domenica 6 agosto 2017

Get Shorty (Get Shorty, 1995) di Barry Sonnenfeld

Chili Palmer, cinefilo patito di B-movies che lavora come esattore della mafia, viene mandato a Los Angeles dal suo boss per riscuotere un grosso debito dal produttore cinematografico Harry Zimm, che opera nel settore dei film horror a basso costo e di scarsa qualità. Quando Chili conosce Zimm scatta subito una sintonia immediata per la comune passione per il cinema e il nostro decide di rivedere la sua missione, trascurando la somma da incassare e proponendo all'uomo di fare un film insieme, il cui soggetto è proprio la vicenda che stanno vivendo. Affascinato dalla bella Karen, amante di Zimm e attrice di pellicole dell'orrore, Chili mette a rischio la sua vita e i suoi affari coinvolgendo nell'insolito progetto anche un narcotrafficante colombiano che deve avere del denaro dal produttore. Spigliata commedia gangsteristica diretta con ritmo brioso da Sonnenfeld, che l'ha anche prodotta insieme a Danny DeVito, che si è pure ritagliato un simpatico ruolo nella pellicola. Tra dialoghi esilaranti, personaggi stravaganti e situazioni grottesche, il film è una divertente miscela di citazioni e di influenze che deve molto a Pulp Fiction ed allo stile scanzonato e paradossale con cui Tarantino è solito ritrarre i gangster. Il personaggio di Chili Palmer, che John Travolta interpreta con canagliesco appeal, è un po' un prolungamento ideale di quel Vincent Vega che ha ridato lustro alla sua carriera dopo un lungo periodo di appannamento. Completano il cast Gene Hackman, Rene Russo, Danny DeVito, Dennis Farina e James Gandolfini. Nel 2005 ne è stato girato un seguito: Be Cool, diretto da F. Gary Gray e sempre con Travolta protagonista (stavolta affiancato da Uma Thurman).

Voto:
voto: 3/5

sabato 5 agosto 2017

Guardia del corpo (The Bodyguard, 1992) di Mick Jackson

Frank Farmer, ex agente CIA di grande esperienza che ha scelto di dedicarsi alla più remunerativa attività di bodyguard, viene assunto dallo staff della famosa star musicale e cinematografica Rachel Marron, che da tempo riceve lettere con minacce di morte da uno sconosciuto stalker. I rapporti iniziali sono molto difficili perchè il carattere metodico e preciso dell'uomo cozza con la personalità arrogante e viziata della donna, abituata a comandare tutti e a far sempre di testa sua. Ma dopo in un incidente in un locale, in cui Rachel viene salvata dalla tempestività di Frank, i due sembrano avvicinarsi anche se la diva, attratta dal fascino del suo protettore ma irritata dalla sua imperturbabile etica professionale, inizia, per ripicca, un capriccioso gioco di seduzione verso un suo collega, allo scopo di farlo ingelosire. Quando il livello del pericolo si alza e Frank capisce che la minaccia è davvero seria, decide di trasferire Rachel, famiglia e staff in un luogo isolato e segreto, in attesa del momento della verità alla cerimonia degli Oscar, in cui la donna sarà premiata e il maniaco sarà lì ad attenderla. Thriller sentimentale scritto da Lawrence Kasdan, dalla buona confezione tecnica ma indecorosamente scontato, plateale, insipido e ruffiano dal punto di vista narrativo. Oscillando tra il melodramma sdolcinato e il giallo d'azione, non riesce mai a coinvolgere realmente lo spettatore, nè sotto l'aspetto della suspense nè della sensualità, arenandosi mestamente tra un erotismo patinato da soap opera e qualche sequenza adrenalinica dall'esito prevedibile. Vale unicamente per la bellezza smagliante e il carisma luminoso della protagonista Whitney Houston, che non sarà gran che come attrice ma quando canta non ce n'è per nessuno e non si può far altro che tacere, ascoltare e applaudire. Kevin Costner è tanto affascinante quanto ingessato e il resto del cast funge da colorita "decorazione" di sfondo. Molto meglio acquistare il disco e godere delle hits della Houston come "I Will Always Love You" o "I Have Nothing".

