giovedì 21 aprile 2022

Escobar - Il fascino del male (Loving Pablo, 2017) di Fernando León de Aranoa

Ascesa e caduta del più famoso narcotrafficante di tutti i tempi, Pablo Escobar, signore della droga colombiano che per tutti gli anni '80 e fino alla sua morte, avvenuta nel 1993, edificò un sanguinoso impero del male, guadagnò miliardi di dollari, invase le metropoli americane di cocaina, uccise o fece uccidere migliaia di persone (tra cui anche giudici, politici, militari, agenti e funzionari di polizia), condusse il suo paese sull'orlo di una guerra civile, seminò il terrore nella popolazione tramite esecuzioni, stragi ed attentati e restò per almeno 10 anni nel mirino della DEA, dell'esercito e del governo di Bogotà come nemico pubblico numero uno, prima di essere definitivamente disarcionato dal suo nefasto "trono" di sangue. Questo film, scritto e diretto dallo spagnolo Fernando León de Aranoa, è liberamente ispirato al romanzo biografico (e best seller) "Amando Pablo, odiando Escobar" di Virginia Vallejo, giornalista televisiva colombiana molto conosciuta negli anni '80, che fu a lungo l'amante del "re dei Narcos", prima di fuggire negli Stati Uniti chiedendo asilo politico, sotto la protezione della DEA di cui divenne stretta collaboratrice per salvarsi la vita. Da molti considerato come il peggior criminale del XX secolo, Pablo Escobar è entrato inevitabilmente nell'immaginario popolare e le opere di fiction a lui dedicate (o in cui appare) sono molteplici. Ma quello che costituisce uno straordinario termine di paragone con cui è quasi obbligatorio stabilire un (arduo) confronto è l'ottima serie televisiva Narcos, prodotta da Netflix e scritta da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro, che ha dedicato le sue prime due stagioni nel 2015 e nel 2016 (per un totale di 20 episodi e circa 17 ore complessive) alla carriera criminale del boss di Medellín ed alla lunga caccia all'uomo che gli USA e la Colombia gli scatenarono contro per circa 8 anni, prima di riuscire ad eliminarlo, pagando però un prezzo altissimo in termini di vite umane. Sarà oggettivamente difficile riuscire a far meglio in termini di verismo, credibilità, precisione del racconto, approfondimento dei personaggi, obiettività, denuncia sociale, critica contro i poteri forti, impatto scioccante, violenza e grande senso dello "spettacolo crime". E, oltre ai tantissimi meriti indubbi del serial televisivo, va anche detto che la magistrale interpretazione del brasiliano Wagner Moura nei panni di Escobar costituisce un ulteriore target difficilmente superabile. Di fronte a queste considerazioni il film di Aranoa, già alquanto efebico di suo, si scioglie impietosamente come neve al sole, malgrado la presenza di due divi (e grandissimi attori) come Javier Bardem e Penélope Cruz (che fanno coppia anche nella vita) nel ruolo dei due controversi protagonisti. La vicenda viene raccontata dal punto di vista femminile di Virginia, totalmente infatuata del fascino torbido di Escobar, del suo grande potere e del suo mito popolare come "Robin Hood" dei poveri di Medellín; un mito che inizialmente accompagnò la sua inarrestabile ascesa, cullando il suo grande sogno di entrare in politica e diventare presidente della repubblica. Questa scelta rende la pellicola troppo debole per quanto riguarda gli aspetti noir ed ancorché esile sul versante della cronaca cinematografica. Inoltre una sceneggiatura non proprio granitica riduce il tutto ad una stanca sequela bozzettistica di eventi arcinoti, quasi sempre illustrati con superficiale didascalismo, concedendo molto spazio ai due interpreti principali, ma facendo quasi scomparire, dietro di loro, i personaggi che avrebbero dovuto interpretare. Non c'è quasi traccia del feroce naturalismo, della vena polemica, del cinismo critico o di quel "realismo magico" (che il prologo di Narcos ci ricorda essere nato in Colombia) che hanno fatto la fortuna della serie televisiva. E la decisione (di chiaro stampo commerciale, genuflessa alle logiche di Hollywood) di rinunciare alla madrelingua spagnola, facendo recitare in inglese Bardem e la Cruz, costituisce il colpo di grazia definitivo. Ovviamente quest'ultimo aspetto risulta del tutto trasparente se si guarda la versione doppiata in italiano della pellicola.

