lunedì 4 ottobre 2021

La mummia (The Mummy, 1999) di Stephen Sommers

Egitto, 1923. Una bella antiquaria (Evelyn Carnahan) assolda un soldato spaccone della Legione Straniera (Rick O'Connell) per aiutarla a trovare la leggendaria città sacra di Hamunaptra, antico luogo sacro dedito al culto dei morti e perduta nelle sabbie del deserto. Dopo accordi sottobanco con loschi personaggi e svariate peripezie, il gruppo guidato dai due giunge nel sito, ma qui risveglieranno il malefico potere del sacerdote Imhotep, vittima di un terribile anatema, sepolto da tremila anni e pronto a tornare come mummia, per nutrirsi dei profanatori e riacquistare le sue oscure arti magiche. Sarà una lotta senza quartiere contro un nemico potente e spietato, pronto a scatenare un'apocalisse per vendicarsi. Ma alla vista di Evelyn, la mummia Imhotep rivede in lei l'incarnazione del suo antico amore, Anck-su-Namun, la donna per il quale era stato maledetto dai sacerdoti del Faraone Seti I. Scritto e diretto da Stephen Sommers, questo revival di un'icona dei vecchi horror classici della Universal, remake infedelmente scanzonato de La mummia (The Mummy, 1932) di Karl Freund, è un leggerissimo film di avventure esotiche a base di azione spericolata, effetti speciali in computer grafica, ironia parodistica, divertito citazionismo e sequenze horror all'insegna di un macabro esagerato che vira nel fumetto. Tutto è volutamente spropositato e sopra le righe, i toni sono esasperati in bilico tra il comico e l'orripilante, i personaggi sono delle macchiette monolitiche, la spettacolarità ha il sapore della baracconata chiassosa e sembra più di assistere ad una farsa grottesca di Indiana Jones che ad una pellicola di genere horror. Inaspettatamente (e, a mio avviso, incredibilmente) il pubblico ha gradito moltissimo questa stravagante commistione di iperboli sciocche, facendo ottenere al film incassi record oltre ogni previsione. Ciò ha dato origine ad una lunga serie di pellicole derivate, tutte sulla falsa riga dell'originale o addirittura peggiori: due sequel ufficiali, un reboot con Tom Cruise ed uno spin-off sul personaggio dell'erculeo Re Scorpione, che poi ha avuto a sua volta altri 4 sequel. I protagonisti sono Brendan Fraser, Arnold Vosloo e Rachel Weisz, con quest'ultima sostituita da Maria Bello nel terzo capitolo della saga principale. Da salvare, almeno in parte, il ritmo indemoniato, che garantisce un intrattenimento a tratti piacevole, e gli effetti speciali della ILM di George Lucas. 
 
Voto:
voto: 2,5/5

15 minuti - Follia omicida a New York (15 Minutes, 2001) di John Herzfeld

Due pericolosi criminali dell'est europeo sbarcano a New York con un visto turistico: il ceco Emil Slovak, psicopatico pervertito, e il russo Oleg Razgul, un ragazzone un po' tardo che, con l'ossessione di diventare un grande regista, filma ogni cosa con una videocamera rubata. I due si lasciano dietro una scia di sangue e violenza, sulla quale indagano l'esperto detective Eddie Flemming e il vigile del fuoco Jordy Warsaw. All'apice della follia, Slovak decide di rapire Flemming e torturarlo, facendo riprendere tutto al suo degno compare, per poi vendere il video ad un giornalista senza scrupoli che ha costruito la sua carriera su una morbosa trasmissione televisiva che specula sul dolore delle vittime. Questo truce thriller metropolitano scritto e diretto da John Herzfeld, prende spunto dalla celebre frase di Andy Warhol, che recita: "In futuro, chiunque potrà essere famoso per 15 minuti". E' un film greve e disturbante, di becero sensazionalismo effettistico, che mescola per accumulo caos, sadismo ed efferatezze, con il presunto intento di muovere una critica al cinismo della tv spazzatura, che spettacolarizza senza ritegno le tragedie per solleticare il voyeurismo del pubblico e garantire la massima audience. Peccato però che il film ricada esattamente nelle medesime colpe che intende denunciare, oscillando in maniera convulsa tra ipocrisia ideologica, soluzioni narrative improbabili ed evidenti forzature inverosimili, pur di arrivare al suo teatrale finale ad effetto che è un tripudio di programmatico qualunquismo reazionario. Nel cast citiamo Robert De Niro, Edward Burns, Karel Roden, Oleg Taktarov e Vera Farmiga. In un breve cameo compare anche Charlize Theron, per ripagare una sorta di "debito" di riconoscenza verso il regista che le diede il suo primo ruolo importante nel film Due giorni senza respiro (2 Days in the Valley, 1996). Questa pellicola dimenticabile è una delle scelte sbagliate (alimentari?) di Robert De Niro, che poi diventeranno quasi abituali negli anni successivi.
 
