sabato 12 marzo 2022

Darling (1965) di John Schlesinger

Nella Londra modaiola degli anni '60 Diane Scott è una giovane fotomodella tutto pepe, bellissima, spudorata e ossessionata dal successo da ottenere a tutti i costi. Asfissiata da un matrimonio infelice, la procace ragazza abbandona il tetto coniugale e si concede a corteggiatori ricchi e potenti per realizzare la scalata sociale. Leggiadra e irrequieta, passa da un giornalista televisivo, che perde la testa e molla tutto per lei, ad un famoso magnate che la introduce nel mondo "dorato" dello spettacolo, facendola esordire nel cinema. Poi finisce invischiata con un aristocratico italiano e si trova a ripensare sugli esiti della sua vita. Spigliato dramma sentimentale con retrogusto amaro di John Schlesinger, che lo ha anche scritto insieme a Frederic Raphael e Joseph Janni. Ebbe grande successo di pubblico e critica e fece incetta di premi nelle più popolari manifestazioni cinematografiche (Oscar, Golden Globe, BAFTA Awards). E' uno degli esponenti più noti e celebrati del così detto "free cinema" inglese e strizza l'occhio, non senza patinata ruffianeria, alle tendenze della Nouvelle Vague che spopolavano in quel periodo. Un po' sopravvalutato e non esente da indulgenze leziose, vale soprattutto come variopinto documento storico di costume del clima della "Swinging London", di cui seppe catturare con abile furbizia espressiva il fascino estetico e la maliziosa leggerezza, soprattutto in relazione all'emancipazione femminile, attraverso un'immagine della donna liberamente trasgressiva e sessualmente aggressiva, un mutamento radicale di ruolo che scandalizzò inevitabilmente i benpensanti. Dal punto di vista della critica al così detto "mito" dell'arrampicata sociale, il film risulta invece più canonico che pungente e la rappresentazione dell'alta borghesia britannica, inamidata e annoiata, è fin troppo indulgente. Anche il finale, soprattutto ad una visione odierna, può essere letto come espressione di implicito moralismo e velato di sottaciuta misoginia. Bravissimi gli attori, da Dirk Bogarde a Laurence Harvey, ma la vera sorpresa è la radiosa Julie Christie, bella come il sole e perfetta nel suo mix di sensualità e fragilità, che divenne un'icona di bellezza, di libertà e di moda (le sue minigonne colpirono fortemente l'immaginazione di uomini e donne in tutto il mondo), affermandosi prepotentemente come nuova star di Hollywood, anche grazie alla vittoria dell'Oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione di Diane Scott. Non c'è alcun dubbio che il 1965 fu il suo anno trionfale, in cui entrò nel cuore del pubblico internazionale sia grazie a questo film che al pluripremiato melodramma Il dottor Zivago (Doctor Zhivago, 1965) di David Lean, dove la Christie interpreta la dolce Lara, che commosse i romanticoni di ogni latitudine. Darling vinse in tutto tre premi Oscar: all'attrice, alla sceneggiatura ed ai costumi di Julie Harris. Delle tre collaborazioni tra Schlesinger e la Christie questa è sicuramente quella più riuscita. Nel film fa una piccola apparizione la giovanissima Silvia Dionisio, attrice e modella romana che assunse una certa notorietà negli anni '70 come sexy starlet del nostro cinema di genere.

Voto:
voto: 3/5

Belfagor - Il fantasma del Louvre (Belphégor - Le fantôme du Louvre, 2001) di Jean-Paul Salomé