Voto:
voto: 2/5

martedì 19 aprile 2022

The Batman (2022) di Matt Reeves

A Gotham City, sordido ricettacolo dei crimini, della corruzione e dei mali del mondo, il giovane Bruce Wayne, erede di un impero finanziario e orfano di padre e di madre che gli sono stati strappati via da una misteriosa mano criminale quando era ancora un bambino, è l'uomo più ricco della città. Con l'aiuto del fedele maggiordomo Alfred, da sempre al servizio della sua potente famiglia e del poliziotto Gordon, uno dei pochi funzionari onesti in un covo di vipere, combatte la delinquenza nelle buie notti metropolitane, indossando il costume del giustiziere mascherato Batman, terrore dei malviventi e icona di vendetta. Alleatosi gioco forza con l'enigmatica ladra Selina (Catwoman), donna sensuale dal passato torbido, Wayne si troverà ad affrontare una violenta battaglia su più fronti: da un lato la Mafia, comandata dal boss Carmine Falcone e dal suo losco tirapiedi Oz detto pinguino, da un altro le molteplici collusioni di questa con il potere politico e le forza di polizia, e da un altro ancora un diabolico nemico inafferrabile e ingegnoso, che si fa chiamare Enigmista, che sta uccidendo uno ad uno diversi esponenti simbolici del sistema corrotto che da anni sorregge la città del peccato. Quando è stato annunciato, nel 2019, questo ennesimo reboot di Batman, targato Warner Bros, diretto da Matt Reeves e con Robert Pattinson (ex idolo delle ragazzine della saga di Twilight) attore protagonista, sono stati in molti a chiedersi se fosse davvero necessario dopo le numerose pellicole già dedicate, nel corso degli anni, al celebre "cavaliere oscuro" della DC Comics, alcune delle quali indubbiamente riuscite. Allo stesso modo sono stati in tanti a indossare il costume dell'uomo pipistrello, con alterne fortune, da Michael Keaton a Val Kilmer, da George Clooney a Christian Bale, fino al più recente Ben Affleck, e la scelta di Robert Pattinson destava non poche perplessità. Alla fine dei conti, guardando questo lungo film di quasi tre ore, bisogna dire che il risultato è complessivamente decoroso, niente affatto fallimentare come alcuni temevano e sicuramente superiore ad alcune istanze dimenticabili come quelle di Joel Schumacher del 1995 e del 1997. Reeves, che ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Peter Craig, sceglie un approccio visivo e concettuale da noir oscuro, sia per le atmosfere totalmente dark, sia per la fotografia cupa, sia per le ambientazioni di tetra decadenza morale (in cui la persistenza della pioggia costituisce un ulteriore tassello suggestivo che rimanda ai thriller di David Fincher). Pur mettendo in campo simultaneamente una vasta pletora di antagonisti e alleati (Carmine Falcone, il Pinguino, l'Enigmista e Catwoman), oltre a quelli storici e immancabili del fido Alfred e del detective Gordon, il regista pone sempre al centro della scena il personaggio di Batman (che surclassa, in tal senso, anche il suo alter ego Bruce Wayne), offrendocene una versione più tormentata e più introspettiva del solito. Bisogna anche dire che Robert Pattinson se la cava egregiamente, soprattutto quando indossa l'iconico costume del vigilante mascherato, sgombrando definitivamente il campo dalle non poche preoccupazioni iniziali su un clamoroso miscasting. Dal punto di vista del cast, a brillare maggiormente è la sinuosa Catwoman dell'ottima Zoë Kravitz, che buca lo schermo con il suo sguardo intenso e con le sue movenze feline, ma che non rinuncia a mostrare anche una sensibile fragilità tutta femminile, pur nei panni attillati dell'ambigua ladra eroina che abbiamo imparato ad amare dai fumetti. Sono di accettabile livello anche le prove di uno schizofrenico Paul Dano nel ruolo dell'Enigmista e di Andy Serkis, una volta tanto in scena con il suo vero aspetto e senza performance capture, che ci regala un Alfred paterno e di grande carica umana. Il bravo John Turturro si diverte a gigioneggiare in veste di boss mafioso, mentre è praticamente irriconoscibile Colin Farrell sotto i molti strati di trucco prostetico necessari a farlo diventare lo sgradevole (in tutti i sensi) Pinguino. Sorge spontanea la domanda se non sarebbe stato il caso di scegliere un attore fisicamente più consono al ruolo, come il Danny De Vito del film di Tim Burton del 1992. Ovviamente non tutto quadra e non tutti i conti tornano nel modo giusto: il film è eccessivamente dilatato, alcuni personaggi sembrano messi lì per caso, altri sono forzatamente eccessivi ed un inevitabile senso di già visto affiora impietosamente in diversi passaggi. Ma la pellicola regge dignitosamente fino alla fine, cerca di ritagliarsi un punto di vista "nuovo" e fortemente caratterizzato, e sa regalarci alcuni momenti notevoli come l'inseguimento in contromano sull'autostrada o il momento "romantico" tra Batman e Catwoman, con le rispettive ombre che si stagliano contro la luce cadente del tramonto in cima al grattacielo. E visto l'epilogo, gli incassi soddisfacenti ed i buoni riscontri di critica generalmente ottenuti, c'è da giurarci che non è affatto finita qui.

