domenica 13 marzo 2022

La mummia (The Mummy, 1959) di Terence Fisher

In Egitto una squadra archeologica inglese scopre la tomba della principessa Ananka, che contiene il suo corpo mummificato. Il capo della spedizione, Banning, entra per primo nel sepolcro e inizia a leggere un antico papiro, ignaro dell'antica maledizione che grava sul luogo. Come effetto della parole da lui pronunciate ad alta voce, una seconda mummia nascosta in un interstizio della cripta riprende vita dopo millenni: si tratta del sacerdote Kharis, che aveva amato Ananka con tutto sè stesso e aveva cercato di risvegliarla dopo la sua morte precoce attraverso un oscuro rituale. Per questo motivo era stato condannato, maledetto e sepolto vivo insieme al corpo di lei, per vegliare sul suo sonno eterno. La mummia rediviva brama la sua vendetta e inizia a uccidere tutti i membri della spedizione profanatrice. Dopo la loro fuga in Inghilterra, la mostruosa creatura infernale li segue anche lì, con l'aiuto di un invasato assistente. Questo horror della Hammer è uno dei classici meglio riusciti nell'opulenta filmografia della casa di produzione britannica. Si pone come il remake diretto de La mummia (The Mummy, 1932), prodotto dalla Universal, diretto da Karl Freund e con il grande Boris Karloff sotto le bende della diabolica creatura. Ma, per gli elementi della trama e per la presenza di Kharis in luogo di Imhotep, si ispira maggiormente ai 4 sequel che la Universal realizzò tra il 1940 e il 1944. E' un film elegante ed accurato, splendido nell'impaginazione estetica, nella bellezza delle scenografie e nella caratterizzazione dei personaggi. Si avvale del formidabile "tris d'assi" della Hammer: il regista Terence Fisher e gli attori Peter Cushing e Christopher Lee, rispettivamente nei panni dell'archeologo John Banning e della mummia. Lee riconferma le sue grandi doti di icona del genere horror e la sua caratterizzazione del "mostro" è, come al solito, efficace e spaventosa. Dopo una prima fase un po' verbosa e densa di spiegazioni, l'azione prende le mosse e la seconda parte della pellicola sa regalare brividi, tensione e momenti di grande impatto. Come d'abitudine per la Hammer, il film diede inizio ad una piccola saga dedicata alla mummia, con 3 seguiti realizzati tra il 1964 e il 1971, ma tutti nettamente inferiori rispetto a questo piccolo gioiellino del '59 (anche per l'assenza dell'affidabile trio Fisher-Lee-Cushing). Menzione al merito anche per la fotografia di Jack Asher, le musiche di Franz Reizenstein e le scenografie di Bernard Robinson, che evidenziano quanto fossero artisticamente rifiniti i primi lavori della Hammer.

