mercoledì 19 aprile 2017

Chicago (Chicago, 2002) di Rob Marshall

Chicago, anni ’20: Roxie Hart è una biondina tutto pepe sposata con l’imbelle Amos, che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo come ballerina grazie al suo viscido amante, generoso di facili promesse. Ma quando scopre che questi si approfitta di lei per scopi sessuali lo uccide con un colpo di pistola e finisce in carcere. Qui incontra la bruna Velma Kelly, sensuale e carismatica artista di vaudeville, che deve scontare una condanna per l’omicidio del marito fedifrago. Tra le due donne scatta una feroce rivalità, inasprita dalle attenzioni per Roxie del subdolo avvocato donnaiolo Billy Flynn, che riesce rocambolescamente a farla assolvere, rendendola celebre e spalancandole così le porte del successo nello showbiz. Ma quando anche Velma riuscirà a guadagnarsi l’assoluzione, le due vecchie nemiche sceglieranno di allearsi per dar vita ad un grande show musicale, “Le belle assassine”, che le porterà all’apice della fama ottenendo un successo strepitoso. Sfavillante musical dalle atmosfere noir di Rob Marshall, ispirato all’omonimo spettacolo musicale del 1974 scritto da Bob Fosse, Fred Ebb e John Kander, a sua volta tratto da una pièce teatrale di Maurine Dallas Watkins che prendeva spunto da analoghe vicende reali accadute a Chicago nel 1924. Marshall, che fu allievo e sodale di Fosse, trae evidente ispirazione anche dal capolavoro Cabaret del 1972, cercando di replicarne le suggestioni dark e la decadente carica trasgressiva. Il risultato è altalenante ed incerto perché Marshall non è Fosse e la ricercata patina old fashion che caratterizza l’intera operazione non basta a garantire la densità espressiva e la saldezza stilistica dei grandi classici del genere. In ogni caso le melodie dal sapore jazz-blues sono brillanti e le coreografie dei numeri musicali, ricolme di estro creativo, sono il vero punto di forza del film. Peccato che le voci dell’imponente cast originale (Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, Queen Latifah, John C. Reilly, Lucy Liu) non siano alla medesima altezza, salvo qualche felice eccezione. Generosamente premiato con sei Oscar (miglior film, miglior attrice non protagonista a Catherine Zeta-Jones, scenografia, costumi, montaggio e sonoro) e generalmente lodato dalla critica internazionale, è un film ampiamente sopravvalutato, nonché un tentativo fuori tempo massimo di replicare i fasti del grande Bob Fosse e la geniale malia visionaria dei suoi musical dall’anima nera.