Voto:
voto: 3/5

domenica 17 aprile 2022

Prime (2005) di Ben Younger

Rafi è una splendida trentasettenne, bionda, divorziata e depressa, in cura dalla psicoanalista Lisa Metzger, a cui racconta i suoi problemi sentimentali e le sue ansie esistenziali. L'incontro con David, energico pittore ebreo di 14 anni più giovane di lei, le restituisce l'entusiasmo a lungo dimenticato e la donna, dopo le razionali ritrosie iniziali dovute alla differenza di età, si lancia con passione in una relazione stimolante e sessualmente molto appagante. La sua vita migliora sotto ogni aspetto e la Dr. Metzger accoglie con soddisfazione professionale l'impennata di umore della sua paziente, che le rivela tutti i dettagli intimi del suo rapporto con il giovane partner. Ma quando la Metzger scopre che il nuovo compagno di Rafi è il suo adorato figlio, la sua soddisfazione si trasforma in gelosia e la psicologa entra in crisi, a causa del conflitto tra dovere deontologico e amore materno. Elegante commedia romantica degli equivoci diretta da Ben Younger, che cerca di riprodurre pedissequamente la problematica verve nevrotica delle prime baruffe sentimentali di Woody Allen, senza però eguagliarne l'impagabile forza comica, il cinismo beffardo ed il tocco amaramente esilarante. E' essenzialmente un film di attori, anzi di attrici, che si regge totalmente sui duetti scoppiettanti tra una luminosa Uma Thurman ed una serafica Meryl Streep, che ci regala lampi di classe con il suo naturale carisma di straordinaria interprete, capace di passare in un attimo, e senza mai perdere in credibilità e spontaneità, dal registro drammatico a quello leggero, come in questo caso. Ma questo non basta a donare il sufficiente spessore ad un film troppo garbato, troppo prevedibile negli sviluppi e troppo fragile nella sceneggiatura, che non risulta mai realmente pungente e che si limita ad affrontare dei temi potenzialmente interessanti con superficiale formalismo di maniera, limitandosi ad un approccio più consolante che incisivo. La carica maliziosa della prima parte si disperde, nella seconda, in un'edificante sequela di luoghi comuni sulle differenze di età e di educazione religiosa, che stinge nel moralismo di fondo.