Voto:
voto: 3,5/5

Dracula il vampiro (Dracula, 1958) di Terence Fisher

Dal celebre romanzo omonimo di Bram Stoker, pubblicato nel 1897 e divenuto un grande classico della letteratura horror. Il giovane Jonathan Harker, in missione per conto del dottor Abraham Van Helsing, si fa assumere come bibliotecario nel castello del famigerato conte Dracula in Transilvania. Come sospettato da Van Helsing, Dracula è un vampiro, una creatura infernale assetata di sangue dotata di poteri soprannaturali e capace di propagare il suo "morbo" attraverso il morso. Harker finisce vampirizzato e il diabolico conte mette gli occhi sulla sua fidanzata, Lucy, di cui intende fare la sua sposa. Il fratello di lei e Van Helsing, giunto sul posto, cercheranno di salvarla combattendo il mostro con ogni mezzo. Gli adattamenti cinematografici del libro di Stoker sono stati molteplici, per non parlare poi delle opere derivate dedicate alla figura del "re dei vampiri": tra film per il cinema, film televisivi, sceneggiati, parodie, epigoni e varianti di ogni tipo se ne contano oltre 120. Questo della Hammer Film Productions, diretto da Terence Fisher e scritto da Jimmy Sangster, è uno di quelli meglio riusciti, una pietra miliare del genere vampiresco che tutti gli appassionati dovrebbero obbligatoriamente vedere almeno una volta. La Hammer è stata una casa di produzione britannica che, dalla fine degli anni '50 e per almeno due decenni successivi, divenne famosa per i suoi horror, riprendendo e attualizzando (a cominciare dall'uso espressivo del colore) molti classici del genere già portati al cinema dalla americana Universal negli anni '30. In questo caso il punto di riferimento inevitabile è Dracula (1931) di Tod Browning, targato Universal e con Bela Lugosi nei panni del conte vampiro. Questa versione del '58 è il fiore all'occhiello della storia della Hammer, che per l'occasione mise in campo il suo "dream team": Terence Fisher alla regia, Christopher Lee e Peter Cushing (che divennero rapidamente attori iconici del genere) nei panni di Dracula e della sua nemesi Van Helsing. Il film ebbe uno straordinario successo di pubblico, rinverdì l'oscuro mito del vampiro, terrorizzò gli spettatori di mezzo mondo e definì l'iconografia moderna di Dracula (ormai implicitamente accettata da tutti): cominciando dagli aguzzi canini retrattili, alla visione esplicita del sangue (reso incredibilmente impressionante dall'innovativo utilizzo del technicolor), fino all'aspetto del conte nella sua miscela di perversa sensualità erotica e di truce orripilanza. Il Dracula "seduttore", che prima esercita una diabolica malia sessuale sulle donne per attirarle a sè e poi si nutre avidamente del loro sangue, è nato con questo film. Molto si deve ovviamente all'interpretazione leggendaria di Christopher Lee, che non riuscirà mai più a togliersi di dosso, dopo questo film, il mantello e i canini del vampiro, rimanendo per sempre legato nella memoria del pubblico a questo personaggio. Il grande attore londinese interpreterà, quasi inevitabilmente, lo spaventoso protagonista in tutti i 7 seguiti ufficiali di questa pellicola, tutti prodotti dalla Hammer nel periodo tra il 1966 e il 1976. I patiti dell'horror classico sono eternamente divisi sulla difficile scelta del Dracula migliore, tra quello "elegante" di Bela Lugosi e quello "efferato" di Christopher Lee. La scelta è ardua ed ognuno ha il suo punto di vista, ma è indubbio che la caratterizzazione di Lee è quella che ha segnato più profondamente la ritrattistica del vampiro moderno. La pellicola di Terence Fisher si avvale di numerosi pregi: un ritmo dinamico senza tempi morti, una cura dettagliata delle ambientazioni e dei costumi, il definitivo abbandono del vecchio "romanticismo" melodrammatico legato alla figura del barone vampiro (qui mostrato senza indulgenze come un mostro seducente collegato al sangue), la magia scioccante del technicolor (adesso la cosa può apparire ridicola, ma il pubblico dell'epoca rimase profondamente turbato dalla visione abbondante del rosso del sangue), l'efficace "realismo" lugubre di molte scene. Nonostante le molteplici variazioni rispetto al romanzo ispiratore, il film si mantiene estremamente fedele alla sua essenza ed al suo spirito, soprattutto nella forte scelta di mostrare Dracula (per la prima volta al cinema) come feroce predatore sessuale, creando un evidente sottinteso erotico nell'abbandono con cui le sue vittime femminili gli offrono il collo, rendendosi volutamente inermi in una sorta di estasi carnale ai voleri del mostro. La connessione inconscia tra sessualità e vampirismo toccò nel profondo l'immaginazione degli spettatori, solleticando tematiche "proibite" che all'epoca non potevano essere declamate troppo apertamente senza suscitare "scandalo", e questa fu una delle chiavi decisive del grande successo del film. Analogamente l'allusione "peccaminosa" alla complicità che si instaura tra la vittima e il famelico conte viene sottilmente rappresentata, contribuendo ad aumentare la fascinazione "proibita": Dracula incarna l'istinto sessuale ed è collegato alla notte, al mistero, al male; non entra dalla porta ma dalla finestra, come una tentazione strisciante che si vorrebbe tener fuori ma che risulta troppo forte per potergli resistere. E le sue vittime "preferite" sono, non a caso, donne, ovvero figure che, secondo la morale bacchettona della società vittoriana d'epoca, dovrebbero scegliere necessariamente una nevrotica autocensura delle proprie pulsioni carnali. Molti sociologi stabilirono, a posteriori, una netta connessione tra il perbenismo britannico di quegli anni e il successo popolare della pellicola, come prova di inconscia reazione "trasgressiva". Dovrebbe far riflettere il fatto che il Dracula di Christopher Lee rimane in scena per un minutaggio complessivo di appena 9 minuti in totale (su una durata di 82) e, nondimeno, riesce a risultare assoluto protagonista, aumentando i meriti della performance dell'attore. Da menzionare altresì anche la grande prova di Peter Cushing, autoritario e pietoso, senza dubbio il più carismatico Van Helsing apparso sul grande schermo. Della grande "avventura" produttiva della Hammer, che invero sfornò anche numerose opere men che mediocri, ma ebbe l'indubbio merito di sdoganare definitivamente il genere horror in Europa, decretandone un notevole successo commerciale, questo film del '58 di Terence Fisher fu sicuramente il vertice più alto, seguito a ruota da La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein, 1957), sempre con il trio Fisher-Lee-Cushing. Tuttavia, al netto dell'importanza storica, va riconosciuto che l'interpretazione di Christopher Lee nei panni della creatura creata dal barone Victor Frankenstein è assai meno convincente rispetto a quella di Dracula.
 