Voto:
voto: 2/5

Il senso di Smilla per la neve (Smilla's Sense of Snow, 1997) di Bille August

Smilla Jasperson, giovane ragazza eschimese nata in Groenlandia e poi trasferitasi a Copenaghen per lavoro, si trova coinvolta in un caso di cronaca quando il suo amico Isaiah, un bimbo di sei anni figlio di una vedova alcolizzata, viene trovato morto nella neve a faccia in giù per un'apparente caduta dal tetto. La polizia liquida il caso come incidente domestico ma Smilla, grande esperta di ambienti ghiacciati, osservando le tracce lasciate dal piccolo sulla neve capisce che qualcosa non quadra. Inizia allora a indagare per conto suo e scopre che la madre della vittima percepisce una pensione incredibilmente alta da una potente società in cui lavorava suo marito, che ha perso la vita in un misterioso incidente durante una missione di esplorazione tra i ghiacciai della Groenlandia. Smilla si convince che le due morti sono collegate e che un oscuro segreto si cela dietro l'intera vicenda. Thriller nevoso tratto dall'omonimo romanzo del danese Peter Høeg e diretto da Bille August  senza lampi registici, ma mettendosi al servizio dell'ottimo cast di attori. La prima parte è molto riuscita, sia per le maestose bellezze dei paesaggi naturali sia per come viene reso il recupero psicologico della propria identità ancestrale (legata alla fiera cultura di un popolo nobile e antico che ha sempre vissuto in simbiosi con le forze selvagge della natura), attraverso cui Smilla riscopre il "senso" del titolo che le permette di vedere ciò che agli altri è negato. Poi tutto degrada in un banale fanta-thriller con incursioni nel fumetto in cui la tensione langue e la combattività della protagonista (che è l'anima del romanzo) si perde in un groviglio confuso di complotti e di poteri occulti. Gli attori sono tutti molto bravi: Julia Ormond, Richard Harris, Gabriel Byrne, Jim Broadbent, Vanessa Redgrave e Tom Wilkinson. E' un film fiacco e convenzionale, ben interpretato e affascinante per le ambientazioni.

Voto:
voto: 2,5/5

venerdì 4 agosto 2017

Tutti pazzi per Mary (There's Something About Mary, 1998) di Bobby Farrelly, Peter Farrelly

Il goffo Ted, timido e maldestro, è innamorato perso della bionda Mary, la ragazza più sexy della sua scuola. Dopo aver preso le difese di Warren, il fratello down di Mary, in balia di un branco di bulli, il nostro riesce a entrare nelle grazie di lei ma poi rovina tutto finendo vittima di un rocambolesco incidente alle sue parti intime. Dopo 13 anni Mary si è trasferita a Miami ma Ted è ancora alla prese con le paturnie amorose, cercando invano di dimenticarla attraverso sedute di psicoanalisi. Ossessionato dal ricordo della donna, Ted ingaggia uno strambo investigatore privato, Patrick Healy, per ritrovarla ma, non appena questi ci riesce, finisce inevitabilmente per cadere vittima del suo fascino. Quando Ted capisce che Patrick lo sta ingannando, parte per la Florida e scopre, suo malgrado, che il viscido gaglioffo è riuscito a mettersi con la sua amata, raccontandole un mucchio di bugie per compiacerla. Ted non si rassegna ma ben presto si renderà conto che dovrà fare i conti con uno stuolo di insospettabili pretendenti, perchè tutti sono pazzi per Mary. Commedia sentimentale stralunata, cinica e spudorata, che si diverte a dissacrare uno per uno i cliché del genere con canagliesca buffoneria, muovendosi in bilico tra il politicamente scorretto e il demenziale malizioso. Il suo tono farsesco e impenitente non risparmia nessuno: handicappati, omosessuali, ritardati, immigrati. Ma più che realmente cattiva la pellicola è all'insegna di una cialtroneria grossolana sempre sul confine tra la bassezza volgare e la goliardia ridanciana. Più triviale che sottile, procede per accumulo di gag grottesche, alcune delle quali indubbiamente esilaranti (quella dello sperma usato al posto del gel per capelli è rimasta nell'immaginario collettivo). Adorato dal pubblico giovanile, il film ebbe un notevole successo al box office anche grazie alla verve comica degli attori tra cui ricordiamo Ben Stiller, Matt Dillon, Lee Evans, Chris Elliott e ovviamente l'avvenente Cameron Diaz nel ruolo della rubacuori protagonista. Se cercate un umorismo aguzzo e intelligente avete decisamente sbagliato pellicola.