Voto:
voto: 3/5

martedì 18 aprile 2017

Il discorso del re (The King's Speech, 2010) di Tom Hooper

La morte del padre, re Giorgio V, e la scandalosa abdicazione del fratello maggiore Edoardo VIII, costringono il secondogenito duca di York principe Albert, detto “Bertie”, a salire sul trono d’Inghilterra nel dicembre 1936 con il nome di Giorgio VI, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Timido, impacciato e affetto da un serio problema di balbuzie, “Bertie”, durante i concitati eventi che porteranno alla sua incoronazione, si rivolge al bizzarro logopedista australiano Lionel Logue per cercare di risolvere il suo spiacevole problema verbale, evidentemente umiliante per il suo imminente ruolo di leader carismatico che dovrebbe saper parlare degnamente alla nazione, per giunta in un momento storico così delicato. Raffinato dramma storico biografico, scritto da David Seidler (che dalla reale vicenda di Giorgio VI aveva già tratto un’opera teatrale) e diretto con tocco rassicurante da Tom Hooper. Utilizzando sovente i modi e il linguaggio della commedia, ma bilanciandoli con uno stile sobrio che oscilla tra afflati epici e momenti intimi di malinconica tenerezza, è un elegante film di attori sempre attento al senso della misura, sontuoso nell’apparato figurativo e fedele alla formula della pellicola storica edificante “acchiappa-premi”. In grande spolvero il cast con Colin Firth goffamente tormentato, Geoffrey Rush istrionico sornione, Helena Bonham Carter di regale determinazione e poi via via tutti gli altri grandi nomi quali Guy Pearce, Timothy Spall, Michael Gambon, Derek Jacobi. Interessante il punto di vista sotteso all’opera che vuole i Windsor come una holding più che una famiglia, con la conseguente necessità di attingere al potere affabulatorio della fiera oratoria per mantenere il consenso necessario alla preservazione del loro antico potere. I momenti più riusciti sono quelli dello stravagante rapporto tra il re e l’eccentrico logopedista, i cui metodi apparentemente poco ortodossi mirano a scardinare la paura come vero fattore traumatico che causa la balbuzie nei soggetti più sensibili. Decoroso e un po’ inamidato come molte pellicole britanniche a sfondo monarchico, merita comunque ampiamente la visione per il suo classico senso dell’equilibrio. Su dodici candidature agli Oscar 2011 ne vinse quattro “pesanti”: miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista all’intenso Colin Firth. E’ sicuramente da preferire la visione in lingua originale per poter gustare appieno la brillante performance di Firth, carica di sfumature e di sottigliezze non solo linguistiche ma anche espressive e posturali. Lo stesso dicasi per il vulcanico Geoffrey Rush, che qui riesce saggiamente a mettere una sensibile sordina alla sua consueta enfasi teatrale.

Voto:
voto: 3,5/5

Ogni maledetta domenica (Any Given Sunday, 1999) di Oliver Stone

Tony D’Amato è il grintoso allenatore della squadra di football americano dei Miami Sharks, da sempre ancorato ad una concezione fiera e romantica dello sport a cui ha dedicato gran parte della sua vita. Ma la morte del vecchio patron ed il relativo passaggio della proprietà nelle mani della sua giovane figlia, Christina Pagniacci, unicamente interessata ai profitti economici, sembra avviare il nostro verso il viale del tramonto. A complicare le cose si aggiungono una serie di sconfitte sportive dovute anche all’infortunio e alla cattiva vena dello storico quarterback (e leader) della squadra “Cap” Rooney, che mal sopporta l’arrivo dell’astro nascente Willie Beamen, tanto talentuoso quanto turbolento e insofferente alle regole dello spogliatoio. Ma il vecchio leone Tony D’Amato sa ancora far sentire il suo carisma e si batterà con tutte le forze per uscire dalla complessa situazione. Da Oliver Stone un dramma sportivo intenso e crudo, furioso e spettacolare, pervaso dalla forsennata vitalità estetica dell’autore in bilico tra denuncia e parossismo, critica ed esaltazione. Come allegoria caustica della società americana, sorretta dall’ansia di successo, obbediente al potere e devota al dio denaro, funziona solo a tratti perché le lodevoli intenzioni vengono spesso disperse sull’altare della furia espressiva, tipica dell’ardente regista newyorkese. Il film vale soprattutto per l’impeto ruggente con cui sa esaltare le brutali sequenze di gioco dello sport più amato d’America, anche grazie al montaggio frenetico che ci inonda con raffiche di dinamica foga testosteronica. E vale anche per il cast stellare che si mette totalmente al servizio della concitata visione del regista nella sua analisi antropologica che spazia, tra stereotipi ed amplificazioni, dallo sport alla politica, senza dimenticare la retorica dell’uomo forte tipicamente americana. Della sontuosa squadra di attori citiamo, in ordine di bravura, un bellicoso Al Pacino, nei panni del coach protagonista, e poi Jamie Foxx, Dennis Quaid, James Woods, Matthew Modine, Aaron Eckhart, fino alla biondissima Cameron Diaz che, sex appeal a parte, appare come la vera nota stonata del concerto interpretativo. Il film vanta numerosi ammiratori per la sua coinvolgente carica aggressiva ma Stone ha sicuramente fatto di meglio e, ad onor del vero, anche di peggio.

