mercoledì 23 marzo 2022

La tela dell'inganno (The Burnt Orange Heresy, 2019) di Giuseppe Capotondi

Un affascinante critico d'arte, James Figueras, si reca insieme alla sua ragazza Berenice, da poco conosciuta durante una delle sue conferenze, in una splendida villa sul lago di Como, residenza abituale di Joseph Cassidy, un ricco collezionista di opere d'arte. Cassidy ha convocato il noto critico per proporgli un affare: lui gli consentirà di intervistare il grande Jerome Debney, leggendario pittore ritiratosi in un volontario esilio da circa 50 anni, in cambio del furto di una tela che Debney custodisce gelosamente, una delle poche scampate ad un incendio che ne ha distrutto gran parte della collezione. Opera seconda di Giuseppe Capotondi, scritta dall'americano Scott B. Smith come adattamento del romanzo "Il quadro eretico" di Charles Willeford. E' un noir in cadenze da thriller ambientato nell'affascinante mondo dell'arte, dei pittori e dei collezionisti, forte di ambientazioni sontuose e di atmosfere glaciali, con l'azione spostata dalla Florida alla Lombardia (Milano, Como) e con un bel cast internazionale che annovera nomi come Donald Sutherland, Claes Bang, Elizabeth Debicki ed il celebre frontman dei Rolling Stones, Mick Jagger. Tra suggestioni hitchcockiane, colpi di scena ad effetto ed un costante senso di minaccioso sospetto che aleggia sui personaggi fin dalle prime scene, questo film sul tema della manipolazione della verità, in cui i quadri rappresentano il simbolo nobile di una purezza astratta da preservare dai filtri retorici che intendono etichettarli, è come un puzzle fatto di incastri progressivi, invero non tutti congrui e non sempre equilibrati, alla ricerca del vero che si nasconde dietro la maschera che ciascuno indossa. Complessivamente risulta più ambizioso ma meno riuscito del lungometraggio di esordio dell'autore, La doppia ora (2009), eppure ha con esso una naturale affinità in termini di stile, tematiche e intenzioni. Il ragionamento contenuto nel sottotesto sullo sguardo che "profana" e corrompe l'armoniosa magia dell'arte e sull'aura che inevitabilmente alimenta il mito di ciò che resta nascosto, è intrigante, ma qui viene portato (specialmente nella parte finale) verso lidi di artificioso estremismo. Orientarsi nel labirinto concettuale tra ciò che è falso, ciò che è vero e ciò che è una copia sarà impresa ardua per lo spettatore, ma anche uno stimolo per immergersi in un universo di matrice allegorica che allude, evidentemente, al contemporaneo sociale. In generale i momenti ironici, in cui il regista prende in giro la vanità, l'avidità o il conformismo modaiolo dei tanti "soloni" che gravitano intorno al mondo dell'arte, funzionano meglio di quelli thriller, in cui il film talvolta indulge in qualche inciampo illogico di troppo. Presentato in anteprima come pellicola di chiusura della 76° edizione del Festival di Venezia, in Italia non è mai stato distribuito nelle sale, ma è uscito direttamente sui canali televisivi di SKY Cinema.

