lunedì 9 agosto 2021

Youtopia (2018) di Berardo Carboni

La diciottenne Matilde vive con una madre disoccupata, depressa e alcolizzata e una nonna affetta da demenza senile la cui pensione è l'unico reddito certo. La famiglia soffre di gravi problemi economici e rischia di perdere la casa, già pignorata, per mancato pagamento delle rate del mutuo. La ragazza sfugge al dolore della sua grigia esistenza rifugiandosi nel mondo di internet dove opera a due livelli: lavora come "cam-girl", spogliandosi in diretta per un pubblico di guardoni allupati e guadagnando in questo modo i soldi per andare all'università, e partecipa ad un gioco di realtà virtuale in cui ha stretto una tenera amicizia con un ragazzo straniero che si fa chiamare Hiro e che è carico di attenzioni e gentilezze nei suoi confronti. Quando la situazione familiare diventa disperata e la casa viene messa all'asta, Matilde decide di mettere in vendita la sua verginità nel così detto "dark-web" per procurarsi i soldi necessari ad evitare l'irreparabile. Viene così contattata da Ernesto, sessantenne farmacista di Pescara che conduce una doppia vita: di giorno è un irreprensibile professionista modello, ricco e sposato, e di notte sfoga le sue ossessioni libidinose con giovani prostitute, rivelando la sua vera natura di malato del sesso. Interessante e coraggioso dramma romantico di Berardo Carboni (che lo ha anche scritto) che mischia insieme il melò familiare e la cupa satira sociale, utilizzando una cifra stilistica grottesca che infonde al tutto una luce stordente, che coglie nel segno, smussa gli angoli delle numerose forzature inverosimili e ne distorce la dimensione fiabesca teatrale a più strati narrativi. Senza svelare troppo sull'evoluzione della trama non è scorretto affermare che il film è una pseudo versione tragica e metaforica di Cenerentola (con l'aggiunta di un orco), la cui ambientazione spazia tra reale e virtuale. Il regista si è in parte ispirato, per l'idea centrale della storia, a vicende realmente accadute negli Stati Uniti e riesce a mostrarci, con fertile ambivalenza, il bene e il male di quel mondo misterioso, per molti minaccioso, per altri incomprensibile e per altri ancora da temere a prescindere, che è Internet, tenendo bene in mente l'ovvietà che dietro ai computer, ai nickname ed agli avatar si nascondono persone vere e non programmi elettronici. La parte che funziona meglio è quella che si svolge nel mondo virtuale, invece quella che avviene tra le quattro mura dell'appartamento-prigione soffre qua e là di eccessi di enfasi tragica, risultando parossistica (specialmente nel personaggio della madre di Matilde). Bravissimi gli attori, a cominciare da una luminosa Matilda De Angelis (bellissima, bravissima, simbiosi perfetta di malizia, determinazione e disperazione) e senza dimenticare l'esperto Alessandro Haber (che tratteggia ambiguamente il viscido erotomane cinico e arrogante) e la serafica Pamela Villoresi (la moglie di Ernesto/Haber), a cui viene affidata la battuta più fulminante del film.
 