La frase:Ogni maledetta domenica si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini.

Voto:
voto: 3/5

venerdì 14 aprile 2017

La notte di San Lorenzo (La notte di San Lorenzo, 1982) di Paolo e Vittorio Taviani

San Miniato, Toscana, agosto 1944, durante l’occupazione tedesca. Con gli alleati ormai alle porte e la guerra di Resistenza in atto, i nazisti convincono il vescovo locale a radunare l’intera cittadinanza nella chiesa, garantendo la salvezza di tutti. Ma alcuni coraggiosi preferiscono seguire il fattore Galvano, che non si fida dei tedeschi e teme una trappola mortale, cercando una disperata fuga verso una zona franca già nelle mani dell’esercito americano. Straordinario affresco corale in forma poetico biografica dei fratelli Taviani, che partono dallo spunto di uno dei tanti momenti tragici vissuti dal nostro paese durante la seconda guerra mondiale: la strage del Duomo di San Miniato, loro paese natio, compiuta dai nazisti ai danni dell’inerme popolazione civile. Più che un film è un lungo flusso di suggestioni magiche, sospeso tra ricordi personali e memoria sociale, racconto storico e trasfigurazione fantastica, fiaba e tragedia, orrore e poesia, mitizzazione epica e romanzo lirico. I registi avevano già realizzato, nel 1954, un documentario sulla strage intitolato “San Miniato luglio '44 e decisero di girare la pellicola nei veri luoghi dove si svolsero i fatti storici (le campagne circostanti il loro paese), con la sola eccezione dell’interno della chiesa, preferendovi la Collegiata di Sant’Andrea di Empoli per motivi di sensibilità e di rispetto verso eventi così tragici e ancora troppo dolorosi. Malgrado l’atrocità dei fatti la scelta stilistica di mediare il tutto attraverso il dolce filtro della memoria infantile, utilizzando la prospettiva dello sguardo sognante dei bambini, si rivela artisticamente mirabile e connota una vicenda tragica di geniale originalità espressiva. L’idea dell’alter ego fanciullo garantisce il giusto distacco dalla materia trattata, evita un coinvolgimento emotivo troppo esasperato e favorisce la sublimazione della dolorosa cronaca storica in somma poesia visionaria. Tante le scene memorabili da consegnare a un’ideale antologia del cinema d’autore: la notte nel casale, la battaglia nei campi di grano (che eleva la campagna toscana a ideale coprotagonista), la celebre sequenza onirica del fascista trafitto dalle lance che è poi divenuta il simbolo del film, l’epilogo sotto la pioggia. I Taviani esplorano l’utopia, il mito, la memoria e il sogno per rendere in immagini un orrore inenarrabile, una ferita storica profonda che non potrà mai essere totalmente rimarginata e le cui implicazioni politiche generano polemiche ancora oggi. La testimonianza di un popolo che intende esorcizzare il proprio dolore diventa un’epopea corale di intenti e di energie vitali, in cui, pur in situazioni estreme, si ha ancora la forza per vivere sentimenti puri e sensazioni inebrianti come l’amore, la pietà, il coraggio, la speranza. Dal punto di vista politico il film, più che interessarsi alla questione nazisti contro alleati, si rivolge alla lotta intestina tra fascisti e antifascisti, fornendo alla Resistenza italiana una dimensione da guerra civile. Il film ottenne due meritatissimi premi al Festival di Cannes (Gran Premio Speciale della Giuria e Premio della giuria ecumenica) e fece incetta di statuette ai David di Donatello (cinque su dieci candidature totali). Nel cast, che annovera numerosi attori non professionisti o esordienti, spiccano Omero Antonutti e Margarita Lozano, con menzione speciale per il primo, collaboratore di fiducia dei registi toscani. Da elogiare anche l’intensa colonna sonora di Nicola Piovani e la fotografia “calda” di Franco Di Giacomo. Nell’eccellente filmografia di Paolo e Vittorio Taviani, autori di rigorosa estetica e di fervido impegno sociale, questo è il loro massimo capolavoro.