Voto:
voto: 3/5

La doppia ora (2009) di Giuseppe Capotondi

Sonia è una ragazza slovena che vive a Torino dove lavora come cameriera d'albergo. Attraverso un'agenzia che organizza "speed date" per far incontrare "cuori solitari", conosce Guido, un ex poliziotto ombroso che si occupa della sicurezza di una lussuosa residenza aristocratica collocata in un bosco, fuori dal centro abitato. Tra i due scatta la passione ma una tragedia inattesa li attende: durante una visita alla grande villa dove Guido lavora come custode, una banda di ladri armati irrompe nella casa e li immobilizza sotto minaccia per rubare tutte le opere d'arte e gli oggetti di valore. Ci scappa il morto, ma questo è solo l'inizio di un lungo incubo. Interessante esordio cinematografico del marchigiano Giuseppe Capotondi, passato dai videoclip musicali al cinema dopo una lunga gavetta, con questo cupo thriller onirico di suspense costruito sul confine tra inganno e verità, in un riuscito gioco di chiaroscuri che, fin dal terribile inizio straniante, lascia trasparire che le cose potrebbero non essere esattamente come sembrano. Senza svelare altro della trama, che prevede una serie di svolte e di sorprese, possiamo dire che questo film, passato praticamente in sordina nonostante la vetrina (e i premi) alla rassegna festivaliera veneziana, si avvale di riuscite atmosfere dark, di una sottile costruzione della tensione psicologica e di due personaggi ben delineati, ottimamente interpretati da Kseniya Rappoport e Filippo Timi. L'attrice russa, ormai stabilmente "adottata" dal nostro cinema dopo il suo folgorante esordio sotto la regia di Tornatore, ha ricevuto, per la sua performance dolorosamente intensa, la Coppa Volpi al Festival di Venezia 2009 come migliore interprete femminile. Alcune forzature macchinose pur presenti nell'impianto narrativo vengono risolte con agile disinvoltura grazie al buon lavoro di scrittura (la sceneggiatura è firmata da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo), al talento degli attori che sanno rendere "credibile" il proprio tormento interiore e ad una regia accorta che, senza strafare, favorisce una più affascinante ambiguità di fondo rispetto alle risoluzioni nette. Il suggestivo epilogo è l'apice emblematico di questo discorso, ma probabilmente rende il film meno appetibile per il pubblico medio. Nonostante sia un'opera intima e di nicchia, si è spesso parlato di un possibile remake americano e, nel 2011, il regista Joshua Marston ha confermato l'avviamento del progetto. Un progetto che però, finora, non ha ancora visto la luce (ma non è detto che questo sia un male). Sul filo astratto della "doppia ora" (ovvero quell'istante fugace in cui ore e minuti si eguagliano e potrebbero avverarsi i desideri), questo fosco affresco di solitudini e di anime perse alla disperata ricerca di "qualcosa", possiede la personalità per affrancarsi come un tentativo diverso in un panorama cinematografico generalmente asfittico come quello italiano contemporaneo.
 
Voto:
voto: 3,5/5

venerdì 18 marzo 2022

Acque profonde (Deep Water, 2022) di Adrian Lyne

Vic e Melinda sono una coppia dell'alta borghesia di New Orleans. Vivono in una grande casa fuori città, hanno una splendida bambina e conducono una vita agiata e mondana tra feste e sollazzi. Lui è un genio diventato ricco per aver costruito un microchip che guida i droni militari dritti al bersaglio e adesso, nonostante la giovane età, vive di rendita dedicandosi alla famiglia e ai passatempi. Lei è una ragazza bella, vivace e spudorata, che intrattiene frequenti relazioni con altri uomini anche davanti agli occhi del marito, stuzzicandolo maliziosamente, e lui sembra accettare a malincuore perchè troppo innamorato di lei. Quando gli amanti di Melinda cominciano a sparire nel nulla, inizia a circolare la voce che Vic li abbia uccisi per gelosia. Cosa si nasconde dietro a questa strana coppia? Esattamente 20 anni dopo il suo ultimo lungometraggio, Unfaithful - L'amore infedele (Unfaithful, 2002), Adrian Lyne torna a dirigere un film adattando il romanzo omonimo di Patricia Highsmith, già portato al cinema nel 1981 dal francese Michel Deville con Eaux profondes, che vedeva come magnifici protagonisti due giganti della recitazione quali Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert. L'inevitabile confronto con l'originale francese, di cui questo film costituisce un remake americano aggiornato al linguaggio dei nostri tempi, è impietoso e deficitario per la nuova versione, eppure il thriller erotico dalle suggestioni morbose e dalle atmosfere oscure dovrebbe essere una materia perfettamente nelle corde del regista inglese, che negli anni '80 e '90 aveva ottenuto grande successo di pubblico proprio cimentandosi con questo genere. Senza rivelare dettagli sull'evoluzione della trama possiamo dire che questo Deep Water è un falso giallo che ruota intorno alla tematica degli amori "malati", con tutte le relative implicazioni psicoanalitiche e sadomasochistiche, cercando di esplorare quel mondo misterioso, indefinibile e talvolta inquietante che è la sessualità. Tradimenti, delitti, erotismo audace, trasgressioni proibite e cupi risvolti psicologici sono tutti argomenti ricorrenti nella filmografia di Adrian Lyne, basti solo ricordare il celeberrimo (e sopravvalutato) Attrazione Fatale (Fatal Attraction, 1987) per capirlo. Ma il risultato finale è ampiamente deludente in questa pellicola che risulta scialba, dimessa, superficiale, mai veramente capace di assestare il colpo che non ti aspetti, il guizzo imprevedibile, ma che scorre via innocua senza mai riuscire a coinvolgere, a turbare, a sedurre o ad intrigare lo spettatore. I due protagonisti (Ben Affleck e Ana de Armas) fanno un discreto lavoro e non sono loro il problema maggiore di quest'opera esile, che paga lo scotto di una sceneggiatura inerte e di una regia poco coraggiosa, che non va mai oltre la patina ma si limita a girare intorno al cuore nero della vicenda. Anche le scene di sesso, di cui si era fatto un gran parlare prima dell'uscita (probabilmente per motivi pubblicitari) sono puramente convenzionali e nettamente al di sotto degli standard dell'autore. Paradossalmente, visto che stiamo parlando di un thriller psicologico di matrice erotica, le scene che restano più impresse sono quella della piccola Trixie (un vero splendore di bambina) che canta in macchina con suo padre e l'esecuzione canora di Ana de Armas che si cimenta (anche in un accettabile italiano ascoltabile nella versione originale) nell'esecuzione di un grande classico come "Via con me" di Paolo Conte. E questo la dice lunga sull'efficacia della trasposizione del torbido racconto della Highsmith, sempre interessata nelle sue opere al lato oscuro della natura umana.
 