Voto:
voto: 2,5/5

The Manchurian Candidate (2004) di Jonathan Demme

Il maggiore Bennett Marco, reduce della prima Guerra del Golfo dove si è fatto valere come infallibile cecchino delle forze americane, è tormentato da una serie di incubi e allucinazioni che sembrano reali, che lo riportano costantemente ai tragici eventi bellici che ha vissuto in prima persona. Quando scopre che anche altri suoi commilitoni hanno il medesimo problema, decide di indagare e scoprire di più sulla faccenda. Il suo destino è legato al sergente Raymond Shaw, un suo ex compagno d'armi che gli ha salvato la vita ai tempi della guerra, e che adesso, con l'aiuto della madre Eleanor, senatrice potente e senza scrupoli, è lanciato verso una promettente carriera politica, candidato come vice Presidente alle imminenti elezioni statunitensi. Il ritorno di Bennett Marco nella vita di Shaw mette in moto una serie di eventi "imbarazzanti" per il potere e la pragmatica senatrice Eleanor non tarda a mettersi in azione per eliminare ogni ostacolo che potrebbe compromettere l'ascesa politica del figlio. Questo oscuro thriller di fantapolitica di Jonathan Demme è il remake di Va' e uccidi (The Manchurian Candidate, 1962) di John Frankenheimer, con Frank Sinatra protagonista, a sua volta tratto dal romanzo omonimo di Richard Condon. Il soggetto originale viene attualizzato all'epoca contemporanea, spostando il substrato ideologico ambientale dall'anticomunismo della Guerra Fredda alla "dittatura" economica delle grandi corporazioni che manipolano vite umane, decidono destini, indirizzano le campagne elettorali e annebbiano il pensiero delle masse piegandolo ai propri scopi. Dal punto di vista della critica iconoclasta verso la cinica ferocia dei poteri forti, il film è esemplare esattamente come lo era l'originale di Frankenheimer. Ciò avviene soprattutto grazie all'aguzza vena polemica intrinseca al soggetto ed alle ottime interpretazioni degli attori del cast principale, in cui spicca una magnifica Meryl Streep, di perfida grandezza malefica e di cupa morbosità psicologica, seguita a ruota da un tormentato Denzel Washington, e poi da Liev Schreiber e Jon Voight, che sono interpreti di sicura affidabilità. Invece, dal punto di vista del thriller d'azione, la pellicola appare più claudicante e convenzionale, non sempre a fuoco, a tratti caotica nel suo accumulo di eventi inquietanti e di rivelazioni ad effetto. Ma il finale è un modello invidiabile di costruzione della suspense con colpo di scena annesso, anche grazie ad un montaggio perfetto, che riesce a scandire l'alternarsi delle sequenze con la forza angosciante di una sentenza. Demme conferma le sue indubbie doti di regista solido e navigato, ma è quasi inevitabile che questa nuova versione dell'acida parabola anti-sistema concepita dalla penna di Richard Condon non riesca ad avere lo stesso impatto scioccante che ebbe sul pubblico il film di Frankenheimer nel 1962: uno dei primissimi casi in cui un prodotto hollywoodiano rappresentò un ritratto così minaccioso del lato oscuro del potere americano.

