sabato 17 febbraio 2018

L'ora più buia (Darkest Hour, 2017) di Joe Wright

Nel 1940 il neo eletto, e poco gradito ai membri del suo partito, Primo Ministro britannico Winston Churchill, deve far fronte ad uno dei momenti più tragici della storia d'Europa e della Gran Bretagna. La seconda guerra mondiale è appena scoppiata e le armate naziste di Hitler sembrano inarrestabili e invincibili, nel giro di pochi mesi hanno sbaragliato tutto il "vecchio continente" e adesso "bussano" alle porte della "terra d'Albione", che non si sente più protetta dal canale della Manica ed avverte l'incombente minaccia di una massiccia invasione da parte del nemico. Churchill, da sempre intransigente nei riguardi di Hitler da lui indicato, già in tempi non sospetti, come una minaccia da abbattere, deve affrontare non solo il pericolo nazista ma anche le subdole insidie che provengono dall'interno, con alcuni autorevoli membri della sua stessa corrente politica che cercano di convincerlo a trattare una pace che sa di resa con i tedeschi, in cambio della salvezza dell'Inghilterra. Cocciuto e combattivo, Churchill non intende cedere di un passo e cerca di convincere il Re, il Parlamento e la nazione che l'unica strada possibile è quella della guerra contro Hitler, perchè "con una tigre non si ragiona" e "lacrime, sudore e sangue" sono ben spese in nome della libertà da una tirannia oppressiva. Joe Wright porta sul grande schermo l'ennesima biografia storica dedicata all'iconico personaggio di Winston Churchill, già interpretato in passato da una pletora di attori eccellenti, ed a quei giorni cupi in cui la Gran Bretagna decise stoicamente di non chinare il capo di fronte allo strapotere delle orde germaniche, abbracciando con coraggio una sanguinosa resistenza e cambiando per sempre le sorti della guerra. Churchill, uomo dal carattere indomito e spigoloso, ammaliante affabulatore e leader pragmatico, temuto e inviso da molti nel suo stesso paese, ci viene stavolta mostrato sia nel lato pubblico sia in quello privato, con un affresco ora romantico, ora inquieto, ora bizzarro, indulgendo spesso su quelle manie e stravaganze che ne hanno adornato la leggenda. In quest'opera dalla messa in scena asciutta e diretta con classica misura, la guerra (quella vera) non viene mai mostrata, anche se la sua ombra mortifera incombe già dalla prima sequenza e pedina costantemente i personaggi nelle grandi sale vittoriane, nei palazzi del potere, nei segreti cunicoli sotterranei dei ministeri e persino in una vagone della metropolitana londinese, dove è ambientata la scena più intensa (e retorica) della pellicola. Più verboso che intimo il film si consegna totalmente alla notevole interpretazione di Gary Oldman, di cui solo gli occhi sono riconoscibili sotto il pesante trucco prostetico, che ci regala una performance indubbiamente scintillante ma più vicina all'iconografia nostalgica del personaggio che alla ricerca sottile del suo lato in ombra. In questa vibrante apologia della resilienza e dell'orgoglio elitario tipico dello spirito britannico, che vede nel suo "splendido" isolamento un snobistico segno di superiorità, i momenti migliori sono quelli del rapporto tra Churchill e sua moglie o la sua appassionata segretaria, momenti in cui il peso ingombrante dell'eroe storico cede il passo ai dubbi e alle fragilità dell'uomo. Sono invece più enfatici e canonici i celeberrimi discorsi del politico al parlamento e al popolo, mentre appare curiosamente puntuale la sovrapposizione di eventi con il Dunkirk di Christopher Nolan. Nel cast, oltre al mattatore Oldman (in odore di Oscar), vanno menzionati anche Kristin Scott Thomas, Lily James, Ben Mendelsohn e Ronald Pickup. Sei nomination ai premi Oscar 2018: film, fotografia, trucco, scenografia, costumi e ovviamente Gary Oldman come miglior attore protagonista, per quella che sembra essere una vittoria già annunciata, probabilmente anche come omaggio ad una lunga e brillante carriera. In questo film che nulla toglie e nulla aggiunge all'immaginario illustrativo del corpulento e burbero "uomo con il sigaro" che salvò l'Europa dal nazismo, l'autore ci consegna un messaggio patriottico più moralistico che ideologico, più didascalico che artistico, sospeso tra l'elogio dell'arte oratoria e l'alterigia "brexit".