Voto:
voto: 3/5

venerdì 6 agosto 2021

Niente velo per Jasira (Towelhead, 2007) di Alan Ball

Jasira ha tredici anni ed è sballottata tra una madre irlandese che vive a Syracuse ed un padre libanese autoritario di religione cattolica che abita a Houston, in Texas. La ragazzina trascorre molto tempo da sola ed è turbata dal suo corpo che cambia in fretta e dalle prime scoperte sessuali verso cui si sente precocemente attratta. Inizia così un pericoloso gioco di seduzione con maturo vicino di casa, padre del bambino a cui fa da baby sitter, che la guarda "in un certo modo" e accende la sua fantasia adolescenziale. Controverso esordio registico dello sceneggiatore Alan Ball (balzato agli onori della cronaca per avere scritto il pluripremiato American beauty del 1999, per il quale ha vinto anche un Oscar), con questo torbido dramma erotico tratto dal romanzo "Beduina" ("Towelhead") di Alicia Erian. Alla sua uscita il film ha suscitato scandalo per i suoi contenuti indubbiamente forti (sesso adolescenziale, pedofilia, razzismo, bullismo, discriminazione culturale), facendo arrabbiare particolarmente gli islamici che si sono visti inevitabilmente "tirare in ballo" in una storia che non ha praticamente nulla a che vedere con la loro religione (il padre di Jasira è cattolico e politicamente filo-americano). L'assurdo e maldestro titolo italiano ha poi ulteriormente peggiorato le cose. Inizialmente il film è uscito negli USA con il titolo Nothing Is Private, poi modificato in Towelhead, seguendo quello del libro ispiratore (in inglese "Towelhead", ovvero con l'asciugamano in testa, è un dispregiativo utilizzato nello slang popolare per definire gli arabi). Al momento entrambi i titoli sono generalmente accreditati per la pellicola nei paesi anglofoni. Il regista (autore anche della sceneggiatura) cerca di rifare una nuova versione del suo capolavoro American beauty, ovvero una fosca satira al vetriolo contro il perbenismo americano e il lato oscuro della middle class, spostando la sua attenzione sulla complessa età adolescenziale e sugli immigrati che si sono integrati con successo nel tessuto sociale statunitense. Il sesso diventa quindi elemento perturbante, strumento di ribellione e metafora rivelatrice del conformismo tipicamente borghese, che nasconde sotto una patina di vacuo moralismo un groviglio di pulsioni selvagge, segreti inconfessabili e scheletri nell'armadio di cui rabbrividire. Ma l'intento dell'autore riesce solo in parte perchè, se la scottante materia viene raffigurata con la giusta delicatezza e senza enfasi morbosa (anche grazie alla bravura degli attori), il film inciampa in qualche caduta nel kitsch (i sogni erotici di Jasira) e in un finale troppo inverosimile e rassicurante alla luce di tutto il gran "polverone" sollevato in precedenza. Più interessante invece l'accusa di assenteismo e di disinteresse verso i reali problemi personali dei figli rivolta ai genitori: troppo impegnati, troppo infantili, troppo distratti, troppo egoisti o troppo rigidi nelle loro convinzioni per rendere la loro presenza realmente costruttiva, affettiva ed educativa. Di notevole spessore il cast in cui tutti si dimostrano encomiabili, in particolare la diciottenne Summer Bishil (che sembra nata per interpretare Jasira e il suo conflitto interiore, in bilico tra malizia e tormento, nella scoperta della femminilità e della sessualità), Aaron Eckhart (che ricopre con sfumata ambiguità il ruolo più ingrato), una compassionevole Toni Collette e il misconosciuto Peter Macdissi.

Voto:
voto: 3/5

Tre passi nel delirio (Histoires extraordinaires, 1968) di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini

