mercoledì 6 ottobre 2021

The Illusionist - L'illusionista (The Illusionist, 2006) di Neil Burger

Nella Vienna di inizio '900 Eisenheim e Sophie sono due ragazzi innamorati, ma lei è promessa in sposa al principe Leopoldo, erede al trono. Le cause di forza maggiore li separano e lui scompare nel nulla per 15 anni. Riappare da adulto come abile illusionista e riscuote grande successo di pubblico nei teatri cittadini con i suoi incredibili numeri magici. Quando rivede Sophie, divenuta duchessa, l'amore adolescenziale ritorna prepotentemente e il principe geloso sguinzaglia lo zelante ispettore Uhl, suo scagnozzo di fiducia, sulle tracce di Eisenheim, per dimostrare che è un imbroglione, rovinargli la vita e separarlo per sempre dalla ragazza. Dramma sentimentale di Neil Burger, ispirato al racconto breve "Eisenheim the Illusionist" di Steven Millhauser, di ambientazione storica e con atmosfere che oscillano tra il thriller, il fantastico e il melò d'antan. La ricostruzione dell'epoca asburgica, con la Vienna del primo XX secolo "ricreata" a Praga, è notevole e anche gli attori sono bravi nei rispettivi ruoli, soprattutto Paul Giamatti, affiancato da Edward Norton, Jessica Biel e Rufus Sewell. Ma il film è troppo esile nella sceneggiatura, prevedibile negli sviluppi, stereotipato nell'approccio e ulteriormente indebolito da una storia d'amore melliflua. Norton, che ci ha abituato a interpretazioni straordinarie, appare insolitamente sotto tono rispetto ai suoi elevati standard medi. Il focus tematico sul contrasto tra scienza e magia, e quindi tra realtà e illusione, viene declinato in maniera convenzionale, senza particolari guizzi inventivi e senza il necessario tocco di pungente vigore. Le musiche di Philip Glass sono invece eccellenti, affascinanti, avvolgenti e ti immergono letteralmente nel clima d'epoca, regalando spessore espressivo alle scene più intense. Il personaggio di Eisenheim è ispirato all'illusionista viennese Erik Jan Hanussen, realmente esistito, ucciso da mano misteriosa nel 1933 perchè aveva reso pubblica una sua profezia in cui annunciava la fine imminente del nazismo. Alla figura di Hanussen era già stato dedicato un film da István Szabó: La notte dei maghi (1988).
 
