tanto imprevisti quanto spaventosi. La donna si trasforma in un vampiro assetato di sangue, che succhia ai malcapitati tramite un piccolo aculeo di forma fallica che le spunta da sotto l’ascella. Le vittime vengono contagiate a loro volta dal misterioso morbo e, in breve, le strade di Montreal si riempiono di cadaveri e di mostri assetati di sangue. Horror a basso costo ma, come al solito, ricco d’inventiva e di allusioni sessuali, girato da Cronenberg proseguendo il medesimo discorso già avviato nel precedente (e meglio riuscito) Shivers. Le tematiche sono esattamente le stesse e, per molti versi, questo film appare una sorta di “sequel” spurio di quello del 1975, risultando ancora più estremo ma meno brillante. L’autore rilegge il mito del vampiro declinandolo al femminile, spogliandolo di ogni connotazione gotica, religiosa, seduttiva e soprannaturale, ma calandolo in un contesto scientifico sperimentale che richiama un altro grande classico dell’horror: il Frankenstein di Mary Shelley. La critica contro l’arroganza della scienza medica, che in nome del progresso lascia sul campo vittime inconsapevoli, è blanda e grossolana perché il regista è maggiormente interessato agli aspetti sessuali della trasformazione di Rose. Il parallelismo tra l’atto sessuale e quello vampirico è effettivamente notevole e la sua resa visiva lascia poco spazio alle interpretazioni: la soddisfazione sensoriale che la protagonista dimostra di provare dopo aver saziato la sua sete di sangue è una lampante metafora dell’orgasmo. Ritorna ancora una volta prorompente e carico di particolari disturbanti il tema della mutazione del corpo, autentica ossessione del regista canadese. Ma, nonostante i numerosi spunti d’interesse, tutto appare troppo debitore (e meno stimolante) rispetto al lungometraggio precedente (Shivers). Il film ha comunque vaste schiere di ammiratori per i quali è un cult assoluto, anche per la presenza della pornodiva Marilyn Chambers nel ruolo di Rose. La Chambers, che comunque se la cava discretamente, fu imposta dal produttore Ivan Reitman che sperava di rimpinguare gli incassi del film grazie al suo nome sui manifesti. Cronenberg avrebbe invece voluto l’ancora poco conosciuta Sissy Spacek, che poi sarebbe esplosa proprio durante la lavorazione della pellicola grazie al suo iconico ruolo in Carrie di Brian De Palma. Per “vendicarsi” del torto subito dal suo produttore, il regista fa comparire in una scena del film un poster di Carrie proprio alle spalle della protagonista.

