martedì 5 aprile 2022

Innamorarsi (Falling in Love, 1984) di Ulu Grosbard

Frank è un ingegnere, sposato e con due figli. Molly lavora nel settore pubblicitario ed è moglie di un medico. I due si incontrano per caso in una libreria e, per errore, si scambiano fortuitamente i libri che avevano acquistato. Poi si ritrovano, a scadenze regolari, su un treno che ogni giorno trasporta i lavoratori pendolari verso Manhattan. Si parlano, si conoscono, si piacciono e si innamorano. Tra sensi di colpa e passione si perdono e si ritrovano più volte, combattuti sulla direzione da imprimere alle loro vite. Melodramma raffinato, ma un po' stinto, diretto dal belga Ulu Grosbard e scritto da Michael Cristofer con la giusta dose di furbizia sentimentale. Il soggetto è tutt'altro che originale e riserva poche sorprese: la noiosa banalità della vita che viene improvvisamente perturbata dalla forza di un sentimento inatteso, sincero ma proibito, che fa battere forte il cuore ma costringe a fare i conti con la propria coscienza perchè, qualunque decisione verrà presa in merito, qualcun altro ne dovrà soffrire. A tener vivo l'interesse dello spettatore contribuiscono due fattori non da poco: la particolare ambientazione (il treno che viaggia verso la "Grande Mela") e lo spessore del cast. I due protagonisti (Robert De Niro e Meryl Streep) sono due mostri sacri della recitazione che qui riconfermano la loro bravura e la loro capacità naturale di essere credibili, coinvolgenti, intensi. Ma anche le "seconde linee" sono notevoli grazie alla presenza di interpreti collaudati come Harvey Keitel, Dianne Wiest e George Martin. La regia di Grosbard è soffice e concede il massimo spazio possibile agli attori, ma i problemi principali risiedono in una sceneggiatura tenue, altamente derivativa e con diverse cadute nella facile retorica sentimentale. Non bastano due mattatori in grande spolvero a risollevare le sorti di una narrazione a cui manca una solida spina dorsale.

