mercoledì 6 aprile 2022

Cartoline dall'inferno (Postcards from the Edge, 1990) di Mike Nichols

Suzanne Vale è un'attrice di mezza età con problemi di depressione e di dipendenza da droghe e farmaci, di cui fa costante abuso. Dopo un'overdose in cui quasi ci lascia la pelle, viene affidata alle "cure amorevoli" di sua madre, anche lei attrice; una donna stravagante, alcolista ed egocentrica con cui ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Saranno scintille, ancora una volta. Questa commedia drammatica di Mike Nichols sulle dipendenze, sui conflitti familiari e sul mondo pieno di chiaroscuri delle star di Hollywood (fatto di carriere scintillanti e vite private disastrose), è l'adattamento del romanzo autobiografico della compianta attrice Carrie Fisher (per tutti e per sempre la principessa Leila di Star Wars). Nel libro la Fisher, che ha scritto anche la sceneggiatura del film, racconta molto della sua vita e dei suoi reali problemi di tossicodipendenza, e il personaggio di Suzanne (brillantemente interpretato da una magnetica Meryl Streep in grande spolvero) è in parte ricalcato su di lei. Tra ironia e dramma, momenti comici e languidezze da soap opera, scene madri e sentimentalismi, la pellicola procede un po' stiracchiata e senza particolari sorprese, affidandosi totalmente alla verve di due interpreti straordinarie: la già citata Streep e l'eterna Shirley MacLaine, che ci offre una performance di classe sopraffina. I duetti tra le due sono a volte travolgenti, altre volte patetici, altre volte troppo enfatici, ma la ribalta è garantita ed il resto del cast, nonostante la presenza di nomi come Gene Hackman, Dennis Quaid, Richard Dreyfuss ed Annette Bening, finisce, inevitabilmente, in penombra. Il film ha avuto 2 candidature agli Oscar: una per Meryl Streep miglior attrice protagonista ed una per la miglior canzone: "I'm Checkin' Out" di Shel Silverstein. La formidabile Streep si cimenta anche in un'ottima performance canora nel finale, una strada che poi ripercorrerà più volte nel prosieguo della sua sfavillante carriera.

Voto:
voto: 3/5

La stanza di Marvin (Marvin's Room, 1996) di Jerry Zaks

Bessie è una donna di mezza età con molti problemi e il cuore d'oro. Persona altruista e figlia devota, si prende cura di suo padre Marvin, bloccato a letto dopo un ictus, e della vecchia zia Ruth, che soffre di demenza senile. Sua sorella Lee, dal carattere completamente diverso, ha rotto i ponti con la famiglia e non si fa viva da 20 anni. Quando Bessie scopre di avere la leucemia, il suo medico contatta la sorella, sperando di trovare in lei una donatrice di midollo osseo compatibile. Tra molte reticenze Lee ritorna a casa e porta con sé Hank, il suo giovane figlio con squilibri mentali e manie incendiarie. Lo stravagante ragazzo sarà l'ago della bilancia di una possibile riconciliazione familiare. Questo melodrammone strappalacrime diretto da Jerry Zaks e dal cast stellare (Meryl Streep, Leonardo DiCaprio, Diane Keaton, Robert De Niro, Hume Cronyn, Gwen Verdon), è l'adattamento per il cinema di una pièce teatrale del drammaturgo Scott McPherson, autore anche della sceneggiatura, prematuramente scomparso a soli 33 anni a causa dell'AIDS. Nonostante i tanti fuoriclasse della recitazione a sua disposizione, l'esordiente Zaks (tedesco di Stoccarda emigrato negli USA) non riesce a sfruttarli al meglio delle loro potenzialità e s'impantana tra eccessi mielosi, retorica pietistica e accumulo di situazioni tragiche, finendo per sfinire lo spettatore e creare una sorta tedioso di effetto assuefazione. Il più bravo di tutti è il giovane DiCaprio, un concentrato di follia e vitalità che buca lo schermo e mette un po' di pepe in una narrazione altrimenti monotematica. La critica americana fu entusiasta del film, quella europea si mantenne fredda e il riscontro del botteghino fu fiacco a tutte le latitudini. Diane Keaton si guadagnò una nomination agli Oscar 1997 come miglior attrice protagonista, ma il premio se lo portò a casa la magnifica Frances McDormand per Fargo (1996) dei fratelli Coen. Il film è stata l'ultima interpretazione di Hume Cronyn Jr.