Voto:
voto: 3,5/5

sabato 12 marzo 2022

Darling (1965) di John Schlesinger

Nella Londra modaiola degli anni '60 Diane Scott è una giovane fotomodella tutto pepe, bellissima, spudorata e ossessionata dal successo da ottenere a tutti i costi. Asfissiata da un matrimonio infelice, la procace ragazza abbandona il tetto coniugale e si concede a corteggiatori ricchi e potenti per realizzare la scalata sociale. Leggiadra e irrequieta, passa da un giornalista televisivo, che perde la testa e molla tutto per lei, ad un famoso magnate che la introduce nel mondo "dorato" dello spettacolo, facendola esordire nel cinema. Poi finisce invischiata con un aristocratico italiano e si trova a ripensare sugli esiti della sua vita. Spigliato dramma sentimentale con retrogusto amaro di John Schlesinger, che lo ha anche scritto insieme a Frederic Raphael e Joseph Janni. Ebbe grande successo di pubblico e critica e fece incetta di premi nelle più popolari manifestazioni cinematografiche (Oscar, Golden Globe, BAFTA Awards). E' uno degli esponenti più noti e celebrati del così detto "free cinema" inglese e strizza l'occhio, non senza patinata ruffianeria, alle tendenze della Nouvelle Vague che spopolavano in quel periodo. Un po' sopravvalutato e non esente da indulgenze leziose, vale soprattutto come variopinto documento storico di costume del clima della "Swinging London", di cui seppe catturare con abile furbizia espressiva il fascino estetico e la maliziosa leggerezza, soprattutto in relazione all'emancipazione femminile, attraverso un'immagine della donna liberamente trasgressiva e sessualmente aggressiva, un mutamento radicale di ruolo che scandalizzò inevitabilmente i benpensanti. Dal punto di vista della critica al così detto "mito" dell'arrampicata sociale, il film risulta invece più canonico che pungente e la rappresentazione dell'alta borghesia britannica, inamidata e annoiata, è fin troppo indulgente. Anche il finale, soprattutto ad una visione odierna, può essere letto come espressione di implicito moralismo e velato di sottaciuta misoginia. Bravissimi gli attori, da Dirk Bogarde a Laurence Harvey, ma la vera sorpresa è la radiosa Julie Christie, bella come il sole e perfetta nel suo mix di sensualità e fragilità, che divenne un'icona di bellezza, di libertà e di moda (le sue minigonne colpirono fortemente l'immaginazione di uomini e donne in tutto il mondo), affermandosi prepotentemente come nuova star di Hollywood, anche grazie alla vittoria dell'Oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione di Diane Scott. Non c'è alcun dubbio che il 1965 fu il suo anno trionfale, in cui entrò nel cuore del pubblico internazionale sia grazie a questo film che al pluripremiato melodramma Il dottor Zivago (Doctor Zhivago, 1965) di David Lean, dove la Christie interpreta la dolce Lara, che commosse i romanticoni di ogni latitudine. Darling vinse in tutto tre premi Oscar: all'attrice, alla sceneggiatura ed ai costumi di Julie Harris. Delle tre collaborazioni tra Schlesinger e la Christie questa è sicuramente quella più riuscita. Nel film fa una piccola apparizione la giovanissima Silvia Dionisio, attrice e modella romana che assunse una certa notorietà negli anni '70 come sexy starlet del nostro cinema di genere.