Voto:
voto: 2,5/5

lunedì 4 aprile 2022

CODA - I segni del cuore (CODA, 2021) di Sian Heder

A Gloucester (Massachusetts), i Rossi sono una famiglia di pescatori, in accordo alla tradizione locale; stravaganti, pittoreschi, in perenni difficoltà economiche, ma fortemente uniti e protettivi tra loro. Il padre Frank, la madre Jackie ed il figlio maggiore Leo sono tutti sordi dalla nascita, mentre l'ultima nata Ruby, adolescente sveglia con una grande passione per il canto, è l'unica udente e, quindi, la voce ufficiale della famiglia per tenere i contatti con la società dei così detti "normali". Entrata per amore nel coro scolastico, Ruby incontra l'insegnante di musica Bernardo Villalobos, che intuisce il suo talento e la spinge a coltivare seriamente le sue doti canore, sempre rimaste nell'ombra per l'indefessa devozione della ragazza alle necessità familiari. La tentazione di entrare in una prestigiosa scuola di Boston è forte e Ruby si troverà di fronte ad un bivio in cui ogni sua decisione appare enormemente dolorosa. Questa commedia drammatica, scritta e diretta da Sian Heder, è il remake americano de La famiglia Bélier (La Famille Bélier, 2014) di Éric Lartigau, pellicola francese che alla sua uscita generò molte polemiche in patria per presunti contenuti offensivi nei riguardi della comunità sorda. Rispetto all'originale questo rifacimento a stelle e strisce, nato dalla fucina del cinema indipendente e acquistato da Apple TV+ che lo ha distribuito sulla sua piattaforma di streaming, risulta un film dal tocco più morbido, più sensibile, più intimo, più attento alle dinamiche familiari che a quelle che oppongono un microcosmo di disabili rispetto al resto della società. E' un'opera semplice e genuina, a volte toccante a volte ruffiana, pur senza mai eccedere troppo nella retorica svenevole, non esattamente imprevedibile nella sua evoluzione e, in fin dei conti, neanche troppo originale come molti hanno paventato. E' un film di attori, sorretto da un buon lavoro di scrittura, un'ambientazione densa di contenuti ed un gran lavoro di squadra da parte dell'intero cast, in cui tutti appaiono giusti, credibili e degni di lode. Dalla magnifica protagonista Emilia Jones ai non udenti Troy Kotsur, Daniel Durant e Marlee Matlin, che salì agli onori della ribalta nel 1987 vincendo a sorpresa l'Oscar come miglior attrice protagonista per la sua intensa interpretazione nel romantico Figli di un dio minore (Children of a Lesser God, 1986) di Randa Haines, dove recitava al fianco del compianto William Hurt, recentemente scomparso. Ma anche il messicano Eugenio Derbez è notevole nel ruolo dell'eccentrico e pasionario maestro di musica Bernardo Villalobos. Non mancano i momenti comici e le battute ironiche, alcune ben congegnate, altre palesemente forzate al limite della caricatura. L'elemento centrale è la voce: quella di Ruby, intesa sia come interfaccia tra due mondi in apparenza disgiunti, sia come entità musicale che diventa forza vitale repressa e strumento vibrante per inseguire i propri sogni. Il film è stata la sorpresa (invero da molti già annunciata) agli Oscar 2022 dove si è aggiudicato tre premi "pesanti" in tutte le categorie in cui era stato nominato: miglior film, migliore sceneggiatura non originale (Sian Heder) e miglior attore non protagonista (il non udente Troy Kotsur). Troppa grazia probabilmente, ma, ultimamente, la tendenza dell'Academy nella notte più attesa dal cinema americano è quella di rispettare i pronostici della vigilia nella ripartizione delle ambite statuette e di assegnare il premio più importante ad un outsider. CODA  è l'acronimo di "Children of Deaf Adults" (figli di adulti sordi). Da dimenticare completamente il corrispettivo italiano, che suona di una banalità sconcertante. Nel nostro paese la pellicola era già uscita ad agosto 2021, direttamente sui circuiti di streaming e passando praticamente inosservata. Ma, dopo il trionfo agli Oscar, è stata distribuita nelle sale a ben 7 mesi di distanza, per cavalcare l'onda del momentaneo clamore mediatico e sfruttare la curiosità del pubblico.

Voto:
voto: 3/5

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile, 2022) di Kenneth Branagh