Voto:
voto: 3/5

lunedì 12 febbraio 2018

La ragazza nella nebbia (La ragazza nella nebbia, 2017) di Donato Carrisi

Ad Avechot, remoto paesino montano in mezzo alle Alpi, l'adolescente Anna Lou scompare misteriosamente nel nulla dopo essere uscita di casa in una sera nebbiosa dell'antivigilia di Natale. Il caso attira l'attenzione del navigato ispettore Vogel, cinico detective famoso per il suo particolare stile investigativo che prevede un uso massiccio ed impudente dei media intorno all'oggetto delle sue investigazioni, quasi sempre spettacolari e controverse. In breve il tranquillo borgo alpino viene messo sotto la luce dei riflettori dei mezzi d'informazione, attirando sedicenti giornalisti affamati di notizie e pronti a tutto per un macabro scoop. Vogel non ci mette molto a scovare l'agnello sacrificale da dare in pasto alla morbosità mediatica, identificando nel mite professore Loris Martini, trasferitosi da poco ad Avechot con la sua famiglia, il perfetto "mostro" da sbattere in prima pagina, a causa di una serie di prove indiziarie a suo carico. Mentre la vita dell'uomo viene rovinata dall'inesorabile escalation degli eventi, il mistero della scomparsa di Anna Lou sembra infittirsi sempre più, dopo una serie di inattese scoperte che lasciano trasparire come la verità sia spesso sfuggente, anche in un luogo apparentemente ameno in cui però si celano oscuri segreti e nessuno è ciò che sembra in apparenza. Interessante esordio cinematografico dello scrittore pugliese Donato Carrisi, che adatta per il grande schermo uno dei suoi romanzi di maggiore successo ("La ragazza nella nebbia"), firmando regia e sceneggiatura. Il risultato è un thriller dal cuore nero e dalle atmosfere torbide, visivamente affascinante, ben recitato da un cast di notevole livello (Toni Servillo, Jean Reno, Alessio Boni, Michela Cescon, Galatea Ranzi) e con una buona costruzione della suspense nel crescendo finale ricco di colpi di scena (che probabilmente non risulteranno del tutto inattesi ad un occhio esperto). Più che guardare alla tradizione dei sanguinari gialli all'italiana degli anni '70 di cui Dario Argento fu l'autore più famoso, questo film procede per accumulo un po' caotico di citazioni e ammiccamenti al thriller più "alto": dal Lynch televisivo di "Twin Peaks" alle opere di David Fincher, senza dimenticare il nostro Tornatore (lascio a voi il compito di captare le relative connessioni) e la reale cronaca nera italiana. Con qualche caduta di tono e più di un passaggio forzatamente tortuoso, la pellicola si consegna totalmente ad un finale tanto contorto quanto avvincente, che non ha mancato di suscitare accesi dibattiti tra il pubblico. Pur restando saldamente nei confini del cinema di genere a cui appartiene, La ragazza nella nebbia dispensa graffi caustici al voyeurismo invadente dei mass media ed al funesto show di quel giornalismo efferato che specula sul dolore altrui in nome dell'audience. Tra personaggi ambigui e situazioni sordide, questa tetra sfilata di cattivi finisce per arenarsi più volte sui perigliosi fondali dell'inverosimiglianza, ma si farà sicuramente ricordare per l'abbagliante potenza visiva delle immagini iniziali e finali: evocative, disturbanti e cariche di malia oscura.