Voto:
voto: 3/5

sabato 16 aprile 2022

La casa degli spiriti (The House of the Spirits, 1993) di Bille August

Storia di una famiglia dell'alta borghesia cilena dal 1920 fino al colpo di stato del 1973 che vide salire al potere il generale Pinochet, che si autoproclamò presidente ed instaurò una feroce dittatura militare. Il capo famiglia, Esteban Trueba, dispotico proprietario terriero arricchitosi sfruttando il lavoro dei suoi mezzadri, è un padre padrone che gestisce con autorità la famiglia e l'azienda. Nel corso di 50 anni e di una serie di drammatiche vicende, con la Storia del Cile sempre sullo sfondo, il film racconta il complicato rapporto tra l'uomo e le quattro donne della sua vita: la moglie Clara, che ha poteri di chiaroveggenza, la sorella Férula, la figlia Blanca, ragazza ribelle che s'innamora di un rivoluzionario comunista, e la nipote Alba, l'unica con cui riuscirà ad avere un legame pacificato, durante il tramonto del suo percorso terreno. Adattando il romanzo omonimo di Isabel Allende, il regista danese Bille August ha scritto e diretto questo melodramma storico in forma di saga familiare dai risvolti tragici e dalle atmosfere austere. Non è un film brutto ma inamidato, gelido, troppo lungo e troppo prolisso, a tratti ampolloso, ma forte di una messa in scena sontuosa, di una fotografia evocativa e di un cast stellare in cui, tra Jeremy Irons, Meryl Streep, Winona Ryder, Antonio Banderas, Vanessa Redgrave, Maria Conchita Alonso, Armin Mueller-Stahl e Vincent Gallo, svetta una magnifica Glenn Close. I suoi 226 minuti di durata pesano non poco e il protagonista principale (Jeremy Irons), nonostante il suo indiscutibile talento, convince poco nei panni di un nobile latino americano. A parte questo la pellicola ha i suoi momenti di grande impatto emotivo, soprattutto grazie alla bravura degli attori, che riescono spesso a riscattare le magagne di una sceneggiatura troppo esile, più adatta ad uno sceneggiato televisivo che ad un'opera cinematografica. Alla sua uscita il film ha avuto una tiepida accoglienza da parte della critica, ma il pubblico lo ha generalmente apprezzato. Per amanti dei grandi "drammoni" familiari a sfondo storico.

