giovedì 3 agosto 2017

Addio mia concubina (Ba wang bie ji, 1993) di Kaige Chen

Douzi e Shitou sono due grandi attori cinesi, amici fin dall'infanzia quando, sotto la guida del severissimo maestro Guan, hanno appreso con grandi sacrifici e privazioni la dura arte della recitazione su palcoscenico. Già dall'inizio, per incontestabile volere del loro tutore, Douzi è stato scelto per interpretare ruoli femminili, in cui si è specializzato con notevole dedizione e indubbio talento. Il loro pezzo forte è la tragedia "Addio mia concubina" in cui Shitou è il re Xiang Yu, mentre Douzi è la sua concubina che lo ama così tanto da togliersi la vita pur di restargli fedele fino all'ultimo istante. Douzi si immedesima a tal punto nella parte da iniziare a confondere finzione e realtà, ed a provare dei sentimenti ambigui per il suo caro amico. Quando Shitou s'innamora della bella prostituta Juxian, Douzi avverte una rabbiosa gelosia e, ferito nel cuore, sembra perdere completamente la testa. Intanto, a mano a mano che i due attori crescono e gli anni passano, la Storia cinese passa sullo sfondo con i suoi eventi epocali: dalla fine dell'invasione giapponese al difficile dopoguerra, dal comunismo alla Rivoluzione Culturale di Mao. Tratto dall'omonimo romanzo di Lilian Lee, Addio mia concubina, unanimemente applaudito dalla critica internazionale e premiato al Festival di Cannes con la prestigiosa Palma d'Oro, è forse uno dei film cinesi più famosi in assoluto nel mondo occidentale e anche nel nostro paese. Melodramma fiammeggiante a sfondo politico, è una struggente rievocazione malinconica della storia del teatro dell'Opera di Pechino, tra glorie e miserie, che si snoda attraverso 50 anni di accadimenti storici che hanno cambiato per sempre l'assetto sociale, economico e culturale della Cina. Forte della sontuosa fotografia di Gu Chang Wei e della grande recitazione degli attori (in cui spiccano Leslie Cheung e Gong Li), il film si pone come un potente affresco figurativamente abbagliante che riflette sul dualismo tra arte e vita, sul rapporto tra persona e personaggio, il cui confine in certi casi può diventare talmente sottile da apparire indistinguibile e dar vita ad un'unica dimensione astratta (fuori dallo spazio e dal tempo), in cui le regole vengono unicamente stabilite dai sentimenti e dalle emozioni degli interpreti coinvolti, una sorta di altrove magico e mitico dove ideale e reale si incontrano e il tutto diventa una soggettiva del proprio mondo interiore. Tra enfasi e intimismo, quest'opera di Kaige Chen è un film a due livelli: quello privato e teatrale è un travolgente melò di pittorica ricchezza visiva, di alta poesia e di struggente carica emotiva, caratterizzato da sequenze di purissimo cinema lirico e tragico di ipnotica suggestione e di mitologico simbolismo. Invece il livello storico e politico che fa da sfondo, ma che sembra comunque interessare molto all'autore (intellettuale cinese vissuto a lungo in Occidente e quindi dal pensiero libero, e caustico, nei confronti della storia recente del suo paese), è più canonico, più didascalico, meno ricco di estro creativo e non privo di ingorghi retorici. Per tale evidente disarmonia questo film imponente e dalle molte bellezze non può definirsi capolavoro in senso lato, ma resta un'opera di assoluto valore, con un prologo e un epilogo da brividi, tra i più emozionanti visti sul grande schermo negli anni '90.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 2 agosto 2017