Voto:
voto: 2/5

Star Trek (2009) di J.J. Abrams

James Tiberius Kirk è un giovane ambizioso e sfrontato, appassionato di viaggi spaziali, privo di limiti e di freni, è cresciuto nel Midwest americano ma si sente cittadino delle stelle, vuole ad ogni costo realizzare i suoi sogni servendo una causa importante. Spock è un meticcio di grande intelligenza, nato sul pianeta Vulcano da padre autoctono e madre terrestre, ama la bella Uhura, domina le sue emozioni con il rigore razionale ed è un brillante membro della Flotta Stellare. I due giovani predestinati s'incontrano a bordo dell'astronave intergalattica USS Enterprise, comandata dal capitano Christopher Pike, e vivono un rapporto complesso, tra contrasti e rispetto, a causa delle forti personalità e differenze caratteriali. Alla fine si ritroveranno amici e alleati nel combattere un potente nemico comune: il crudele capitano Nero dal pianeta Romulus. Lo scontro epocale abbatterà le leggi dello spazio e del tempo. Undicesimo capitolo cinematografico della saga di Star Trek (e primo del reboot di tre episodi denominato, nel suo insieme, "Kelvin Timeline"), diretto con fantasia creativa, estro visionario e ritmo vivace dall'esperto J.J. Abrams, divenuto ormai, di fatto, un autentico specialista e punto di riferimento per il fantastico moderno. E' un film agile, dinamico, affascinante, citazionista ed innovatore al tempo stesso, rispettoso del grande passato della saga di fantascienza più antica ed amata, ma con lo sguardo dritto e saldo verso il futuro, alla ricerca di nuove direzioni narrative e di un look più moderno, per accontentare i vecchi fans e procacciarne di nuovi. L'obiettivo è riuscito e il mix tra vecchio e nuovo funziona egregiamente, attraverso viaggi nel tempo, le origini di Kirk e Spok, l'estetica sospesa tra il glamour e la pop-art, l'ironia spudorata, gli inserti sexy, il ritorno del mitico Leonard Nimoy nei panni del vecchio Spok, azione a rotta di collo, epiche battaglie, un cattivo carismatico, uno spirito gagliardo ed una bella amicizia virile che sconfigge differenze di razza, di idee, di carattere e di temperamento. C'è tutto questo (ma anche molto altro) in questa grande avventura fantastica, ottimista e briosa, che infonde nello spettatore energia e speranza di cambiamento, almeno per due ore. Grande successo di pubblico e critica, un Oscar al miglior trucco, una suggestiva colonna sonora di Michael Giacchino (che non sfigura rispetto a quella storica di Jerry Goldsmith) ed un cast di giovani talenti in grande spolvero come Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Karl Urban e Simon Pegg. Accanto a loro tanti altri attori esperti come Eric Bana, Bruce Greenwood, Winona Ryder, Leonard Nimoy, Ben Cross e Jennifer Morrison. Il film (conosciuto anche con il titolo alternativo Star Trek - Il futuro ha inizio) ha avuto un sequel altrettanto valido, Into Darkness - Star Trek (Star Trek into Darkness, 2013) ancora diretto da J.J. Abrams, seguito poi dal meno brillante Star Trek Beyond (2016) di Justin Lin. Nel frattempo Abrams era stato convinto (a suon di milioni) a passare "dall'altra parte", diventando per quasi 6 anni il principale artefice creativo (nonchè regista di due episodi) della trilogia sequel di Star Wars.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Star Trek (Star Trek: The Motion Picture, 1979) di Robert Wise