La frase: "Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità"

Voto:
voto: 3/5

mercoledì 7 febbraio 2018

Tonya (I, Tonya, 2017) di Craig Gillespie

Biografia "indie" della pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding, una delle più celebri e controverse sportive americane degli anni '90. Cresciuta troppo in fretta in un ambiente provinciale da una famiglia sciagurata e indigente, Tonya è una ragazza rude e spigolosa, sguaiata ed accanita fumatrice , succube di una madre aguzzina che fin dalla prima infanzia la spinge verso il pattinaggio per cercare di sfruttare al massimo il suo unico apparente talento. Nonostante le difficoltà nelle relazioni sociali, gli atteggiamenti discutibili che la rendono antipatica ai giudici ed uno stile poco elegante, la nostra si rivela fin da subito una grande pattinatrice: la prima americana capace di eseguire il difficile salto detto "triplo axel" in una gara ufficiale e, a tutt'oggi, una delle poche atlete al mondo ad esserci riuscita più volte. Nel 1994 la Harding fu al centro di un clamoroso scandalo che la travolse, la rese un caso mediatico nazionale e ne causò la fine prematura della carriera sportiva: l'aggressione compiuta ai danni della temibile rivale Nancy Kerrigan, architettata insieme al marito Jeff Gillooly, che costò alla malcapitata la rottura del ginocchio ed il ritiro dagli imminenti campionati nazionali di pattinaggio. Biopic semiserio e politicamente scorretto sulla vita di Tonya Harding, diretto con corrosiva ironia nera dall'australiano Craig Gillespie. Nella sua spericolata altalena tra farsa e cronaca, questa spudorata black comedy drammatica chiarisce le sue intenzioni fin dal grottesco prologo fatto di interviste ai personaggi principali, in cui appare l'avvertenza che il film è "tratto da colloqui veri, contraddittori e privi di sarcasmo" con la Harding e Gillooly. L'autore intende fare della sua spinosa anti-eroina un chiaro simbolo dell'America famelica e bellicosa nel perseguimento ossessivo del mito del successo personale ad ogni costo. In tal senso la paradossale vicenda esistenziale di Tonya diventa una tragicomica parabola dei malcostumi e delle contraddizioni di un paese alla continua ricerca di "eroi" usa e getta, da amare o da odiare a seconda delle circostanze, per poi immolarli pubblicamente nel triste circo dello show mediatico che si nutre delle sue stesse vittime senza mai placare la propria bramosia. La Harding del film è una perdente nevrotica, sboccata e aggressiva, figlia infelice di quel sottoproletariato bianco della profonda provincia statunitense disposto a tutto per primeggiare, inseguendo il sogno del benessere materiale come facile segno di affrancamento. Presa a calci dalla vita e indurita da un ambiente familiare anaffettivo (dalla madre cinica e perfida al marito imbelle e violento), Tonya è la perfetta incarnazione della "loser" indomita e disperata, che graffia e morde nel tentativo di elevarsi dalla sua congenita mediocrità, sfruttando il suo unico talento come un mezzo, piuttosto che come una passione. Nel cast spiccano le due protagonisti femminili: una Margot Robbie energica e imbruttita e, soprattutto, una straordinaria Allison Janney nell'ingrato ruolo della viscida madre LaVona. Entrambe le interpreti sono state meritatamente candidate agli Oscar 2018, rispettivamente come miglior attrice protagonista e  miglior attrice non protagonista. I personaggi maschili, che sembrano usciti da una pellicola dei fratelli Coen per la loro maldestra inettitudine, orbitano mestamente intorno alle due "prime donne", che dominano la scena ad ogni apparizione. I continui ammiccamenti al pubblico, che intendono stabilire un'evidente complicità tra lo spettatore e la scomoda protagonista, costituiscono, al tempo stesso, il limite e la forza di questa apologia dei reietti, che smussa i contenuti aspri con leggerezza cialtrona, all'insegna di un'irriverente ruffianeria di fondo.