Holy Smoke - Fuoco sacro (Holy Smoke, 1999) di Jane Campion

Ruth Barron, giovane e irrequieta ragazza australiana, va in India in cerca di nuovi stimoli spirituali e finisce plagiata da una setta guidata da un guru che predica la possibilità per l'essere umano di raggiungere l'illuminazione. I genitori temono il peggio e ingaggiano lo specialista americano PJ Waters, uomo maturo e razionale con una lunga fama di esperto in materia, affinché la trovi e la riporti a casa. Il 190° caso della lunga carriera di Waters sarà quello più arduo, perchè Ruth, oltre che bella, è grintosa, maliziosa e tenace, e riesce a coinvolgere l'uomo in un torbido gioco di passione e condizionamento i cui esiti non sono affatto scontati. Dramma surreale e fiammeggiante sull'eterna battaglia dei sessi e sul relativismo dell'identità, fortemente influenzata dall'ambiente esterno. La regista Campion, che ha anche scritto il film insieme alla sorella Anna, realizza un nuovo potente e suggestivo ritratto femminile, in bilico tra misticismo e carnalità, sottomissione e trasgressione, sesso e psiche, forte della carica interiore del grande romanzo ottocentesco, di un ambiguo erotismo freudiano e del fascino esotico dell'ambientazione agli antipodi (ritratta dall'autrice come un'entità immanente e pulsante). Asciutto nello stile e "caldo" nella bella fotografia di Dion Beebe, è un film arguto, critico, complesso, sfuggente e talvolta estremo, una riflessione straniante e non conclusiva sull'atavica debolezza della natura umana, sulla forza ancestrale della sessualità, sul rapporto tra condizionamenti sociali e libertà individuale e sul sottile legame psicologico nella relazione tra dominante e dominato (così sottile da rendere talvolta indefinibili i rispettivi ruoli). Poco apprezzato dal pubblico e generalmente snobbato dalla critica, è invece un'opera intelligente, scomoda ed emblematica dell'aspro immaginario della regista neozelandese. Straordinari i due attori protagonisti, a cui si deve molto della malia conturbante della pellicola: una Kate Winslet intensa e sensuale ed un ammirevole Harvey Keitel, che si offre senza alcuna remora alla visione artistica della Campion. Da segnalare anche le musiche di Angelo Badalamenti, come al solito notevolmente evocative.

Voto:
voto: 4/5

Vi presento Joe Black (Meet Joe Black, 1998) di Martin Brest

William Parrish, potente magnate dei mass media, sta per compiere 60 anni e sta preparando una grande festa nella sua lussuosa residenza insieme alla famiglia e agli amici. Ma il nostro da alcuni giorni si sente confuso, avverte delle strane sensazioni fisiche e ode delle voci misteriose di cui non capisce la provenienza. Attribuendo il tutto allo stress derivato dall'imminente acquisizione della sua azienda da parte di una grande holding, Parrish cerca di non pensarci e decide di non parlarne con nessuno. Ma una sera un giovane bellissimo ed enigmatico, che dice di chiamarsi Joe Black, si presenta alla sua porta dicendo di volergli stare vicino per i prossimi giorni. Sorpreso dal modo di fare del misterioso Black, che sembra sapere tutto di lui e ostenta una glaciale sicurezza, Parrish decide di accettare, intuendo quello che poi capirà di lì a poco. Black è la Morte che ha assunto forma umana e che ha deciso di avvertirlo che la sua ora è vicina. Dopo l'iniziale shock il ricco gentiluomo accetta la macabra compagnia e cerca di dedicarsi attivamente alle cose importanti (gli affetti) nel poco tempo che gli rimane. Ma tutto si complica quando la sua adorata figlia Susan si innamora perdutamente di Joe Black, che, colpito dalla bellezza e dalla sensibilità della ragazza, la asseconda con un misto di curiosità e trasporto. Insulso polpettone hollywoodiano, remake di La morte in vacanza (Death Takes a Holiday, 1934) di Mitchell Leisen, a sua volta tratto dal dramma teatrale di Alberto Casella, è un lungo, serioso e claudicante pastrocchio favolistico sospeso tra sentimentalismo da soap opera, moralismo edificante e retorica dozzinale. Con un po' di sano cinismo è davvero difficile stabilire cosa sia più improbabile: un milionario buono e generoso o la morte che si umanizza per prendersi una vacanza e conoscere meglio le sue vittime. Mi verrebbe quasi da evocare la maggiore probabilità del passaggio del cammello per la cruna dell'ago ma poi, forse, sarei tacciato di blasfemia. Tra melassa lacrimevole, prolissità sfiancanti e buoni sentimenti, mai cast fu più sprecato: Brad Pitt (angelo della morte affascinante e malinconico), Anthony Hopkins (che riesce quasi ad essere credibile persino in questo naufragio narrativo), Claire Forlani (la cui bellezza particolare e sofisticata non giustifica una "sbandata" della "nera signora"), Jake Weber (che appena lo vedi in scena già capisci che "gatta ci cova") e Marcia Gay Harden (niente da annotare alla sua impeccabilità). Forse, e dico forse, potrebbe piacere alle avide lettrici di Liala o della saga di "Twilight" targata Stephenie Meyer.