Voto:
voto: 4,5/5

Padre padrone (Padre padrone, 1977) di Paolo e Vittorio Taviani

Gavino è un giovane pastore sardo vessato da un padre tiranno che lo ha strappato alla scuola e lo ha escluso dalla società per tenerlo tra i monti a badare al gregge di famiglia. Fino a vent’anni Gavino cresce isolato, analfabeta, incapace di esprimersi in italiano perché conoscitore della sola lingua sarda. Grazie al servizio militare il nostro riesce a lasciare la sua condizione di oppressione forzata e diventa un uomo migliore: incontra altre persone, conosce nuove mentalità, studia, si appassiona di storia delle lingue e riesce persino a conseguire la licenza liceale. Al ritorno nel suo paese natio Gavino è totalmente cambiato e lo scontro con il gretto patriarca sarà inevitabile. Capolavoro dei fratelli Taviani tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Gavino Ledda, oggi stimato scrittore e insigne studioso di linguistica, in cui il protagonista racconta la sua triste vicenda giovanile sotto il giogo di un padre rozzo, dispotico e ignorante. E’ il film più famoso dei registi toscani, un’autentica pietra miliare della loro carriera e una delle migliori pellicole prodotte dal cinema italiano negli anni ’70. E’ un’opera aspra, dura e lucida, pregna della medesima bellezza selvaggia della terra di Sardegna, ruvida e brutale, spazzata da un vento millenario che ne ha modellato le fiere asperità. La violenza ideologica della pellicola è terribile ma la maestosa messa in scena registica le conferisce la scarna nobiltà di un affresco arcaico, che guarda al mitologico e stinge nel poetico. Il livello più interessante del film, che è poi ciò che ha maggiormente interessato i Taviani del libro di Ledda, è quello di crudo apologo sulla libertà individuale, sulla necessità di rompere il muro del silenzio e di spezzare le catene di una rude tradizione atavica per opporsi al potere autoritario. In tal senso è un’opera profondamente politica e ricolma di significati universali che vanno al di là delle restrizioni territoriali e linguistiche, e questo spiega il grande successo mondiale da essa conseguita. Alla sua uscita ricevette generalmente larghi consensi, ma anche aspre critiche da parte degli intellettuali sardi, che giudicarono il film grossolano, fasullo e calunnioso per la raffigurazione data alla regione isolana. Leggenda vuole che lo stesso Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’interno, dopo aver visto la pellicola, disse adirato all’attore protagonista: “noi sardi i panni sporchi preferiamo lavarli in famiglia. E siamo anche molto permalosi.”. Per quasi 30 anni Padre padrone è stato ufficiosamente osteggiato in terra sarda, nonostante i registi abbiano più volte spiegato la loro assoluta buona fede nel ritrarre una storia universale di schiavitù e di libertà, un conflitto generazionale di mitologica fascinazione e di ferino simbolismo, indipendente dall’ambientazione geografica e dal contesto sociale. Lo stesso Ledda ha apprezzato profondamente il film, nonostante le non poche differenze rispetto alla sua autobiografia scritta, ed ha sempre difeso l’onestà intellettuale del lavoro dei registi. Sembra che oggi, finalmente, Padre padrone abbia goduto della meritata rivalutazione anche presso il popolo sardo, dopo le tante polemiche del passato, molte delle quali strumentali. Il film fu un grande successo di pubblico e critica a livello mondiale, anche grazie al doppio premio ricevuto al prestigioso Festival di Cannes (Palma d’Oro e Premio FIPRESCI), invero non senza polemiche da parte dei francesi che comunque amarono molto la pellicola. Fu decisiva, in tal senso, la posizione ferma di Roberto Rossellini, presidente della giuria, che si dimostrò irremovibile nell’assegnazione del massimo premio a Padre padrone, da lui ritenuto un capolavoro degno della grande tradizione del Neorealismo italiano. Fu questa l’ultima trasgressione del grande Maestro romano, che morì due mesi dopo. Infatti non era mai accaduto, nella storia della celebre kermesse francese, che un film prodotto dalla televisione avesse vinto il premio più ambito. Va infatti ricordato che, inizialmente, Padre padrone era nato come prodotto televisivo prodotto dalla RAI e destinato ad essere trasmesso su Raidue, ma poi, proprio per soddisfare la richiesta dei delegati francesi che lo volevano in concorso a Cannes, fu “convertito” in formato cinematografico uscendo anche nelle sale. Premiato due mesi dopo anche al Festival di Berlino (con l’Interfilm Grand Prix), ebbe un’enorme cassa di risonanza e, nonostante le numerose polemiche che lo accompagnarono, raggiunse un vasto successo internazionale facendo stabilire incassi record al botteghino. Anche il suo primo passaggio televisivo italiano, avvenuto nel novembre 1978, fece registrare numeri importanti in termini di audience. Nel cast vanno citati Omero Antonutti, straordinario nel ruolo del patriarca tiranno, Saverio Marconi, ammirevole per la sua capacità di acquisire rapidamente l’accento sardo essendo lui romano, e Marcella Michelangeli, nella parte della madre succube. Da citare anche l’apparizione del vero Gavino Ledda, nel ruolo di sé stesso, e di Nanni Moretti, nei panni del commilitone che invoglia Gavino allo studio. Menzione speciale anche alla suggestiva colonna sonora di Egisto Macchi, ricolma di fascino primordiale e di tetra maestosità espressiva. Padre padrone è un gioiello del nostro cinema, un potente affresco realistico ricco di sequenze memorabili, opera di austera intensità drammatica, di sontuoso impatto visivo e di acre malia sonora. Capace di raggiungere una tragica bellezza poetica nei momenti di volo alto. Tra i suoi numerosi ammiratori c’è anche il famoso regista Martin Scorsese, che si è sempre dichiarato grande seguace di questo film dei fratelli Taviani.