Voto:
voto: 2,5/5

Glory - Uomini di gloria (Glory, 1989) di Edward Zwick

Boston, 1862, durante la Guerra di Secessione. Il giovane capitano Robert Gould Shaw, appartenente ad una ricca famiglia liberale, accetta l'incarico di comandare un reggimento dell'Unione composto da tutti soldati di colore (a parte gli ufficiali che sono bianchi). L'unità militare è formata in gran parte da ex schiavi fuggiti dal Sud e riparati nel più tollerante Nord. Shaw, uomo corretto, solido e di larghe vedute, deve scontrarsi con l'ostilità e la diffidenza dei suoi nuovi soldati, che, in quanto bianco, lo guardano con sospetto. Dopo molte peripezie l'ufficiale saprà meritarsi il loro rispetto, al di là del grado che porta, e li guiderà in una missione apparentemente disperata, assaltando un fortino inespugnabile sull'isola Morris, nel South Carolina. Kolossal bellico di Edward Zwick, scritto da Kevin Jarre, e ispirato ad una storia vera che i libri di storia non raccontano, adattando, con diverse licenze, la raccolta epistolare di Robert Gould Shaw (comandante del 54º Reggimento Volontari di Fanteria del Massachusetts) ed i romanzi "Lay This Laurel" di Lincoln Kirstein e "One Gallant Rush" di Peter Burchard. Glory è un magniloquente affresco eroico celebrativo in epica fordiana del coraggio dei tanti uomini del 54º Reggimento (quasi tutti afroamericani) che persero la vita nell'attacco di Fort Wagner, un sacrificio di vite enorme che fu però una "pedina" (mi si passi il termine irrispettoso) importante nello scacchiere bellico della vittoria finale nordista. I momenti di volo alto del film sono nelle imponenti sequenze di battaglia, negli sguardi fieri dei soldati, nel complesso percorso di reciproco avvicinamento umano tra il colonnello bianco e i suoi militari di colore, nel misticismo intimistico di alcuni dialoghi. Nondimeno l'opera, in perfetto stile hollywoodiano, pecca di enfasi retorica, moralismo edificante e ipocrisia buonista di matrice riparatoria nei confronti degli afroamericani, verso cui il potere bianco ha fin troppo da farsi perdonare. Qualcuno ha notato, con perfida sagacia, che, malgrado tutto, il film celebra l'eroismo dei neri ma il punto di vista del racconto è quello di un bianco (l'unico bianco), ovvero il comandante Shaw. Un modo più sincero di fare le cose sarebbe stato attuare il processo inverso (raccontare Shaw attraverso gli occhi dei soldati neri), magari affidandosi pure ad un bravo regista di colore. E molto altro si potrebbe aggiungere, soprattutto guardando la pellicola oggi con sensibilità moderna, su quanto si possa davvero glorificare il massacro predeterminato di uomini di colore, strappati via dalla loro terra cento anni prima dai bianchi, portati in catene in un mondo nuovo per servire da schiavi, poi parzialmente tollerati ma mai realmente integrati e infine mandati a morire dai discendenti di quegli stessi bianchi che furono i loro aguzzini. Si potrà dire che quella era anche la loro causa, perchè la vittoria del Nord avrebbe ufficialmente sancito la fine dello schiavismo. E' sicuramente vero, ma perchè allora, dopo quasi 200 anni, stiamo ancora a parlare di razzismo, intolleranza, diritti civili e "Black Lives Matter" ? Fu davvero gloria quella di cui parla questo film o si tratta sempre della solita strage degli innocenti e dei deboli a vantaggio dei potenti ? In America la pellicola ebbe un grande successo, ma la più saggia critica europea si dimostrò generalmente tiepida. Nel cast spiccano Matthew Broderick, Denzel Washington, Morgan Freeman e Cary Elwes. Tre Premi Oscar: miglior attore non protagonista (Denzel Washington), migliore fotografia (Freddie Francis) e miglior sonoro (Donald O'Mitchell, Gregg Rudloff, Elliot Tyson e Russell Williams II).
 