Tre episodi liberamente tratti da altrettanti racconti di Edgar Allan Poe e diretti da tre registi diversi. "Metzengerstein" di Roger Vadim con Jane Fonda e Peter Fonda: una perversa contessa è innamorata del cugino e tenta di sedurlo, lui la respinge, lei perde la testa e fa incendiare la sua fattoria. L'uomo muore nel rogo e da quel momento oscuri rimorsi tormenteranno la donna. "William Wilson" di Louis Malle con Alain Delon e Brigitte Bardot. Un giovane ufficiale austriaco è ossessionato da un suo "doppio" che gli si oppone e cerca di fermarlo quando sta per commettere del male. Dopo che ha offeso gravemente una donna, il "doppio" ricompare e l'uomo decide di sfidarlo in un duello all'ultimo sangue. "Toby Dammit" di Federico Fellini con Terence Stamp. Un famoso attore inglese, alcolizzato e vizioso, arriva a Roma per girare un western. Tormentato da visioni funeree abbandona una festa mondana perchè nauseato dall'ambiente e si mette alla guida di una Ferrari completamente ubriaco. Il viaggio notturno in una Roma da incubo lo condurrà verso il suo destino. Questo thriller horror collettivo a episodi è un film strano, per molti versi affascinante, ma ha tutte le caratteristiche di un lavoro su commissione, e, quindi, poco ispirato. Ciò è palese nei primi due segmenti che sono mediocri, diretti e interpretati con il "pilota automatico". In particolare Louis Malle dichiarò esplicitamente di aver accettato di girare il film solo per procurarsi i fondi necessari a realizzare Soffio al cuore (Le souffle au coeur, 1971) e sul set ebbe notevoli problemi con la protagonista Brigitte Bardot (imposta dalla produzione), da lui ritenuta non adatta al ruolo (l'autore francese avrebbe voluto Florinda Bolkan). Ma l'episodio di Fellini è straordinario e vale interamente il "prezzo del biglietto". L'incontro fra il sarcasmo visionario di Fellini e il decadentismo lugubre di Poe è tanto straniante quanto fertile nella sua inattesa sintomaticità: il geniale autore riminese si appropria a modo suo (allontanandosene enormemente) del racconto ispiratore ("Mai scommettere la testa col diavolo" del 1841) e lo trasforma in un incubo onirico satirico ambientato in una Roma allucinata, fumosa, più sognata che rappresentata, e pregno di alcune delle sue ossessioni personali trasfigurate attraverso immagini potenti, che fanno virare il suo innato senso del fantastico verso un immaginario cupo e distorto, dove la sua abituale galleria di "mostri" provenienti dalle sue memorie e dal suo inconscio assume il sembiante di macabre suggestioni di morte. Fellini cita chiaramente Mario Bava (la bambina fantasma di Operazione paura, 1966) e si avvale del solito spettacolare artigianato tecnico (menzione speciale per la fotografia di Giuseppe Rotunno) per dare forma alle sue visioni e offrirci la sua prospettiva irridente attraverso lo sguardo di diversi personaggi: uno sceneggiatore cattolico pedante, un prete moralista, un giornalista critico radicale (memorabile l'apparizione della "maschera" parodistica di Totò che compare per un attimo come un cieco sotto braccio di una bionda "burrosa" tipica della variopinta galleria di donne felliniane). E' un Fellini diverso, più sconsolato e incline al tragico, privo di pietas, di compianto e di speranze consolanti (la grazia illuminata della "sua" Giulietta appare lontanissima come non mai), ma è sempre un Fellini autobiografico, che racconta sè stesso attraverso una sublimazione onirico-fantastica (il regista era appena uscito, molto provato, da un difficile periodo di malattia che lo aveva particolarmente angustiato). Non è scorretto affermare che la parentesi orrorifica di questo episodio porrà le basi inconsce formative per le atmosfere tetre e mortifere che poi ritroveremo in Fellini - Satyricon (1969) e ne Il Casanova di Federico Fellini (1976). Fellini scrisse "Toby Dammit" insieme a Bernardino Zapponi (il suo nuovo sceneggiatore, che iniziò una lunga e proficua collaborazione con il Maestro proprio a partire da questo film e che proseguirà fino a La città delle donne, 1980) e avrebbe voluto fortemente Peter O'Toole come interprete protagonista. Ma il grande attore inglese, che aveva manifestato più volte in passato l'interesse a lavorare con lui, rifiutò la parte dopo aver letto il copione. Quindi Fellini chiese espressamente al suo fidato direttore di casting a Londra un attore britannico che fosse "decadente e romantico". Quando incontrò Terence Stamp, il primo nome che gli venne sottoposto, ne fu subito entusiasta e tra i due nacque una immediata simpatia di cui l'attore di Stepney, inizialmente molto intimorito al cospetto del grande regista, ha spesso raccontato in interviste successive.