Voto:
voto: 2/5

True Lies (True Lies, 1994) di James Cameron

Harry Tasker è un uomo dalla doppia vita: ufficialmente è un comune rappresentante di computer, sempre in giro per affari e poco presente in famiglia, con moglie annoiata dalla routine e figlia ribelle. Ma, in realtà, il nostro è un eccezionale agente segreto che lavora per il governo in missioni pericolose e riservatissime, la cui posta in palio è spesso la sicurezza dell'intera nazione. Ma se Harry è un fenomeno come spia, è anche un vero disastro come marito e come padre: sempre assente o in ritardo o con la testa altrove. Sua moglie Helen, donna di una bellezza ormai sgualcita da troppi anni di vita passiva, sogna il brivido della grande avventura e si fa abbindolare da Simon, sedicente playboy venditore di auto usate che, per far colpo sulle donne ingenue, finge di essere un agente segreto in missione operativa. Quando Harry scopre il fatto crede che sua moglie abbia un'amante e che questi sia un nemico del governo mandato da un'altra agenzia per carpirle informazioni su di lui. L'equivoco si risolverà nel modo più rocambolesco possibile: con Harry ed Helen fianco a fianco per contrastare un nucleo di feroci terroristi arabi che intendono far scoppiare delle bombe nucleari sul territorio americano. Ma cosa salvare prima ? la patria o il matrimonio ? Antirealistico, divertentissimo e scenografico film d'azione spionistica diretto da Cameron con tocco lieve e grande senso dello spettacolo hollywoodiano. In questo grandioso luna park di effetti speciali, esagerazioni, inseguimenti, esplosioni, combattimenti e dialoghi frizzanti, il punto di forza è l'irresistibile ironia farsesca, che fa il verso ai film di 007, ma anche ai tanti ruoli da duro super macho del protagonista Arnold Schwarzenegger (alla sua terza collaborazione con il regista), senza dimenticare la gustosa sottotrama relativa alla commedia matrimoniale, che è un ulteriore valore aggiunto. Ovviamente va preso per quello che è, senza troppe pretese e mettendo il cervello in stand-by, ma le scene d'azione sono incredibili, il ritmo è frenetico e il divertimento complessivo è assicurato. Da gustare tutto d'un fiato insieme agli amici in un pomeriggio piovoso, nonostante la prevedibile evoluzione della trama. Nel cast tra un granitico (ma simpatico) Schwarzenegger, l'adolescente Eliza Dushku, il brontolone (ma esilarante) Tom Arnold, il maldestro Bill Paxton, una Tia Carrere bella da far male ed un cameo di Charlton Heston in versione "El Grinta", svetta la Jamie Lee Curtis che non ti aspetti, in un mix ammaliante di tenerezza, fragilità, sensualità, comicità e forza. Due le sequenze da ricordare: lo striptease super sexy della Curtis davanti all'esterrefatto marito e il tango finale. Il film è ispirato ad una misconosciuta pellicola francese, La Totale! (1991) di Claude Zidi , di cui costituisce una sorta di remake agli steroidi anabolizzanti (e non solo per la presenza di "Schwarzy"). Quando si dice una vera "americanata", ma spassosa, gradevole e birichina.