Il famoso investigatore Hercule Poirot incontra il suo giovane amico Bouc durante un viaggio in Egitto e viene da questi invitato a partecipare ad una crociera sul Nilo, in occasione dei festeggiamenti per la luna di miele dei novelli sposi Simon Doyle e Linnet Ridgeway. Simon è un bel giovanotto affascinante ma spiantato, mentre Linnet è una splendida ereditiera, ricca e sensuale. La coppia è intimorita dalla continua apparizione nella loro vita di Jacqueline de Bellefort, ex compagna di Simon e un tempo migliore amica di Linnet, che è carica di rabbia perchè quest'ultima le ha "rubato" il fidanzato, seducendolo in un batter d'occhio durante una festa da ballo a Londra. Bouc è convinto che l'abile Poirot possa essere d'aiuto con il suo rinomato intuito di geniale detective, visto che Jacqueline ha imposto la sua presenza anche sul battello da crociera. E infatti, come nei peggiori timori di Bouc, una tragica catena di omicidi inizia ad avvenire a bordo, scatenando i sospetti sulla ragazza tradita per amore. Ma, a mano a mano che Poirot indaga, la faccenda si rivela ben più intricata del previsto e molti degli invitati, in apparenza impeccabili, rivelano dei lati oscuri imprevisti e dei vecchi conti in sospeso con Linnet Ridgeway. Come al solito sarà compito della brillante mente di Poirot dipanare la misteriosa matassa e far luce sui sanguinosi eventi che funestano il viaggio sul Nilo. Dopo il grande successo al botteghino di Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express, 2017), era quasi inevitabile che Kenneth Branagh tornasse, ancora in veste di regista e attore protagonista, nei panni (e nei baffi) del celebre investigatore belga creato dalla fantasia della leggendaria Agatha Christie. Prodotto ancora dalla 20th Century Studios questo capitolo 2 delle avventure di Poirot è il secondo adattamento per il cinema del romanzo "Poirot sul Nilo", pubblicato dalla Christie nel 1937 e già portato sul grande schermo da John Guillermin con Assassinio sul Nilo (Death on the Nile, 1978), in una pellicola che annoverava attori di grande spessore come Peter Ustinov, David Niven, Angela Lansbury, Mia Farrow e Bette Davis. Il bis di Branagh è un giallo deduttivo sulla falsa riga del fortunato predecessore del 2017: un prodotto hollywoodiano dalla confezione luccicante ma intimamente scialbo, patinato, ammiccante, semplificativo, didascalico, con irritanti concessioni bigotte al politicamente corretto oggi imperante ed un'abbagliante estetica "fake" per inverecondo abuso di CGI. Tutti i difetti del film precedente sono presenti anche in questo, ma qualcosa da salvare dal naufragio c'è ed è molto probabile che chi ha amato il primo capitolo finirà per adorare anche questo. Innanzi tutto c'è un bel prologo in bianco e nero ambientato 20 anni prima, tra le trincee fangose della "Grande Guerra", in cui ci vengono svelate le origini dei pittoreschi baffoni di Poirot. C'è poi più azione, un maggior numero di delitti e di colpi di scena, un Poirot più maturo e tormentato ed un cast di bravi interpreti che annovera (al fianco dell'istrione Branagh) Gal Gadot, Annette Bening, Tom Bateman, Armie Hammer, Emma Mackey, Rose Leslie e Sophie Okonedo (in cui svettano nettamente su tutti gli altri Bateman e la Mackey). Senza annoiare e senza esaltare, il film procede speditamente verso il tragico finale rocambolesco che gli appassionati dei gialli della Christie già conoscono, mantenendosi fedele nello spirito al romanzo, ma aggiungendovi anche una serie di cambiamenti o di invenzioni non da poco, come quelle del personaggio di Bouc (che nel libro non esiste e qui prende idealmente il posto del letterario Tim Allerton, ma con un ruolo notevolmente diverso ed ampliato), di sua madre Euphemia e di Salomé Otterbourne (del tutto stravolta rispetto a quella presente nelle pagine di Agatha Christie). Altre evidenti modifiche da citare riguardano il prologo bellico, l'epilogo "romantico" (del tutto inventati) ed il ruffiano "addolcimento" dei costumi e delle mentalità dell'epoca (la storia si svolge negli anni '30), promuovendo "allegramente" rapporti sentimentali interrazziali o omosessuali, giusto per accaparrarsi la simpatia del pubblico odierno, in accordo al nuovo buonismo imperante a Hollywood in materia di discriminazioni tra razze o generi. Ovviamente vengono anche cancellati del tutto gli elementi che sottintendono la mentalità colonialista della scrittrice, molto evidente nel libro ma del tutto "inconcepibile" in epoca moderna, perchè potrebbe turbare la suscettibilità di qualcuno e, quindi, compromettere gli incassi del film. Insomma trattasi di un adattamento all'acqua di rose, ideologicamente innocuo, concepito per il pubblico mainstream e genuflesso alle logiche del politically correct secondo i canoni hollywoodiani contemporanei, che impongono quasi dogmaticamente la ripulitura ipocrita dei contenuti tacciabili di disparità verso le minoranze. E c'è da attendersi che Kenneth Branagh non si fermerà a questo sequel nella sua rivisitazione edulcorata dell'universo letterario di Agatha Christie.