Voto:
voto: 2/5

martedì 5 aprile 2022

La morte ti fa bella (Death Becomes Her, 1992) di Robert Zemeckis

A Los Angeles, Helen Sharp e Madeline Ashton sono ex compagne di college e amiche di circostanza, ma in realtà si detestano. Helen è un'aspirante scrittrice, fidanzata con il Dr. Ernest Menville, chirurgo plastico, mentre Madeline cerca in tutti i modi di sfondare nel mondo del cinema come attrice. Quando quest'ultima ruba il fidanzato alla prima e lo conduce all'altare, Helen entra in depressione e finisce in una clinica d'igiene mentale. Dopo 15 anni le due rivali si ritrovano, ma Madeline, ossessionata dall'ansia che il tempo che passa rovini la sua bellezza, rimane sbalordita nel vedere che Helen ha un magnifico aspetto fisico, come se si fosse riappropriata dello splendore giovanile. Turbata e invidiosa, Madeline riesce a scoprire il suo segreto, ma le conseguenze non saranno per niente indolori. Stravagante commedia nera, diretta da Robert Zemeckis e scritta da David Koepp, che alla sua uscita fece molto parlare di sè per il truce tono grottesco (in bilico tra il trash e l'orripilante), il cast di stelle impegnate in ruoli per loro insoliti (Meryl Streep, Bruce Willis, Goldie Hawn, Isabella Rossellini) e, soprattutto, per gli incredibili effetti speciali firmati dalla ILM di George Lucas e premiati con l'Oscar. Le intenzioni di realizzare una satira acre, visivamente lugubre e di goliardica bizzarria sul tema della paura di invecchiare che tipicamente assilla i divi di Hollywood, rimangono nell'alveo dei buoni propositi, perchè il film risulta totalmente sgangherato, smodato, fuori controllo e con picchi caricaturali che sfociano nel ridicolo. Gli attori fanno del loro meglio per apparire credibili in questa folle giostra di eccessi macabri, che vorrebbe essere comica e graffiante, ma che invece risulta goffa e artificiosa. Un autentico spreco di attori, di scenografie e di effetti visivi. Risultano invece particolari e interessanti le sovraeccitate musiche di Alan Silvestri. La pellicola segna uno dei punti più bassi della carriera di Zemeckis.

Voto:
voto: 2/5

She-Devil - Lei, il diavolo (She-Devil, 1989) di Susan Seidelman

Ruth, casalinga grassa e trasandata, è sposata con il piacente Bob, commercialista rampante e spocchioso. Quando il marito la molla per lanciarsi in una tresca extra coniugale con Mary Fisher, frivola scrittrice di romanzetti rosa tutta moine e crinoline, Ruth tira fuori delle qualità che non credeva di possedere e darà filo da torcere al marito traditore ed alla sua rivale. Commedia rosa a tinte sarcastiche, diretta da Susan Seidelman e liberamente tratta dal romanzo "Vita e amori di una diavolessa" di Fay Weldon. Tra scarti grotteschi, battute pepate, scivoloni sentimentali ed eccessi leziosi, si procede tra momenti divertenti e inciampi stucchevoli, con la sensazione che, in più di una circostanza, il film si arrotoli su sè stesso, girovagando a vuoto. La regia si limita al compitino e si mette al servizio degli attori, ma anche sotto questo versante le cose procedono tra alti e bassi, all'insegna di una recitazione ora brillante ora affettata. Se l'esordiente Roseanne Barr fa un lavoro superlativo nel caratterizzare un personaggio tenero nella sua iniziale inadeguatezza e poi irresistibile nella sua diabolica arguzia, le dolenti noti arrivano (incredibilmente) dalla protagonista Meryl Streep che, forse per scarsa convinzione nel ruolo, forse per eccesso di sicurezza, incappa in una performance nettamente al di sotto delle sue enormi qualità, risultando troppo enfatica, troppo artefatta, sempre al limite del caricaturale, quasi giocando a mettere in scena la versione parodistica di sè stessa. Il tema centrale dell'opera, preso pari pari dal romanzo ispiratore, è che dentro ad ogni donna, persino in quella più fragile e dimessa, si nasconde un diavolo, pronto ad emergere con tutto il suo mefistofelico potere quando si tratta di confrontarsi con una rivale in amore. Una menzione per le spiritose atmosfere musicali create dalla colonna sonora di Howard Shore.