Voto:
voto: 2/5

Notting Hill (Notting Hill, 1999) di Roger Michell

William Thacker è un giovane londinese divorziato che abita nel quartiere di Notting Hill, dove divide casa con uno sfaccendato pasticcione, e gestisce una libreria di opuscoli da viaggio sulla celebre Portobello Road. Un giorno la più famosa diva americana del momento, l'attrice Anna Scott, entra nel suo negozio e i due fanno conoscenza. A causa di una spremuta d'arancia rovesciata sul vestito di lei, William riesce a invitarla a casa sua e in breve scatta la scintilla dell'amore. Ma le enormi differenze tra di loro rendono la relazione piena di ostacoli, con incontri fugaci e segreti a causa della celebrità di Anna. Quando in città arriva il fidanzato della star, la magia dell'amore bello e impossibile sembra svanire di colpo e William torna alla sua grigia normalità. Ma è davvero possibile dimenticare una diva così bella ? Commedia sentimentale scritta da Richard Curtis, che prova a bissare il grande successo di Quattro matrimoni e un funerale, basato sul felice connubio tra charme hollywoodiano e humour britannico. Ma se il risultato al botteghino fu addirittura superiore, non si può dire altrettanto del film che risulta ben più banale e assai meno perfido. Ad una prima parte fresca, piacevole, smaliziata, con tocchi eccentrici alternati ad altri gustosamente cinici, fa seguito una seconda di sconcertante prevedibilità, scioccamente patinata e pervasa da un sentimentalismo edificante al servizio del lieto fine favolistico che s'inchina ai dogmi di Hollywood. Un vero peccato perchè il film parte decisamente bene, agile e sbarazzino e con dei personaggi di contorno (come l'irresistibile Spike di Rhys Ifans) che superano di gran lunga i tanto decantati protagonisti Hugh Grant e Julia Roberts.

Voto:
voto: 2,5/5

Cosa fare a Denver quando sei morto (Things to Do in Denver When You're Dead, 1995) di Gary Fleder

Jimmy "The Saint", ex gangster caduto in disgrazia, cerca di arrangiarsi come può nel mondo del lavoro onesto, gestendo l'improbabile agenzia chiamata "Afterlife Advice", dove i malati terminali registrano un video messaggio di commiato da lasciare ai familiari. Ma anche qui gli affari non vanno particolarmente bene e Jimmy si trova costretto ad accettare un ultimo lavoro dal suo vecchio boss, spietato criminale costretto sulla sedia a rotelle: spaventare un baldo giovanotto che ha rubato il cuore alla donna del suo ebete figliolo. Jimmy  raduna i suoi compari di un tempo: un proiezionista porno malato di lebbra, un capellone tatuato, un gigante di colore ed un super macho psicotico. Per la maldestra incompetenza della sgangherata banda il piano fallisce e il boss, infuriato come un cane rabbioso, pretende che il colpevole paghi per l'affronto subito. Commedia nera sul mondo dei gangster, carica di ironia grottesca e di umori acidi, di evidente derivazione tarantiniana dopo il successo mondiale di Pulp Fiction. Tra situazioni demenziali, personaggi caricaturali, dialoghi sospesi tra il filosofico e il surreale, scoppi di violenza inattesi e momenti di malinconico romanticismo, si procede oscillando tra il suggestivo e il bizzarro, ma senza mai superare una innocua convenzionalità derivativa. A volte caotico, a volte sgangherato, a volte macabro e a volte divertente, il film lascia un senso di incompiuto ma si avvale di un cast eccellente che regala alcune sequenze cult. Tra questi ricordiamo Andy Garcia, Christopher Walken, Steve Buscemi, Christopher Lloyd, Treat Williams e Gabrielle Anwar. I punti di forza sono la presentazione iniziale dei personaggi e gli inserti stranianti con i video della "Afterlife Advice".