Voto:
voto: 3,5/5

giovedì 1 febbraio 2018

Lady Bird (Lady Bird, 2017) di Greta Gerwig

Christine è una diciassettenne inquieta che vive a Sacramento, provinciale e misconosciuta capitale della California, si fa chiamare da tutti "Lady Bird" e sogna di evadere dalla sua inerte quotidianità di scuole cattoliche e recite teatrali per trasferirsi a New York, in cui frequentare il college e un ambiente più colto ed emancipato. Afflitta dalle ansie tipiche della sua età (la paura e la voglia di crescere, la scoperta del sesso, le grandi aspirazioni, il desiderio di essere accettata), Christine vive un rapporto di amore e odio con la sua famiglia, premurosa ma costantemente alle prese con problemi economici: tra un padre affettuoso, disoccupato e depresso, un fratello adottivo di origine ispanica e una madre infermiera, dura e concreta, che la ama tantissimo ma non riesce a dimostrarlo. Scritta e diretta dall'attrice Greta Gerwig, questa commedia drammatica con chiari riferimenti personali (la Gerwig è di Sacramento e ha scelto di ambientare il film proprio nel periodo in cui lei aveva 18 anni) è un sincero affresco generazionale sul difficile momento dell'adolescenza, sospeso tra il racconto di formazione e l'autobiografia malinconica. Fresco e sbarazzino come la sua protagonista, egregiamente interpretata dalla promettente Saoirse Ronan, questo coming of age al femminile trova i suoi momenti migliori nei dialoghi frizzanti ed ha il suo cuore pulsante nel rapporto, intenso e problematico, tra madre e figlia. Oltre alla Ronan, brava e bella, nel cast spiccano Laurie Metcalf, Tracy Letts e Timothée Chalamet. Il buon lavoro di scrittura non trova analogo riscontro in una regia un po' piatta, che ha però l'intelligenza di affidarsi, con schiettezza e senza sentimentalismi, ai personaggi principali, verso cui è evidente lo sguardo teneramente complice della neo-autrice californiana. Le delicate questioni trattate dalla pellicola (il traumatico passaggio verso l'età adulta, il contrasto tra affetti privati e desideri personali, la difficoltà di essere genitori ma anche quella di essere figli) vengono affrontate con agile leggerezza, evitando con oculatezza sia la superficialità sia il predicozzo morale. Questo fiore all'occhiello del cinema indipendente americano dell'anno 2017, acclamato dai critici non senza una certa sopravvalutazione, ha avuto anche il riconoscimento, per ora platonico, dell'Academy Awards che gli ha accreditato cinque nomination "pesanti" agli Oscar: film, regia, sceneggiatura e le due attrici Saoirse Ronan e Laurie Metcalf. Non sarà facile portare a casa premi ma Lady Bird vola già alto e leggero, sospinto dal soffio potente di quella vivace fucina "indie", capace di sfornare ogni anno le opere più interessanti che provengono da oltre oceano. God bless it!

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 30 gennaio 2018

L'incredibile vita di Norman (Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer, 2016) di Joseph Cedar

Chi è Norman Oppenheimer ? Un signore umile e gentile dal volto sofferto ma dall'incredibile tenacia, che si aggira per le fredde strade di una New York invernale con un triste cappotto cammello e gli auricolari del cellulare sempre all'orecchio. Un faccendiere garbatamente pedante che incontra persone, risolve problemi, millanta conoscenze, propone affari, organizza meeting, si intrufola nelle cene di gala e si mette al servizio di uomini potenti. Un cortigiano solitario, viscido e servile, che dietro un'appiccicosa piaggeria nasconde la tranquilla furbizia di un ebreo dalla mente fine e dall'eloquio accattivante. Un uomo malato di solitudine alla ricerca di un riscatto personale che cerca il colpo della vita offrendosi come galoppino del potere e che trascorre il tempo libero tra la sinagoga del suo quartiere e la compagnia del giovane nipote, avvocato rampante. Norman Oppenheimer è tutto questo e forse molto altro ancora, come lasciano trasparire i suoi occhi vispi, la cui luce non è stata ancora offuscata dalle tante porte chiuse in faccia e dai troppi bocconi amari buttati giù. Quando Norman riesce a entrare nelle grazie di un ambizioso politico israeliano, Micha Eshel, che nel giro di poco tempo diventerà primo ministro del suo paese, l'occasione attesa da una vita sembra essere finalmente arrivata. Ma l'ingresso, seppure dalla porta di servizio, nei grandi saloni della politica che conta, condurrà ben presto il nostro in un perverso meccanismo più grande di lui. Solido dramma di introspezione psicologica, scritto e diretto dall'israeliano Joseph Cedar e cucito addosso al suo splendido protagonista di cui ricalca il punto di vista, discreto e "dietro le quinte", e lo stile sospeso tra una tenerezza un po' naif e la subdola adulazione. Proprio come il personaggio di Norman, interpretato con commovente intensità da un Richard Gere sorprendente, il film avanza sornione e reticente, tra le pieghe di una fertile ambiguità che però non rinuncia mai al lato umano, egregiamente illustrato con illuminata lievezza in quell'altalena di cinismo, compromessi e fragilità che è il grande gioco della vita. Peccato che la seconda parte dell'opera, concepita in tragico crescendo verso un retorico finale moralizzatore, tenda poi a disperdere parte di quel sottile lavoro di cesello messo a punto nella prima. In ogni caso i personaggi sono disegnati ottimamente, anche per merito del grande cast che, oltre al mattatore Gere, annovera Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Charlotte Gainsbourg e Steve Buscemi. I richiami alla tradizione culturale ebraica e alla letteratura alta, attraverso l'affascinante e sfuggente figura del "valletto" abile e ossequioso, donano al film un sostrato colto che ne nobilita la matrice e rende più autorevole la sua sobria critica sociale al sistema politico delle lobby di potere.