Voto:
voto: 4,5/5

Le affinità elettive (Le affinità elettive, 1996) di Paolo e Vittorio Taviani

In una villa della campagna toscana avviene l’incontro tra Edoardo e Carlotta, marito e moglie, l’amico Ottone e la giovane Ottilia, nipote di Carlotta. Ben presto le “affinità elettive” faranno scattare un incrocio di attrazioni con Edoardo che si invaghisce di Ottilia e Carlotta di Ottone. L’eterna lotta tra ragione e sentimento andrà nuovamente in scena e non senza conseguenze. Prezioso melodramma “in costume” dei fratelli Taviani, che realizzano il loro lungometraggio n. 14 adattando il celebre romanzo omonimo di Johann Wolfgang von Goethe. Numerosi i cambiamenti apportati dai registi toscani rispetto al testo ispiratore, a cominciare dal luogo dell’azione, trasferito dalla Germania alla nativa Toscana, e dal tempo degli accadimenti, che viene spostato in età napoleonica. Il risultato dell’adattamento è un film visivamente imponente, stilisticamente sontuoso, raffinato e freddo, luminoso e ricco, la cui patina barocca è increspata dai sinuosi palpiti erotici di un romanticismo acerbo. Divise la critica alla sua uscita (i detrattori ne attaccarono soprattutto l’eleganza algida e “distante”), ma il lavoro compiuto dai registi è ammirevole, anche per il sapiente riequilibrio dato ai quattro protagonisti rispetto al romanzo di Goethe, che privilegia l’ottica di Ottilia nel suo carnale cupio dissolvi. Lo spazio scenico e quello emotivo tendono a sovrapporsi nel gioco sottile delle “affinità elettive”, che viene rappresentato in una dimensione eterea, un limbo sospeso fuori dal tempo in cui lo scontro tra passione e raziocinio assume un simbolismo antico e pregiato, di pittorica fascinazione. Eccellente il cast con Isabelle Huppert, Fabrizio Bentivoglio, Jean-Hugues Anglade, Marie Gillain e Giancarlo Giannini voce narrante. Numerose le sequenze memorabili: il funerale, la festa campestre, l’epilogo con la piccola serva che sembra smarrirsi nel paesaggio avvolgente della campagna toscana. Non è il miglior film dei Taviani ma resta un’opera di grande fascino e da rivalutare.