Voto:
voto: 2/5

La persona peggiore del mondo (Verdens verste menneske, 2021) di Joachim Trier

Julie, giovane ragazza di Oslo, disinibita, irrequieta e mutevole, è giunta alla soglia dei 30 anni ma non sa ancora decidere su cosa fare "da grande". Umorale e incline a repentini cambiamenti, modifica di continuo le sue aspirazioni in ambito professionale e, nella vita sentimentale, salta con leggerezza da una relazione all'altra. L'incontro con Axel, scrittore di fumetti politicamente scorretti ben più grande di lei, sembra darle la sicurezza di una storia d'amore solida e concreta. I due decidono di convivere ma, ben presto, le differenze di vedute in ambito di costruzione di una famiglia insieme finiscono per allontanarli. Nonostante l'amore che li lega, la volubile Julie s'invaghisce di Eivind, un baldo giovanotto conosciuto ad una festa che la corteggia con stravagante sensualità. Combattuta tra fedeltà e tentazione, la donna entra in crisi e deve prendere una difficile decisione. Questa frizzante pellicola agrodolce, scritta e diretta con spigliata energia dal danese Joachim Trier, è un audace racconto di formazione in bilico tra commedia e dramma, pervaso da un romanticismo eccentrico, da un'ironia intelligente (e tipicamente nordica), da un fatalismo disarmante, da una sensualità morbida e da una briosa agilità, che gli consente di affrontare tematiche anche molto scottanti senza pedanterie seriose, ma con la grazia dell'incoscienza giovanile. Forte di una sceneggiatura eccellente, di un ritmo sciolto, di dialoghi pungenti e di una protagonista straordinaria, magnificamente interpretata dalla radiosa Renate Reinsve, questo autentico gioiellino norvegese, strutturalmente diviso in 12 capitoli, un prologo ed un epilogo, può essere visto come un lucido affresco delle nuove generazioni, con particolare riferimento all'universo femminile. Julie è l'emblema delle giovani donne moderne: libere, emancipate, inquiete, irrisolte, spavalde, smaliziate, ideologicamente lontane dai vecchi tabù e dai retaggi di un'epoca moralista che hanno sentito raccontare dai padri, pronte ad impugnare con decisione la loro vita, ma anche incapaci di farlo perchè confuse dalla vastità delle scelte, dall'apparente molteplicità di prospettive che, spesso, può provocare frustranti blocchi. Nell'attuale opulenza della privilegiata società occidentale i sogni sono smodati, le aspettative sono enormi, le esigenze sono complesse, le direzioni sono variegate e le possibilità sembrano infinite. Ecco quindi che troppe alternative rischiano quasi di diventare come nessuna alternativa e la troppa libertà, così come la ricerca della felicità ad ogni costo secondo modelli precostituiti, può provocare una vera empasse esistenziale, un blocco emotivo, una frustrante confusione sui propri reali desideri. L'amore, il sesso, le insicurezze sul futuro, la decisione di mettere al mondo dei figli, la paura di fallire, la difficoltà di essere compresi e accettati, i rapporti familiari, la mancanza di riferimenti saldi in un mondo troppo fluido e troppo veloce, e, non di meno, le maggiori problematiche nelle relazioni di coppia, dovute alla costante ridefinizioni dei "ruoli", vengono passate in rassegna con la giusta dose di arguzia e spudoratezza, mettendo al bando predicozzi, moralismi e cadute melense, persino nei momenti più drammatici. Anche le battute apparentemente strambe (come quella sul "pene flaccido") assumono un senso preciso nell'ottica di tratteggiare la personalità di Julie, la sua sensibilità ribollente e la sua tempesta interiore di pulsioni: la nostra "eroina" vuol essere artefice (e non solo partecipe) della propria vita, a cominciare dall'intimità sessuale, ma l'intenzione deve poi inevitabilmente scontrarsi con l'effettiva messa in opera. Diverse sono le sequenze notevoli degne di nota, che testimoniano la fertile ricchezza inventiva ed il gran lavoro di scrittura e regia: dal lungo corteggiamento trattenuto al primo incontro tra Julie ed Eivind alla visione di lei che corre nella città immobile (perfetta allegoria dell'estetica romantica ottocentesca di interiorizzazione della realtà), senza dimenticare la bellezza austera dei panorami scandinavi, la surreale scena del sogno lisergico ed il piccolo capolavoro finale del mondo esterno filtrato attraverso i colori della finestra. Il film ha ottenuto ottimi riscontri da parte della critica, due candidature pesanti agli Oscar 2022 (miglior film straniero e migliore sceneggiatura) ed ha vinto (meritatamente) il Prix d'interprétation féminine al Festival di Cannes per la splendida Renate Reinsve.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 16 marzo 2022