Nei sotterranei del Louvre viene ritrovato un antico sarcofago egiziano contenente la mummia di un principe chiamato Belfagor. Glenda Spencer, famosa studiosa inglese dell'antico Egitto, riceve l'incarico di studiare il reperto ma si accorge subito che qualcosa di inquietante sta per accadere. Dopo millenni lo spirito del principe si risveglia e possiede il corpo di Lisa, una giovane donna che gestisce un negozio di souvenir vicino al museo e che è entrata di soppiatto, di notte, nel suo interno. Mentre il fantasma di Belfagor semina il terrore all'interno del Louvre, l'anziano commissario Verlac inizia a indagare sulla vicenda e la ricollega ad un vecchio caso insoluto degli anni '60. Remake modernizzato, di produzione francese ma realizzato "all'americana", di un super classico della storia della televisione: lo sceneggiato di culto "Belfagor o Il fantasma del Louvre" andato in onda per la prima volta nel 1965, in 4 puntate, sulla tv pubblica francese ORTF. La miniserie ebbe uno straordinario successo di pubblico e di critica e venne trasmessa anche dalla nostra RAI (la prima volta nell'estate del 1966 in 6 puntate), bissando e addirittura superando il riscontro positivo. Divenne rapidamente un fenomeno popolare, fu replicato diverse volte per tutti gli anni '70 e terrorizzò gli adolescenti dell'epoca, entrando nell'immaginario collettivo come icona del genere horror. L'immagine di Belfagor che si aggira di notte silenzioso, con il suo costume inquietante, nelle grandi sale deserte del più famoso museo del mondo, ha turbato a lungo i sogni di almeno una generazione. Peccato che questo rifacimento, oggettivamente eseguito con la mano sinistra e senza alcun rispetto nei riguardi del modello di ispirazione, sia una delusione sotto tutti i punti di vista, nonostante il cast imponente (Sophie Marceau, Michel Serrault, Frédéric Diefenthal, Julie Christie, Jean-François Balmer) e il budget notevole investito negli effetti speciali (che risultano però invadenti, fasulli e talvolta pacchiani). I nostalgici appassionati della serie in bianco e nero farebbero meglio ad evitarlo come la peste, perché la loro costernazione nel confronto impietoso con l'originale sarà ancora maggiore. Le atmosfere occulte, la fascinazione misteriosa, la cupezza minacciosa e la tensione sottile presenti nello sceneggiato del '65 sono del tutto sparite, annegate tra artificiosi effetti visivi, dialoghi risibili, situazioni scontate e persino qualche sequenza "scult" di ridicolo involontario. C'è davvero pochissimo da salvare: la bellezza imponente dei saloni e dei corridoi del Louvre che sono un set cinematografico straordinario e le buone interpretazioni di Michel Serrault e Julie Christie, il cui talento emerge cristallino nelle scene in cui recitano insieme. L'operazione ricorda, anzi peggiora di molto, per i suoi esiti maldestri e pasticcioni, quella eseguita da Hollywood sul classico horror "La mummia".

Voto:
voto: 1,5/5

venerdì 11 marzo 2022

La fidélité (2000) di Andrzej Zulawski

La fotografa Clélia, molto apprezzata nel suo ambiente per la sua abilità, viene assunta da Lucien Macroi, ricco magnate della stampa scandalistica, ma riesce a sottrarsi al suo corteggiamento asfissiante. Clélia finisce per sposare il raffinato editore Clèves, invero più per ammirazione e riconoscenza che per amore, ma la sua fedeltà viene messa a dura prova dall'incontro fatale con il tormentato Nemo, reporter d'assalto che vive la sua vita all'eccesso e con cui, un tempo, c'era già stato del tenero. Questo tesissimo melodramma ad effetto, scritto e diretto da Andrzej Zulawski e liberamente ispirato al romanzo "La principessa di Clèves" di Madame de La Fayette, segna la quarta e ultima collaborazione tra il regista e la sua "musa"  (e all'epoca compagna di vita) Sophie Marceau. Ben interpretato da un cast in gran forma, che oltre alla diva francese vede la presenza di Pascal Greggory, Guillaume Canet, Magali Noël e Michel Subor, è un film lungo, intenso, complesso, cupamente "romantico" alla maniera dell'autore, denso di spunti, di intrecci, di sottotesti impegnati e di lampi di critica sociale, pur rimanendo estremamente fedele all'idea di cinema di Zulawski, in bilico sui confini dell'estremo, del metafisico e del turpe. E' uno dei film più equilibrati dell'autore polacco, un ritratto psico-sentimentale costruito sui dissidi: tra fedeltà e desiderio, borghesia e anarchia, messe a fuoco e sfocature, anima e carne, violenza e tenerezza. L'espediente della fotografia è una sorta di "terzo occhio" che costruisce un ulteriore livello privilegiato attraverso cui lo sguardo del regista ispeziona, analizza, accarezza, fruga e mette a nudo il corpo, le pulsioni e i tormenti interiori della sua protagonista, costruendo percorsi arcani e dedali tortuosi, a base di allegorie, esasperazioni, perlustrazioni, all'insegna di un feticismo visivo eseguito con geometrica precisione. Gli svariati virtuosismi stilistici nel racconto per immagini e nelle inquadrature, rendono perfettamente il senso di sbandamento emotivo, l'angoscia interiore, l'intimo disagio di Clélia che è tanto audace e sicura di sè quando impugna la macchina fotografica, quanto disarmata e confusa nella vita sentimentale. Distribuito in Italia con 2 anni di ritardo, questo ennesimo ritratto di Zulawski su quella violenta "follia" che è l'amore, ne declina un inno, incandescente e problematico, che vede nell'arte l'unica estrema possibilità di salvezza, la prospettiva illuminata che consente alle passioni di liberarsi dal giogo delle convenzioni moralistiche e di librarsi leggere, nella loro tragica bellezza, anche solo per un attimo, per un fugace battito di ciglia, come in uno scatto fotografico.