Voto:
voto: 3/5

Il demone sotto la pelle (Shivers, 1975) di David Cronenberg

A Montreal, in un avveniristico complesso residenziale chiamato “Arca di Noè”, un medico patologo uccide una giovane studentessa, la sventra con un bisturi, getta dell’acido nel suo addome e poi si toglie la vita a sua volta. Il terribile evento sconvolge la vita dei residenti e due medici iniziano a indagare ma non possono immaginare la tremenda minaccia con cui presto avranno a che fare. L’omicida ha infatti agito in modo così brutale per cercare di fermare la diffusione di un piccolo parassita vermiforme, da lui stesso creato in laboratorio, che si trasmette di corpo in corpo attraverso gli orifizi e che provoca nel soggetto infettato un’insaziabile libido erotica ed un’incontrollabile furia omicida. Il terzo lungometraggio di David Cronenberg (ma il primo ad essere distribuito su larga scala) è un agghiacciante horror fantastico denso di suggestioni oscure e di sinistre metafore. Alcune delle quali addirittura preveggenti visto che il morbo del film può essere letto, col senno di poi, come un’allegoria orripilante dell’AIDS, che poi esploderà negli anni ’80. Girata con pochi mezzi, è un’opera acerba, a suo modo seminale, con l’estetica tipica di un B-movie del suo tempo, ma già straripante di invenzioni accattivanti, di tocchi geniali, di visioni morbose e di tutti quegli elementi che saranno poi ascrivibili sotto l’aggettivo “cronenberghiano”: la mutazione del corpo, il rapporto tra sesso e morte, la malattia, lo scandaglio psicoanalitico, l’interpretazione “venerea” delle azioni umane, la visione apocalittica del mondo. Come molti hanno giustamente notato c’è molto di più di ciò che sembra in questo horror intellettuale che mira allo shock efferato per indurre riflessioni ben più profonde, basti pensare al valore aggiunto della claustrofobica ambientazione: il mega complesso residenziale (simbolo del capitalismo occidentale) che è di per se stesso un corpo, contagiato da altri corpi la cui virulenza rappresenta quell’insieme di vizi, pulsioni e aberrazioni che distrugge l’uomo dal suo interno. In tal senso le connessioni con predecessori “nobili” quali L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel o La notte dei morti viventi (1968) di George Romero sono del tutto appropriate, anzi va riconosciuto che Shivers vi aggiunga l’elemento sessuale (e tutte le implicazioni psico-sociologiche del caso) come ulteriore motivo di interesse. E’ con questo piccolo grande film, eletto rapidamente a oggetto di culto dagli amanti del cinema underground, che Cronenberg è divenuto Cronenberg, il visionario cantore al sangue di perverse dannazioni che tutti i cinefili amano. Nel cast va segnalata la presenza autorevole di Barbara Steele, icona indiscussa dell’horror gotico italiano degli anni ’60. Esistono due versioni dell’opera: una di 77 minuti e quella integrale di 88 minuti, più difficile da reperire. Alla sua uscita fu snobbato dal pubblico e stroncato dalla critica, che lo bollò come disgustoso, ma il tempo gli ha restituito i giusti meriti e oggi viene generalmente (e meritatamente) ritenuto un caposaldo del genere horror degli anni ’70, oltre che un’opera fondante per l’estetica dell’autore. La memorabile sequenza della vasca da bagno è ricordata da tutti i fans del cinema horror ed è spesso utilizzata come icona del film.

Voto:
voto: 4/5

M. Butterfly (M. Butterfly, 1993) di David Cronenberg

Pechino, 1964: un diplomatico francese, René Gallimard, s’innamora di una cantante lirica, Song Liling, dopo aver assistito alla sua interpretazione nella “Madama Butterfly” di Puccini. Convinto di aver trovato la sua Butterfly, ovvero l’ideale di donna devota e sottomessa a cui da sempre ambisce nel suo intimo, l’uomo, per quanto sposato, riesce ad incontrarla e a sedurla. Ma la relazione si rivela fin da subito difficile e Gallimard troverà ad attenderlo un’amara sorpresa. Ipnotico melodramma al ghiaccio di David Cronenberg, basato sulla pièce teatrale omonima di David Henry Hwang, a sua volta liberamente ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto. Senza svelare troppi dettagli sulla trama (perché sarebbe delittuoso) possiamo dire che questa pellicola allucinata, pervasa da atmosfere mortifere, tratteggiata con un’estetica da incubo e per molti versi spiazzante, è solo un’apparente anomalia nel percorso artistico del grande regista canadese, rispetto alla sua poetica della carne, del sangue e della mutazione del corpo. Infatti la stessa “Madama Butterfly” di Puccini può essere letta come opera mutante e questo film di Cronenberg ne costituisce una rivisitazione specularmente rovesciata (e, quindi, un’ulteriore mutazione) impregnata da suggestioni psicopatologiche, ossessioni sessuali, feticismo oscuro, erotismo malato e riflessioni inquietanti sul concetto di identità. I risvolti politici pur presenti nel film (l’analisi del post colonialismo occidentale nei confronti dell’oriente) sono risolti con approccio poco attento alla verosimiglianza, perché all’autore canadese interessano maggiormente gli aspetti psicologici della torbida vicenda: il rapporto morboso tra Gallimard e Liling nelle sue ambigue e molteplici sfaccettature che sottendono una disparità di argomenti: il tema del doppio, la sovrapposizione dei ruoli opposti (maschio-femmina, amante-amato, persona-personaggio, oriente-occidente, capitalismo-comunismo) e il trasferimento di personalità. Rinunciando del tutto agli effetti speciali ed al gore di molte sue pellicole, il regista poggia il film sulle spalle del suo tormentato protagonista, interpretato con ammirevole mimetismo da un Jeremy Irons “insolito”, e porta in scena un concetto ben più sottile (e più disturbante) di ibridazione: in quanto realizzata attraverso un’astrazione sessuale psichicamente idealizzata e, quindi, extrasensoriale, ovvero proiettata sulla base del proprio desiderio inconscio. Almeno due i momenti che resteranno di quest’opera ammaliante: la sequenza nel furgone ed il celebre epilogo in carcere. Il film fu un assoluto flop al botteghino, anche perché uscì in contemporanea con altre due pellicole per certi versi similari (ma di cui, per ovvi motivi, non sveliamo i titoli) ed è generalmente considerato, ingiustamente, come un’opera minore dell’autore. Un suo punto debole è sicuramente una cattiva scelta di casting (perché svela anzi tempo ciò che non dovrebbe) ma, nonostante i suoi difetti, rimane un punto fermo nella filmografia di Cronenberg e nella sua analisi psicologica sul sentiero dell’horror venereo.