Voto:
voto: 3/5

Belfagor - Il fantasma del Louvre (Belphégor - Le fantôme du Louvre, 2001) di Jean-Paul Salomé

Nei sotterranei del Louvre viene ritrovato un antico sarcofago egiziano contenente la mummia di un principe chiamato Belfagor. Glenda Spencer, famosa studiosa inglese dell'antico Egitto, riceve l'incarico di studiare il reperto ma si accorge subito che qualcosa di inquietante sta per accadere. Dopo millenni lo spirito del principe si risveglia e possiede il corpo di Lisa, una giovane donna che gestisce un negozio di souvenir vicino al museo e che è entrata di soppiatto, di notte, nel suo interno. Mentre il fantasma di Belfagor semina il terrore all'interno del Louvre, l'anziano commissario Verlac inizia a indagare sulla vicenda e la ricollega ad un vecchio caso insoluto degli anni '60. Remake modernizzato, di produzione francese ma realizzato "all'americana", di un super classico della storia della televisione: lo sceneggiato di culto "Belfagor o Il fantasma del Louvre" andato in onda per la prima volta nel 1965, in 4 puntate, sulla tv pubblica francese ORTF. La miniserie ebbe uno straordinario successo di pubblico e di critica e venne trasmessa anche dalla nostra RAI (la prima volta nell'estate del 1966 in 6 puntate), bissando e addirittura superando il riscontro positivo. Divenne rapidamente un fenomeno popolare, fu replicato diverse volte per tutti gli anni '70 e terrorizzò gli adolescenti dell'epoca, entrando nell'immaginario collettivo come icona del genere horror. L'immagine di Belfagor che si aggira di notte silenzioso, con il suo costume inquietante, nelle grandi sale deserte del più famoso museo del mondo, ha turbato a lungo i sogni di almeno una generazione. Peccato che questo rifacimento, oggettivamente eseguito con la mano sinistra e senza alcun rispetto nei riguardi del modello di ispirazione, sia una delusione sotto tutti i punti di vista, nonostante il cast imponente (Sophie Marceau, Michel Serrault, Frédéric Diefenthal, Julie Christie, Jean-François Balmer) e il budget notevole investito negli effetti speciali (che risultano però invadenti, fasulli e talvolta pacchiani). I nostalgici appassionati della serie in bianco e nero farebbero meglio ad evitarlo come la peste, perché la loro costernazione nel confronto impietoso con l'originale sarà ancora maggiore. Le atmosfere occulte, la fascinazione misteriosa, la cupezza minacciosa e la tensione sottile presenti nello sceneggiato del '65 sono del tutto sparite, annegate tra artificiosi effetti visivi, dialoghi risibili, situazioni scontate e persino qualche sequenza "scult" di ridicolo involontario. C'è davvero pochissimo da salvare: la bellezza imponente dei saloni e dei corridoi del Louvre che sono un set cinematografico straordinario e le buone interpretazioni di Michel Serrault e Julie Christie, il cui talento emerge cristallino nelle scene in cui recitano insieme. L'operazione ricorda, anzi peggiora di molto, per i suoi esiti maldestri e pasticcioni, quella eseguita da Hollywood sul classico horror "La mummia".