Voto:
voto: 3,5/5

lunedì 29 gennaio 2018

Suburbicon (Suburbicon, 2017) di George Clooney

Stati Uniti, 1959: Suburbicon è una ridente cittadina residenziale che ambisce ad essere un'area urbana modello per ospitare la borghesia caucasica americana, tra prati verdi, abitazioni eleganti, sventolio di bandiere a stelle e strisce e famiglie dalla facciata impeccabile. Ma la vita apparentemente idilliaca del privilegiato distretto viene turbata da due eventi che causano un forte shock generale: l'arrivo di una famiglia afroamericana, che viene fin da subito osteggiata dalla popolazione xenofoba, e un terribile fatto di sangue che colpisce i Lodge, dopo l'irruzione notturna di due delinquenti nella loro proprietà che provoca la morte della padrona di casa, la signora Rose, già costretta sulla sedia a rotelle dopo un incidente stradale. Il signor Gardner Lodge cerca di ricominciare a vivere insieme a suo figlio, il piccolo Nicky, con l'aiuto dell'amorevole cognata Margaret, gemella della moglie defunta. Ma il fratello maggiore di Rose e uno zelante investigatore assicurativo nutrono alcuni sospetti sulla triste vicenda. Il divo George Clooney, ormai totalmente orientato verso un cinema di denuncia sociale e di dichiarato impegno politico, dirige con pungente agilità questo suo sesto lungometraggio da regista, portando in sala un vecchio script dei fratelli Coen, risalente agli anni '80, da lui stesso rimaneggiato insieme a Grant Heslov. Il risultato è un feroce dramma satirico, in bilico tra la commedia nera e il thriller, la cui misura di stampo classico è attraversata da lampi di tetro umorismo e da momenti di cupa violenza, conferendo al tutto un senso straniante e grottesco. Lo stile Coen, chiaramente percepibile nella dimensione paradossale, nei personaggi maldestri e nelle improvvise sequenze di efferata durezza, viene infarcito da una solida direttrice morale, tipica delle opere di Clooney autore, che intende indurre una graffiante riflessione critica sull'attuale deriva della società americana, più che mai percorsa da fremiti di intolleranza razzista e da un fazioso senso nazionalistico. L'immagine ipocrita e impeccabile che il microcosmo Suburbicon offre di sè, effige vanagloriosa del Sogno Americano, viene efficacemente rappresentata da una fotografia ultra patinata, la cui falsità artificiosa si scontra con il lato oscuro della comunità, fatto da miseria morale, avidità rapace, spietatezza brutale, cinico egoismo e discriminazione sociale. Funzionale il cast con Matt Damon, Julianne Moore (in un doppio ruolo), Oscar Isaac, Glenn Fleshler ed il piccolo Noah Jupe. Raffinate ed ammalianti le musiche di Alexandre Desplat. Al netto di qualche effettismo lezioso e di alcuni compiacimenti autoreferenziali, l'intento del regista è di impietosa limpidezza: fornire una caustica ed amarissima risposta artistica alla politica "dei muri" di Trump. Una risposta, semplicistica quanto efficace, secondo la quale i maggiori pericoli per l'America provengono principalmente dal suo cuore nero, più che da minacce esterne dalla pelle di diverso colore.