Voto:
voto: 3,5/5

Amour braque - Amore balordo (L'amour braque, 1985) di Andrzej Zulawski

Il truce Mickey è un rapinatore francese che lavora al soldo dei fratelli Venin, spietati capi di una banda di criminali senza scrupoli che gestiscono il racket della droga e della prostituzione. A bordo di un treno che lo riporta a Parigi, Mickey conosce e prende in simpatia Léon, un fuggiasco ungherese di nobili origini e con disturbi mentali. Giunti a destinazione, l'uomo introduce Léon nel suo ambiente e lo presenta alla sua ragazza, la bella Marie, vessata dalle angherie dei Venin. Tra Marie e Léon esplode una passione incontenibile che avrà sanguinose conseguenze. Sesto lungometraggio del visionario Andrzej Zulawski, polacco nato in Ucraina ma francese di adozione. Questo truce melodramma gangsteristico, liberamente ispirato al celebre capolavoro letterario "L'Idiota" di Fëdor Dostoevskij, è il quarto film francese del controverso autore ed il primo con protagonista Sophie Marceau, l'ex ragazzina romantica de Il tempo delle mele (La boum, 1980), che diventerà, dopo questo film, la sua attrice feticcio, la sua musa e la sua donna per circa 16 anni. L'incontro artistico con Zulawski è stato decisivo e fondamentale per la Marceau, imprimendo alla sua carriera una svolta cruciale ed una crescita improvvisa, spazzando via la sua reputazione di sdolcinata interprete di commedie sentimentali. Solo un regista "folle" come Zulawski poteva trasformare l'idea di base del romanzo di Dostoevskij in un delirio nevrotico, esagitato, convulso e sopra le righe a base di violenza, sesso, sangue e azione frenetica. Una love story torbida, eroticamente conturbante e intrinsecamente "maledetta" sullo sfondo caotico della malavita parigina degli anni '80. Il risultato è un film isterico e diseguale, ideologicamente vulcanico e moralmente abbietto, carico di energia e di fascino oscuro, a tratti parossistico nella sua furia barocca e nella sua costante ricerca dell'eccesso, ma anche ricco di intuizioni, di sequenze cinematograficamente potenti e capace di rimanere in funambolico equilibrio sul filo teso di un cupo grottesco. Può essere visto come una giostra spericolata che contiene tutto il meglio e tutto il peggio dell'estetica di Zulawski. Accanto alla Marceau vanno segnalati Francis Huster e Tchéky Karyo, molto bravi a tratteggiare i rispettivi personaggi. In Italia la censura dell'epoca sforbiciò molte sequenze della pellicola, ritenendole troppo "spinte", ma l'originale è fortunatamente recuperabile (anche in versione doppiata) nella completa edizione in DVD uscita nel 2008.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 10 marzo 2022