Voto:
voto: 2,5/5

Il caso dell'infedele Klara (2009) di Roberto Faenza

Luca è un musicista italiano che vive a Praga, dove compone, insegna musica classica ai bambini e la sera suona in un night club per arrotondare il salario mensile. Fidanzato con la giovane e bellissima studentessa Klara, Luca è ossessionato dalla gelosia, che lo porta a sospettare di continuo che la donna possa tradirlo. Immaginando che lei abbia una relazione clandestina con un suo professore universitario, Luca si rivolge a Denis, titolare di un'agenzia investigativa e navigato detective, affinché questi segua gli spostamenti della ragazza e scopra la verità. Tra i due uomini, profondamente diversi, nasce uno strano rapporto psicologico che li cambierà entrambi, facendo attingere reciprocamente l'uno dal bagaglio di esperienze emotive dell'altro. Ma la fine del caso riserverà delle sorprese. Questo melodramma di Roberto Faenza, costruito su vibrazioni dissonanti, è la libera trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Michal Viewegh, a cui il regista torinese si è creativamente ispirato per realizzare un trattato colto sulla gelosia, che ammicca a Buñuel (i molteplici collegamenti con Él (1953) sono evidentissimi) e ricerca suggestive connessioni tra sensibilità musicale e passione amorosa. Il risultato complessivo è un film bifronte che convince solo a metà, in cui le cose più riuscite sono l'affascinante ambientazione mitteleuropea ed i rapporti tra i personaggi maschili: tra Luca e il disincantato investigatore Denis o tra Luca ed il suo piccolo allievo Mathyas, provetto suonatore di fisarmonica, attraverso cui si esprime meglio che a parole. Invece sul fronte del puro melò la pellicola risulta equivoca, forzata, altalenante, perennemente indecisa tra una dimensione cerebrale ed una carnale, finendo per risultare labile nella prima e ridondante nella seconda. Anche le diverse svolte narrative dell'epilogo appaiono eccessive, come uno strumentale accumulo di situazioni ad effetto invero un po' stiracchiate. Come al solito lo stile del regista è elegante e gli attori (in ordine di merito citiamo Iain Glen, Claudio Santamaria, Kierston Wareing, Laura Chiatti) sono appropriati nei rispettivi ruoli, ma la sensazione che emerge nettamente dopo la visione è quella di un'opera minore, più artefatta che ispirata. Una menzione per la colonna sonora di Giovanni Venosta che risulta, invece, pertinente ed evocativa al punto giusto. Nel film fa una piccola apparizione la controversa attrice tedesca bosniaca Sabina Began, salita alla ribalta delle cronache nazionali come "ape regina" dello stuolo di veline, starlette e sedicenti modelle coinvolte nello scandalo sessuale, denominato "Rubygate", che travolse l'allora primo ministro Silvio Berlusconi.