Voto:
voto: 2,5/5

Fratelli (The Funeral, 1996) di Abel Ferrara

New York, anni '30: il giovane mafioso Johnny Tempio viene ucciso a colpi di pistola mentre esce da un cinema. Come da tradizione la salma viene esposta in casa per la notte di veglia funebre con la visita di amici e parenti. I due fratelli maggiori della vittima, il freddo Ray e il tormentato Chez, pianificano la vendetta secondo le rigide leggi della mafia: sangue chiama sangue, quindi gli assassini di Johnny devono pagare lo sgarro con la vita. Le mogli cercano di indurre i due a più miti propositi, invitandoli a stare calmi e a ragionare, per impedire una strage affrettata ed una nuova guerra tra clan. Intanto, durante la veglia, i fratelli rammentano frammenti della loro vita e di quella del giovane scomparso, tra amarezza e risentimenti. Convintosi di aver individuato il colpevole, Ray passa all'azione e la lunga notte si trasforma in una carneficina, ma con modalità del tutto inaspettate. Straordinario noir di Abel Ferrara, di cupa tetraggine visuale e di magistrale progressione narrativa, che raggiunge uno dei migliori risultati della sua filmografia mantenendosi fedele al collaudato genere gangster ma, al tempo stesso, conservando la propria originalità di autore viscerale e creativo, capace di proporre uno sguardo trasversale che travalica i generi. Infatti Fratelli è molto più che un film di mafia, ma una potente tragedia morale di stampo classico (che guarda ai miti greci e anche al teatro elisabettiano) con suggestioni di cupa liturgia che oscilla tra sacro e profano, misticismo e violenza, lacrime e sangue, dannazione e catarsi. Come sempre il grande regista del Bronx fa irrompere la religione e il divino in una storia di brutale perdizione, accostando il Bene e il Male per dar vita ad un affresco di possente fascinazione allegorica sul concetto distorto di "famiglia", tipico di certi ambienti italo-americani, che è alla base della mentalità mafiosa. Ambientato tutto in una lunga drammatica notte, teso come un filo di piombo, pervaso da atmosfere di morte fin dalla prima sequenza, è anche un'audace parabola sul libero arbitrio e sul pericoloso connubio tra mentalità criminale e fanatismo religioso. Estendendo il concetto di "redenzione" sui territori impervi ed efferati di un crudele senso di giustizia veterotestamentaria, Ferrara arriva quasi naturalmente al tragico epilogo che echeggia di primordiale epica funerea. Opera memorabile, e fatalmente inesorabile come una nemesi mitologica, si avvale di un cast formidabile che annovera Christopher Walken, Chris Penn, Annabella Sciorra, Isabella Rossellini, Vincent Gallo e Benicio del Toro. Il compianto Penn fu meritatamente premiato con la Coppa Volpi come miglior attore al Festival di Venezia. Da notare, rispetto ai grandi capolavori gangsteristici di Coppola e Scorsese, come il pungente Ferrara proponga un ruolo inedito (attivo, antagonistico e profetico) per le donne della "famiglia", attuandone così la sottile demistificazione delle regole ataviche e, quindi, un'impietosa critica razionale (più che morale) alla tronfia arroganza mafiosa.