Enrico V (Henry V, 1989) di Kenneth Branagh

Nell'Inghilterra del 1415 il giovane re Enrico V Plantageneto, retto e risoluto, viene spinto dall'influenza delle autorità ecclesiastiche e dalla sua corte di consiglieri all'impresa dell'invasione militare della Francia, rivendicando un suo presunto antico diritto sul trono francese, attualmente in possesso del sovrano Carlo VI. La campagna bellica si rivela ben presto difficile oltre ogni previsione ed Enrico deve affrontare un nemico enormemente soverchiante nel numero di forze in campo, ma anche una serie di congiure interne. Tuttavia l'eroismo degli inglesi e la fiera tenacia del loro re li porterà ad una incredibile vittoria nella memorabile battaglia di Azincourt, che farà salire Enrico V agli onori della gloria, aprendogli la strada verso un matrimonio politico con la figlia di Carlo VI e la conquista del trono di Francia. Folgorante esordio in cabina di regia di Kenneth Branagh, qui nella tripla veste di regista, sceneggiatore e attore protagonista. Considerato da molti un giovane prodigio del cinema e del teatro britannico, grande appassionato e conoscitore di Shakespeare che ha mosso i suoi primi passi sulle orme del suo nume tutelare, il leggendario Laurence Olivier, Branagh viene generalmente visto in patria come il suo naturale "erede", non senza benevola esagerazione. E non è un caso che la sua opera prima, tratta dall'omonimo dramma storico shakespeariano, sia proprio il rifacimento del capolavoro Enrico V (The Chronicle History of King Henry the Fiftth with His Battle Fought at Agincourt in France, 1944), diretto e interpretato da Laurence Olivier e rimasto impresso nella storia del cinema britannico. La versione di Branagh è meno epica e meno grandiosa, ma più furiosa, tetra, brutale, svelta e vicina alla sensibilità moderna. Sia nelle ruvide sequenze di battaglia che nel disegno psicologico dei personaggi, il nuovo Enrico V appare più scattante e schietto, molto fedele al testo "sacro" del Bardo ma esteticamente cupo e ideologicamente appassionato. Un po' debole nel finale alleggerito da indulgenze romantiche, si avvale però di alcune sequenze notevoli, di una trascinante frenesia e della pregevole invenzione del "Coro" ridotto ad un unico personaggio (lo straordinario Derek Jacobi), una sorta di narratore collocato in tempo moderno che, rivolgendosi direttamente agli spettatori, introduce, spiega e sostiene l'azione, accompagnando le immagini con monologhi di stampo teatrale. Di grande livello il cast, che, oltre a Branagh e Jacobi, vede in scena Brian Blessed, Ian Holm, Robbie Coltrane, Judi Dench, Richard Briers, Richard Easton, Emma Thompson (all'epoca moglie del regista) ed un giovanissimo Christian Bale. Il film ebbe tre nomination agli Oscar (tra cui miglior regia e miglior attore protagonista per Kenneth Branagh) e vinse la statuetta per i migliori costumi di Phyllis Dalton, al suo secondo Oscar dopo quello già ottenuto per Il dottor Zivago (Doctor Zhivago, 1965) di David Lean.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Belfast (2021) di Kenneth Branagh