Voto:
voto: 2,5/5

domenica 3 aprile 2022

La scuola cattolica (2021) di Stefano Mordini

Nel settembre del 1975 l'Italia fu scossa profondamente da uno dei crimini più efferati della sua storia repubblicana, immediatamente battezzato dai mass media come "Massacro del Circeo". Un evento che ebbe un impatto fortissimo sulla coscienza popolare e sull'opinione pubblica, generando un lungo dibattito politico ed un congruo ripensamento delle leggi del nostro codice di procedura penale, spostando (finalmente) la definizione del reato di stupro da crimine contro la morale a crimine contro la persona. Nei fatti connessi al massacro due ventenni del proletariato romano (Rosaria Lopez e Donatella Colasanti) furono sequestrate, violentate, seviziate ed abusate per due giorni interi in una villa del litorale pontino da tre "rampolli" dell'alta borghesia capitolina. Dopo le violenze subite la Lopez perse la vita e la Colasanti sopravvisse per miracolo fingendosi morta, incastrando poi i tre delinquenti con la sua drammatica testimonianza. Il delitto del Circeo costrinse l'Italia dell'epoca a fare i conti con la sua cattiva coscienza a base di ipocrisia, conformismo, moralismo bigotto, violenza ideologica, abbrutimento etico, diffusa corruzione e sopraffazione sociale. Questo cupo dramma biografico del toscano Stefano Mordini è tratto dal lungo e intricato romanzo omonimo di Edoardo Albinati, che nel suo racconto in prima persona (l'adolescente Albinati è il protagonista sia libro che del film) intende tracciare un affresco sociale, culturale, antropologico e politico del clima torbido di quegli anni oscuri, turbolenti e intimamente violenti, ricercando i primi germi di quel male abominevole che esplose in tutto il suo orrore in quella villa affacciata sul mare del Circeo e indagando specificamente sull'educazione ricevuta dai giovani criminali, sia a livello familiare che a livello scolastico. Albinati, figlio privilegiato della "Roma bene" del rione Trieste, frequentò infatti la stessa scuola superiore (privata, cattolica e gestita dai preti) da cui uscirono i tre aguzzini del Circeo: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Esattamente come il romanzo, questo film inquietante e frammentario, intende focalizzare la sua attenzione sull'analisi del contesto che allevò e tenne nascosto l'orrore, più che sull'evento criminoso vero e proprio, che trova comunque ampia e macabra descrizione nell'ultima tragica mezz'ora dell'opera, in cui riviviamo con crudo naturalismo l'incubo vissuto dalle due povere vittime. Ma, se la ricostruzione d'epoca risulta sufficientemente accurata, la pellicola fallisce totalmente il suo intento per colpa di una messa in scena sconnessa e di un'analisi grossolana, superficiale, monocorde, più incline al dozzinale populismo che alla sottigliezza dei toni; un'analisi facinorosa nella sua generica accusa unilaterale ai padri e al clero, ma totalmente reticente dal punto di vista politico (il tetro sottobosco reazionario, nostalgico del fascismo, simpatizzante della destra estrema e sostenitore di un'innata superiorità classista, in cui sguazzava beatamente gran parte della borghesia romana degli anni '70, viene ridotto ad un paio di fugaci battute, una delle quali riguarda l'ammirazione incondizionata verso il personaggio storico di Adolf Hitler). Mancano insomma il coraggio, la personalità e l'acume per scalfire la superficie e cercare di svelare il cuore nero di una questione indubbiamente spinosa, scomoda, complessa e ancora molto dolorosa. E il fatto stesso di non provarci neppure, ma limitarsi alla patina, al sensazionalismo di maniera ed al sentimento anticlericale che oggi trova facili consensi, denota la pochezza ideologica dell'intera operazione. Non basta mostrare famiglie allo sfascio, genitori benestanti anaffettivi, assenti, immorali o incapaci, ed un potere cattolico antiquato, puritano ed ipocrita per imbastire un credibile (e meno che mai esaustivo) atto di accusa contro l'ideologia prevaricatrice e il maschilismo velenoso che animava molti giovani di quella generazione. Appare poi posticcio, straniante e discutibile l'inserimento di una sequenza in cui il professor Golgota (Fabrizio Gifuni) propone ai suoi studenti una "suggestiva" interpretazione del martirio di Cristo, rileggendo e ribaltando i ruoli di vittima e carnefice. E, citando Pasolini, che morì tragicamente proprio in quell'anno maledetto e che di quell'epoca buia fu scomodo cantore, critico affilato e oracolo preveggente, manca completamente (e clamorosamente) il logico parallelo metaforico tra sesso malato ed esercizio del potere, che equipara il primo ad un sadico strumento di sopraffazione socio-politica, inconsciamente attuato dai giovani assassini del Circeo. Nel folto cast i giovani attori (Emanuele Maria Di Stefano, Benedetta Porcaroli, Francesco Cavallo e soprattutto un "diabolico" Luca Vergoni nei panni di Angelo Izzo) risultano più credibili e ispirati dei più maturi e famosi colleghi, tra cui citiamo Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Valentina Cervi e Fabrizio Gifuni. Parafrasando Almodóvar, questo film cerca di scandagliare le colpe intrinsiche di quella mala educación che rimasero troppo a lungo sotterranee e che rivelarono il loro terribile volto in una folle notte romana del settembre del '75. Ma tale scandaglio avviene utilizzando uno strumento spuntato ed un approccio maldestro, che sanno di effimera scorciatoia: quelli della semplificazione didascalica, in bilico tra il banale ed il morboso.