Voto:
voto: 3/5

martedì 5 ottobre 2021

Wonderland - Massacro a Hollywood (Wonderland, 2003) di James Cox

Il 1° luglio 1981 al n. 8763 di Wonderland Avenue (Los Angeles), una delle celebri strade del vizio di Hollywood, quattro membri di una banda di spacciatori furono brutalmente uccisi a colpi di spranga e una donna rimase gravemente ferita. Nella immediata ricostruzione dei fatti venne accusato del crimine Eddie Nash, noto narcotrafficante della città, indicato come mandante dell'eccidio per vendicarsi di una rapina e aggressione subita qualche giorno prima da parte delle quattro vittime. La faccenda fece scalpore e salì alla ribalta nazionale a causa del coinvolgimento di John Holmes, famoso pornodivo e re indiscusso del cinema a luci rosse degli anni '70, che si trovò invischiato nella sporca faccenda con un ruolo che non è mai stato del tutto chiarito. Da alcuni anni Holmes era in caduta libera, la sua carriera nel porno era in declino e lui era diventato un tossicodipendente di cocaina, coinvolto in piccoli furti e amico di molti criminali, tra cui Eddie Nash e una delle vittime della strage, Ron Launius, che era il suo spacciatore abituale. Holmes fu accusato di aver organizzato insieme a Launius la rapina a casa di Nash, perchè aveva contratto con il primo un grosso debito in denaro che non poteva coprire. Questo scatenò la terribile ritorsione dello stesso Nash, che però decise di risparmiare la vita al porno attore (la cui presenza sul luogo del delitto fu accertata con prove evidenti), punendo invece gli altri quattro con la morte. Nei vari processi che si tennero negli anni successivi, sia Nash che Holmes furono assolti dalle accuse di omicidio per insufficienza di prove. Fino alla sua morte, avvenuta nel marzo 1988 per AIDS, John Holmes si è sempre rifiutato di rispondere a qualunque domanda sui fatti di Wonderland Avenue e, ancora oggi, il suo effettivo ruolo nella brutta storia non è mai stato del tutto chiarito. Scritto e diretto da James Cox, Wonderland si ispira ai fatti reali, raccontando, alla maniera del Rashomon di Akira Kurosawa, la stessa storia secondo versioni differenti di diversi indiziati, lasciando poi allo spettatore il compito di decidere quale ritiene più credibile. Con un montaggio convulso, toni eccitati, recitazione sopra le righe, musica rock sparata a palla, un continuo slittamento dei piani narrativi, fotografia di acceso cromatismo ed un'affascinante ricostruzione della Los Angeles di fine anni '70, il film ha forza e scatto ma pecca di eccessiva frammentazione e tortuoso andamento, diventando, dopo poco, un rompicapo effettistico, più scenografico che concreto. Ma quando i ritmi si placano, l'autore dimostra di saperci fare con il racconto per immagini. Nel ricco cast corale appaiono Val Kilmer, Kate Bosworth, Lisa Kudrow, Josh Lucas, Christina Applegate, Eric Bogosian e, in brevi apparizioni, anche Carrie Fisher e Paris Hilton. Passato in sordina nel nostro paese, questo film agitato ha anche il merito di sapersi appropriare dell'aura maledetta della storia che racconta.

Voto:
voto: 3/5

Alpha Dog (2006) di Nick Cassavetes

Johnny Truelove, giovane spacciatore di Los Angeles, e la sua gang di sbandati decidono di rapire Zack Mazursky, il fratello di un piccolo pusher rivale che gli deve dei soldi. Tutto inizia quasi per gioco, Zack si rivela fin da subito un bravo ragazzo, molto diverso dal fratello, e i suoi carcerieri lo trattano bene, lo fanno quasi sentire uno di loro, lo scarrozzano in giro, ma gli impediscono di tornare a casa e dare sue notizie. In particolare Frankie Ballenbacher, fedele tirapiedi di Johnny, stringe un rapporto di sincera amicizia con Zack. Ma ben presto le cose precipitano, la polizia indaga in maniera serrata, le voci corrono e la situazione sfuggirà di mano ai rapitori. Sconvolgente noir alla luce del sole scritto e diretto da Nick Cassavetes (figlio del grande regista John Cassavetes), che realizza il suo film migliore con questa inquietante e impietosa denuncia, sospesa tra documentario e fiction, di un preciso microcosmo di degrado morale, la così detta "fuck generation" losangelina, fatta di giovani depravati della middle class suburbana, bianchi, sfaccendati, dediti a droghe, festini, sesso, lusso e violenza, atavicamente annoiati, incapaci di gestire la troppa libertà di cui dispongono. Il film è ispirato alla tragica storia vera di Jesse James Hollywood, che scioccò l'opinione pubblica americana, provocando discussioni politiche e dibattiti televisivi sullo stato delle giovani generazioni benestanti dell'area urbana di Los Angeles. Cassavetes ci immerge con truce realismo e senza alcun filtro nel mondo dei "dogs" protagonisti, nel loro vuoto interiore e nella loro radicata sottocultura del vizio e del danno, non li giudica mai ma ce ne presenta gli aspetti essenziali con distaccato approccio antropologico, analizzando cinicamente la psicologia contorta della peggio gioventù americana. Il titolo emblematico (nello slang di queste bande giovanili l'Alpha Dog è il leader del gruppo) ragiona per carenza: il branco di Johnny Truelove non ha un vero e proprio capo di riferimento, ma vive all'insegna di una delirante autogestione collettiva ed è per questo che i "cani sciolti" risultano ancora più pericolosi. L'autore non risparmia graffi caustici verso il mondo degli adulti: assenti, incapaci, infantili, maldestri, corrotti, viziosi, per molti versi ancora più disturbanti dei loro figli dannati. Con ritmo secco, tensione costante e violenza ideologica a tamburo battente, il film procede inesorabile verso l'inevitabile conclusione, con qualche indulgenza manieristica ma con una denuncia tesa e vigorosa, che non ammette repliche. Nel ricco cast corale, in cui ciascuno si ritaglia i suoi bravi "15 minuti" di gloria, quasi tutti sono eccellenti, credibili, perfetti nei rispettivi ruoli. Vanno obbligatoriamente citati: Emile Hirsch, Anton Yelchin, Justin Timberlake, Fernando Vargas, Harry Dean Stanton, Sharon Stone, Ben Foster, Bruce Willis, Amanda Seyfried e Olivia Wilde. In particolare la Stone, che resta in scena solo per pochi minuti, fornisce un'interpretazione da brividi. Cassavetes, che nel 2001 aveva scritto la sceneggiatura di Blow di Ted Demme, si riallaccia idealmente a quel mondo e prosegue concettualmente quel racconto, con protagonisti ed epoche diverse, ma ubbidienti alla medesima crisi di valori, carenza di ideali, propensione al male e tendenze autodistruttive.