Voto:
voto: 3,5/5

Goodbye Lover (Goodbye Lover, 1998) di Roland Joffé

La bella Sandra è sposata con Jake ma lo tradisce con suo fratello Ben, un guru del settore pubblicitario che ha un'assicurazione sulla vita di otto milioni di dollari. Quando Jake scopre la tresca convoca il fratello e lo uccide a sangue freddo. Ben presto vien fuori che i due coniugi avevano pianificato tutto per intascare i soldi dell'assicurazione ma di colpo compare una moglie inattesa del defunto, Peggy, la sua segretaria, che diventa un ostacolo per il loro scopo. Sandra e Jake decidono di ucciderla assumendo un killer, ma quando l'uomo ne trova uno e lo assume gli dice di eliminare sua moglie Sandra. E i colpi di scena non sono finiti qui in un continuo gioco di inganni e tradimenti. Il regista Roland Joffé si cimenta in un territorio cinematografico per lui inusuale e, visti i risultati, poco congeniale: il thriller torbido con commistioni da acida commedia nera. La messa in scena è ultra patinata, l'intreccio narrativo è così intricato che, al dipanarsi della matassa, lo spettatore è incerto sul fatto di essere stato fregato o sorpreso, la sceneggiatura pretenziosa da giallo in cui nulla è come sembra è troppo superficiale per apparire credibile e le svolte clamorose avvengono così in fretta da dare un'idea di sciattezza nel progetto di scrittura. E l'ironia, pur presente in abbondanza, è più che altro sciocca, priva di quella aguzza perfidia che avrebbe reso il "minestrone" meno indigesto. Poche le cose da salvare: il ritorno di Don Johnson sul grande schermo, la sensualità straripante di Patricia Arquette, che sembra una diretta emanazione di quella (memorabile) di Strade Perdute e l'irresistibile coppia di poliziotti con lui bacchettone imbranato e lei una versione femminile di Callaghan, con un surplus di impagabile cinismo. Completano il cast Dermot Mulroney, Ellen DeGeneres, Mary-Louise Parker e Alex Rocco.

Voto:
voto: 2,5/5

martedì 1 agosto 2017

The Impossible (Lo imposible, 2012) di J.A. Bayona

Ispirato a una storia vera. A Natale del 2004 la famiglia Bennett, britannici residenti in Giappone, composta da Henry, Maria e tre figli maschi, sono in vacanza in un esclusivo resort su una delle splendide spiagge della Thailandia. Il terribile sisma di magnitudo 9,3 che colpì l'Indonesia il giorno di Santo Stefano scatenò gigantesche onde di tsunami che si propagarono per tutto l'Oceano Indiano, seminando morte e distruzione improvvisa e causando un numero di vittime confermate superiore a 230.000 (ma si ritiene che siano molte di più). Il resort dove alloggiano i Bennett viene colpito in pieno dalla serie di onde anomale che spazzano via ogni cosa e dividono la famiglia in due: Maria resta insieme al figlio maggiore, miracolosamente aggrappati ad un tronco d'albero cercando di resistere alla furia del mare, mentre Henry e i due figli minori sembrano dispersi. Quando l'oceano finalmente si ritira, lasciando un apocalittico scenario di devastazione, Maria, seriamente ferita alla gamba e all'addome, cerca di raggiungere un centro di soccorso insieme al figlio, sperando di ritrovare vivi il resto della famiglia. Dramma familiare (e insieme film catastrofico) diviso idealmente in due parti: la prima è di potente impatto spettacolare e di alta forza tragica grazie agli ottimi effetti speciali, capaci di ricostruire con impressionante realismo lo tsunami del 2004. Tutta questa lunga sequenza iniziale lascia a bocca aperta e col fiato sospeso e vale, già da sola, il prezzo del biglietto. Bayona dimostra di saperci fare con i movimenti di macchina, le inquadrature dall'alto e quelle (convulse e angoscianti) che ci offrono il drammatico punto di vista di Maria che, travolta dalle onde, rotola sott'acqua nella semioscurità, sbattendo ovunque. Nella seconda parte il film diventa un canonico melodramma sentimentale di sopravvivenza in condizioni estreme, in cui non mancano la patina formale, la retorica sdolcinata e i momenti strappalacrime, ma che riesce a rendere con efficace crudezza il caos e lo smarrimento di un paese passato in un attimo dal paradiso all'inferno. Nel cast svetta una intensa e grintosa Naomi Watts (candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista), mentre Ewan McGregor appare generalmente scialbo. Insomma ci troviamo di fronte a un prodotto tecnicamente indiscutibile ma ben più superficiale sul piano dei contenuti narrativi, alla ricerca dell'emozione dozzinale per il grande pubblico.