In un popoloso quartiere proletario della Belfast del 1969, il piccolo Buddy (di 9 anni) vive felicemente insieme alla sua famiglia: due genitori belli e solidi che si amano moltissimo, due nonni affettuosi ed un fratello maggiore. Tutto il suo mondo fatto di giochi, scorribande con gli amici e pazienti attese del padre che lavora a Londra ma rincasa puntualmente nei weekend, viene messo in crisi dallo scoppio del conflitto nord-irlandese tra protestanti e cattolici, con i primi, guidati da facinorosi oltranzisti e da pericolosi teppisti, che prendono di mira i secondi infiammando le strade con scontri violenti, attacchi in bande armate e persecuzioni discriminatorie. In breve il quartiere, che ha sempre vissuto pacificamente con la minoranza cattolica, diventa territorio di scontro di una guerra dalle radici lontane che farà del territorio dell'Ulster un campo di battaglia, tra barricate difensive, cariche della polizia, blindati dell'esercito e continue incursioni delle gang protestanti. Nonostante la pericolosità della situazione Buddy e sua madre non intendono lasciare il luogo natio per nessuna ragione, mentre sua padre cerca di convincerli a trasferirsi all'estero in cerca di un futuro migliore. Nonostante la tensione sociale, le condizioni indigenti, i numerosi debiti, le incomprensioni e le difficoltà lavorative, la famiglia rimane sempre saldamente unita, in nome di un amore superiore a qualunque avversità. Il 18-esimo lungometraggio di Kenneth Branagh regista (e stavolta anche produttore e sceneggiatore) è uno dei suoi lavori più brillanti, riusciti e sentiti: un arioso dramma autobiografico ispirato al mondo della sua infanzia e dedicato alla città dove è nato e cresciuto e che, parole sue, ti resta dentro per sempre. E' quasi una prassi abituale per molti autori di cinema confrontarsi, prima o poi, con il proprio passato e raccontarlo attraverso un film. Da Truffaut, I 400 colpi (Les Quatre Cents Coups, 1959), a Fellini, Amarcord (1973), da Bergman, Fanny e Alexander (Fanny och Alexander, 1982), a Chaplin, Il monello (The Kid, 1921). Anche Steven Spielberg sta lavorando proprio in questo momento ad un'opera basata sulle proprie memorie infantili ed il suo altrettanto celebre amico e collega, George Lucas, aveva già realizzato qualcosa di analogo con American Graffiti (1973). Kenneth Branagh è uno di quegli irlandesi che sono andati via (citando la bella dedica dell'epilogo), ma che hanno lasciato un pezzo di cuore in quella loro terra meravigliosa e tormentata, carica di passioni e di contrasti. Attraverso l'alter ego Buddy il regista racconta il mondo magico e difficile dei suoi primi anni di vita nella Belfast sconquassata dai "troubles" e per farlo adotta una sontuosa confezione estetica in bianco e nero ed un registro narrativo agile e delicato, mai patetico, carico di brio, di entusiasmo e di tenerezza, asciugando saggiamente le stucchevolezze nei momenti drammatici e irradiando i suoi personaggi di una luce carezzevole, dolcemente nostalgica e fieramente amorevole. E' giusto affermare che questa pellicola sia un'autentica lettera d'amore di Kenneth Branagh alla sua città natale, al suo quartiere operaio e ad un'epoca più ingenua e spontanea in cui tutto il mondo era in una strada, ed era più che abbastanza per essere felici, nonostante tutto. Al netto di qualche passaggio lezioso e di qualche forzatura autoreferenziale (il piccolo Buddy che legge un fumetto di Thor), il film scorre con lieve piacevolezza, rasserena, appassiona e riesce a toccare abilmente i sentimenti soprattutto nelle sequenze con i nonni. Bravissimi tutti gli attori, selezionati e diretti alla perfezione, al punto che è arduo stilare una graduatoria di merito: da Caitriona Balfe a Judi Dench, da Ciarán Hinds a Jamie Dornan, senza dimenticare il piccolo Jude Hill, che quando sorride disarma anche lo spettatore più cinico e diffonde una contagiosa dolcezza infantile dallo schermo. Sono molte le scene di grande effetto e di morbida soavità, a cominciare da quelle ambientate a cinema o a teatro, le uniche in cui il regista ha scelto di utilizzare i colori per sottolineare il senso di meraviglia provato da Buddy, quell'incanto fantastico che probabilmente fece germogliare in lui stesso la passione per l'arte e per la recitazione. Acclamato (forse anche troppo esageratamente) da tutti i critici e gli addetti ai lavori, Belfast si è guadagnato 7 prestigiose candidature agli ormai imminenti premi Oscar 2022, tra cui miglior film, regista, sceneggiatura e attori non protagonisti (i magnifici Ciarán Hinds e Judi Dench). Menzione speciale per le canzoni originali del mitico cantautore Van Morrison, irlandese di Belfast e figura di prima grandezza della scena musicale internazionale, le cui influenze su cantanti e gruppi ben più conosciuti al grande pubblico sono state molteplici. Una delle 7 candidature è meritatamente sua, per la splendida "Down To Joy"; la prima della sua straordinaria carriera.