Voto:
voto: 2/5

martedì 29 marzo 2022

Diabolik (2021) di Antonio Manetti , Marco Manetti

Clearville, anni '60. L'inafferrabile ladro mascherato Diabolik, di cui nessuno conosce la vera identità, semina il panico tra i ricchi abitanti, che sono vittime abituali dei suoi "colpi" ardimentosi, ed è l'ossessione del suo nemico numero uno, l'ispettore di polizia Ginko, che gli dà la caccia da anni ma arriva sempre con un attimo di ritardo. La città è in fremito per il ritorno della ricca e bellissima ereditiera Eva Kant, che porta con sè dal Sudafrica un gioiello di inestimabile valore chiamato il diamante rosa. Ginko è sicuro che Diabolik farà l'impossibile per rubarlo ed organizza un piano per utilizzare la donna come esca. Il vice ministro della giustizia, Giorgio Caron, da sempre innamorato di Eva, cerca di sedurla attraverso un subdolo ricatto, ma la ragazza è scaltra e determinata, e davanti al suo fascino persino il temuto Diabolik sarà colpito nel profondo. Tra doppi giochi, inseguimenti e colpi di scena, una passione inarrestabile scatta tra la sensuale bionda e l'imprendibile criminale, ma Ginko è un osso duro ed ha un inatteso asso nella manica da giocarsi. Questo poliziesco d'azione diretto dai Manetti Bros. (che lo hanno anche scritto insieme a Michelangelo La Neve), è il secondo adattamento per il cinema del celebre fumetto italiano di culto ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, che riscosse un grande successo popolare per tutti gli anni '60 e '70 e che ancora oggi viene regolarmente pubblicato con più di 900 albi all'attivo. Il primo adattamento fu quello, storico, kitsch, geniale, artigianale e visionario, portato in sala da Mario Bava nel 1968, con John Phillip Law, Marisa Mell e Michel Piccoli nei panni dei tre personaggi principali. C'era molta curiosità ed una notevole attesa per questa nuova trasposizione dei Manetti, arrivata dopo ben 53 anni dal film di Bava, che alla sua uscita fu largamente bistrattato dai più, ma amatissimo fin da subito dai critici francesi, per poi diventare, nel tempo, un autentico cult del nostro cinema di genere "eroico" degli anni d'oro. I due fratelli romani sono degli appassionati e profondi conoscitori del celebre fumetto nero delle Giussani e lo dimostrano ampiamente in questo giallo-thriller dalle atmosfere d'antan che è la fedele trasposizione dell'albo n.3, "L'arresto di Diabolik", pubblicato nel marzo 1963, il primo in cui compare il magnetico personaggio di Eva Kant, dark lady dallo "sguardo che uccide" e avanguardistico esempio di donna forte, sexy e pericolosa, che sa tenere testa ai maschi senza battere ciglio. Peccato però che il film risulti una totale delusione per una serie di macroscopici e imperdonabili difetti, che finiscono per oscurare del tutto le poche cose riuscite. Tra queste ultime vanno sicuramente citate le riuscite caratterizzazioni dei personaggi di Ginko e di Eva, rispettivamente interpretati da un malinconico Valerio Mastandrea e da un'abbagliante Miriam Leone, che, al netto delle sue non certo eccelse capacità di recitazione, risulta la perfetta incarnazione di Eva Kant per fisicità, sguardo, movenze e sex appeal. Ma le dolenti note arrivano invece dal protagonista, che appare totalmente inadeguato e sbagliato, un clamoroso miscasting per un attore indubbiamente molto capace come Luca Marinelli, che qui risulta maldestramente fuori luogo nei panni del "Re del terrore", sia per l'aspetto, sia per le movenze e, soprattutto, per le espressioni e per la voce. Il protagonista del film di Bava, l'americano John Phillip Law, interprete mediocre sbarcato da Hollywood in Europa a cercar fortuna, era fisicamente impeccabile per dar vita ad un Diabolik credibile, fascinoso, tetro e maledetto, e, grazie alla sapiente direzione del compianto Maestro ligure, ebbe anche il "merito" di parlare poco, aumentando la carica misteriosa del personaggio. Tra citazioni di Hitchcock, omaggi musicali alle sonorità di Bernard Herrmann, echi del "poliziottesco" anni '70 e rimandi alla trilogia di Fantomas di André Hunebelle, i Manetti costruiscono un film esile e senza una precisa identità (esattamente come il personaggio di Diabolik che cambia sempre faccia attraverso le sue famose maschere). Un film che si risolleva parzialmente nella parte finale, più vivace e fumettistica, ma che gira spesso a vuoto tra dialoghi banali, narrazione didascalica, una messa in scena che ha il sapore sciapo di una fiction televisiva della RAI ed una scarsa capacità di creare empatia tra lo spettatore e l'universo fittizio creato dalle Giussani (cosa che invece avveniva puntualmente nelle pagine dei cari vecchi tascabili pubblicati dalla casa editrice milanese Astorina). Va anche sottolineato come un ulteriore punto debole (che però riguarda, purtroppo, gran parte del cinema italiano contemporaneo) sia quello delle voci degli interpreti, spesso opache, anonime e poco comprensibili, impietosa evidenza del grande gap che oggi esiste tra i nostri attori ed i nostri doppiatori: con i secondi generalmente molto più talentuosi, accattivanti e credibili nella recitazione vocale, a discapito dei primi che, nella maggior parte dei casi, vengono selezionati principalmente in base alla fotogenia fisica. Nonostante gli esiti artistici zoppicanti ed un risultato al botteghino appena sufficiente, i Manetti Bros. sono già al lavoro per la realizzazione di due seguiti, che verranno girati contemporaneamente per ottimizzare i costi, con la conferma del medesimo cast, ma con un protagonista diverso nel ruolo cruciale di Diabolik: il romano naturalizzato canadese Giacomo Gianniotti. Staremo a vedere.