Voto:
voto: 3,5/5

La figlia del generale (The General's Daughter, 1999) di Simon West

Il sottufficiale Paul Brenner, esperto veterano del Vietnam, è in missione sotto copertura per combattere un traffico illegale d'armi. All'interno del suo campo viene ritrovata morta il Capitano Elizabeth Campbell, figlia di un generale dimissionario che vuole darsi alla politica, in una macabra scena del delitto: la ragazza è completamente nuda, legata con mani e piedi a dei paletti da tenda conficcati nel suolo, e con sospetti segni di violenza carnale. L'orribile delitto distoglie Brenner dal suo incarico iniziale e lo spinge ad indagare sul nuovo caso, con l'aiuto di una bella psicologa. A forza di scavare, i due scopriranno delle orribili verità. Torbido thriller di ambientazione militare dell'inglese Simon West, tratto dal libro omonimo di Nelson DeMille, e interpretato da John Travolta, Madeleine Stowe, James Cromwell, Timothy Hutton, Leslie Stefanson e James Woods. E' un giallo d'inchiesta cupo e violento, con atmosfere perverse, toni esasperati, svolte narrative di turgida enfasi e con un cast non utilizzato al meglio. Travolta fa il minimo sindacale, la Stowe è brava ma sta troppo poco in scena, Cromwell sembra ormai condannato sempre allo stesso tipo di ruolo, Woods è il più brillante del gruppo e mette in ombra tutti gli altri. Alcuni momenti sono molto riusciti, sia per la tensione inquietante sia per la forza dei dialoghi, ma, in generale, prevale la sensazione di un film troppo carico, troppo rigido, troppo greve, di programmatico sensazionalismo truce. Quasi intimorito dalla logica militare, il regista non sa decidere se infrangere le tipiche regole del thriller in divisa, esplorando territori più oscuri, o scattare sull'attenti di fronte agli stereotipi del genere. E in questa palese titubanza le due ore passano e arrivano già i titoli di coda (che sveleranno anche qualcosa una volta terminati).
 