Voto:
voto: 2,5/5

Innamorarsi (Falling in Love, 1984) di Ulu Grosbard

Frank è un ingegnere, sposato e con due figli. Molly lavora nel settore pubblicitario ed è moglie di un medico. I due si incontrano per caso in una libreria e, per errore, si scambiano fortuitamente i libri che avevano acquistato. Poi si ritrovano, a scadenze regolari, su un treno che ogni giorno trasporta i lavoratori pendolari verso Manhattan. Si parlano, si conoscono, si piacciono e si innamorano. Tra sensi di colpa e passione si perdono e si ritrovano più volte, combattuti sulla direzione da imprimere alle loro vite. Melodramma raffinato, ma un po' stinto, diretto dal belga Ulu Grosbard e scritto da Michael Cristofer con la giusta dose di furbizia sentimentale. Il soggetto è tutt'altro che originale e riserva poche sorprese: la noiosa banalità della vita che viene improvvisamente perturbata dalla forza di un sentimento inatteso, sincero ma proibito, che fa battere forte il cuore ma costringe a fare i conti con la propria coscienza perchè, qualunque decisione verrà presa in merito, qualcun altro ne dovrà soffrire. A tener vivo l'interesse dello spettatore contribuiscono due fattori non da poco: la particolare ambientazione (il treno che viaggia verso la "Grande Mela") e lo spessore del cast. I due protagonisti (Robert De Niro e Meryl Streep) sono due mostri sacri della recitazione che qui riconfermano la loro bravura e la loro capacità naturale di essere credibili, coinvolgenti, intensi. Ma anche le "seconde linee" sono notevoli grazie alla presenza di interpreti collaudati come Harvey Keitel, Dianne Wiest e George Martin. La regia di Grosbard è soffice e concede il massimo spazio possibile agli attori, ma i problemi principali risiedono in una sceneggiatura tenue, altamente derivativa e con diverse cadute nella facile retorica sentimentale. Non bastano due mattatori in grande spolvero a risollevare le sorti di una narrazione a cui manca una solida spina dorsale.