Voto:
voto: 2/5

mercoledì 23 marzo 2022

Final Destination (2000) di James Wong

Nell'attesa di imbarcarsi sul volo per Parigi insieme ai suoi compagni di classe, diretti nella capitale francese per una gita scolastica culturale, il giovane Alex ha un terribile incubo ad occhi aperti in cui "vede" il disastro aereo che li attende subito dopo il decollo, in cui tutti loro perderanno la vita. Profondamente scioccato decide di non partire e riesce a convincere cinque suoi amici a restare a terra con lui. I cinque rimangono atterriti e stupefatti quando vedono con i loro occhi l'aereo esplodere in fase di avviamento, proprio come Alex aveva predetto. I sei superstiti rafforzano il loro legame e si sentono dei "miracolati" dal destino. Ma la morte non ama lasciare i conti in sospeso e, di lì a poco, i ragazzi iniziano a morire uno per uno in circostanze efferate e rocambolesche. Questo teen-horror di James Wong, tanto spettacolare quanto stravagante nelle sue esagerazioni, è un film di suspense che sconfina spudoratamente nei territori del fantastico, ma è costruito su un'efficace idea di base, inizialmente pensata da Jeffrey Reddick come soggetto per un episodio di "X-Files". L'idea è quella della Morte, vista come un'oggettiva entità malefica, che utilizza artificiosi espedienti reali (ma poco realistici), per riscuotere impietosamente i propri "debiti" nei confronti di coloro che hanno osato sfidarla impunemente. A patto di accordarsi con la sospensione dell'incredulità necessaria ad un prodotto del genere, che ondeggia volutamente tra "X-Files" e "Ai confini della realtà", bisogna ammettere che il film scorre con ritmo veloce, ha degli efficaci momenti spaventosi e, pur nella prevedibilità del suo congegno di geometrico fatalismo, ci regala qualche brivido sincero nell'attuazione ingegnosa del piano della morte. Alla sua uscita riscosse un buon successo di pubblico, al punto da dare inizio ad una lunga saga (che consta di ben 4 sequel realizzati tra il 2003 e il 2011), via via sempre più ripetitiva, esagerata e fracassona. Nel cast di giovani attori spiccano Devon Sawa e la bella Ali Larter, mentre il caratterista Tony Todd (conosciuto dagli esperti del genere horror come protagonista della saga di "Candyman") interpreta il ruolo, piccolo ma essenziale, di colui che sa cosa sta accadendo e spiegherà ai ragazzi che sono stati segnati sulla lista della morte.