Voto:
voto: 1,5/5

venerdì 11 marzo 2022

La fidélité (2000) di Andrzej Zulawski

La fotografa Clélia, molto apprezzata nel suo ambiente per la sua abilità, viene assunta da Lucien Macroi, ricco magnate della stampa scandalistica, ma riesce a sottrarsi al suo corteggiamento asfissiante. Clélia finisce per sposare il raffinato editore Clèves, invero più per ammirazione e riconoscenza che per amore, ma la sua fedeltà viene messa a dura prova dall'incontro fatale con il tormentato Nemo, reporter d'assalto che vive la sua vita all'eccesso e con cui, un tempo, c'era già stato del tenero. Questo tesissimo melodramma ad effetto, scritto e diretto da Andrzej Zulawski e liberamente ispirato al romanzo "La principessa di Clèves" di Madame de La Fayette, segna la quarta e ultima collaborazione tra il regista e la sua "musa"  (e all'epoca compagna di vita) Sophie Marceau. Ben interpretato da un cast in gran forma, che oltre alla diva francese vede la presenza di Pascal Greggory, Guillaume Canet, Magali Noël e Michel Subor, è un film lungo, intenso, complesso, cupamente "romantico" alla maniera dell'autore, denso di spunti, di intrecci, di sottotesti impegnati e di lampi di critica sociale, pur rimanendo estremamente fedele all'idea di cinema di Zulawski, in bilico sui confini dell'estremo, del metafisico e del turpe. E' uno dei film più equilibrati dell'autore polacco, un ritratto psico-sentimentale costruito sui dissidi: tra fedeltà e desiderio, borghesia e anarchia, messe a fuoco e sfocature, anima e carne, violenza e tenerezza. L'espediente della fotografia è una sorta di "terzo occhio" che costruisce un ulteriore livello privilegiato attraverso cui lo sguardo del regista ispeziona, analizza, accarezza, fruga e mette a nudo il corpo, le pulsioni e i tormenti interiori della sua protagonista, costruendo percorsi arcani e dedali tortuosi, a base di allegorie, esasperazioni, perlustrazioni, all'insegna di un feticismo visivo eseguito con geometrica precisione. Gli svariati virtuosismi stilistici nel racconto per immagini e nelle inquadrature, rendono perfettamente il senso di sbandamento emotivo, l'angoscia interiore, l'intimo disagio di Clélia che è tanto audace e sicura di sè quando impugna la macchina fotografica, quanto disarmata e confusa nella vita sentimentale. Distribuito in Italia con 2 anni di ritardo, questo ennesimo ritratto di Zulawski su quella violenta "follia" che è l'amore, ne declina un inno, incandescente e problematico, che vede nell'arte l'unica estrema possibilità di salvezza, la prospettiva illuminata che consente alle passioni di liberarsi dal giogo delle convenzioni moralistiche e di librarsi leggere, nella loro tragica bellezza, anche solo per un attimo, per un fugace battito di ciglia, come in uno scatto fotografico.

Voto:
voto: 3,5/5

Amour braque - Amore balordo (L'amour braque, 1985) di Andrzej Zulawski

Il truce Mickey è un rapinatore francese che lavora al soldo dei fratelli Venin, spietati capi di una banda di criminali senza scrupoli che gestiscono il racket della droga e della prostituzione. A bordo di un treno che lo riporta a Parigi, Mickey conosce e prende in simpatia Léon, un fuggiasco ungherese di nobili origini e con disturbi mentali. Giunti a destinazione, l'uomo introduce Léon nel suo ambiente e lo presenta alla sua ragazza, la bella Marie, vessata dalle angherie dei Venin. Tra Marie e Léon esplode una passione incontenibile che avrà sanguinose conseguenze. Sesto lungometraggio del visionario Andrzej Zulawski, polacco nato in Ucraina ma francese di adozione. Questo truce melodramma gangsteristico, liberamente ispirato al celebre capolavoro letterario "L'Idiota" di Fëdor Dostoevskij, è il quarto film francese del controverso autore ed il primo con protagonista Sophie Marceau, l'ex ragazzina romantica de Il tempo delle mele (La boum, 1980), che diventerà, dopo questo film, la sua attrice feticcio, la sua musa e la sua donna per circa 16 anni. L'incontro artistico con Zulawski è stato decisivo e fondamentale per la Marceau, imprimendo alla sua carriera una svolta cruciale ed una crescita improvvisa, spazzando via la sua reputazione di sdolcinata interprete di commedie sentimentali. Solo un regista "folle" come Zulawski poteva trasformare l'idea di base del romanzo di Dostoevskij in un delirio nevrotico, esagitato, convulso e sopra le righe a base di violenza, sesso, sangue e azione frenetica. Una love story torbida, eroticamente conturbante e intrinsecamente "maledetta" sullo sfondo caotico della malavita parigina degli anni '80. Il risultato è un film isterico e diseguale, ideologicamente vulcanico e moralmente abbietto, carico di energia e di fascino oscuro, a tratti parossistico nella sua furia barocca e nella sua costante ricerca dell'eccesso, ma anche ricco di intuizioni, di sequenze cinematograficamente potenti e capace di rimanere in funambolico equilibrio sul filo teso di un cupo grottesco. Può essere visto come una giostra spericolata che contiene tutto il meglio e tutto il peggio dell'estetica di Zulawski. Accanto alla Marceau vanno segnalati Francis Huster e Tchéky Karyo, molto bravi a tratteggiare i rispettivi personaggi. In Italia la censura dell'epoca sforbiciò molte sequenze della pellicola, ritenendole troppo "spinte", ma l'originale è fortunatamente recuperabile (anche in versione doppiata) nella completa edizione in DVD uscita nel 2008.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 10 marzo 2022