Voto:
voto: 4/5

sabato 1 aprile 2017

Carlito's Way (Carlito's Way, 1993) di Brian De Palma

New York, anni ’70: Carlito Brigante, criminale e spacciatore di droga portoricano, esce dal carcere grazie all’astuzia del suo avvocato, il losco David Kleinfeld, che sfrutta a suo vantaggio un cavillo legale. Brigante torna nel suo vecchio quartiere (Harlem) e cerca di rifarsi una vita pulita. Intraprende la gestione di un locale notturno per mettere da parte il denaro con cui coronare il suo sogno: ricucire i rapporti con la bella Gail, amore della sua vita, e partire con lei verso paradisi caraibici. Ma il richiamo della strada è troppo forte e le azioni scellerate del suo avvocato, che si è messo contro un boss della mafia italiana, ricacceranno il nostro in pericolosi guai. Straordinario gangster movie di Brian De Palma ispirato ai romanzi “Carlito's Way” e “After Hours” di Edwin Torres. E’ un’impresa ardua rivitalizzare un genere che ha già detto tanto grazie a una lunga serie di capolavori inavvicinabili, ma De Palma, che forse proprio nel noir gangsteristico ha ottenuto i suoi risultati migliori, ci riesce grazie ad una storia semplice (e, invero, non molto originale) raccontata con stile possente, grande respiro epico, struggente romanticismo nostalgico, ritmo teso e, soprattutto, una miriade di geniali invenzioni visive che portano il talento stilistico dell’autore al suo tripudio. Almeno due le sequenze memorabili da annoverare nell’antologia del cinema: la partita a biliardo, che il grande regista italoamericano trasforma, grazie all’utilizzo estroso della macchina da presa, in un rutilante duello di scaltrezza, e la sparatoria finale alla Grand Central Station, che ribadisce la capacità di De Palma di instillare un afflato mitico nelle scene d’azione. Straripanti i due attori protagonisti, Al Pacino e Sean Penn, con il secondo forse addirittura più bravo del primo, che si meritano gli applausi, la lode ed il bacio accademico. Notevole anche il doppiaggio italiano di Giancarlo Giannini, che quando doppia Pacino dà sempre il meglio di sé. Completano il ricco cast Penelope Ann Miller, John Leguizamo, Ingrid Rogers, Luis Guzmán e Viggo Mortensen. Tutti bravissimi ma evidentemente oscurati dai due mostri sacri prima citati. Interamente raccontato in flashback dal flusso di ricordi del protagonista, con il prologo che già anticipa l’epilogo ma, incredibilmente, non toglie forza al patos complessivo, è un grande classico moderno del genere gangster, scritto benissimo, recitato meglio e diretto con il tocco illuminato del genio. Ora malinconico, ora entusiasmante, è una delle gemme imperdibili della luminosa carriera di Brian De Palma.

Voto:
voto: 4,5/5