Voto:
voto: 2,5/5

lunedì 4 aprile 2022

CODA - I segni del cuore (CODA, 2021) di Sian Heder

A Gloucester (Massachusetts), i Rossi sono una famiglia di pescatori, in accordo alla tradizione locale; stravaganti, pittoreschi, in perenni difficoltà economiche, ma fortemente uniti e protettivi tra loro. Il padre Frank, la madre Jackie ed il figlio maggiore Leo sono tutti sordi dalla nascita, mentre l'ultima nata Ruby, adolescente sveglia con una grande passione per il canto, è l'unica udente e, quindi, la voce ufficiale della famiglia per tenere i contatti con la società dei così detti "normali". Entrata per amore nel coro scolastico, Ruby incontra l'insegnante di musica Bernardo Villalobos, che intuisce il suo talento e la spinge a coltivare seriamente le sue doti canore, sempre rimaste nell'ombra per l'indefessa devozione della ragazza alle necessità familiari. La tentazione di entrare in una prestigiosa scuola di Boston è forte e Ruby si troverà di fronte ad un bivio in cui ogni sua decisione appare enormemente dolorosa. Questa commedia drammatica, scritta e diretta da Sian Heder, è il remake americano de La famiglia Bélier (La Famille Bélier, 2014) di Éric Lartigau, pellicola francese che alla sua uscita generò molte polemiche in patria per presunti contenuti offensivi nei riguardi della comunità sorda. Rispetto all'originale questo rifacimento a stelle e strisce, nato dalla fucina del cinema indipendente e acquistato da Apple TV+ che lo ha distribuito sulla sua piattaforma di streaming, risulta un film dal tocco più morbido, più sensibile, più intimo, più attento alle dinamiche familiari che a quelle che oppongono un microcosmo di disabili rispetto al resto della società. E' un'opera semplice e genuina, a volte toccante a volte ruffiana, pur senza mai eccedere troppo nella retorica svenevole, non esattamente imprevedibile nella sua evoluzione e, in fin dei conti, neanche troppo originale come molti hanno paventato. E' un film di attori, sorretto da un buon lavoro di scrittura, un'ambientazione densa di contenuti ed un gran lavoro di squadra da parte dell'intero cast, in cui tutti appaiono giusti, credibili e degni di lode. Dalla magnifica protagonista Emilia Jones ai non udenti Troy Kotsur, Daniel Durant e Marlee Matlin, che salì agli onori della ribalta nel 1987 vincendo a sorpresa l'Oscar come miglior attrice protagonista per la sua intensa interpretazione nel romantico Figli di un dio minore (Children of a Lesser God, 1986) di Randa Haines, dove recitava al fianco del compianto William Hurt, recentemente scomparso. Ma anche il messicano Eugenio Derbez è notevole nel ruolo dell'eccentrico e pasionario maestro di musica Bernardo Villalobos. Non mancano i momenti comici e le battute ironiche, alcune ben congegnate, altre palesemente forzate al limite della caricatura. L'elemento centrale è la voce: quella di Ruby, intesa sia come interfaccia tra due mondi in apparenza disgiunti, sia come entità musicale che diventa forza vitale repressa e strumento vibrante per inseguire i propri sogni. Il film è stata la sorpresa (invero da molti già annunciata) agli Oscar 2022 dove si è aggiudicato tre premi "pesanti" in tutte le categorie in cui era stato nominato: miglior film, migliore sceneggiatura non originale (Sian Heder) e miglior attore non protagonista (il non udente Troy Kotsur). Troppa grazia probabilmente, ma, ultimamente, la tendenza dell'Academy nella notte più attesa dal cinema americano è quella di rispettare i pronostici della vigilia nella ripartizione delle ambite statuette e di assegnare il premio più importante ad un outsider. CODA  è l'acronimo di "Children of Deaf Adults" (figli di adulti sordi). Da dimenticare completamente il corrispettivo italiano, che suona di una banalità sconcertante. Nel nostro paese la pellicola era già uscita ad agosto 2021, direttamente sui circuiti di streaming e passando praticamente inosservata. Ma, dopo il trionfo agli Oscar, è stata distribuita nelle sale a ben 7 mesi di distanza, per cavalcare l'onda del momentaneo clamore mediatico e sfruttare la curiosità del pubblico.

Voto:
voto: 3/5

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile, 2022) di Kenneth Branagh