Le streghe di Salem (The Lords of Salem, 2012) di Rob Zombie

La bionda Heidi fa la DJ in una radio di Salem, Massachusetts. La cittadina di provincia è tristemente nota per un lugubre evento accaduto nel 1692, quando 19 donne (passate poi alla storie come "streghe di Salem") furono processate e condannate al rogo con l'accusa di stregoneria da parte di un sistema di potere fanatico, misogino, superstizioso e sanguinario. Heidi è ignara di questi vecchi fatti ma, dopo aver ascoltato un disco in vinile ricevuto in regalo da un anonimo misterioso, cade in una strana trance ossessiva che le fa perdere progressivamente il contatto con il mondo reale, come se fosse posseduta da una forza diabolica. Dopo la diffusione via radio della musica del disco, anche altre donne sembrano avere le stesse allucinazioni di Heidi. E' soltanto l'inizio di un terribile incubo, che sembra riportare direttamente ad un'antica maledizione lanciata da una delle donne bruciate vive 300 anni prima. Il quinto lungometraggio horror diretto dal cantante regista Rob Zombie, che lo ha anche scritto e prodotto, è, da un lato, un ritorno alle sue origini (il nostro è nato e cresciuto nella contea di Essex, in cui sorge la città di Salem) e, dall'altro, un tentativo solo parzialmente riuscito di fare un film diverso rispetto al suo stile, meno truce, meno efferato, ma più basato sulle atmosfere malefiche, sugli spettri del passato, sull'inquietudine strisciante, lasciando fuori fuoco spiegazioni ed elementi macabri. Se l'intento è lodevole e l'ambizione è alta, il risultato non è pienamente convincente, perchè Zombie è un regista viscerale, decisamente più a suo agio con la sciabola che con il fioretto, e, in questo caso, stenta a trovare il giusto filo narrativo, girando talvolta a vuoto. Però dal punto di vista tecnico la pellicola è pregevole, l'autore conferma la sua attitudine di visionario "maledetto" e la sua voyeuristica passione per il (bel) corpo della moglie Sheri Moon, a cui offre, per la prima volta, il ruolo di protagonista assoluta. Questo gotico moderno con le radici piantate in un oscuro passato di violenze, abusi e superstizioni all'alba della nazione americana, gioca con la fascinazione del male, con le suggestioni sinistre e cerca ardite connessioni con il cinema di Roman Polanski o di Ken Russell, dal cui talento però Rob Zombie è parecchio lontano. Ma il cambiamento estetico e la ricerca di un diverso registro espositivo sottintende un approccio autoriale al genere horror, ponendo il regista su un livello diverso (e più elevato) rispetto ai tanti mestieranti di categoria, che si limitano ad un bieco accumulo di scioccanti truculenze per fini puramente commerciali. Anche in questo film fa la sua apparizione il caratterista Sid Haig, interprete "feticcio" di Rob Zombie, scomparso nel 2019.