Voto:
voto: 3/5

mercoledì 4 agosto 2021

Come un tuono (The Place Beyond the Pines, 2012) di Derek Cianfrance

Luke è un abile pilota di motociclette che fa il girovago con lo show itinerante per cui lavora, esibendosi in un audace numero chiamato "globo della morte". Giunto nello stato di New York, scopre di aver avuto un figlio da Romina, una ragazza del posto con cui un tempo ha avuto una relazione. Avendo sofferto l'abbandono da parte del padre, Luke decide che il figlio non dovrà patire il medesimo trauma, così lascia il circo motoristico e si dedica alla famiglia, ma il solo modo che trova per guadagnare dei soldi è quello di rapinare le banche, riuscendo sempre a farla franca grazie alla sua bravura nella guida della moto. Ma sulla sua strada troverà un ostico avversario: Avery Cross, giovane poliziotto ambizioso di solidi principi morali, che è disposto a tutto per far carriera tra colleghi corrotti o incompetenti. Molti anni dopo il figlio di Luke e quello di Avery si incontrano al liceo e le violenze del passato riemergono dall'ombra. Intenso dramma familiare di Derek Cianfrance, che mescola insieme il melodramma, il crime movie e la tragedia intimistica sull'eterno tema del passato che ritorna, come nei classici noir di una volta. Contiene idealmente tre film in uno, ovvero tre segmenti narrativi indipendenti ben diretti e ben interpretati, ma non perfettamente equilibrati nell'affresco d'insieme generale. I singoli frammenti episodici funzionano meglio dell'epopea circolare intergenerazionale che l'autore intende realizzare, oscillando tra il thriller d'azione e la mitologia sul destino e sulla colpa. Notevole il cast con Ryan Gosling (ossigenato, tatuato e fisicamente esplosivo), Bradley Cooper, Eva Mendes, Rose Byrne e Ray Liotta. Il titolo italiano deriva dalla frase "chi corre come un fulmine, si schianta come un tuono", ma quello originale è decisamente più poetico ed evocativo: il "posto al di là delle pianure di pini" è il nome in lingua Mohawk della cittadina di Schenectady, dove è ambientata la vicenda.

Voto:
voto: 3/5

Noi (Us, 2019) di Jordan Peele

Nel 1986 la piccola Adelaide Wilson, in vacanza al mare con la famiglia nella ridente cittadina turistica di Santa Cruz, vede un suo doppio nella casa degli specchi di un Luna Park e ne rimane traumatizzata. Trent'anni dopo Adelaide è una donna sposata con due figli e i ricordi di quella notte si riaccendono quando la famiglia si reca in vacanza nello stesso luogo. Fin dall'arrivo Adelaide nota delle cose inquietanti che la rendono nervosa, poi, al calare della notte, l'incubo ha inizio: davanti alla porta della loro casa appaiono quattro figure silenziose vestite di rosso che corrispondono ai minacciosi doppi di tutti i membri della famiglia. Il secondo film di Jordan Peele (da lui anche scritto e sceneggiato) è nuovamente un horror politico a sfondo sociale che ci parla, attraverso metafore oscure e cupa ironia sarcastica, dell'America di ieri e di oggi. Se il tema cruciale del suo acclamato esordio, Scappa - Get Out (2017), era il razzismo, stavolta il regista newyorkese sembra focalizzarsi maggiormente sulla lotta di classe, ovvero sull'atavica distinzione tra ricchi e poveri e su tutto il carico di ingiustizie, discriminazioni e violenze morali che questa comporta. Peele realizza una pellicola meno diretta, meno semplice, ma ben più sottile e stratificata del film precedente, un incubo arcano che ondeggia tra orrore e satira, di sfuggente matrice allegorica e di tenebrosa suggestione, che non disdegna di ammiccare ad opere importanti del genere horror fantastico (come quelle di George Romero o di Don Siegel), che pure utilizzavano il cinema di genere per tracciare metafore socio-politiche. Non è un caso che il film si apra con un prologo ambientato nel 1986 in cui viene mostrato in televisione il famoso spot "Hands Across America", che sosteneva una iniziativa di beneficenza per combattere la miseria e la fame ed in cui appaiono tanti americani che si tengono per mano per promuovere la causa. Nel finale visionario l'autore ricostruisce (ribaltandolo) l'evento con tetro sarcasmo, rivelando chiaramente il senso intimo della sua denuncia generalista, e utilizza il perturbante concetto del doppelgänger (di cupa fascinazione simbolica e di pregnante valenza psicoanalitica) per indurre riflessioni sul concetto di "diverso", di "altro" e su come la fonte principale di elementi archetipali come bene e male sia da ricercare nel profondo di noi stessi. Nel cast spicca una bravissima Lupita Nyong'o, intensa e credibile nei ruoli di Adelaide e di "Red", il suo doppio malefico.