Voto:
voto: 4/5

giovedì 13 aprile 2017

Mia madre (Mia madre, 2015) di Nanni Moretti

Margherita è una regista di successo alle prese con il suo nuovo film che parla dello scontro tra gli operai di una fabbrica ed il nuovo padrone americano che minaccia licenziamenti e riduzioni di salario. Alle difficoltà di gestione di un soggetto a sfondo politico si aggiungono le bizze del protagonista, Barry Huggins, star italoamericana afflitta da tormenti interiori e incapace di gestire la maschera che il successo gli impone. Ma i veri drammi di Margherita sono relativi alla vita privata: separata dal marito, con una figlia complicata da crescere, un amante ossessivo e una madre affetta da una grave patologia cardiaca che le lascia poche speranze di vita. Confusa e stressata la donna può però contare sul fratello Giovanni, uomo solido e generoso, che si è preso un periodo di aspettativa dal suo lavoro di ingegnere per accudire la madre malata. Splendido dramma familiare di Nanni Moretti, che dirige con tocco felpato una storia intima, profonda e dolorosa con la delicatezza stilistica propria dei grandi autori. In questo film sincero e toccante il regista di Brunico dimostra di non essere più un “autarchico” ma di aver ormai beneficiato della grazia della piena maturità espressiva, in equilibrio tra la ponderatezza illuminata e il dolente disincanto. Mia madre è un film emblematico del nostro tempo e dalle molte bellezze, che si avvale di una struttura narrativa non lineare che compenetra continuamente sogno e realtà, finzione scenica (il film nel film) e vita vissuta, mantenendo però sempre un rigore espositivo e un’asciuttezza formale di alto magistero registico. Forte di un cast straordinario in grande spolvero (Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini e lo stesso Moretti nel ruolo del pragmatico Giovanni), la pellicola si accosta al tema della morte e del distacco (argomenti non nuovi per l’autore) con un pudore e una dignità che riescono a commuovere profondamente, pur senza mai ricorrere a facili sentimentalismi o al “ricatto” di scene strappalacrime. Il lutto, la cui elaborazione stavolta arriva in anticipo rispetto al fatale evento, è il nucleo centrale e il collante emotivo delle tante tematiche affrontate dal film: la solitudine e la frenesia di una vita moderna in perenne accelerazione, la difficoltà di comunicare con il nostro prossimo (in tal senso vanno letti gli intoppi linguistici di un istrionico John Turturro o i problemi in latino di Livia), il rapporto tra personaggio e persona ovvero tra finzione e realtà, la situazione sociopolitica (che stavolta appare a livello subliminale nel set del film di Margherita). E, non ultimo, un lucido e ammirevole senso di autocritica, non privo di pungente ironia, che l’autore rivolge a sè stesso, al suo proverbiale egocentrismo e persino all’iconica figura “istituzionale” del regista, attraverso lo splendido personaggio di Margherita, interpretato dalla Buy con emozionante intensità. La capacità di descrivere, con disarmante sincerità, il senso di smarrimento (sia personale che collettivo) e la difficoltà di relazionarsi ai nuovi modelli sociali con gli strumenti di una volta, costituisce, al tempo stesso, il più alto senso tragico del film e la sua più pura grandezza. Ma in questo coraggioso atto di messa in discussione personale non c’è affatto una resa, bensì una matura presa di coscienza che intende indurre uno scossone ideologico e suggerire una maggiore profondità di analisi, per puntare all’autentico e sfuggire alle tentazioni del superficiale. Un film sulla crisi (individuale, artistica, morale) che riflette sulla crisi, allargando la prospettiva dalla fiction al reale e creando così una connessione metacinematografica tra i personaggi della storia e il Moretti regista e uomo. Una connessione dubitativa sul suo ruolo attuale in una società che sta rapidamente cambiando nel linguaggio, nei costumi e nelle idee. Più politico di così …