Voto:
voto: 4,5/5

Moebius (Moibi-useu, 2013) di Kim Ki-duk

Una moglie rabbiosa intende punire duramente il marito per il suo ennesimo tradimento e cerca di evirarlo ripetutamente, ma non ci riesce. Per vendetta trasversale decide allora di evirare il figlio per poi fuggire e dileguarsi nel nulla. I due uomini restano sopraffatti dal dolore, con il padre che si sente in colpa e il figlio che soffre per la menomazione fisica e la perdita di una vita sessuale. Il padre tenta di riparare, prima cercando di far provare al ragazzo l'orgasmo attraverso il dolore fisico, usando le tecniche del sadomasochismo, e poi facendo trapiantare il proprio pene al figlio, che, intanto, è diventato vittima di abusi di ogni tipo da parte dei bulli del quartiere. Proprio mentre il giovane si rallegra dell'inatteso "regalo", la madre torna a casa e sarà l'inizio di una tragedia ancora più grande. L'opus numero 19 di Kim Ki-duk è il suo film più estremo, radicale, disturbante e provocatorio. Un punto di non ritorno, una svolta inattesa, una summa di morbosa astrazione della sua poetica della carne e del sangue, il lato oscuro del precedente (e già controverso) Pietà, una storia di una banalità irritante e di una crudeltà sconcertante, la cui velenosa dimensione simbolica stordisce più della forza scioccante delle cruente immagini, ma stimola parimenti la psiche con una miriade di suggestioni torbide: sessualità, istinti primordiali, onanismo, complesso di Edipo, tragedia greca, incesto, rapporto tra piacere e dolore, guerra tra i sessi, perversioni, annichilimento. L'intento urticante dell'autore è chiaro fin dalla prima scena a causa dell'alto sperimentalismo formale che nega completamente il dialogo (nel film i personaggi non parlano mai, ma si esprimono attraverso gesti, espressioni, rumori, suoni gutturali, urla e linguaggio del corpo) e abbraccia un'estetica rozza e sporca, con un utilizzo volutamente grezzo del digitale, che fa pensare ad un porno amatoriale giapponese. Già in questa scelta straniante (specie se confrontata all'alta rarefazione stilistica e alla bellezza delle immagini delle sue opere migliori), il regista esterna il suo proposito di realizzare un'opera di rottura, un'allegoria mordace del desiderio sessuale (non a caso il membro maschile è l'elemento centrale della narrazione), una riflessione filosofica sulla subdola relazione tra erotismo e violenza che trova il suo nefasto compimento teorico nel disfacimento del corpo. Perchè è il corpo il vero protagonista del film, attraverso tutte le sue emanazioni (sangue, sperma, sudore, lacrime). Il corpo diventa il macabro talamo di tutte le pulsioni belluine, il palcoscenico del cortocircuito distruttivo messo in atto da Kim Ki-duk con un'audace metafora sottilmente autoironica. Il corpo del padre, il corpo della madre, il corpo del figlio, il corpo come archetipo e, quindi, il suo stesso corpo. Ma anche il corpo inteso come "cinema", perchè Moebius è una pellicola iconoclasta e salace, una commedia nerissima e crudele che intende distruggere per scioccare, resettare per poi ripartire, ricominciando da capo. Siamo di fronte ad una nuova alba per la "settima arte" ? Il cinema "3.0" ? Forse è un po' troppo, ma di certo la presunzione narcisistica non manca al regista coreano, così come il genio visionario. La messa in scena fortemente cruenta è "alleggerita" dall'esasperato antirealismo delle situazioni e dal tono grottesco che vira nella farsa irridente e sanguinaria, tendendo ad un tragicomico delirio slapstick di malsana astrazione psicosessuale. Nella sua aspra parabola granguignolesca, sotto la carica brutale delle immagini, il film nasconde un doloroso e primordiale percorso di purificazione spirituale (tipico delle opere di Ki-duk), definitivo e aberrante, ma anche necessario per il totale azzeramento simbolico conseguito attraverso la progressione sesso-violenza-psicologia-castrazione-catarsi. Al riguardo dell'opera l'autore ha detto: "Io sono il padre, la madre è me e la madre è il padre. In origine nasciamo nel desiderio e ci riproduciamo nel desiderio. Quindi siamo collegati in un tutt'uno come il nastro di Moebius e io finisco per invidiare, odiare e amare me stesso". E tutto questo conduce, programmaticamente, all'annullamento assoluto del corpo, inteso in senso auto psicoanalitico e artistico, ovvero morte dell'artista e del suo vecchio modo di fare cinema. Massacrato dalla censura internazionale, che ha imposto numerosi tagli, e presentato in anteprima (tra pochi applausi e molti strepiti di orrore o di scherno) al Festival di Venezia, è uscito in sala in pochissime copie nel nostro paese (venendo snobbato e subito ritirato) ed è una pellicola per cinefili preparati e scafati, assolutamente sconsigliata ai più sensibili o al pubblico mainstream, che fuggirebbe a gambe levate dopo pochi minuti. Eppure questa furiosa raffigurazione dell'insana decadenza dei rapporti sessuali e degli oscuri meandri dell'animo umano, che non concede un attimo di respiro allo spettatore con il suo tetro masochismo sarcastico, possiede molto della purezza libera e selvaggia del grande cinema d'autore, pretenzioso ma anche intrepido nella sua ricerca ossessiva di una poesia di efferata "redenzione". E', ovviamente, difficile mantenere una posizione neutrale rispetto ad un'opera così apertamente trasgressiva, ma viene piuttosto da chiedersi al riguardo: Capolavoro ? No. Pornografia del sadismo ? Neppure. Masturbazione psicologica ? Si. Incubo fallocentrico e allegorico di annientamento dei tabù sessuali ? Senza dubbio. Per la cronaca il titolo allude al "nastro di Moebius", che in topologia rappresenta un modello di superficie non orientabile, per la quale non è possibile stabilire la demarcazione tra faccia superiore (o esterna) e inferiore (o interna), proprio come nell'idea astratta di un corpo che sia uno (e quindi simbolo dell'ego) e trino (padre-madre-figlio, ovvero al di là delle barriere sessuali).