Il famoso investigatore Hercule Poirot incontra il suo giovane amico Bouc durante un viaggio in Egitto e viene da questi invitato a partecipare ad una crociera sul Nilo, in occasione dei festeggiamenti per la luna di miele dei novelli sposi Simon Doyle e Linnet Ridgeway. Simon è un bel giovanotto affascinante ma spiantato, mentre Linnet è una splendida ereditiera, ricca e sensuale. La coppia è intimorita dalla continua apparizione nella loro vita di Jacqueline de Bellefort, ex compagna di Simon e un tempo migliore amica di Linnet, che è carica di rabbia perchè quest'ultima le ha "rubato" il fidanzato, seducendolo in un batter d'occhio durante una festa da ballo a Londra. Bouc è convinto che l'abile Poirot possa essere d'aiuto con il suo rinomato intuito di geniale detective, visto che Jacqueline ha imposto la sua presenza anche sul battello da crociera. E infatti, come nei peggiori timori di Bouc, una tragica catena di omicidi inizia ad avvenire a bordo, scatenando i sospetti sulla ragazza tradita per amore. Ma, a mano a mano che Poirot indaga, la faccenda si rivela ben più intricata del previsto e molti degli invitati, in apparenza impeccabili, rivelano dei lati oscuri imprevisti e dei vecchi conti in sospeso con Linnet Ridgeway. Come al solito sarà compito della brillante mente di Poirot dipanare la misteriosa matassa e far luce sui sanguinosi eventi che funestano il viaggio sul Nilo. Dopo il grande successo al botteghino di Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express, 2017), era quasi inevitabile che Kenneth Branagh tornasse, ancora in veste di regista e attore protagonista, nei panni (e nei baffi) del celebre investigatore belga creato dalla fantasia della leggendaria Agatha Christie. Prodotto ancora dalla 20th Century Studios questo capitolo 2 delle avventure di Poirot è il secondo adattamento per il cinema del romanzo "Poirot sul Nilo", pubblicato dalla Christie nel 1937 e già portato sul grande schermo da John Guillermin con Assassinio sul Nilo (Death on the Nile, 1978), in una pellicola che annoverava attori di grande spessore come Peter Ustinov, David Niven, Angela Lansbury, Mia Farrow e Bette Davis. Il bis di Branagh è un giallo deduttivo sulla falsa riga del fortunato predecessore del 2017: un prodotto hollywoodiano dalla confezione luccicante ma intimamente scialbo, patinato, ammiccante, semplificativo, didascalico, con irritanti concessioni bigotte al politicamente corretto oggi imperante ed un'abbagliante estetica "fake" per inverecondo abuso di CGI. Tutti i difetti del film precedente sono presenti anche in questo, ma qualcosa da salvare dal naufragio c'è ed è molto probabile che chi ha amato il primo capitolo finirà per adorare anche questo. Innanzi tutto c'è un bel prologo in bianco e nero ambientato 20 anni prima, tra le trincee fangose della "Grande Guerra", in cui ci vengono svelate le origini dei pittoreschi baffoni di Poirot. C'è poi più azione, un maggior numero di delitti e di colpi di scena, un Poirot più maturo e tormentato ed un cast di bravi interpreti che annovera (al fianco dell'istrione Branagh) Gal Gadot, Annette Bening, Tom Bateman, Armie Hammer, Emma Mackey, Rose Leslie e Sophie Okonedo (in cui svettano nettamente su tutti gli altri Bateman e la Mackey). Senza annoiare e senza esaltare, il film procede speditamente verso il tragico finale rocambolesco che gli appassionati dei gialli della Christie già conoscono, mantenendosi fedele nello spirito al romanzo, ma aggiungendovi anche una serie di cambiamenti o di invenzioni non da poco, come quelle del personaggio di Bouc (che nel libro non esiste e qui prende idealmente il posto del letterario Tim Allerton, ma con un ruolo notevolmente diverso ed ampliato), di sua madre Euphemia e di Salomé Otterbourne (del tutto stravolta rispetto a quella presente nelle pagine di Agatha Christie). Altre evidenti modifiche da citare riguardano il prologo bellico, l'epilogo "romantico" (del tutto inventati) ed il ruffiano "addolcimento" dei costumi e delle mentalità dell'epoca (la storia si svolge negli anni '30), promuovendo "allegramente" rapporti sentimentali interrazziali o omosessuali, giusto per accaparrarsi la simpatia del pubblico odierno, in accordo al nuovo buonismo imperante a Hollywood in materia di discriminazioni tra razze o generi. Ovviamente vengono anche cancellati del tutto gli elementi che sottintendono la mentalità colonialista della scrittrice, molto evidente nel libro ma del tutto "inconcepibile" in epoca moderna, perchè potrebbe turbare la suscettibilità di qualcuno e, quindi, compromettere gli incassi del film. Insomma trattasi di un adattamento all'acqua di rose, ideologicamente innocuo, concepito per il pubblico mainstream e genuflesso alle logiche del politically correct secondo i canoni hollywoodiani contemporanei, che impongono quasi dogmaticamente la ripulitura ipocrita dei contenuti tacciabili di disparità verso le minoranze. E c'è da attendersi che Kenneth Branagh non si fermerà a questo sequel nella sua rivisitazione edulcorata dell'universo letterario di Agatha Christie.