La frase: 
-         Mamma... 
-         Sì? 
-         A che stai pensando? 
-         A domani.

Voto:
voto: 4,5/5

Il caimano (Il caimano, 2006) di Nanni Moretti

Un produttore di B-movies, Bruno Bonomo, è passato dalle “glorie” del cinema trash degli anni ’70 a una difficile situazione economica e personale: sommerso dai debiti e in crisi profonda con l’amata moglie che gli ha dato due figli. Un giorno una giovane regista esordiente, Teresa,  gli porta una sceneggiatura intitolata “Il caimano” che intende raccontare la storia e l’ascesa politica di Silvio Berlusconi. Ringalluzzito dall’idea Bonomo si mette alla ricerca dei finanziamenti necessari a girare il film, ma dovrà scontrarsi con la ritrosia “politica” degli addetti ai lavori, con le continue defezioni degli attori che devono interpretare il ruolo principale del “cavaliere” e con le dolorose vicende personali relative al rapporto ormai logoro con la moglie Paola. Alla fine il nostro riuscirà a girare solo l’emblematica sequenza finale del film, con Berlusconi (interpretato da Nanni Moretti) in tribunale per un processo che lo accusa di corruzione. Il decimo lungometraggio di Moretti è il suo film più discusso, provocatorio e controverso, che causò polemiche e dibattiti ancor prima della sua uscita, anche a causa della concomitanza con le elezioni politiche dell’aprile 2006 ed il relativo timore, da parte dei partiti della destra, di possibili influenze sull’elettorato. L’autore, con la consueta ironia dissacrante che lo ha sempre contraddistinto, rispose candidamente che questo non era né un film politico né un film contro Berlusconi, ma, semplicemente, una complessa vicenda su una coppia in crisi, con il contesto politico a fare da sfondo. Il caimano ha avuto una gestazione lunga e tormentata ed ha richiesto un lungo lavoro di scrittura, eseguito da Moretti insieme a Heidrun Schleef, Federica Pontremoli e Francesco Piccolo, invece l’appellativo che fa da titolo venne coniato dallo scrittore Franco Cordero. Al di là di ogni credo politico e di ogni dietrologia populista è impossibile negare l’originalità, il funambolismo simbolico e la densità espressiva di quest’opera unica nel suo genere, capace di amalgamare con sapiente lucidità narrativa tre percorsi differenti che si sovrappongono: il cinema (è innegabile che Il caimano sia anche un enorme atto d’amore verso la settima arte), la vita privata del protagonista Bonomo e la dimensione politica, che va a toccare il nervo scoperto di un ventennio di faccende e faccendieri, feste e festini, nani e ballerine, vizi privati e presunte virtù sbandierate, date in pasto ad un’“italietta” annichilita dal consumismo e sempre pronta a seguire gli intrattenitori di moda. Tanti gli elementi notevoli di quest’opera discussa ma non discutibile: il prologo surreale con la consueta critica dell’autore ai film “spazzatura” che tanto erano in auge negli anni ’70, l’invenzione della valigia piena di soldi che cade “dal cielo”, il ruolo (ingrato) del “caimano” Berlusconi che passa di mano in mano (De Capitani, Placido, Moretti), l’intensità delle scene tra Paola e Bruno, il memorabile finale fantapolitico carico di suggestioni oscure, una sorta di apocalisse allegorica di un paese vittima della sua stessa debolezza intrinseca. Sarà difficile dimenticare la potente immagine di Moretti-Berlusconi che esce di scena nel buio, mentre la rivolta popolare impazza tutto intorno; un’ucronia con atmosfere da incubo, un cortocircuito paradossale che sovrappone concetti stridenti: Moretti-Berlusconi, indagine-persecuzione, magistratura-politica, democrazia-rivoluzione. Tra citazioni colte (Fellini, Almodovar, Miyazaki) e camei eccellenti (i registi Sorrentino, Garrone, Montaldo e Virzì), il film si avvale di un cast sontuoso (Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Michele Placido, Elio De Capitani, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr), di una confezione tecnica di prim’ordine e delle suggestive musiche di Franco Piersanti. Fu trionfatore ai David di Donatello 2006 (con sei statuette) e gratificato al Festival di Cannes con il Premio della città di Roma.