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 3 agosto 2021

1981: Indagine a New York (A Most Violent Year, 2014) di Jeffrey C. Chandor

New York, 1981. Abel Morales, ambizioso immigrato che insegue il miraggio del Sogno Americano, gestisce un'azienda di carburanti con buon successo, ma decide di puntare più in alto investendo in un deposito di maggiori dimensioni per aumentare i profitti della sua impresa. Ma si trova a fare i conti con una banda di malfattori che prosciugano le sue cisterne e con un'indagine governativa su presunte attività illecite da lui compiute in passato. Nell'anno che fece registrare il più alto tasso di crimini commessi nella "grande mela", l'uomo deve compiere una scelta cruciale: continuare a percorrere la retta via, rischiando di perdere tutto ciò che ha costruito, o cedere alle scorciatoie del malaffare. La bella Anna, moglie devota e determinata, lo sostiene con granitica tenacia. Ma le sorprese sono dietro l'angolo. Il terzo lungometraggio di J.C. Chandor (autore anche di soggetto e sceneggiatura) è un thriller crime secco e teso, visivamente splendido nella pittorica impaginazione fotografica curata da Bradford Young, perfetto nella ricostruzione ambientale d'epoca e forte di uno stile narrativo classico che ricorda il cinema di Sidney Lumet. E' un film eticamente violento sul dilemma tra rettitudine e disonestà di fronte a condizioni estreme di forza maggiore, che finisce per riflettere lucidamente sull'ambiguità della natura umana, sul relativismo dei concetti di bene e di male e sul lato oscuro dell'American Dream. Temi importanti come corruzione, violenza e razzismo vengono affrontati senza effettismi, senza scene madri, ma con una dura sobrietà espressiva che gioca principalmente sui sottotesti, sui dialoghi, sui conflitti che covano sotto la cenere di una metropoli tentacolare, sordida e degradata, simbolo perfetto della decadenza occidentale. Eccellenti i due attori protagonisti, Oscar Isaac e Jessica Chastain, efficaci e incisivi nei rispettivi ruoli. Da dimenticare la patetica traduzione italiana del titolo, che banalizza l'originale nel peggiore dei modi e ne disperde il senso più intimo.

Voto:
voto: 3,5/5

Tropa de elite - Gli squadroni della morte (Tropa de Elite, 2007) di José Padilha