Voto:
voto: 3/5

Una famiglia vincente - King Richard (King Richard, 2021) di Reinaldo Marcus Green

Nei primi anni '90, a Compton, degradato ghetto afroamericano all'estrema periferia di Los Angeles, la famiglia Williams (formata dal padre Richard, sua moglie Brandy e 5 splendide figlie femmine di cui due, Venus e Serena, nate dalla coppie e 3 da un precedente matrimonio di Brandy) si adopera febbrilmente per educare al meglio le ragazze, farle crescere in modo sano e tenerle lontane dai molti pericoli del quartiere, rifugio abituale di gang di strada, spacciatori e criminali di ogni genere. Richard, uomo testardo, risoluto e tutto d'un pezzo, che ha sofferto molte vessazioni nella sua vita, è ossessionato dal tennis, che lui è riuscito a praticare solo a infimi livelli, ed ha stilato da anni un rigoroso "piano" di allenamento (da lui trascritto rigorosamente su numerose pagine) per far diventare Venus e Serena future campionesse del tennis. A causa delle ristrettezze economiche familiari l'uomo si adopera, con pittoresco entusiasmo e incrollabile dedizione, per convincere un allenatore prestigioso a fare da insegnante "pro bono" alle sue figlie, scontrandosi con la dura realtà di una società razzista e meschina e di uno sport elitario come il tennis, che è sempre stato ad esclusivo appannaggio dei bianchi di alto rango sociale. Dimostrando una volontà di ferro, una fede assoluta nel suo "piano" e seguito alla lettera, anche nelle sue pedanti bizzarrie, da tutta la sua famiglia, Richard riesce a trovare uno spiraglio, facendo entrare la figlia maggiore, Venus, in un prestigioso club tennistico. Questo sarà solo il primo passo di un incredibile percorso di crescita sportiva, i cui strabilianti esiti supereranno ogni aspettativa. Tranne quelle del sognatore indefesso Richard, che vedrà la realizzazione di quello in cui lui aveva sempre tenacemente creduto. Questo dramma biografico sportivo di Reinaldo Marcus Green è ispirato, con sufficiente realismo e qualche inevitabile deriva romanzata, alla storia vera di Venus e Serena Williams, due leggende del tennis mondiale, nonché le prime donne di colore a raggiungere (e mantenere a lungo) i vertici di questo sport. In particolare la seconda, la sorella minore Serena, cresciuta all'ombra di Venus e sportivamente "sbocciata" qualche anno dopo, viene da molti considerata la più grande tennista di tutti i tempi, o, in ogni caso, una delle prime 3 in assoluto. Nonostante le buone interpretazioni del cast principale (in cui spiccano Will Smith, Saniyya Sidney e soprattutto Aunjanue Ellis nel ruolo della madre) ed un montaggio di vivace agilità che consente di non percepire con pesantezza una lunghezza un po' eccessiva, il film presenta tutti i difetti tipici dei biopic americani: retorica edificante, agiografia monotematica del protagonista, semplificazioni manicheistiche, enfasi sentimentale, semplificazioni volte ad emozionare con ruffianeria la maggioranza del pubblico. Ne vien fuori un ritratto celebrativo a tesi che, più che rivolto al tennis o alle due "reali protagoniste" (Venus e Serena), è accentrato (come da titolo originale) sulla figura carismatica e sui generis del capo famiglia, il "re Richard", padre, "padrone", mentore, allenatore, guida e riferimento delle due talentuose ragazze e del suo intero nucleo familiare. La presenza di Will Smith e delle due vere sorelle Williams in qualità di coproduttori della pellicola, dovrebbe già bastare a capire come tutto sia stato controllato, vidimato e costruito ad arte per raggiungere il suo scopo, ovvero dare a Richard Williams i meriti postumi e il tributo di rito. Will Smith, che da un po' di anni era uscito dal favore dei riflettori di Hollywood, si è cucito addosso un ruolo perfettamente nelle sue corde e la sua notevole interpretazione lo ha posto come favorito principale per la vittoria agli imminenti Oscar 2022 nella categoria di miglior attore (in cui, per adesso, ha ottenuto la sua terza nomination della carriera). Il film, che ha tutti gli ingredienti per conquistare facilmente il pubblico, ha avuto ben 6 candidature agli Academy Awards, tra cui miglior film, migliore sceneggiatura e due agli attori, Will Smith e l'intensa Aunjanue Ellis. Le importanti questioni sociali come il razzismo ed il classismo vengono affrontate in maniera superficiale, badando più alla veemenza di facile presa che alla sottigliezza di sfumature, in perfetto stile delle biografie made in Hollywood. Questa clamorosa vicenda umana di riscatto, di caparbietà, di rigore morale, di disciplina e di talento, ovvero il passaggio da uno squallido ghetto nero al tetto mondiale dello sport, avrebbe sicuramente meritato ben altro spessore ed un approccio più arguto.
 