Voto:
voto: 3,5/5

lunedì 22 gennaio 2018

La forma dell'acqua - The Shape of Water (The Shape of Water, 2017) di Guillermo del Toro

Baltimora, 1962, in piena "guerra fredda": Elisa, giovane donna muta, lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio scientifico governativo ed è legata da profonda amicizia alla collega Zelda, afroamericana gentile e ciarliera, ed al suo vicino di casa Giles, vecchio pittore in disarmo discriminato per la sua omosessualità. La scoperta di una creatura acquatica, orripilante nell'aspetto ma intelligente e sensibile, che viene tenuta segregata nel laboratorio dove è oggetto di esperimenti e vessazioni fisiche, cambia per sempre la vita di Elisa, che riesce a stabilire una sincera connessione con il "mostro", di cui ben presto si innamora, ricambiata. Per salvare il suo amato dalle grinfie dello spietato aguzzino Strickland, saccente capo della sicurezza, crudele e razzista, la tenace donna organizza uno spericolato e pericoloso piano per far evadere l'essere dalla sua prigione. Straordinaria favola dark scritta e diretta da Guillermo del Toro (che realizza con essa il suo film migliore), capace di mescolare e dosare con sorprendente abilità e senso della misura generi e toni, spaziando agilmente dal fantastico all'horror, dal sentimentale all'avventuroso, senza dimenticare il thriller spionistico e la visionaria ricostruzione d'epoca. In miracoloso equilibrio tra il registro leggero e quello drammatico, seguendo sempre il filo sottile di un delicato romanticismo, il film si svolge a due livelli (fedele ad una struttura narrativa cara al regista): da un lato abbiamo la vicenda storica, con graffi di critica sociopolitica all'America della "guerra fredda" e alla sua mentalità intollerante e aggressiva, dall'altro c'è il racconto onirico fantastico che guarda dritto agli archetipi mitici della fiaba ("La bella e la bestia"), senza dimenticare la miriade di citazioni cinefile che un innamorato di cinema come del Toro si compiace di dispensare a iosa (dai vecchi musical hollywoodiani ai peplum in costume, fino a quella, evidentissima, del cult horror Il mostro della laguna nera (1954) da cui viene ripreso pari pari l'aspetto della creatura anfibia). Da questo magma pulsante di suggestioni, riferimenti e ispirazioni, l'autore riesce a trarre un'opera stupefacente capace di emozionare, appassionare, indignare e rapire lo spettatore, trasportandolo, tra passione e sentimento, nel magico mondo del cinema dei vecchi miti, quello che sapeva catturare lo sguardo ancora puro del pubblico di una volta, parlando dritto al cuore del fanciullo che era in ciascuno di noi. Ma, tra la magia e l'incanto di molte sequenze, e con uno stile registico incline ad un evocativo barocchismo, del Toro non rinuncia mai alla carnalità, al sesso, alla violenza, fedele alla sua idea di cinema "bifronte". Così il brutale cattivo interpretato abilmente da un granitico Michael Shannon, diventa il simbolo enfatico dell'americano medio, con tutto il suo carico di pregiudizi discriminatori, di feroce rapacità, di fanatismo settario e di tronfia arroganza. Di contro, in accordo alla dimensione manichea propria delle favole, tutta la sensibilità e la grazia risultano di esclusivo appannaggio dei "diversi" e dei reietti, in questa palpitante epopea aristocratica degli alienati: la muta Elisa, il mostro acquatico, il pittore gay, la sguattera di colore, il clandestino russo. E, come in ogni fiaba che si rispetti, il messaggio finale annesso è potente, etico e attualissimo, evitando con abilità i rischi della retorica e della melassa edificante. Un messaggio di tolleranza, di rispetto e di amore, oltre che una lucida requisitoria in difesa dei diritti civili di tutte le minoranze. Tra cronaca e mitologia, tra romanticismo e sogno, l'autore omaggia i suoi miti e i suoi "mostri" personali attraverso un'opera fortemente morale (ma non moralista), che si lega a filo doppio ad una miriade di simbolismi astratti che riflettono sempre il contrasto tra ideale e reale. Ecco quindi l'acqua (elemento nobile e primigenio da cui tutti proveniamo), le uova (che rappresentano l'anima), la musica, i gesti, gli sguardi; tutti simboli di quella dimensione spirituale che consente la connessione empatica tra "diversi" prima della fisicità. E sulle note classiche di Glenn Miller il regista ci accompagna, insieme al suo cast straordinario formato da Sally Hawkins, Doug Jones, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer e Michael Stuhlbarg, verso la sognante purezza di un altrove liquido in cui si incontrano incubo e sogno, vita e morte, aria e acqua, odio e amore, luce e tenebra. Un altrove fantastico incontaminato la cui forma inevitabilmente ci sfugge, ma che ci pervade totalmente.