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 8 marzo 2022

Drive My Car (Doraibu mai kâ, 2021) di Ryûsuke Hamaguchi

Yûsuke Kafuku è un famoso attore e regista teatrale giapponese, la cui vita è stata segnata da dolorosi traumi che gli hanno lasciato ferite profonde nell'animo. L'ultimo è la morte improvvisa della sua amata moglie, che gli faceva anche da sceneggiatrice, con cui condivideva un forte sentimento, una grande intesa sessuale e l'attitudine di inventare "storie", mescolando l'arte e la vita. Due anni dopo il lutto l'uomo accetta un incarico a Hiroshima, dove dovrà dirigere un adattamento dello "Zio Vanja" di Cechov, facendo coesistere una pletora di attori che parlano lingue diverse e che non si capiscono tra loro. Durante i suoi spostamenti gli viene assegnata una giovane autista, Misaki, ragazza riservata ma con un tumultuoso mondo interiore, con cui Kafuku, dopo una certa riluttanza iniziale, riesce ad instaurare un sincero rapporto umano che gli apre nuove prospettive di sguardo. Tra le estenuanti prove in teatro e i viaggi all'interno della Saab 900 rossa, Kafuku rielabora il suo passato, i suoi lutti, le sue ossessioni e si pone alla ricerca di un altro sè. Questo struggente dramma esistenziale di Ryûsuke Hamaguchi, scritto dal regista insieme a Takamasa Oe, e tratto dal racconto breve omonimo di Haruki Murakami (contenuto nella raccolta "Uomini senza donne"), è, probabilmente, il film orientale più importante dell'anno 2021. Unanimemente lodato dalla critica internazionale e già premiato in sedi eccellenti (Prix du scénario al Festival di Cannes, Golden Globe al miglior film straniero e quattro candidature pesanti agli Oscar 2022, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura), è un sommesso viaggio spirituale che ha il suo centro emotivo nell'incontro tra due solitudini, raccontato magnificamente con i tempi (lenti) ed i modi (profondi) tipici del cinema nipponico. E' anche un film impegnativo, molto parlato ma anche molto sottinteso, fatto di dialoghi, di silenzi, di sguardi e di momenti intimi che si fanno poesia, a cominciare dal lungo prologo introduttivo che ci immerge nel mondo matrimoniale di Kafuku con elegante sensualità, purezza espressiva e forza evocativa. Miscelando abilmente memorie, sentimenti, vita e teatro, il film sovrappone ed interseca il piano artistico con quello esistenziale, il processo creativo con quello emozionale, le parole "sacre" di Cechov con i pensieri del protagonista, utilizzando uno stile asciutto che opera per sottrazione, che lavora per ricchezza di sfumature e che ci accompagna per mano verso la magnifica catarsi finale. La difficoltà di comunicazione (rappresentata metaforicamente dagli attori che parlano idiomi differenti) è un problema atavico che affligge l'uomo e ne mina tutte le manifestazioni, nella realtà come nell'arte, ma che può essere almeno parzialmente superata solo con un mutuo atto di apertura, di reciproco avvicinamento e di conseguente "messa a nudo". Assolutamente straordinaria, in tal senso, la sequenza del monologo teatrale che viene "recitato" con il linguaggio del corpo attraverso la lingua dei segni, un momento di grande cinema che sa regalare emozioni raffinate, per spettatori dal palato fine. E' anche un film di luoghi, in cui gli spazi fisici, tutti limitati e finemente esplorati (la casa-talamo, gli interni dell'auto e il palcoscenico), diventano un'estensione spirituale di emotività, passioni, frustrazioni, impedimenti, sensi di colpa e pulsioni, in un tormentato percorso intimo che deve necessariamente passare attraverso la distruzione, prima di poter ambire alla risalita. Le parole, intese come concetto astratto, non necessariamente parlate ma come pura forma di un'idea, di una fantasia o di un moto artistico, sono il vero filo conduttore dell'opera, a cominciare dalla magnetica lunga parte iniziale (i titoli di testa appaiono dopo circa 40 minuti!) in cui le "storie" inventate da Oto, moglie di Kafuku, assumono una valenza erotica, immaginifica, vitale, come una sorta di rifugio dell'anima. Nel nostro paese ha avuto una distribuzione limitata passando praticamente in sordina, ma ha fatto maggiormente parlare di sè dopo l'ingresso di È stata la mano di Dio (2021) di Paolo Sorrentino nella prestigiosa cinquina finale che si contenderà l'Oscar 2022 al miglior film straniero. Indicato da tutti gli addetti ai lavori (e dallo stesso Sorrentino, forse non senza napoletana scaramanzia) come il "rivale" più pericoloso e il più probabile vincitore dell'ambita statuetta, Drive My Car appartiene, effettivamente, ad una categoria di cinema più alto, più elegante, più sottile e più suggestivo. Aspettando il responso definitivo dell'Academy, che arriverà nella notte italiana del 28 marzo, e pur facendo ovviamente il tifo per il nostro bravo regista, non si può non riconoscere la superiorità artistica del film di Hamaguchi.