Rio De Janeiro, 1997. Il capitano Roberto Nascimento è al comando di un nucleo operativo del BOPE, una squadra speciale di poliziotti duri e pronti a tutto, appositamente fondata per combattere i narcotrafficanti che spadroneggiano nelle favelas utilizzando le loro stesse armi: la violenza. Dopo anni di assoluta fedeltà al corpo armato in cui è entrato per sconfiggere il crimine, Nascimento si sente stanco, duramente provato nel corpo e nello spirito dopo troppe notti trascorse all'insegna di omicidi, brutalità, sparatorie, torture, adrenalina, con il costante rischio della propria vita e di quella dei suoi uomini. Combattuto tra i suoi rigidi ideali reazionari, lo sdegno verso il sistema corrotto e connivente della polizia locale, l'odio feroce nei confronti dei narcos e la voglia di ritirarsi ad una vita più tranquilla per dedicarsi al figlio che gli sta per nascere, l'uomo decide di occuparsi dell'addestramento di nuovi cadetti allo scopo di individuare il suo degno sostituto. I candidati principali sono due: l'ardimentoso Neto e l'arguto Matias, amici d'infanzia molto diversi tra loro ma entrambi animati dalla medesima voglia di fare giustizia in una città sommersa da droga, crimini e corruzione. Ma prima di poter ottenere l'agognato fine servizio, Nascimento deve compiere un'ultima pericolosa missione: rendere sicura l'area urbana ad altissimo rischio malavitoso in cui il Papa intende soggiornare nella sua imminente visita pastorale nella metropoli brasiliana. Controverso e brutale thriller di azione violenta di José Padilha, girato con stile documentaristico, montaggio frenetico, frequente uso della camera a mano nelle scene di inseguimento nei vicoli delle favelas, fotografia dai colori acidi saturati ed un senso del ritmo ipereccitato che provoca nello spettatore una intensa sensazione che ondeggia tra lo stordimento e l'immersione. E' un film a tesi, duro come un macigno e teso come una lama di rasoio, discutibile nella sua ideologia faziosa in odore di fascismo, ma inesorabile nella sua lucida denuncia impietosa dei numerosi aspetti deteriori che contraddistinguono quella meravigliosa e terribile giungla metropolitana che è Rio De Janeiro (simbolo potente dei forti contrasti sociali di un paese unico al mondo come il Brasile). Ben poco viene risparmiato allo spettatore in termini di sequenze scioccanti (torture, pestaggi, esecuzioni sommarie, omicidi) e di contenuti polemici che mettono sulla graticola la corruzione dilagante della polizia, la mentalità criminosa radicata negli strati più poveri della popolazione che costituisce il terreno fertile su cui i narcos edificano il proprio impero del male, la spocchiosa arroganza della ricca borghesia che si rende complice del malaffare con il consumo indiscriminato di droghe, l'inadempienza di una classe politica collusa o incapace e, non ultimi, i metodi spietati (analoghi a quelli dei criminali) utilizzati dalle forze speciali del BOPE come "unico sistema" di azione possibile. Alla sua uscita il film suscitò molte polemiche in patria, facendo irritare parecchi esponenti delle istituzioni, ma riscosse anche un notevole successo di pubblico, arrivando poi in Europa con la fama sinistra di apologia del lato oscuro delle forze di polizia. Si parlò molto anche del fatto che la pellicola venne distribuita illegalmente sui circuiti della pirateria digitale diversi mesi prima della sua distribuzione nei cinema brasiliani (primo caso in assoluto nella storia del paese sud americano). Al Festival di Berlino venne premiato (non senza polemiche) con l'Orso d'Oro, ottenendo una immediata visibilità internazionale e facendo aumentare ulteriormente il dibattito etico-ideologico sui suoi contenuti. Al di là di ogni legittima posizione morale o politica, il film è realizzato con sontuosa perizia tecnica, agghiacciante naturalismo ambientale ed un senso della tensione "crime" di alto spessore. Nel notevole cast autoctono svetta il bravissimo Wagner Moura, addirittura magistrale nell'interpretare il tormentato e truce capitano Nascimento, espressione violenta di una società violenta, priva di ogni barlume di pietà e di speranza. Alla luce del buon successo al box office il film ha avuto un meno interessante sequel ufficiale nel 2010 (Tropa de Elite 2 - Il nemico è un altro, sempre diretto da Padilha e con Moura protagonista) e una lunga serie di seguiti apocrifi di dubbio gusto e di scadente realizzazione.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Il gatto a nove code (1971) di Dario Argento