Enrico V (Henry V, 1989) di Kenneth Branagh

Nell'Inghilterra del 1415 il giovane re Enrico V Plantageneto, retto e risoluto, viene spinto dall'influenza delle autorità ecclesiastiche e dalla sua corte di consiglieri all'impresa dell'invasione militare della Francia, rivendicando un suo presunto antico diritto sul trono francese, attualmente in possesso del sovrano Carlo VI. La campagna bellica si rivela ben presto difficile oltre ogni previsione ed Enrico deve affrontare un nemico enormemente soverchiante nel numero di forze in campo, ma anche una serie di congiure interne. Tuttavia l'eroismo degli inglesi e la fiera tenacia del loro re li porterà ad una incredibile vittoria nella memorabile battaglia di Azincourt, che farà salire Enrico V agli onori della gloria, aprendogli la strada verso un matrimonio politico con la figlia di Carlo VI e la conquista del trono di Francia. Folgorante esordio in cabina di regia di Kenneth Branagh, qui nella tripla veste di regista, sceneggiatore e attore protagonista. Considerato da molti un giovane prodigio del cinema e del teatro britannico, grande appassionato e conoscitore di Shakespeare che ha mosso i suoi primi passi sulle orme del suo nume tutelare, il leggendario Laurence Olivier, Branagh viene generalmente visto in patria come il suo naturale "erede", non senza benevola esagerazione. E non è un caso che la sua opera prima, tratta dall'omonimo dramma storico shakespeariano, sia proprio il rifacimento del capolavoro Enrico V (The Chronicle History of King Henry the Fiftth with His Battle Fought at Agincourt in France, 1944), diretto e interpretato da Laurence Olivier e rimasto impresso nella storia del cinema britannico. La versione di Branagh è meno epica e meno grandiosa, ma più furiosa, tetra, brutale, svelta e vicina alla sensibilità moderna. Sia nelle ruvide sequenze di battaglia che nel disegno psicologico dei personaggi, il nuovo Enrico V appare più scattante e schietto, molto fedele al testo "sacro" del Bardo ma esteticamente cupo e ideologicamente appassionato. Un po' debole nel finale alleggerito da indulgenze romantiche, si avvale però di alcune sequenze notevoli, di una trascinante frenesia e della pregevole invenzione del "Coro" ridotto ad un unico personaggio (lo straordinario Derek Jacobi), una sorta di narratore collocato in tempo moderno che, rivolgendosi direttamente agli spettatori, introduce, spiega e sostiene l'azione, accompagnando le immagini con monologhi di stampo teatrale. Di grande livello il cast, che, oltre a Branagh e Jacobi, vede in scena Brian Blessed, Ian Holm, Robbie Coltrane, Judi Dench, Richard Briers, Richard Easton, Emma Thompson (all'epoca moglie del regista) ed un giovanissimo Christian Bale. Il film ebbe tre nomination agli Oscar (tra cui miglior regia e miglior attore protagonista per Kenneth Branagh) e vinse la statuetta per i migliori costumi di Phyllis Dalton, al suo secondo Oscar dopo quello già ottenuto per Il dottor Zivago (Doctor Zhivago, 1965) di David Lean.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Belfast (2021) di Kenneth Branagh