Voto:
voto: 4/5

domenica 21 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, 2017) di Martin McDonagh

Ebbing, Missouri: Mildred Hayes è una donna disillusa e combattiva, divorziata da un marito manesco, con un figlio a carico e il peso di una terribile tragedia familiare: la morte atroce della giovane figlia Angela, stuprata, uccisa e bruciata da un sadico ancora privo di identità. Un anno dopo il tragico evento, Mildred decide di spendere i pochi soldi che ha per affittare tre enormi cartelloni pubblicitari in disuso, collocati su una strada secondaria, su cui esporre il proprio dolore, la sua fame di giustizia e la sua astiosa critica verso l'imbelle polizia locale, incapace di condurre l'indagine in una direzione concreta. Tre frasi forti che suonano come un grido di disperazione e di rabbia di una "madre coraggio" che, nonostante tutto, non si arrende. Il suo gesto le metterà contro la polizia e gran parte della comunità, cambiando per sempre la sua vita, ma anche quella dello sceriffo Willoughby, uomo saggio e stimato, in lotta contro un brutto male, e dell'agente Dixon, ubriacone violento e razzista votato all'autodistruzione. Da Martin McDonagh, irlandese approdato oltre oceano, arriva, fulminante ed appropriato, questo solidissimo esempio di cinema fieramente indipendente (ormai è assodato che tutto il meglio del cinema americano proviene da quella fucina). Ottimamente scritto, diretto con sobrio rigore e recitato benissimo da un cast tutto in odore di nomination (Frances McDormand, Sam Rockwell, Woody Harrelson), questo splendido film "di pancia" può essere considerato come il più vivido manifesto della situazione attuale americana. In una efficace commistione tra commedia nera e dramma, attraverso dialoghi al vetriolo, battute tristemente memorabili e personaggi ruvidamente ambigui ma non privi di dolente umanità, l'autore muove una lucida critica antropologica e politica alla società statunitense, utilizzando il crudo disegno impietoso di quella profonda provincia del Midwest: sporca, ignorante, violenta e feroce, coacervo di fanatismo, intolleranza, rapacità, brutalità ideologica, sopraffazione dei deboli e di tutti i comportamenti viziosi che oggi sono facilmente leggibili, attraverso la cronaca, anche ad alto livello. In bilico tra irriverenza e amarezza, ironia e tragedia, ribellione e resa, questo piccolo grande film di contrasti ha la tensione morale, giustamente indignata, di un libello civile, la cui dimensione straniante, evidentemente provocata dai contrasti predetti, è un alto valore aggiunto. Forse l'unico passaggio un po' forzato, ma comunque narrativamente necessario per imprimere la svolta decisiva che conduce alla seconda parte del film, è quello centrale delle lettere scritte dall'umanissimo sceriffo di Woody Harrelson. Ma trattasi di quisquilie di fronte alla potenza di un'opera granitica e necessaria, che suona come monito agghiacciante e cartina tornasole della deriva morale, sociale e politica che l'America sta attraversando. Da citare anche la notevole fotografia e il commento musicale, accurato, avvolgente, ma mai invadente. Tra le sequenze da consegnare alla memoria: il tenero incontro con il cervo femmina, un misurato momento lirico di poetica tensione emotiva, ed il finale on the road che si erge a piccola metafora della vita, in cui le grandi decisioni si prendono (o non si prendono) strada facendo.