Voto:
voto: 4/5

giovedì 3 agosto 2017

Jungle Fever (Jungle Fever, 1991) di Spike Lee

Flipper Purify, giovane architetto di colore, uomo di successo, felicemente sposato e con una figlia che adora, si prende una sbandata per la sua nuova segretaria, Angie Tulli, bianca, di origine italiana, succube di un padre autoritario e di due fratelli a cui è costretta a fare da "serva". Per quanto la stessa Angie sia sentimentalmente impegnata, la passione scoppia incontrollabile e i due vivranno una storia d'amore intensa e tormentata. Infatti i rispettivi ambienti, sia familiari sia sociali, si dimostreranno apertamente ostili verso l'altro (soprattutto per pregiudizi razziali), provocando una crescente frustrazione ai due amanti. E quando la "febbre" dell'attrazione sarà scemata, Flipper e Angie si troveranno a tracciare un amaro bilancio della loro storia e finiranno per tornare mestamente alla loro vecchia vita. Il quinto lungometraggio di Spike Lee è un lucido dramma sociale che affronta con veemenza due problemi che al regista stanno particolarmente a cuore: quello del razzismo (ovvero delle difficoltà che ancora oggi i rapporti interrazziali sono costretti ad affrontare) e quello della droga. Con il suo approccio veracemente carnale ed una certa frenesia narrativa, l'autore cerca sempre di catturare l'altra faccia di New York, quella solitamente nascosta e lontana dai riflettori, quella dei sobborghi degradati e dei compromessi quotidiani, cercando di stanare il verme che si annida nel cuore della "grande mela". L'argomento droga si risolve in una secca condanna inappellabile, mentre quello del pregiudizio razziale (che ha sempre ossessionato il regista newyorchese) vede l'alternarsi di una caustica denuncia e di un eccesso di risentimento, come se l'artista Lee, evidentemente troppo coinvolto, non riuscisse ad attuare il giusto distacco emotivo dalla materia trattata, perdendo quindi di obiettività e rendendo la sua critica troppo astiosa. Al di là di questo il film ha energia, concretezza, solidità e anche la giusta dose di sarcastico umorismo, posto al servizio dei personaggi egregiamente rappresentati nella loro connotazione simbolica. Ottime le musiche scritte da Stevie Wonder e splendida la squadra d'interpreti tra cui citiamo Wesley Snipes, Annabella Sciorra, Spike Lee, Samuel L. Jackson (premiato a Cannes come miglior attore non protagonista), Ossie Davis, John Turturro e Anthony Quinn.

Voto:
voto: 3,5/5