Voto:
voto: 2,5/5

The Astronaut's Wife - La moglie dell'astronauta (The Astronaut's Wife, 1999) di Rand Ravich

Spencer Armacost e Alex Streck sono due astronauti in missione nello spazio. Improvvisamente e senza spiegazione la base Nasa sulla Terra perde ogni contatto radio con loro per diversi minuti in un inquietante black-out che desta la preoccupazione di tutti, comprese le loro mogli Jillian e Natalie. I due uomini atterrano apparentemente sani e salvi e la causa dello strano silenzio viene attribuita ad una tempesta magnetica, ma entrambi non sembrano più gli stessi, si comportano in modo strano e le due ragazze avvertono una sensazione di minaccia. Una terribile tragedia che colpisce la famiglia Streck convince Jillian che qualcosa di oscuro è accaduto durante quei minuti di silenzio, nel buio dello spazio profondo. Uno zelante detective che indaga sul caso avvicina Jillian e le provoca ulteriori sospetti, trasformando le sue iniziali sensazioni di allerta in autentica paura nei confronti del marito. Fragile fanta-horror scritto e diretto da Rand Ravich, interessante per il cast (Johnny Depp, Charlize Theron, Nick Cassavetes, Donna Murphy, Joe Morton) ma fortemente derivativo, stereotipato, patinato, prevedibile, con dialoghi risibili e situazioni scontate. Al netto degli aspetti fantascientifici e delle suggestioni spaziali, il film è una sorta di pessima copia di Rosemary's Baby (1968) di Roman Polanski, in cui (guarda caso) compariva John Cassavetes, padre di Nick, come interprete di spicco. La tensione latita, l'appeal è sotto zero, i personaggi appaiono sbiaditi ed efebici e tutto evolve esattamente per come ci si aspetta. E infatti il film fu un catastrofico flop di incassi e di critica, provocando il pubblico imbarazzo di un attore in quel momento lanciatissimo e popolarissimo come Johnny Depp. Il motivo della sua partecipazione a questo inopinato disastro annunciato è ben più misterioso del black-out accaduto nello spazio ai due astronauti.

Voto:
voto: 1,5/5

La leggenda di Bagger Vance (The Legend of Bagger Vance, 2000) di Robert Redford

Dal romanzo omonimo di Steven Pressfield. Rannulph Junuh è un giovane fuoriclasse del golf di Savannah (Georgia). All'inizio degli anni '20 il nostro torna sano e salvo dalla Prima Guerra Mondiale ma spezzato nell'animo, pieno di traumi e di angosce, inizia a ubriacarsi per dimenticare e sopportare il peso degli orrori che lo hanno segnato nel profondo. Spento, sfiduciato e depresso, Junuh si trascina stancamente in una grigia sopravvivenza. Dieci anni dopo viene organizzato un torneo di golf con i più grandi giocatori americani e qualcuno si ricorda anche di lui. Ma Junuh ha bisogno di allenarsi nel corpo e nella mente per ritrovare gli stimoli e la fiducia necessari ad affrontare la sfida. Sarà aiutato da una bionda appassionata e da un misterioso caddie afroamericano dal cuore d'oro, che sembra uscito dal nulla e si mette al suo servizio. Il suo nome è Bagger Vance. Dramma sportivo di Robert Redford sotto forma di delicata favola elegiaca, carica di buoni sentimenti, nobili intenzioni, messaggi edificanti, slanci solidali e sereno ottimismo. E' un film metaforico sul tema della seconda occasione, sul "non è mai troppo tardi", fedele allo stile dell'autore: democratico liberale dal tocco lieve, di nobili principi ma anche di vigorose ambizioni, in cui non manca quella, tipicamente americana, del primato eroico. Visivamente e moralmente è un'opera che rasserena, bene interpretata da Will Smith, Matt Damon e Charlize Theron, ma il suo programmatico incedere con risolutezza verso il finale atteso, senza mai sbandamenti o ambiguità di sorta, unito al linguaggio tecnico di uno sport non esattamente per tutti come il golf, lo rendono alla lunga sfiancante, melenso, un po' patetico e in fin dei conti innocuo. "Interessante" come un bel giovanotto d'altri tempi, tirato a lucido, inamidato, educato, composto e dai modi affettati. Da segnalare la fotografia di Michael Ballhaus, che adotta cromatismi e luminosità diverse a seconda delle tre epoche illustrate nel film, e l'ultima apparizione cinematografica del grande Jack Lemmon, che morì pochi mesi dopo la fine delle riprese. 