Nell'anno 2300 la Terra è minacciata da una misteriosa forza aliena che si avvicina sotto forma di grossa nebulosa, lasciando una scia di distruzione al suo passaggio. Alla guida della flotta stellare che deve occuparsi della difesa viene scelto il capitano James T. Kirk, che viene messo al comando dell'astronave USS Enterprise, declassando il precedente comandante Willard Decker. Con tutto il suo equipaggio al completo e con il supporto decisivo della mente brillante del vulcaniano Spock, Kirk riesce a prendere contatto con la nebulosa, che dimostra di avere una natura intelligente e si presenta con il nome di Viger, venuto alla ricerca del proprio creatore. Kolossal di fantascienza avventurosa, diretto dall'esperto Robert Wise, scritto da Harold Livingston e prodotto dalla Paramount con un budget altissimo, prendendo ispirazione dell'omonima serie televisiva andata in onda con 80 episodi tra il 1966 e il 1968 e ideata da Gene Roddenberry. Molto atteso (e amato) dai numerosi fans del serial originale, questo film di effetti speciali e di temi metafisici ne riprende in toto i personaggi ed il cast principale, tra cui ricordiamo i celeberrimi William Shatner (Kirk) e Leonard Nimoy (Spock). La spinta decisiva a portare il mondo di Star Trek al cinema fu data dall'oceanico successo mondiale di Star Wars (1977) di George Lucas, che convinse definitivamente Hollywood che la fantascienza fosse un ottimo affare. Lo Star Trek di Wise, più serioso, più verboso, più impegnativo e con minore azione rispetto alla pellicola di Lucas, non ne bissò gli incassi epocali, ma ottenne comunque ottimi risultati al botteghino, dando definitivamente inizio ad uno dei franchise cinematografici più lunghi, longevi ed amati. Gli effetti visivi ottici voluti dal regista risultano, alla visione odierna, un po' datati, ma il film riprende in pieno lo spirito della serie degli anni '60, si avvale di un finale molto affascinante e di una grande colonna sonora di Jerry Goldsmith, divenuta poi quella ufficiale dell'intera saga. La pellicola ebbe tre candidature tecniche agli Oscar e consta di diverse versioni, tra cui quella uscita in sala di 132 minuti fino alla più lunga, realizzata per la televisione e poi per l'home video, di 143 minuti. Tirando le somme e dando un po' di cifre: il franchise di Star Trek si compone attualmente di 13 film per il grande schermo (compresi tra il 1979 e il 2016), 7 serie televisive (di cui alcune ancora in corso) per un totale di 756 episodi e 3 serie di animazione. I fans incalliti della saga (che si fanno chiamare orgogliosamente "Trekkers") sono ancora oggi tantissimi, abbracciano diverse generazioni e amano distinguersi (con un pizzico di sano snobismo) da quelli (a loro dire più commerciali e faciloni) della "galassia lontana lontana" di George Lucas.
 
Voto:
voto: 3,5/5

La guerra di Charlie Wilson (Charlie Wilson's War, 2007) di Mike Nichols

Charlie Wilson, deputato texano, sottaniere impenitente, amante della bella vita e degli eccessi tra alcool, cocaina e sesso, s'impegna duramente, insieme ad un agente della CIA e ad una ricca anticomunista, per inviare armi ai Mujahidin dell'Aghanistan, durante il periodo dell'invasione sovietica. Spalleggiato da silenti alleanze internazionali con i servizi segreti israeliani e diplomatici egiziani, il nostro riesce ad armare fino ai denti la resistenza afgana, provocando il ritiro dell'esercito russo nel 1989. Dramma biografico dai toni farseschi di Mike Nichols, ispirato a vicende e personaggi reali e basato sul libro inchiesta del giornalista George Crile III. Sceneggiato con tono satirico da Aaron Sorkin, il film procede con agilità e leggerezza, preferendo uno sguardo grottesco all'analisi seriosa, con tocchi ironici e provocatori nei confronti delle "intoccabili" istituzioni americane, ma senza mai affondare veramente la lama della critica. Affidandosi principalmente agli attori del grande cast (in cui Philip Seymour Hoffman riesce a mettere in ombra nomi come Tom Hanks, Julia Roberts e Amy Adams), il regista sembra più interessato a costruire un paradossale affresco tragicomico della scena politica statunitense di quegli anni, che ad avventurarsi in un tagliente giudizio storico sociale. Diverse scene e molti dialoghi sono ben riusciti, specialmente quando è in scena Hoffman, il cui personaggio dell'agente segreto Gust Avrakotos risulta di gran lunga quello più interessante. Ma il film appare del tutto deficitario nell'approfondire il tema storicamente più rilevante, ovvero che il nemico del nemico di allora (i guerriglieri afgani), sostenuto ed armato dallo zio Sam, diventerà poi la minaccia numero uno degli Stati Uniti, culminata con l'attacco dell'11 settembre 2001, forte anche di quell'armamento e di quel bagaglio di competenze donate loro negli anni '80 per fronteggiare i comunisti sovietici. Una candidatura agli Oscar per Philip Seymour Hoffman come miglior attore non protagonista.
 