Un cieco appassionato di enigmistica e un giornalista si trovano casualmente coinvolti in una catena di misteriosi delitti e iniziano a indagare per conto loro. La chiave di tutto sembra risiedere in un istituto scientifico di avanguardia che si occupa di ricerche genetiche e nella scoperta di una particolare terna cromosomica (chiamata fattore "XYY") che determina la predisposizione al crimine nei soggetti che la posseggono. A mano a mano che i due improvvisati detective si avvicinano alla verità, il killer continua a colpire per nascondere le sue tracce. Il secondo lungometraggio di Dario Argento è un giallo all'italiana altalenante negli esiti, prolisso nei dialoghi e tortuoso nella sceneggiatura, qua e là zoppicante. Il regista romano, dopo il grande successo riscosso con il suo fortunato esordio (L'uccello dalle piume di cristallo, 1970), ne sovverte coraggiosamente gli elementi topici, attenuando la violenza grafica e le scene di sangue (qui quasi totalmente assenti), in favore di un intreccio poliziesco che ammicca al mistery hitchcockiano connotandolo dello sguardo onirico e del tono nevrotico tipici del suo stile di manierista esasperato. I risultati non sono però del tutto all'altezza delle aspettative a causa di un lavoro di scrittura confuso, di personaggi scialbi, di evidenti forzature narrative e di una incerta gestione delle sfumature (le scene di suspense si alternano a dei maldestri siparietti comici che sfiorano il ridicolo involontario). A parte il solido Karl Malden, attore di navigata esperienza, il resto del cast appare incerto e posticcio, in particolare la fascinosa Catherine Spaak (inclusa nella squadra di attori perchè il suo nome era ai tempi un buon richiamo per gli spettatori), che sembra totalmente avulsa e fuori parte, nonché in estremo disagio nell'unica scena di nudo prevista dal copione. Il film fu un assoluto flop di critica mentre ottenne un ottimo riscontro al botteghino nazionale; eppure non mancano comunque gli elementi notevoli, principalmente di natura stilistica: la splendida sequenza del cimitero, gli inserti subliminali disturbanti, il primo piano dilatato della pupilla dell'assassino che vede ciò che agli altri sembra sfuggire. Funzionale e accattivante la colonna sonora di Ennio Morricone, in particolare il tema "Ninna nanna in blu". Il titolo del film si riferisce alle nove diverse tracce che i due protagonisti devono seguire per ricomporre il puzzle investigativo e svelare l'identità del killer.
 
Voto:
voto: 2,5/5

lunedì 2 agosto 2021

Doctor Sleep (2019) di Mike Flanagan

30 anni dopo i tragici eventi dell'Overlook Hotel, Danny Torrance è un uomo alcolizzato e reietto che non riesce a dimenticare i traumi del passato e che convive con difficoltà con il suo potere occulto: la "luccicanza". Dopo l'incontro con l'amichevole Billy cerca di rifarsi una vita, si iscrive ad un'associazione di alcolisti anonimi per disintossicarsi e trova un lavoro tranquillo in una piccola cittadina del New Hampshire. Ma una nuova minaccia compare all'orizzonte: una setta di fanatici malefici, guidati dalla crudele Rose "Cilindro", che va a caccia di bambini dotati della "luccicanza" per "nutrirsi" del loro potere dopo averli uccisi. La piccola Abra, minacciata da Rose e i suoi adepti, entra in contatto telepatico con Danny e chiede il suo aiuto. Horror soprannaturale di Mike Flanagan, tratto dal romanzo omonimo di Stephen King e sequel di Shining, capolavoro di Stanley Kubrick del 1980. Trattasi di un film esile e convenzionale, troppo lungo e poco incisivo nella sua prevedibile escalation narrativa, che trova i suoi momenti migliori nelle sequenze in cui è in scena l'inquietante Rose "Cilindro" (ben interpretata dalla fascinosa Rebecca Ferguson) e nel finale citazionista a forte effetto nostalgia, che diverge volutamente da quello del libro ispiratore per stabilire una facile connessione emotiva con il film di Kubrick. La regia è decorosa ma priva di personalità e di invenzioni, mentre l'interpretazione di Ewan McGregor nei panni del protagonista è tormentata ai limiti del patetico. Se si azzardano incongrui paragoni con la pellicola kubrickiana del 1980, il risultato finale sfiora il disastro. Viceversa può essere considerato un film mediocre e innocuamente incolore, che procede lentamente verso l'epilogo regalando qualche sequenza tetra interessante. Come per la stragrande maggioranza dei sequel vale più che mai la fatidica domanda retorica: era davvero necessario?
 
Voto:
voto: 2,5/5