In un popoloso quartiere proletario della Belfast del 1969, il piccolo Buddy (di 9 anni) vive felicemente insieme alla sua famiglia: due genitori belli e solidi che si amano moltissimo, due nonni affettuosi ed un fratello maggiore. Tutto il suo mondo fatto di giochi, scorribande con gli amici e pazienti attese del padre che lavora a Londra ma rincasa puntualmente nei weekend, viene messo in crisi dallo scoppio del conflitto nord-irlandese tra protestanti e cattolici, con i primi, guidati da facinorosi oltranzisti e da pericolosi teppisti, che prendono di mira i secondi infiammando le strade con scontri violenti, attacchi in bande armate e persecuzioni discriminatorie. In breve il quartiere, che ha sempre vissuto pacificamente con la minoranza cattolica, diventa territorio di scontro di una guerra dalle radici lontane che farà del territorio dell'Ulster un campo di battaglia, tra barricate difensive, cariche della polizia, blindati dell'esercito e continue incursioni delle gang protestanti. Nonostante la pericolosità della situazione Buddy e sua madre non intendono lasciare il luogo natio per nessuna ragione, mentre sua padre cerca di convincerli a trasferirsi all'estero in cerca di un futuro migliore. Nonostante la tensione sociale, le condizioni indigenti, i numerosi debiti, le incomprensioni e le difficoltà lavorative, la famiglia rimane sempre saldamente unita, in nome di un amore superiore a qualunque avversità. Il 18-esimo lungometraggio di Kenneth Branagh regista (e stavolta anche produttore e sceneggiatore) è uno dei suoi lavori più brillanti, riusciti e sentiti: un arioso dramma autobiografico ispirato al mondo della sua infanzia e dedicato alla città dove è nato e cresciuto e che, parole sue, ti resta dentro per sempre. E' quasi una prassi abituale per molti autori di cinema confrontarsi, prima o poi, con il proprio passato e raccontarlo attraverso un film. Da Truffaut, I 400 colpi (Les Quatre Cents Coups, 1959), a Fellini, Amarcord (1973), da Bergman, Fanny e Alexander (Fanny och Alexander, 1982), a Chaplin, Il monello (The Kid, 1921). Anche Steven Spielberg sta lavorando proprio in questo momento ad un'opera basata sulle proprie memorie infantili ed il suo altrettanto celebre amico e collega, George Lucas, aveva già realizzato qualcosa di analogo con American Graffiti (1973). Kenneth Branagh è uno di quegli irlandesi che sono andati via (citando la bella dedica dell'epilogo), ma che hanno lasciato un pezzo di cuore in quella loro terra meravigliosa e tormentata, carica di passioni e di contrasti. Attraverso l'alter ego Buddy il regista racconta il mondo magico e difficile dei suoi primi anni di vita nella Belfast sconquassata dai "troubles" e per farlo adotta una sontuosa confezione estetica in bianco e nero ed un registro narrativo agile e delicato, mai patetico, carico di brio, di entusiasmo e di tenerezza, asciugando saggiamente le stucchevolezze nei momenti drammatici e irradiando i suoi personaggi di una luce carezzevole, dolcemente nostalgica e fieramente amorevole. E' giusto affermare che questa pellicola sia un'autentica lettera d'amore di Kenneth Branagh alla sua città natale, al suo quartiere operaio e ad un'epoca più ingenua e spontanea in cui tutto il mondo era in una strada, ed era più che abbastanza per essere felici, nonostante tutto. Al netto di qualche passaggio lezioso e di qualche forzatura autoreferenziale (il piccolo Buddy che legge un fumetto di Thor), il film scorre con lieve piacevolezza, rasserena, appassiona e riesce a toccare abilmente i sentimenti soprattutto nelle sequenze con i nonni. Bravissimi tutti gli attori, selezionati e diretti alla perfezione, al punto che è arduo stilare una graduatoria di merito: da Caitriona Balfe a Judi Dench, da Ciarán Hinds a Jamie Dornan, senza dimenticare il piccolo Jude Hill, che quando sorride disarma anche lo spettatore più cinico e diffonde una contagiosa dolcezza infantile dallo schermo. Sono molte le scene di grande effetto e di morbida soavità, a cominciare da quelle ambientate a cinema o a teatro, le uniche in cui il regista ha scelto di utilizzare i colori per sottolineare il senso di meraviglia provato da Buddy, quell'incanto fantastico che probabilmente fece germogliare in lui stesso la passione per l'arte e per la recitazione. Acclamato (forse anche troppo esageratamente) da tutti i critici e gli addetti ai lavori, Belfast si è guadagnato 7 prestigiose candidature agli ormai imminenti premi Oscar 2022, tra cui miglior film, regista, sceneggiatura e attori non protagonisti (i magnifici Ciarán Hinds e Judi Dench). Menzione speciale per le canzoni originali del mitico cantautore Van Morrison, irlandese di Belfast e figura di prima grandezza della scena musicale internazionale, le cui influenze su cantanti e gruppi ben più conosciuti al grande pubblico sono state molteplici. Una delle 7 candidature è meritatamente sua, per la splendida "Down To Joy"; la prima della sua straordinaria carriera.