Voto:
voto: 3/5

Domenica maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday, 1971) di John Schlesinger

Bob Elkin è un giovane scultore pieno di talento e di fascino con orientamento bisessuale. Egli ha una relazione amorosa con Alex Greville, una borghese divorziata ma realizzata nel suo lavoro di consulente, e con Daniel Hirsh, un medico ebreo di mezza età e di grande cultura. Sia Alex sia Daniel sanno dell'esistenza dell'altro e soffrono in silenzio, accontentandosi di una condivisione sentimentale piuttosto che una perdita, che sarebbe insopportabile per entrambi. Nel proprio cuore ciascuno dei due spera che, un giorno, Bob faccia la sua scelta amorosa in suo favore. Ma quando il giovane decide improvvisamente di partire per New York, per dedicarsi alla sua carriera artistica in modo più proficuo, i due amanti restano appesi ad un filo, turbati ed incerti sul futuro della loro storia d'amore. Splendido melodramma, elegante e "scandaloso", di Schlesinger sul tema del triangolo amoroso, in cui uno dei vertici è una relazione omosessuale. E' stato uno dei primi film in assoluto a trattare il tema dell'amore gay in maniera così liberamente audace e, per questo, causò imbarazzo e indignazione nella morale bacchettona di inizio anni '70. Asciutto nello stile, malinconico nelle atmosfere, puntiglioso nella ricostruzione sociale e rigoroso nell'introspezione psicologica dei tre personaggi principali, è un sobrio trattato sui grandi misteri del cuore umano, sulla forza dell'amore che sfida i tabù reconditi e gli ostracismi della morale, inevitabilmente influenzata dal costume dei tempi, ma è anche una pungente riflessione sulla profonda differenza tra gioventù e maturità, con conseguente difficoltà di coesistenza. Il sacro fuoco della giovinezza arde troppo forte e muta troppo in fretta per potersi tranquillamente accordare al mite e sereno tepore dell'età adulta. Raffinato, intimista, coraggioso e anticonformista, è una delle opere più mature e riuscite di Schlesinger, una diafana elegia dell'amore-sopra-ogni-cosa sospesa tra la luce abbagliante dell'incoscienza giovanile e l'ombra tetra della solitudine (e della morte). Fu generalmente snobbato dalla critica e dal pubblico per il suo tema scottante e per la sua sottile sensibilità, probabilmente troppo avanti rispetto ai tempi. Straordinaria la capacità della pellicola di restituire, ancora oggi, il clima dei tempi, a cominciare dalle atmosfere di esuberante edonismo della "Swinging London".  Bravissimi i tre interpreti principali: Murray Head, Glenda Jackson e Peter Finch. Da segnalare l'esordio cinematografico di Daniel Day-Lewis nel piccolo ruolo di un teppistello.

Voto:
voto: 4,5/5

Salvate la tigre (Save the Tiger, 1973) di John G. Avildsen

Harry Stoner, imprenditore e presidente di una ditta di abbigliamento femminile, è come una tigre: una specie rara in via di estinzione. Stoner è un uomo tutto d'un pezzo, che crede ancora nell'onestà individuale, nella meritocrazia e nel lavoro come mezzo di benessere collettivo anziché  personale. Carico di nostalgia per i vecchi tempi passati quando erano in tanti quelli come lui, il nostro vive con estremo disagio il cambiamento della società, ormai dominata da compromessi, inganni, egoismo, materialismo e mancanza di scrupoli. Ma quando la sua azienda entra in grave crisi finanziaria e rischia la chiusura, con conseguente perdita del lavoro da parte dei suoi dipendenti, Stoner dovrà fare un'ardua scelta: seguire i suoi principi morali o adeguarsi al malcostume dei tempi moderni. Perfido dramma sociale di John G. Avildsen, fatto su misura, come un elegante abito sartoriale, per il suo splendido protagonista, un Jack Lemmon intenso e spiazzante come non mai, premiato in maniera sacrosanta con l'Oscar al miglior attore protagonista. Tra le pieghe di un racconto nostalgico sulla dicotomia tra presente e passato, si nasconde una parabola acida sull'ipocrisia del conformismo borghese, sulla tentazione che fa l'uomo ladro e sulla congenita debolezza della natura umana. La trasformazione del protagonista nella seconda parte è a rischio di cortocircuito narrativo, se non fosse per Lemmon che riesce a rendere credibile e naturale (e quindi molto inquietante) il percorso di cambiamento del personaggio. Quello che la pellicola intende mettere nel mirino (ma non sempre coglie in pieno il bersaglio) è quel meccanismo vorace e perverso insito nel capitalismo occidentale che tende all'appiattamento della morale, all'obnubilamento delle coscienze, all'ottundimento del libero pensiero ed alla giustificazione implicita dell'intrallazzo in nome del profitto. Non c'è da sorprendersi che il film piacque poco al pubblico americano che, a differenza di quello nostrano, non ama affatto specchiarsi nelle proprie meschinità. A parte Lemmon di cui abbiamo già parlato, è ottima l'intera squadra di interpreti, con Jack Gilford (premiato con l'Oscar come miglior attore non protagonista), Lara Parker e Thayer David. La pellicola si aggiudicò anche una terza statuetta, alla sceneggiatura di Steve Shagan.