Voto:
voto: 2,5/5

Il caso dell'infedele Klara (2009) di Roberto Faenza

Luca è un musicista italiano che vive a Praga, dove compone, insegna musica classica ai bambini e la sera suona in un night club per arrotondare il salario mensile. Fidanzato con la giovane e bellissima studentessa Klara, Luca è ossessionato dalla gelosia, che lo porta a sospettare di continuo che la donna possa tradirlo. Immaginando che lei abbia una relazione clandestina con un suo professore universitario, Luca si rivolge a Denis, titolare di un'agenzia investigativa e navigato detective, affinché questi segua gli spostamenti della ragazza e scopra la verità. Tra i due uomini, profondamente diversi, nasce uno strano rapporto psicologico che li cambierà entrambi, facendo attingere reciprocamente l'uno dal bagaglio di esperienze emotive dell'altro. Ma la fine del caso riserverà delle sorprese. Questo melodramma di Roberto Faenza, costruito su vibrazioni dissonanti, è la libera trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Michal Viewegh, a cui il regista torinese si è creativamente ispirato per realizzare un trattato colto sulla gelosia, che ammicca a Buñuel (i molteplici collegamenti con Él (1953) sono evidentissimi) e ricerca suggestive connessioni tra sensibilità musicale e passione amorosa. Il risultato complessivo è un film bifronte che convince solo a metà, in cui le cose più riuscite sono l'affascinante ambientazione mitteleuropea ed i rapporti tra i personaggi maschili: tra Luca e il disincantato investigatore Denis o tra Luca ed il suo piccolo allievo Mathyas, provetto suonatore di fisarmonica, attraverso cui si esprime meglio che a parole. Invece sul fronte del puro melò la pellicola risulta equivoca, forzata, altalenante, perennemente indecisa tra una dimensione cerebrale ed una carnale, finendo per risultare labile nella prima e ridondante nella seconda. Anche le diverse svolte narrative dell'epilogo appaiono eccessive, come uno strumentale accumulo di situazioni ad effetto invero un po' stiracchiate. Come al solito lo stile del regista è elegante e gli attori (in ordine di merito citiamo Iain Glen, Claudio Santamaria, Kierston Wareing, Laura Chiatti) sono appropriati nei rispettivi ruoli, ma la sensazione che emerge nettamente dopo la visione è quella di un'opera minore, più artefatta che ispirata. Una menzione per la colonna sonora di Giovanni Venosta che risulta, invece, pertinente ed evocativa al punto giusto. Nel film fa una piccola apparizione la controversa attrice tedesca bosniaca Sabina Began, salita alla ribalta delle cronache nazionali come "ape regina" dello stuolo di veline, starlette e sedicenti modelle coinvolte nello scandalo sessuale, denominato "Rubygate", che travolse l'allora primo ministro Silvio Berlusconi.