Voto:
voto: 3,5/5

martedì 8 marzo 2022

Drive My Car (Doraibu mai kâ, 2021) di Ryûsuke Hamaguchi

Yûsuke Kafuku è un famoso attore e regista teatrale giapponese, la cui vita è stata segnata da dolorosi traumi che gli hanno lasciato ferite profonde nell'animo. L'ultimo è la morte improvvisa della sua amata moglie, che gli faceva anche da sceneggiatrice, con cui condivideva un forte sentimento, una grande intesa sessuale e l'attitudine di inventare "storie", mescolando l'arte e la vita. Due anni dopo il lutto l'uomo accetta un incarico a Hiroshima, dove dovrà dirigere un adattamento dello "Zio Vanja" di Cechov, facendo coesistere una pletora di attori che parlano lingue diverse e che non si capiscono tra loro. Durante i suoi spostamenti gli viene assegnata una giovane autista, Misaki, ragazza riservata ma con un tumultuoso mondo interiore, con cui Kafuku, dopo una certa riluttanza iniziale, riesce ad instaurare un sincero rapporto umano che gli apre nuove prospettive di sguardo. Tra le estenuanti prove in teatro e i viaggi all'interno della Saab 900 rossa, Kafuku rielabora il suo passato, i suoi lutti, le sue ossessioni e si pone alla ricerca di un altro sè. Questo struggente dramma esistenziale di Ryûsuke Hamaguchi, scritto dal regista insieme a Takamasa Oe, e tratto dal racconto breve omonimo di Haruki Murakami (contenuto nella raccolta "Uomini senza donne"), è, probabilmente, il film orientale più importante dell'anno 2021. Unanimemente lodato dalla critica internazionale e già premiato in sedi eccellenti (Prix du scénario al Festival di Cannes, Golden Globe al miglior film straniero e quattro candidature pesanti agli Oscar 2022, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura), è un sommesso viaggio spirituale che ha il suo centro emotivo nell'incontro tra due solitudini, raccontato magnificamente con i tempi (lenti) ed i modi (profondi) tipici del cinema nipponico. E' anche un film impegnativo, molto parlato ma anche molto sottinteso, fatto di dialoghi, di silenzi, di sguardi e di momenti intimi che si fanno poesia, a cominciare dal lungo prologo introduttivo che ci immerge nel mondo matrimoniale di Kafuku con elegante sensualità, purezza espressiva e forza evocativa. Miscelando abilmente memorie, sentimenti, vita e teatro, il film sovrappone ed interseca il piano artistico con quello esistenziale, il processo creativo con quello emozionale, le parole "sacre" di Cechov con i pensieri del protagonista, utilizzando uno stile asciutto che opera per sottrazione, che lavora per ricchezza di sfumature e che ci accompagna per mano verso la magnifica catarsi finale. La difficoltà di comunicazione (rappresentata metaforicamente dagli attori che parlano idiomi differenti) è un problema atavico che affligge l'uomo e ne mina tutte le manifestazioni, nella realtà come nell'arte, ma che può essere almeno parzialmente superata solo con un mutuo atto di apertura, di reciproco avvicinamento e di conseguente "messa a nudo". Assolutamente straordinaria, in tal senso, la sequenza del monologo teatrale che viene "recitato" con il linguaggio del corpo attraverso la lingua dei segni, un momento di grande cinema che sa regalare emozioni raffinate, per spettatori dal palato fine. E' anche un film di luoghi, in cui gli spazi fisici, tutti limitati e finemente esplorati (la casa-talamo, gli interni dell'auto e il palcoscenico), diventano un'estensione spirituale di emotività, passioni, frustrazioni, impedimenti, sensi di colpa e pulsioni, in un tormentato percorso intimo che deve necessariamente passare attraverso la distruzione, prima di poter ambire alla risalita. Le parole, intese come concetto astratto, non necessariamente parlate ma come pura forma di un'idea, di una fantasia o di un moto artistico, sono il vero filo conduttore dell'opera, a cominciare dalla magnetica lunga parte iniziale (i titoli di testa appaiono dopo circa 40 minuti!) in cui le "storie" inventate da Oto, moglie di Kafuku, assumono una valenza erotica, immaginifica, vitale, come una sorta di rifugio dell'anima. Nel nostro paese ha avuto una distribuzione limitata passando praticamente in sordina, ma ha fatto maggiormente parlare di sè dopo l'ingresso di È stata la mano di Dio (2021) di Paolo Sorrentino nella prestigiosa cinquina finale che si contenderà l'Oscar 2022 al miglior film straniero. Indicato da tutti gli addetti ai lavori (e dallo stesso Sorrentino, forse non senza napoletana scaramanzia) come il "rivale" più pericoloso e il più probabile vincitore dell'ambita statuetta, Drive My Car appartiene, effettivamente, ad una categoria di cinema più alto, più elegante, più sottile e più suggestivo. Aspettando il responso definitivo dell'Academy, che arriverà nella notte italiana del 28 marzo, e pur facendo ovviamente il tifo per il nostro bravo regista, non si può non riconoscere la superiorità artistica del film di Hamaguchi.

Voto:
voto: 4,5/5