Voto:
voto: 3,5/5

Cruising (Cruising, 1980) di William Friedkin

A New York un metodico serial killer uccide giovani omosessuali con un coltello, ne smembra i corpi e poi getta i resti nel fiume Hudson. L'agente Steve Burns, che fisicamente corrisponde al modello di vittima preferito dall'assassino (trentenne, moro, altezza media), si infiltra sotto copertura negli ambienti dei locali gay della "grande mela", spacciandosi per uno di loro, con la speranza di stanare il maniaco. Durante l'indagine Burns ha modo di conoscere meglio il mondo dei così detti "diversi", ne capisce meglio la mentalità liberandosi dai preconcetti e si rende conto che gran parte dei suoi colleghi lavorano all'indagine più per odio verso i gay che per catturare l'omicida. In breve il nostro matura nuove consapevolezze e inizia a dubitare del suo reale orientamento sessuale. Tratto da un libro inchiesta del reporter Gerald Walker, ispirato a veri eventi di cronaca, questo cupo thriller metropolitano di Friedkin è un dramma intimista sull'identità sessuale, un oscuro apologo sulle relazioni patologiche tra eros e violenza ed una ambigua discesa negli abissi della psiche, in cui il sesso diventa, al tempo stesso, territorio di caccia, autoconoscenza personale e paura ancestrale. Torbido, sfuggente, inquietante e spesso indefinibile, quest'opera originale, controversa e poco conosciuta della filmografia del grande regista di Chicago, viene generalmente ritenuta minore rispetto ai suoi capolavori, fu un flop totale alla sua uscita in sala e attirò su di sè un mare di polemiche, soprattutto da parte delle organizzazioni omosessuali che l'accusarono di omofobia per il ritratto (a parer loro) libidinoso, laido e vampiresco che viene fornito dei gay. Ad essere particolarmente criticato fu poi il finale del film, di grande potenza raggelante per la sua natura elusiva e per la vertigine concettuale che produce nello spettatore. Gli omosessuali indignati ci videro (forse comprensibilmente, ma anche semplicisticamente) una chiara associazione tra omofilia e psicopatia e quindi un giudizio profondamente negativo fornito dal regista rispetto al loro modo di vivere la sessualità. Ma non mancarono velenose critiche anche da parte degli eterosessuali, molti dei quali si dissero scandalizzati dalle tematiche della pellicola. Al di là delle discussioni il film è un solido dramma poliziesco denso di sfumature, di zone d'ombra e di sottigliezze psicologiche che, probabilmente, disturbarono non poco il moralismo bigotto degli americani, perennemente a disagio quando viene messo di fronte alla propria coscienza rispetto a problematiche che, pavidamente, finge di ignorare. Per quanto riguarda il baccano sollevato dai gay va detto che un film è soltanto un film, un'opera d'arte che esprime un punto di vista parziale e soggettivo e, mai come in questo caso, sottilmente ambiguo e non di facile interpretazione. Ovviamente chi è molto permaloso ha il diritto di arrabbiarsi ma questo resta un suo problema. Il cast, che schiera Al Pacino, Paul Sorvino, Karen Allen, Richard Cox e Joe Spinell, offre un buon livello medio di recitazione, ottimo nel caso di un tormentato Pacino, egregiamente doppiato da Giancarlo Giannini. Negli anni '90 la pellicola è stata notevolmente rivalutata e quasi tutti ne hanno riconosciuto, con accezione positiva, la subdola chiave di lettura, la personalità narrativa, lo stile ammaliante, il fascino oscuro e il ritratto coraggiosamente anticonformista fornito dell'ambiente gay. Credo poi sia anche inutile sottolineare come il regista non intenda affatto riferirsi a tutti i gay, ma solo a quella piccola fetta che frequenta i locali sadomaso, e questo rende perfettamente l'esagerazione strumentale dei toni polemici verso il film, che è invece da riscoprire.

Voto:
voto: 4/5