Voto:
voto: 3/5

Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a Dangerous Mind, 2002) di George Clooney

Chuck Barris è un personaggio molto conosciuto in America: ideatore di fortunati show televisivi, poi esportati in tutto il mondo, e istrionico conduttore, la cui popolarità raggiunse l'apice durante gli anni '60 e '70. Nel 1984 il vulcanico showman scrisse la sua controversa autobiografia ("Confessioni di una mente pericolosa"), a cui questo film è ispirato, in cui dichiarò di aver vissuto, per un certo periodo, due vite parallele: quella pubblica in televisione, tutta lustrini e allegria, e quella segreta, come agente della CIA in incognito in giro per il mondo, in cui l'agenzia gli affidava delicati lavori "sporchi", in certi casi addirittura "sporchissimi". Alla sua uscita il libro suscitò scandalo e polemiche e la CIA rilasciò prontamente un comunicato ufficiale di autodifesa, affermando che si trattava di assolute fandonie partorite dalla mente bizzarra del teatrale presentatore. Invero lo stesso Barris ammise, un anno dopo, di essersi inventato tutto di sana pianta, di non aver mai lavorato per la CIA ma di esserne stato rifiutato, e che il materiale del libro era una sorta di fantasiosa immaginazione della vita avventurosa che avrebbe voluto vivere come membro nascosto dell'Agenzia di spionaggio. Al di là di queste doverose precisazioni, bisogna dire che il film Confessioni di una mente pericolosa, rutilante esordio alla regia dell'attore George Clooney, è una spy-story trasgressiva, vivace, politicamente scorretta e di caustica perfidia, un attacco sarcastico nei confronti degli sporchi maneggi del potere politico e dell'ipocrisia del mondo dello showbiz (il riferimento esplicito è rivolto alla televisione, ma il discorso può essere facilmente esteso per induzione). La ricostruzione d'epoca è sontuosa e la vicenda (ufficialmente falsa come da smentita dello stesso Barris) risulta sovente realistica e verosimile per la precisione minuziosa del quadro d'insieme, per il ritratto sfumato dei personaggi e per l'abilità di saper catturare brillantemente il clima della Guerra Fredda, con tutto il relativo sottobosco di propaganda, isterie, ossessioni e manie di controllo. La sceneggiatura di ferro di Charlie Kaufman (il cui tocco surreale è ampiamente visibile), la regia agile di Clooney e l'estrema bravura degli attori (in cui svetta l'eclettico mattatore Sam Rockwell, affiancato da un cast di stelle come Drew Barrymore, Julia Roberts, Rutger Hauer, Maggie Gyllenhaal e lo stesso Clooney), rendono questo film un mordace affresco al vetriolo della società americana degli anni '60. Intelligente e azzeccata la scelta di mettere in secondo piano la presunta verità della vicenda, focalizzandosi invece sul doppio binario narrativo: ciò che avviene al di fuori e ciò che avviene dentro la mente dello stravagante protagonista, un personaggio sui generis con possibili problemi di dissociazione della personalità. In questo modo lo spettatore viene lasciato in preda ad un fertile dubbio su ciò che ha visto, rendendo il tutto più ambiguo e stimolante. George Clooney, salito alla ribalta come bello della televisione e poi del grande schermo, ha saputo ritagliarsi nel tempo un proprio spazio di autorevolezza, credibilità e talento artistico, prima come attore impegnato, poi come personaggio pubblico liberale, sensibile e attento alle cause civili importanti e adesso anche come regista vigoroso e polemico. A voler proprio trovare un difetto bisogna dire che questa pellicola, come spesso accade nelle opere prime, ha troppa smania di stupire e di dimostrare le tante idee del proprio autore, eccedendo talvolta in funambolismi artificiosi. Da segnalare il simpatico cameo di Brad Pitt e Matt Damon, grandi amici del regista, che appaiono brevemente come concorrenti di un quiz televisivo.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Brothers (2009) di Jim Sheridan