Voto:
voto: 4,5/5

Climax (2018) di Gaspar Noé

Nella Francia degli anni '90 un folto gruppo di giovani ballerini baldanzosi si riunisce per 3 giorni in una scuola abbandonata per sostenere una "maratona" di prove di danza sotto la guida della coreografa Selva. Mentre fuori impazza una bufera di neve, i ragazzi si scatenano in danze di gruppo, si conoscono, approfondiscono vecchie o nuove relazioni e alla fine si rilassano in un party di congedo. Ma qualcuno ha contaminato le bevande con una potente droga psicotropa che, in breve, avrà effetti travolgenti su ciascuno di loro. E se alcuni si sentiranno come "in Paradiso", per la maggioranza sarà invece l'inizio di un inferno di disperazione, panico, delirio e abbandono sfrenato alle più intime pulsioni. La situazione degenera rapidamente e la festa si trasforma in una folle baraonda di sesso e violenza. Climax è il quinto lungometraggio del controverso regista franco-argentino Gaspar Noé, per alcuni un urticante "genio" maledetto, per altri (compreso il sottoscritto) un truce cultore dell'estremo, di mano greve e sguardo morboso, che si compiace con tronfia enfasi della sua poetica di "sperma e sangue", mascherando la pochezza di contenuti con uno stile funambolico, esagitato e chiassoso, che provoca (volutamente) un senso di fastidio nello spettatore, ma che abbonda di sadico egocentrismo più che di ricchezza inventiva. Questo suo ultimo lavoro, presentato in anteprima al Festival di Cannes e sorprendentemente lodato dalla maggior parte dei critici, non fa eccezione: non aggiunge nulla di nuovo a quanto già ampiamente mostrato nelle pellicole precedenti, anzi ricicla idee, soluzioni visive e stilemi rocamboleschi già abusati nel suo infame "manifesto" Irréversible del 2002. Il prologo che anticipa il finale ricorda molto (rovesciandone il senso) l'epilogo del film con Monica Bellucci e Vincent Cassel, e lo stesso dicasi per l'utilizzo frastornante dei suoni, per le riprese capovolte, per le inquadrature mosse o sghembe e per le atmosfere malsane che evocano il male ancestrale insito nella natura umana. Non particolarmente originale, ma fedele alla sua provocatoria estetica dai contenuti torbidi, Noé mescola il dopo con il prima, il sopra con il sotto, mette i titoli di coda all'inizio e quelli di apertura dopo 20 minuti, intervallandoli con una serie di didascalie che enunciano seccamente slogan imperativi, a cominciare da quello che definisce il film come "orgogliosamente francese". E' palese che l'autore faccia di tutto per rendersi snobisticamente antipatico e crudelmente sgradevole, alimentando la sua fama sinistra e giocando sempre sul filo dello scandalo, ma il vero problema è che, dietro a tutto questo, non ci sia quasi nulla al di fuori di una banale ripetizione di sè stesso e di una ricerca programmatica dello shock visivo. Climax può essere idealmente diviso in tre parti: una serie di interviste mostrate su uno schermo televisivo attraverso le quali conosciamo il carattere dei protagonisti principali (quasi tutti interpretati da attori non professionisti, al di fuori della sensuale Sofia Boutella, che è stata "corteggiata" a lungo dal regista prima di accettare questo ruolo), una lunga scena di ballo scatenato che ci mostra l'espressività fisica di ciascuno dei danzatori (girata in un unico piano sequenza e spesso con la macchina da presa collocata in alto, "a piombo" sugli interpreti) e infine l'esplosione del caos, la discesa agli inferi finale in cui la festa si trasforma in un baccanale orgiastico, a metà strada tra il sabba satanico, il delirio lisergico e l'esplosione nevrotica. Va detto che l'esposizione grafica di sesso e violenza risulti più "attenuata" rispetto alle precedenti opere dell'autore (e questo è un bene), anche grazie allo stile visivamente stordente che preferisce fare intuire piuttosto che spiattellare le sequenze più forti, rendendo il tutto meno efferato del solito. Attraverso il particolare di una pila di videocassette, tenute in video per l'intera durata delle interviste della prima parte, Noé ci suggerisce i suoi "numi tutelari" a cui si è liberamente ispirato in quest'ultimo lavoro: da Pasolini (Salò) a Fassbinder, da Romero a Zulawski, senza dimenticare Dario Argento (il regista ha pubblicamente dichiarato che l'intera sequenza finale della "mattanza" è un omaggio visivo a Suspiria). E i cinefili più attenti non potranno non aver notato il momento in cui Sofia Boutella "imiti" Isabelle Adjani nella scena più celebre di Possession (1981). Per quanto apprezzabile, non basta però un colto esercizio di cinefilia "maledetta" a sollevare le sorti di una pellicola che, stringi stringi, non va oltre ciò che ti aspetti da Gaspar Noé. Ed è esattamente questo il suo limite maggiore, o, secondo gli ammiratori dell'autore, il suo pregio. Il mondo è bello perchè vario.