Voto:
voto: 3/5

Knock Knock (2015) di Eli Roth

Evan è un architetto di successo, ricco e affascinante, vive in una splendida villa da lui stesso arredata con grande eleganza, ha una bella vita, una bella moglie e una famiglia che adora. Rimasto da solo a casa per un intero weekend, si dedica alla sua passione giovanile per i dischi e la musica, ma riceve una visita inaspettata in una notte di pioggia torrenziale. Due giovani sconosciute avvenenti bussano alla sua porta bagnate fradicie, dicono di essersi perse e chiedono di poter entrare per fare una telefonata e chiamare un taxi. Sarà l'inizio di un angoscioso incubo. Strampalato thriller del sedicente regista horror Eli Roth, inutile remake del già dimenticabile Death Game (1977) di Peter S. Traynor, a cui il grossolano Roth aggiunge una maliziosa estetica ultra patinata, un simbolismo greve che oscilla tra populismo e misoginia, e maldestre velleità di critica sociale talmente esili da sciogliersi come neve al sole non appena i ruoli diventano chiari (ovvero a metà film). Nonostante l'assenza di sangue, atrocità e violenza esplicita, questo pruriginoso tripudio di inverosimiglianza è, concettualmente, un altro "torture-porn", in accordo allo stile del suo autore fondato sull'eccesso e sull'abuso di immagini o situazioni rivolte a colpire lo spettatore nella maniera più diretta. L'estrema cura formale non riesce a celare la sua natura intima di B-movie, specialmente nella seconda parte in cui, tra dialoghi assurdi e svolte narrative imbarazzanti, si sfiora spesso il ridicolo involontario. In questa stramba rivisitazione del tipico "home invasion", persino l'appeal naturale dei tre interpreti principali (Keanu Reeves, Ana de Armas e Lorenza Izzo) svanisce sotto un accumulo di eventi implausibili, gettati lì alla rinfusa con voyeuristica frenesia. L'attrice Colleen Camp, che nell'originale del '77 interpretava una delle due protagoniste, fa una piccola apparizione in un cameo.

Voto:
voto: 1,5/5

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Fucking Åmål, 1998) di Lukas Moodysson

Ad Åmål, piccola cittadina svedese dove non succede mai niente, due ragazze adolescenti, Agnes ed Elin, si innamorano e trovano il coraggio di rendere pubblica la loro relazione, sfidando le critiche scandalizzate dei moralisti bacchettoni e gli sfottò maliziosi dei coetanei. Agnes è bruna, timida e profondamente infelice. Elin è bionda, energica ed espansiva. Insieme le due riescono ad affrontare, non senza difficoltà, i giudizi taglienti di un contesto sociale arretrato che ritiene il loro sentimento immorale. Coinvolgente lungometraggio di esordio dello svedese Lukas Moodysson, che lo ha scritto e diretto all'insegna di un intenso naturalismo, disarmante per sincerità e graffiante per sottigliezza dell'analisi. E' un film semplice, schietto, libero e liberale, una immersione realistica e quasi senza filtri nel mondo degli adolescenti dell'estrema provincia svedese alle soglie del nuovo millennio. La love story tra le due protagoniste viene raccontata con spontanea freschezza, senza retorica e senza preconcetti giudicanti, ma gli interessi dell'autore gravitano principalmente intorno allo scandaglio del contesto sociale circostante, effettuando, da un lato, una lucida istantanea generazionale e, dall'altro, un affresco antropologico al vetriolo sul provincialismo borghese della Svezia che non ti aspetti: quella lontana dai grandi centri urbani e da quello stereotipo di spudoratezza sessuale che, fin dagli anni '60, alimentò un certo immaginario maschile in molti paesi collocati ben più a sud (con l'Italia in prima linea). Chi è cresciuto con il "mito" delle svedesi alte, bionde, procaci e "disponibili", dovrebbe quasi obbligatoriamente guardare questo film, per rendersi conto che nessun luogo è esente dai luoghi comuni e che la realtà è sempre molto più complessa dei superficiali cliché nazional-popolari. Forte di una sceneggiatura solida, di dialoghi secchi, di un'ambientazione pregnante e di due interpreti bravissime (Alexandra Dahlström e Rebecka Liljeberg, che sono anche le uniche due attrici professioniste del cast), questo piccolo grande dramma sentimentale è uno schiaffo alla "fottuta Åmål", utilizzata come simbolo di una società ipocrita che sbandiera in giro apertura mentale, emancipazione dei costumi e tolleranza delle diversità solamente fino a quando la questione rimane nel teorico e non intacca in modo diretto i propri interessi personali. Perchè, in quel caso, pur di difendere la reputazione privata, ecco che gli slogan liberali si trasformano puntualmente in reprimende conformiste. A tutto questo si oppone la vitalità ribelle di Elin e Agnes, tessendo un inno all'amore, alla libertà e alla difformità, con una messa in scena asciutta che è poco stile ma tutta sostanza. Alla sua uscita il film ottenne un enorme successo in patria e divenne un autentico fenomeno di costume al di là di ogni aspettativa, al punto di lottare testa a testa, in termini di incassi al botteghino, con il campione mondiale del box office di quel periodo: il pluripremiato Titanic di James Cameron.

Voto:
voto: 4/5