Voto:
voto: 2,5/5

Tu chiamami Peter (The Life and Death of Peter Sellers, 2004) di Stephen Hopkins

La vita e la carriera, condensate in due ore, dello straordinario mattatore inglese Peter Sellers: istrionico, trasformista, imitatore, cantante, divenuto celebre come comico (oltre che per il suo innato talento di modificare a piacimento la voce), raggiunse il grande successo mondiale grazie al ruolo del goffo Ispettore Clouseau nella serie di commedie ridanciane de La Pantera rosa, ma il nostro fu anche uno straordinario attore drammatico e, proprio in questi ruoli, ha dato il meglio del suo purissimo talento, lavorando anche due volte con Stanley Kubrick, al servizio del quale offrì interpretazioni memorabili. C'è molto (ma non abbastanza) in questo biopic di Stephen Hopkins, ispirato alla biografia letteraria "The Life and Death of Peter Sellers" di Roger Lewis, con numerose incursioni nel privato del grande attore, di cui il film ci offre il ritratto complesso di un uomo camaleontico e inquieto, eccessivo e insicuro, perfezionista e volubile, spigoloso e fragile, perennemente infatuato delle belle donne e insoddisfatto cronico, segnato fin dall'infanzia dal rapporto con una madre ingombrante e possessiva, attrice mancata che ha riversato su di lui i propri fallimenti e che lo voleva in esclusiva tutto per sè. Il film affronta tanti temi, racconta fatti, aneddoti, incontri, successi, frustrazioni e pettegolezzi, attraverso una ricca galleria di personaggi come la madre (Miriam Margolyes), la prima moglie Anne (Emily Watson) da cui Sellers ebbe 2 figli, la seconda moglie e grande amore Britt Ekland (Charlize Theron), Sophia Loren (Sonia Aquino) per cui il nostro perse clamorosamente la testa, Stanley Kubrick (Stanley Tucci) e ovviamente Blake Edwards (John Lithgow) con cui Sellers ebbe un lungo e proficuo sodalizio amicale e professionale, con momenti di odio e amore. Viene mostrata chiaramente l'insofferenza dell'attore per Clouseau (che gli diede fama planetaria ma che, a suo avviso, ne ingabbiava e mortificava il talento, facendo arrivare al pubblico solo il suo lato burlesco, nascondendone la reale statura di geniale interprete) e come questo suo cruccio ebbe ripercussioni negative nell'importante rapporto con il suo mentore Blake Edwards. Non mancano le zone d'ombra, i vizi, le cadute, gli eccessi, le dipendenze, il cuore debole e gli infarti che poi lo condurranno alla morte a soli 55 anni. E ancora l'ultima fase della carriera in cui Sellers abbandonò i ruoli brillanti, scegliendo personaggi drammatici, ombrosi e tormentati, fino alla commovente performance del giardiniere Chance in Oltre il giardino (Being There, 1979) di Hal Ashby, che gli fruttò la sua ultima candidatura all'Oscar, dopo quella (celeberrima) nel kubrickiano Il dottor Stranamore (1964), in cui l'eclettico attore dà vita a tre personaggi diversi con strabiliante mimetismo. Nel complesso Tu chiamami Peter non è affatto un brutto film, ha diversi momenti particolarmente riusciti, alcune invenzioni onirico visionarie pregevoli, delle citazioni importanti o esilaranti e, tutto sommato, può rappresentare un buon "bignami" per tutti coloro che sanno poco o nulla di Peter Sellers e desiderano "conoscerlo" attraverso una veloce full immersion riepilogativa. L'aspetto di maggior eccellenza è la splendida interpretazione di Geoffrey Rush (uno che con Sellers ha diversi aspetti in comune), che si cala nei panni del protagonista con incredibile naturalezza, cercandone sempre l'anima, il guizzo estroso, lo slancio vitale, la smania nervosa, la malinconia silenziosa e andando ben oltre la calligrafica mimesi. Rush ha studiato Sellers a lungo prima di accettare il ruolo, specializzandosi principalmente sul suo talento di trasformista delle voci (un metodico lavoro che ovviamente si perde del tutto nella versione doppiata in italiano da Pino Insegno). Ci sono attori che, più di altri, artisticamente non sono doppiabili e andrebbero obbligatoriamente visti in lingua originale (vedi il caso di Robin Williams). Ma anche l'australiano Geoffrey Rush rientra tranquillamente in questa categoria. I punti deboli più evidenti dell'opera sono gli eccessi allegorici che talvolta scadono nel kitsch patetico, l'estrema frettolosità di diversi passaggi e alcune imperdonabili omissioni come Lolita e Hollywood Party che sono tra le vette assolute della carriera di Sellers.
 