Sam Cahill è un giovane assennato e responsabile, capitano dei Marines e felicemente sposato con Grace, la cheerleader più carina dei bei tempi del liceo, da cui ha avuto due splendide figlie. Suo fratello minore Tommy è l'esatto opposto, la pecora nera della famiglia, un ragazzo turbolento e scapestrato, indolente alle regole e al lavoro, che entra ed esce di prigione ed è spesso ubriaco. Sam parte per la sua quarta missione in Afghanistan e non fa più ritorno, con le fonti ufficiali che lo danno per morto. Tommy si avvicina a Grace per proteggerla insieme alle due nipotine che si affezionano molto a lui, provocando un cambiamento nell'animo inquieto del giovane. Col tempo nasce qualcosa tra Tommy e Grace, ma i due si pentono e si tirano indietro per senso di colpa. Un giorno lo scomparso Sam torna a casa, racconta di essere stato catturato, tenuto in ostaggio e torturato e di essersi salvato per un colpo di fortuna. Ma non è più lo stesso uomo di prima, gli orrori della guerra lo hanno sconvolto e qualcosa dentro di lui sembra essersi definitivamente spezzato. In breve la tensione familiare tra i tre diventerà esplosiva. Intenso melodramma bellico dell'irlandese Jim Sheridan, sceneggiato dallo scrittore David Benioff e fedele remake di un buon film danese, Non desiderare la donna d'altri (Brødre, 2004) di Susanne Bier, con l'ambientazione che viene spostata dalla Scandinavia al Midwest statunitense. E' un film di attori dal vigoroso accento politico antimilitarista, maggiormente interessato alla condanna della guerra (di cui ci vengono evidenziati i devastanti effetti psicologici sui reduci sopravvissuti), piuttosto che sulla sottotrama romantica, che qui appare come uno dei molteplici aspetti di una tragedia familiare ben più ampia, che affonda le sue radici nelle frustrazioni del padre intollerante dei due giovani fratelli e le cui cause principali sono attribuibili alle ataviche debolezze umane e alla follia ideologica dell'uragano bellico, che distrugge le vite di tutti coloro che ne vengono toccati (direttamente o indirettamente) e da cui soltanto i defunti riescono a liberarsi per sempre (come sottolineato da una emblematica frase del film). E' un doloroso racconto intimo di sconfitte e di sconfitti, un po' accademico nei toni e abbastanza scontato nelle conclusioni. Straordinari i tre interpreti principali: Tobey Maguire (che ha il ruolo più complesso), Natalie Portman e Jake Gyllenhaal.