Voto:
voto: 2,5/5

lunedì 14 marzo 2022

Oscar insanguinato (Theater of Blood, 1973) di Douglas Hickox

Edward Lionheart è un grande attore shakespeariano di teatro, egocentrico, intransigente e purista. Giunto ormai alla fine di una gloriosa carriera si vede negare da una commissione di critici snob il più importante premio teatrale esistente, che a suo giudizio gli spettava di diritto. Umiliato dal verdetto della giuria, Lionheart finge il suicidio gettandosi da un palazzo nel Tamigi, sparisce dalla circolazione per un po' e organizza una sanguinosa vendetta: uccidere tutti coloro che ne hanno offeso la reputazione inscenando i delitti più efferati presenti nelle opere di Shakespeare. Sulla scia del successo dello splendido L'abominevole Dr. Phibes (The Abominable Dr. Phibes, 1971) di Robert Fuest, che rilanciò alla grande la carriera di Vincent Price come icona del genere horror, il regista Douglas Hickox fu chiamato a dirigere questo nuovo gioiello "made in England" che, pur non avendo nulla a che vedere (a parte il protagonista) con il film precedente, ne ricalca l'ingegnoso meccanismo cervellotico della catena di delitti seriali macabri e ritualizzati. Ne accentua però ulteriormente lo stile elegante, le atmosfere stranianti e la natura tragicomica, attraverso un sapiente utilizzo di ironia nera a profusione che diventa irresistibile grazie alla performance monumentale di Vincent Price. Il grande attore sciorina il meglio del suo repertorio e del suo carisma di affabulatore, riuscendo ad essere al tempo stesso teatrale, affascinante, spaventoso, circense e sulfureo in un esercizio di altissima abilità grottesca. Il suo Edward Lionheart è l'anima di questo stravagante horror che si colloca indubbiamente tra i vertici della black comedy britannica, ed il resto lo fanno la cura della messa in scena, la truce fantasia dei delitti ed una notevole dose di effetti gore che lo rendono un prodotto assolutamente sui generis per la forte contaminazioni di stili e la tenuta omogenea dell'impianto estetico. Memorabili i deliranti monologhi di Lionheart/Price e le uccisioni ispirate al "Cimbelino" o al "Tito Andronico" del bardo. Ottime le prove anche del resto del cast tra cui citiamo Diana Rigg, Ian Hendry, Harry Andrews, Coral Browne, Robert Coote. Vincent Price ha sempre dichiarato nelle interviste che questo era il suo film preferito tra quelli da lui interpretati. La visione in lingua originale è preferibile, per godere appieno dell'interpretazione dell'attore e della sua capacità di modulazione della voce. Va steso un velo pietoso sulla maldestra traduzione italiana del titolo: l'Oscar non ha nulla a che vedere nè con il teatro nè con l'Inghilterra.