Voto:
voto: 3/5

Dark Places - Nei luoghi oscuri (Dark Places, 2015) di Gilles Paquet-Brenner

Libby Day è una donna spezzata, segnata da un trauma profondo che ha stravolto per sempre la sua vita. Quando era piccola la sua famiglia (la madre e due sorelle) venne sterminata barbaramente e lei, unica superstite e parziale testimone dei fatti, accusò della strage il fratello maggiore Ben, condannato alla pena capitale e da molti anni ancora in attesa dell'esecuzione nel braccio della morte. Libby è cresciuta ma non è mai riuscita a far pace con i propri demoni interiori e sopravvive, indurita e incattivita, grazie ad un sussidio che le viene concesso dalla sua comunità. Venticinque anni dopo l'eccidio, Libby viene contattata dal "Kill Club", un gruppo di investigatori dilettanti che si battono per sostenere l'innocenza di Ben. Dietro la promessa di un compenso la donna accetta di rispondere alle loro domande e, gradualmente, molti ricordi dolorosi riemergono dal suo passato. Confusa e angosciata, Libby inizia a dubitare di ciò in cui ha sempre creduto e decide di incontrare in carcere il fratello Ben. Cupo psico-thriller di suspense del francese Gilles Paquet-Brenner, che ha scritto anche la sceneggiatura, adattando il romanzo omonimo di Gillian Flyn, già autrice del best seller "Gone Girl", portato sul grande schermo da David Fincher nel 2014. Raccontando una doppia vicenda tra passato e presente il film esplora i "luoghi oscuri" della mente della protagonista Libby (Charlize Theron), soffermandosi anche sulla pregnante descrizione ambientale: quel Midwest americano di provincia che è spesso luogo di ignoranza, brutalità, bigottismo, degrado economico e morale, fanatismo, violenza, intolleranza e superstizione, atavici retaggi della vecchia frontiera selvaggia dell'era dei pionieri e di quel crogiolo di razze, ideologie e tradizioni che sono alla base degli Stati Uniti d'America. Peccato però che, dopo un inizio molto promettente, grazie alla bravura degli attori ed alla credibile ricostruzione contestuale, la pellicola si arrotoli su sè stessa alla ricerca di svolte narrative ad effetto e di colpi di scena che suonano forzati, contorti, tortuosi. Anche l'analisi dei rapporti familiari appare frettolosa e convenzionale, depotenziando un elemento drammaturgico che, invece, poteva essere decisivo nel fornire maggiore complessità alla storia. Nel cast, accanto alla Theron, ci sono Christina Hendricks, Nicholas Hoult, Andrea Roth, Chloë Grace Moretz e Corey Stoll. Passato in sordina alla sua uscita, il film è finito presto nell'oblio assoluto, rinforzando i ranghi dei troppi thriller irrisolti e derivativi che finiscono per assomigliarsi un po' tutti tra loro.

Voto:
voto: 2,5/5