La frase: "Se dovessi cacciare tutti i poliziotti con tendenze razziste resterei con tre, che comunque odiano i froci"

Voto:
voto: 4,5/5

sabato 6 gennaio 2018

Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name, 2017) di Luca Guadagnino

Italia settentrionale, estate del 1983: il diciassettenne Elio, unico figlio di una colta famiglia alto borghese di origine ebraica, italiana e americana, vive con inquieta energia e sincero slancio la delicata fase di scoperta della propria sessualità. Coccolato da due genitori amorevoli, che però sembrano maggiormente attenti alla sua istruzione e al suo talento musicale che alla sua nervosa curiosità sessuale, e corteggiato insistentemente dall'acerba Marzia, Elio trascorre le afose giornate estive nella residenza familiare di campagna, nei pressi di Crema, nell'attesa di un evento che possa accendere la sua tumultuosa passione interiore, faticosamente tenuta a freno. L'arrivo dell'affascinante Oliver, vitale studente americano ventiquattrenne che sarà loro ospite per sei settimane per una collaborazione accademica con suo padre, insigne docente universitario di archeologia, cambierà per sempre l'esistenza del ragazzo. Tratto dall'omonimo romanzo di André Aciman, sceneggiato da James Ivory e diretto da Luca Guadagnino (inizialmente assunto come consulente per le locations e poi subentrato come regista in corso d'opera dopo un lungo tira e molla con il celebre collega statunitense), l'opus numero cinque dell'autore siciliano è un elegante e luminoso melodramma di formazione sul tema del desiderio, della passione e della scoperta del sesso, affrontato con grazia, esuberanza e malinconico trasporto, assecondando la prospettiva giovanile. Unanimemente acclamato dalla critica internazionale e da molti considerato come uno dei sicuri protagonisti ai prossimi premi Oscar 2018, Chiamami col tuo nome è un film di corpi, di pulsioni e di sensi, sospeso tra il classicismo decadente delle ambientazioni, il quieto immobilismo di una famiglia borghese, erudita e poliglotta (nella versione originale i dialoghi avvengono continuamente in inglese, francese e italiano) e la sensualità rigogliosa dei due giovani protagonisti, affamati di emozioni e voluttuosamente voraci nella ricerca della propria identità attraverso la carnalità. Come nelle opere precedenti del regista, il contrasto tra le restrizioni dell'ambiente familiare (in questo caso intellettuale ed elitario) e la vitalità prorompente dei personaggi, trova il suo inevitabile sfogo attraverso il sesso. Un sesso, in questo caso omosessuale, che finisce per travolgere ogni cosa pur senza mai dissipare quel senso di confusione interiore tipico dell'essere umano. Guadagnino omaggia in maniera chiarissima i suoi personali miti cinematografici: soprattutto Bertolucci, perchè è impossibile non pensare a Io ballo da sola guardando questo film, ma anche Rohmer, Visconti e Renoir. Evitando saggiamente ogni indulgenza sentimentalistica, l'opera procede agilmente tra tensione sensuale, intimo tormento e qualche inciampo non di poco conto, tra cui citiamo l'irritante scelta di rappresentare gli stranieri come colti e raffinati e gli italiani come villici o arroganti zoticoni. E senza dimenticare la discussa (ed inutile) scena della pesca: una metafora al limite del trash che è indubbiamente il punto più basso della pellicola. Anche la puntigliosa contestualizzazione "craxiana" del momento sociale del nostro paese appare come un mero stereotipo di dubbia efficacia narrativa, pur nella sua marginalità. I momenti migliori sono tutti nell'intenso rapporto tra i due protagonisti, interpretati con lodevole efficacia da Timothée Chalamet ed Armie Hammer, e nel finale che ci consegna le sequenze più emozionanti: l'accorato (e sorprendente) discorso/confessione dell'austero padre/professore al figlio Elio ed il sofferto epilogo durante i titoli di coda. Completano il cast Michael Stuhlbarg, Esther Garrel e Amira Casar. Finemente evocative le musiche originali composte da Sufjan Stevens, che fungono da contrappunto emotivo nel segmento conclusivo del film, in luogo della più convenzionale voce fuori campo inizialmente prevista nella prima stesura della sceneggiatura di Ivory.

Voto:
voto: 3,5/5