Voto:
voto: 2,5/5

domenica 3 aprile 2022

La scuola cattolica (2021) di Stefano Mordini

Nel settembre del 1975 l'Italia fu scossa profondamente da uno dei crimini più efferati della sua storia repubblicana, immediatamente battezzato dai mass media come "Massacro del Circeo". Un evento che ebbe un impatto fortissimo sulla coscienza popolare e sull'opinione pubblica, generando un lungo dibattito politico ed un congruo ripensamento delle leggi del nostro codice di procedura penale, spostando (finalmente) la definizione del reato di stupro da crimine contro la morale a crimine contro la persona. Nei fatti connessi al massacro due ventenni del proletariato romano (Rosaria Lopez e Donatella Colasanti) furono sequestrate, violentate, seviziate ed abusate per due giorni interi in una villa del litorale pontino da tre "rampolli" dell'alta borghesia capitolina. Dopo le violenze subite la Lopez perse la vita e la Colasanti sopravvisse per miracolo fingendosi morta, incastrando poi i tre delinquenti con la sua drammatica testimonianza. Il delitto del Circeo costrinse l'Italia dell'epoca a fare i conti con la sua cattiva coscienza a base di ipocrisia, conformismo, moralismo bigotto, violenza ideologica, abbrutimento etico, diffusa corruzione e sopraffazione sociale. Questo cupo dramma biografico del toscano Stefano Mordini è tratto dal lungo e intricato romanzo omonimo di Edoardo Albinati, che nel suo racconto in prima persona (l'adolescente Albinati è il protagonista sia libro che del film) intende tracciare un affresco sociale, culturale, antropologico e politico del clima torbido di quegli anni oscuri, turbolenti e intimamente violenti, ricercando i primi germi di quel male abominevole che esplose in tutto il suo orrore in quella villa affacciata sul mare del Circeo e indagando specificamente sull'educazione ricevuta dai giovani criminali, sia a livello familiare che a livello scolastico. Albinati, figlio privilegiato della "Roma bene" del rione Trieste, frequentò infatti la stessa scuola superiore (privata, cattolica e gestita dai preti) da cui uscirono i tre aguzzini del Circeo: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Esattamente come il romanzo, questo film inquietante e frammentario, intende focalizzare la sua attenzione sull'analisi del contesto che allevò e tenne nascosto l'orrore, più che sull'evento criminoso vero e proprio, che trova comunque ampia e macabra descrizione nell'ultima tragica mezz'ora dell'opera, in cui riviviamo con crudo naturalismo l'incubo vissuto dalle due povere vittime. Ma, se la ricostruzione d'epoca risulta sufficientemente accurata, la pellicola fallisce totalmente il suo intento per colpa di una messa in scena sconnessa e di un'analisi grossolana, superficiale, monocorde, più incline al dozzinale populismo che alla sottigliezza dei toni; un'analisi facinorosa nella sua generica accusa unilaterale ai padri e al clero, ma totalmente reticente dal punto di vista politico (il tetro sottobosco reazionario, nostalgico del fascismo, simpatizzante della destra estrema e sostenitore di un'innata superiorità classista, in cui sguazzava beatamente gran parte della borghesia romana degli anni '70, viene ridotto ad un paio di fugaci battute, una delle quali riguarda l'ammirazione incondizionata verso il personaggio storico di Adolf Hitler). Mancano insomma il coraggio, la personalità e l'acume per scalfire la superficie e cercare di svelare il cuore nero di una questione indubbiamente spinosa, scomoda, complessa e ancora molto dolorosa. E il fatto stesso di non provarci neppure, ma limitarsi alla patina, al sensazionalismo di maniera ed al sentimento anticlericale che oggi trova facili consensi, denota la pochezza ideologica dell'intera operazione. Non basta mostrare famiglie allo sfascio, genitori benestanti anaffettivi, assenti, immorali o incapaci, ed un potere cattolico antiquato, puritano ed ipocrita per imbastire un credibile (e meno che mai esaustivo) atto di accusa contro l'ideologia prevaricatrice e il maschilismo velenoso che animava molti giovani di quella generazione. Appare poi posticcio, straniante e discutibile l'inserimento di una sequenza in cui il professor Golgota (Fabrizio Gifuni) propone ai suoi studenti una "suggestiva" interpretazione del martirio di Cristo, rileggendo e ribaltando i ruoli di vittima e carnefice. E, citando Pasolini, che morì tragicamente proprio in quell'anno maledetto e che di quell'epoca buia fu scomodo cantore, critico affilato e oracolo preveggente, manca completamente (e clamorosamente) il logico parallelo metaforico tra sesso malato ed esercizio del potere, che equipara il primo ad un sadico strumento di sopraffazione socio-politica, inconsciamente attuato dai giovani assassini del Circeo. Nel folto cast i giovani attori (Emanuele Maria Di Stefano, Benedetta Porcaroli, Francesco Cavallo e soprattutto un "diabolico" Luca Vergoni nei panni di Angelo Izzo) risultano più credibili e ispirati dei più maturi e famosi colleghi, tra cui citiamo Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Valentina Cervi e Fabrizio Gifuni. Parafrasando Almodóvar, questo film cerca di scandagliare le colpe intrinsiche di quella mala educación che rimasero troppo a lungo sotterranee e che rivelarono il loro terribile volto in una folle notte romana del settembre del '75. Ma tale scandaglio avviene utilizzando uno strumento spuntato ed un approccio maldestro, che sanno di effimera scorciatoia: quelli della semplificazione didascalica, in bilico tra il banale ed il morboso.

Voto:
voto: 2/5