Voto:
voto: 3,5/5

domenica 13 marzo 2022

La mummia (The Mummy, 1959) di Terence Fisher

In Egitto una squadra archeologica inglese scopre la tomba della principessa Ananka, che contiene il suo corpo mummificato. Il capo della spedizione, Banning, entra per primo nel sepolcro e inizia a leggere un antico papiro, ignaro dell'antica maledizione che grava sul luogo. Come effetto della parole da lui pronunciate ad alta voce, una seconda mummia nascosta in un interstizio della cripta riprende vita dopo millenni: si tratta del sacerdote Kharis, che aveva amato Ananka con tutto sè stesso e aveva cercato di risvegliarla dopo la sua morte precoce attraverso un oscuro rituale. Per questo motivo era stato condannato, maledetto e sepolto vivo insieme al corpo di lei, per vegliare sul suo sonno eterno. La mummia rediviva brama la sua vendetta e inizia a uccidere tutti i membri della spedizione profanatrice. Dopo la loro fuga in Inghilterra, la mostruosa creatura infernale li segue anche lì, con l'aiuto di un invasato assistente. Questo horror della Hammer è uno dei classici meglio riusciti nell'opulenta filmografia della casa di produzione britannica. Si pone come il remake diretto de La mummia (The Mummy, 1932), prodotto dalla Universal, diretto da Karl Freund e con il grande Boris Karloff sotto le bende della diabolica creatura. Ma, per gli elementi della trama e per la presenza di Kharis in luogo di Imhotep, si ispira maggiormente ai 4 sequel che la Universal realizzò tra il 1940 e il 1944. E' un film elegante ed accurato, splendido nell'impaginazione estetica, nella bellezza delle scenografie e nella caratterizzazione dei personaggi. Si avvale del formidabile "tris d'assi" della Hammer: il regista Terence Fisher e gli attori Peter Cushing e Christopher Lee, rispettivamente nei panni dell'archeologo John Banning e della mummia. Lee riconferma le sue grandi doti di icona del genere horror e la sua caratterizzazione del "mostro" è, come al solito, efficace e spaventosa. Dopo una prima fase un po' verbosa e densa di spiegazioni, l'azione prende le mosse e la seconda parte della pellicola sa regalare brividi, tensione e momenti di grande impatto. Come d'abitudine per la Hammer, il film diede inizio ad una piccola saga dedicata alla mummia, con 3 seguiti realizzati tra il 1964 e il 1971, ma tutti nettamente inferiori rispetto a questo piccolo gioiellino del '59 (anche per l'assenza dell'affidabile trio Fisher-Lee-Cushing). Menzione al merito anche per la fotografia di Jack Asher, le musiche di Franz Reizenstein e le scenografie di Bernard Robinson, che evidenziano quanto fossero artisticamente rifiniti i primi lavori della Hammer.