Voto:
voto: 4/5

Aprile (Aprile, 1998) di Nanni Moretti

Film autobiografico, in cui ogni attore interpreta se stesso, che racconta un pezzo di vita cruciale dell’autore e del nostro paese, tra il 1994 e il 1996. Si comincia con Emilio Fede che annuncia al TG4 la vittoria di Berlusconi e della destra alle politiche del marzo 1994, si prosegue con Moretti che intende girare un documentario politico sul neo premier (per parlare dell’evidente conflitto d’interessi), salvo poi puntare su un musical che ruota intorno a un pasticciere trotskista (spunto già anticipato in un episodio di Caro Diario). Intanto gli nasce un figlio, Pietro, e il nuovo ruolo di padre, affrontato con buffa dedizione, gli crea patemi personali e impacci lavorativi. Poi, nelle elezioni anticipate dell’aprile 1996, arriva la vittoria del centrosinistra dell’Ulivo e l’avvento del governo Prodi. Ma anche stavolta non mancano le contraddizioni. A metà strada tra il diario personale e la fiction familiare, l’opus n. 8 di Nanni Moretti è un film ambizioso, ironico e divulgativo: una sorta di messa a nudo dell’autore nel suo mix (invero non sempre riuscito) tra la dimensione pubblica e quella privata, tra la politica e la famiglia, tra le ansie per essere padre a 43 anni e lo sconcerto per la vittoria plebiscitaria del berlusconismo. Non tutto funziona a dovere, ad esempio i momenti privati sono generalmente più riusciti di quelli pubblici, ma non mancano le trovate geniali, le battute memorabili e le sequenze rimaste nell’immaginario collettivo (il lenzuolo di giornali, il corteo milanese del 25 aprile, le invettive a D’Alema nello scontro televisivo contro Berlusconi). E’ indubbiamente un’opera spiazzante, in surplace tra l’autoanalisi celebrativa e l’indignazione sarcastica, che ha fortemente diviso la critica, il pubblico e persino i fans inossidabili dell’autore. Il sospetto di manierismo stilistico autoreferenziale è più che fondato ed è difficile collocare Aprile tra le pellicole migliori del regista di Brunico, ma la critica acida alla perdita di riferimenti della sinistra italiana e la derisione impietosa di un paese farlocco pronto a farsi imbambolare dall’imbonitore del momento sono di perfida intelligenza. Alla fine è come se  Moretti (quello reale e quello del film), in preda ad un’evidente impasse creativa, abbia deciso di girare il documentario su se stesso invece che su Berlusconi, in un formidabile paradosso metacinematografico. Nel cast, oltre al mattatore Moretti, brilla il fidato Silvio Orlando, premiato con il David di Donatello per la sua interpretazione. Non mancano i consueti graffi critici al cinema commerciale americano, in questo caso a Strange Days di Kathryn Bigelow, che viene definito, senza mezzi termini, una “cazzata memorabile”.

La frase:D'Alema, dì una cosa di sinistra. Dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà... D'Alema, dì una cosa, dì qualcosa, reagisci...

Voto:
voto: 3,5/5