Voto:
voto: 2,5/5

giovedì 3 marzo 2022

Infamous - Belli e dannati (Infamous, 2020) di Joshua Caldwell

La giovanissima Arielle, bella, sexy e determinata, vive in una piccola cittadina della Florida e si sente intrappolata nella sua squallida realtà provinciale, tra una famiglia sgangherata, un lavoro da cameriera ed un contesto sociale troppo gretto e limitante per le sue smodate ambizioni di fama, avventura e successo. Dopo aver subito un furto la ragazza si decide a partire a caccia di una nuova vita e si accompagna al biondino Dean, un meccanico balordo con precedenti penali che perde la testa per lei. Tra i due nasce un amore on the road infuocato e pericoloso, tra rapine, scorribande, furti e persino omicidi. Ossessionata dalla celebrità sui social, Arielle riprende col cellulare tutte le sue imprese criminose e le manda in diretta su internet per un numero di followers sempre crescente. Mentre la polizia di diversi stati dà una caccia serrata alla coppia di giovani criminali, un impressionante "esercito" di fans esaltati sparsi per tutta la nazione fa il tifo per loro sui social network e li elegge a nuovi "eroi" ribelli. Questo thriller d'azione scritto e diretto da Joshua Caldwell è un instant-movie immaginario che mescola con giusta fluidità il dramma giovanile, il crime sovversivo, la romance provocatoria e la denuncia sociale, che si rivolge, da un lato, alla mancanza di valori etici di una gioventù di provincia allo sbando e, dall'altro, al perverso meccanismo della ricerca compulsiva di una celebrità virale ad ogni costo, una mania molto diffusa nelle nuove generazioni cresciute tra smartphone e social network, e che qui viene volutamente condotta all'estremo fino a stingere nel grottesco. I celebri "15 minuti", profetizzati da Andy Warhol, sono diventati il modello da inseguire di tanti giovani obnubilati dalla smania dell'apparire, abituati a misurare il valore in base al numero di followers e sempre più schiavi di questo subdolo processo di omologazione che ottunde le coscienze, appiattisce la personalità e svilisce l'indipendenza di pensiero. Il film riesce nel suo intento critico grazie alla credibilità dei personaggi principali ed all'efficace ricostruzione del contesto ambientale, ma paga anche il dazio di una scarsa originalità nei temi e nei modi, oscillando tra echi di Natural Born Killers (1994), suggestioni di Spring Breakers (2012), pathos da True Romance (1993) ed una versione contemporanea di Bonnie e Clyde al tempo dei social. La vera lieta sorpresa è la convincente Bella Thorne, passata di colpo dai panni della ragazzina prodigio targata Disney a quelli della "bad girl" sensuale, trasgressiva, esibizionista e spietata. L'intera pellicola ruota intorno a lei, che se la cava egregiamente, dimostrando il giusto carisma ed un torbido sex appeal che non lascia indifferenti, tratteggiando un personaggio che si erge ad icona inquietante e "maledetta" della social generation. Sognando la California ed inseguendo uno spericolato ideale di libertà ai danni del prossimo, Arielle raffigura un cupo affresco dei nostri tempi, con la bieca ossessione di prolungare i suoi fatidici "15 minuti" di vanagloria attraverso nefaste azioni. E sempre attraverso il vigile "occhio" elettronico di un cellulare, estremo totem di voyeurismo e di vanità.

Voto:
voto: 3/5