Voto:
voto: 3,5/5

Dracula il vampiro (Dracula, 1958) di Terence Fisher

Dal celebre romanzo omonimo di Bram Stoker, pubblicato nel 1897 e divenuto un grande classico della letteratura horror. Il giovane Jonathan Harker, in missione per conto del dottor Abraham Van Helsing, si fa assumere come bibliotecario nel castello del famigerato conte Dracula in Transilvania. Come sospettato da Van Helsing, Dracula è un vampiro, una creatura infernale assetata di sangue dotata di poteri soprannaturali e capace di propagare il suo "morbo" attraverso il morso. Harker finisce vampirizzato e il diabolico conte mette gli occhi sulla sua fidanzata, Lucy, di cui intende fare la sua sposa. Il fratello di lei e Van Helsing, giunto sul posto, cercheranno di salvarla combattendo il mostro con ogni mezzo. Gli adattamenti cinematografici del libro di Stoker sono stati molteplici, per non parlare poi delle opere derivate dedicate alla figura del "re dei vampiri": tra film per il cinema, film televisivi, sceneggiati, parodie, epigoni e varianti di ogni tipo se ne contano oltre 120. Questo della Hammer Film Productions, diretto da Terence Fisher e scritto da Jimmy Sangster, è uno di quelli meglio riusciti, una pietra miliare del genere vampiresco che tutti gli appassionati dovrebbero obbligatoriamente vedere almeno una volta. La Hammer è stata una casa di produzione britannica che, dalla fine degli anni '50 e per almeno due decenni successivi, divenne famosa per i suoi horror, riprendendo e attualizzando (a cominciare dall'uso espressivo del colore) molti classici del genere già portati al cinema dalla americana Universal negli anni '30. In questo caso il punto di riferimento inevitabile è Dracula (1931) di Tod Browning, targato Universal e con Bela Lugosi nei panni del conte vampiro. Questa versione del '58 è il fiore all'occhiello della storia della Hammer, che per l'occasione mise in campo il suo "dream team": Terence Fisher alla regia, Christopher Lee e Peter Cushing (che divennero rapidamente attori iconici del genere) nei panni di Dracula e della sua nemesi Van Helsing. Il film ebbe uno straordinario successo di pubblico, rinverdì l'oscuro mito del vampiro, terrorizzò gli spettatori di mezzo mondo e definì l'iconografia moderna di Dracula (ormai implicitamente accettata da tutti): cominciando dagli aguzzi canini retrattili, alla visione esplicita del sangue (reso incredibilmente impressionante dall'innovativo utilizzo del technicolor), fino all'aspetto del conte nella sua miscela di perversa sensualità erotica e di truce orripilanza. Il Dracula "seduttore", che prima esercita una diabolica malia sessuale sulle donne per attirarle a sè e poi si nutre avidamente del loro sangue, è nato con questo film. Molto si deve ovviamente all'interpretazione leggendaria di Christopher Lee, che non riuscirà mai più a togliersi di dosso, dopo questo film, il mantello e i canini del vampiro, rimanendo per sempre legato nella memoria del pubblico a questo personaggio. Il grande attore londinese interpreterà, quasi inevitabilmente, lo spaventoso protagonista in tutti i 7 seguiti ufficiali di questa pellicola, tutti prodotti dalla Hammer nel periodo tra il 1966 e il 1976. I patiti dell'horror classico sono eternamente divisi sulla difficile scelta del Dracula migliore, tra quello "elegante" di Bela Lugosi e quello "efferato" di Christopher Lee. La scelta è ardua ed ognuno ha il suo punto di vista, ma è indubbio che la caratterizzazione di Lee è quella che ha segnato più profondamente la ritrattistica del vampiro moderno. La pellicola di Terence Fisher si avvale di numerosi pregi: un ritmo dinamico senza tempi morti, una cura dettagliata delle ambientazioni e dei costumi, il definitivo abbandono del vecchio "romanticismo" melodrammatico legato alla figura del barone vampiro (qui mostrato senza indulgenze come un mostro seducente collegato al sangue), la magia scioccante del technicolor (adesso la cosa può apparire ridicola, ma il pubblico dell'epoca rimase profondamente turbato dalla visione abbondante del rosso del sangue), l'efficace "realismo" lugubre di molte scene. Nonostante le molteplici variazioni rispetto al romanzo ispiratore, il film si mantiene estremamente fedele alla sua essenza ed al suo spirito, soprattutto nella forte scelta di mostrare Dracula (per la prima volta al cinema) come feroce predatore sessuale, creando un evidente sottinteso erotico nell'abbandono con cui le sue vittime femminili gli offrono il collo, rendendosi volutamente inermi in una sorta di estasi carnale ai voleri del mostro. La connessione inconscia tra sessualità e vampirismo toccò nel profondo l'immaginazione degli spettatori, solleticando tematiche "proibite" che all'epoca non potevano essere declamate troppo apertamente senza suscitare "scandalo", e questa fu una delle chiavi decisive del grande successo del film. Analogamente l'allusione "peccaminosa" alla complicità che si instaura tra la vittima e il famelico conte viene sottilmente rappresentata, contribuendo ad aumentare la fascinazione "proibita": Dracula incarna l'istinto sessuale ed è collegato alla notte, al mistero, al male; non entra dalla porta ma dalla finestra, come una tentazione strisciante che si vorrebbe tener fuori ma che risulta troppo forte per potergli resistere. E le sue vittime "preferite" sono, non a caso, donne, ovvero figure che, secondo la morale bacchettona della società vittoriana d'epoca, dovrebbero scegliere necessariamente una nevrotica autocensura delle proprie pulsioni carnali. Molti sociologi stabilirono, a posteriori, una netta connessione tra il perbenismo britannico di quegli anni e il successo popolare della pellicola, come prova di inconscia reazione "trasgressiva". Dovrebbe far riflettere il fatto che il Dracula di Christopher Lee rimane in scena per un minutaggio complessivo di appena 9 minuti in totale (su una durata di 82) e, nondimeno, riesce a risultare assoluto protagonista, aumentando i meriti della performance dell'attore. Da menzionare altresì anche la grande prova di Peter Cushing, autoritario e pietoso, senza dubbio il più carismatico Van Helsing apparso sul grande schermo. Della grande "avventura" produttiva della Hammer, che invero sfornò anche numerose opere men che mediocri, ma ebbe l'indubbio merito di sdoganare definitivamente il genere horror in Europa, decretandone un notevole successo commerciale, questo film del '58 di Terence Fisher fu sicuramente il vertice più alto, seguito a ruota da La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein, 1957), sempre con il trio Fisher-Lee-Cushing. Tuttavia, al netto dell'importanza storica, va riconosciuto che l'interpretazione di Christopher Lee nei panni della creatura creata dal barone Victor Frankenstein è assai meno convincente rispetto a quella di Dracula.
 
Voto:
voto: 3,5/5