Voto:
voto: 3/5

The Visit (2015) di M. Night Shyamalan

Gli adolescenti Rebecca e Tyler, figli di genitori separati, ricevono la notizia dalla madre Loretta che i loro nonni desiderano finalmente conoscerli. A causa di un grave litigio mai spiegato chiaramente, Loretta e i suoi non si sono più parlati per oltre 15 anni e per questo motivo i due ragazzi non hanno mai incontrato i nonni. Adesso lo strappo pare essersi ricucito e Loretta, prima di partire in crociera con il suo nuovo compagno, accompagna i suoi figli alla stazione per raggiungere Masonville in Pennsylvania, dove la coppia di anziani vive in una grande casa isolata vicino ai boschi. Rebecca decide di riprendere l'intera visita in una sorta di documentario amatoriale, per celebrare l'evento. All'inizio tutto sembra bellissimo: i due nonni sono dolci e accoglienti e i ragazzi sono attratti dalla nuova ambientazione rurale. Ma ben presto, qualcosa di inquietante inizia ad accadere ed un senso di oscura minaccia s'impossessa dei due nipoti. Thriller familiare di M. Night Shyamalan, girato nello stile di falso documentario per aumentarne il cupo realismo e restituirci la prospettiva della quindicenne Rebecca, che registra tutti gli eventi attraverso l'occhio elettronico della sua videocamera. E' un film intimo e minimale, girato con un budget esiguo e tutto costruito sulle atmosfere angoscianti, sulle attese, sulle ancestrali paure infantili che a mano a mano prendono forma a causa di situazioni all'inizio strane e poi sempre più terrificanti, tramutando la suspense in terrore. Come al solito il regista si sofferma su una lunga serie di dettagli e di simbolismi, dilatando i tempi del racconto e mantenendo un ritmo compassato di apparente tranquillità, salvo poi ribaltare l'intera situazione e capovolgere lo schema narrativo con il consueto twist che è il vero marchio di fabbrica della sua poetica. Ma stavolta il colpo di scena arriva un po' troppo presto, trasformando l'intero epilogo in un film diverso, più convenzionale e derivativo, una volta che il mistero è stato svelato. La pellicola si avvale delle buone interpretazioni di Deanna Dunagan, Olivia DeJonge e Peter McRobbie, e di alcuni momenti notevoli (come la scena del gioco di società o quella del forno), tratteggiando un interessante aggiornamento (in chiave di favola nera) del tema horror dei "vecchietti" spaventosi.

Voto:
voto: 3/5

domenica 3 ottobre 2021

Di nuovo in gioco (Trouble with the Curve, 2012) di Robert Lorenz

Gus Lobel è un esperto talent scout del baseball, con anni di gloriosa carriera alle spalle, ma che, con l'avanzare della vecchiaia, ha perso la vista, pur possedendo ancora un intuito in materia fuori dal comune. Riceve l'incarico di valutare una giovane promessa, ma il glaucoma di cui soffre gli provoca qualche difficoltà, che l'uomo, testardo e orgoglioso, non vuole ammettere nemmeno a sè stesso. Lo raggiunge la figlia Mickey, ragazza tosta e brillante avvocato, che si offre di aiutarlo pur sapendo bene a cosa va incontro. Per i due è l'occasione di parlarsi e conoscersi meglio dopo anni di freddezza dovuti al carattere scorbutico di Gus, sempre impegnato dalla sua passione per il baseball e poco presente nei riguardi degli affetti. Esordio alla regia di Robert Lorenz, storico collaboratore di lungo corso di Clint Eastwood, con cui ha condiviso il set (in qualità di produttore esecutivo o di aiuto regista) in oltre 20 pellicole. E, probabilmente, è stato proprio questo (un favore personale a cui non poteva sottrarsi) a convincere il leggendario attore-regista a ritornare sulla sua decisione (dopo Gran Torino del 2008 Eastwood aveva espressamente pronunciato il fatidico "never again" in merito ad un nuovo impegno come attore) e ad accettare il ruolo di protagonista di questo intenso dramma familiare ambientato nel mondo sportivo. Trouble with the Curve (tralasciamo l'infelice titolo italiano) è un film di attori, intimo e delicato, costruito sul rapporto tra un padre e una figlia e sull'alchimia (perfetta) tra un mito della vecchia Hollywood come Clint Eastwood e una giovane di talento cristallino come Amy Adams. Tutto ruota intorno a loro, i momenti migliori dell'opera sono nei dialoghi tra i due, che ci offrono un saggio di due stili molto diversi di recitazione, ma entrambi di forte resa drammaturgica. Ciò che resta è meno interessante, più canonico e prevedibile, con delle sequenze ironiche poco riuscite ed una performance più ornamentale che concreta di Justin Timberlake. Risulta invece, come sempre, sornione e brillante quel gran simpaticone di John Goodman. La regia di Robert Lorenz è indolore, totalmente al servizio di un divo come Eastwood e di una signora attrice come la Adams. Dal punto di vista narrativo l'espediente più interessante è quello dell'evoluzione del rapporto tra Gus e Mickey, che da padre-figlia assume i connotati di quello maestro-allieva, seguendo un percorso assolutamente originale.

Voto:
voto: 3/5