Voto:
voto: 2,5/5

mercoledì 13 aprile 2022

Ennio (2021) di Giuseppe Tornatore

In questo documentario schietto, vibrante, minuzioso, intenso e talvolta commovente, il regista siciliano Giuseppe Tornatore celebra, omaggia e racconta vita ed opere principali di una leggenda del cinema mondiale, conosciuto e amato a tutte le latitudini: il Maestro Ennio Morricone, compositore geniale e prolifico che ci ha purtroppo lasciato nel 2020, ma che gode ormai da tempo (come tutti i grandi artisti) del privilegio dell'immortalità, attraverso le sue straordinarie colonne sonore che hanno emozionato, accompagnato ed "allevato" almeno 5 generazioni diverse. Attraverso una carriera lunga e memorabile, iniziata nel 1961 con Il federale di Luciano Salce e conclusa nel 2016 con La corrispondenza di Giuseppe Tornatore, Morricone, che ha musicato circa 500 film, si è rapidamente imposto all'attenzione mondiale per il suo immenso talento, per il suo stile inconfondibile, per la sua capacità unica di creare un connubio iconico tra musica e immagini, per la sua longevità, per la sua prolificità (nell'anno 1972 riuscì a scrivere le colonne sonore per ben 26 pellicole, stabilendo il proprio record personale) e per la sua incredibile versatilità che, in una filmografia smisurata che ha ricoperto un arco di 55 anni, lo ha portato a spaziare tra canzoni, melodie sublimi, musica per orchestra, composizioni colte, sperimentazioni ardite, motivetti popolari, utilizzo polifonico di rumori, suoni di ogni tipo o delle voci (soprattutto femminili) a mo' di strumento, mescolando insieme (con poesia, creatività e genialità) sacro e profano, alto e basso, ermetico e immediato, astratto e concreto. Sono in molti, tra esperti o addetti ai lavori, a ritenere Morricone come uno dei compositori più grandi, originali, innovativi, importanti e influenti del secolo passato (e non solo in riferimento alla ristretta "nicchia" delle colonne sonore); nonché uno di quei pochissimi che hanno avuto il merito di elevare definitivamente la musica da cinema ad un rango nobile e superiore, il giusto compendio pratico tra la musica classica e quella popolare. Uomo schivo, riservato, timido, di poche parole e di mille idee, sempre lontano dai riflettori e dalle mode del jet set, a volte burbero e a volte tenero per la sua naturale ritrosia protettiva nei confronti del suo mondo, fatto di note, lavoro e affetti familiari, Morricone ha lavorato con moltissimi registi: con alcuni ha creato un connubio iconografico imperituro (le sue colonne sonore per i western di Sergio Leone sono ormai a pieno diritto patrimonio dell'umanità), con altri ha avuto rapporti conflittuali, con altri ancora ha stretto un forte legame, anche umano, e tra questi c'è sicuramente Giuseppe Tornatore, entrato nelle grazie del Maestro fin da subito, da quei memorabili temi da lui scritti per Nuovo Cinema Paradiso (1988), dando inizio ad un sodalizio artistico ed affettivo durato per 30 anni, con ben 11 film realizzati insieme. Non è quindi un caso che proprio Tornatore abbia deciso di realizzare questo film trasudante affetto e devozione, esattamente un anno dopo la morte del Maestro, raccontandocelo attraverso una lunga serie di immagini, aneddoti, filmati di repertorio, stralci storici ed interviste a tutto tondo, che vedono protagonisti Ennio Morricone in primis, ripreso nell'intimità protettiva della sua casa romana, dove ha sempre vissuto con l'adorata moglie Maria (sua musa e compagna di vita), e poi una folta schiera di registi, musicisti, scrittori, attori, compositori, intellettuali, ammiratori ed addetti ai lavori che hanno avuto a che fare con lui. Il risultato finale è un racconto intimo e sincero, celebrativo ma non agiografico, povero di retorica e ricco di sfumature, molto attento a cercare di "catturare" l'uomo oltre che l'artista, pur rispettandone sempre la celebre pudica riservatezza. E' un film lungo ma agile, che sa regalare brividi sinceri ed emozioni nostalgiche, ed è ricco di notizie, curiosità ed informazioni che potranno insegnare qualcosina anche al più esperto conoscitore del Maestro. Ben scritto, ben montato e diretto con tocco morbido e amore deferente da Tornatore, è una emozionante cavalcata attraverso 55 anni di carriera e di musiche leggendarie, entrate a pieno diritto nella memoria collettiva e nel bagaglio emozionale dei tantissimi che hanno amato l'Ennio nazionale, eleggendo questo o quello, tra i suoi tanti temi, come colonna sonora di qualche frammento della propria vita. Forse il più evidente punto debole di questo documentario è quello di riservare troppo poco spazio ai piccoli tesori nascosti, alle numerose composizioni di nicchia scritte dal Maestro, meno conosciute dal grande pubblico, ma ugualmente sublimi e preziose. Ma è anche vero che, per esplorare adeguatamente anche quella parte dell'oceanico lavoro di Morricone, la durata della pellicola sarebbe diventata troppo eccessiva per i moderni canoni di distribuzione in sala. Tra i tanti che vengono intervistati nel documentario, oltre a Morricone e Tornatore, citiamo: Bruce Springsteen, Quentin Tarantino, Clint Eastwood, Sergio Leone, Hans Zimmer, John Williams, Dario Argento, Bernardo Bertolucci, Liliana Cavani, Elio Petri, Gillo Pontecorvo, Nicola Piovani, Pat Metheny. Per quanto riguarda i momenti salienti della narrazione ricordiamo: gli inizi giovanili da trombettista, gli studi al conservatorio, il complesso rapporto con il suo maestro Goffredo Petrassi (austero compositore da cui Morricone ha sempre inconsciamente cercato un segno di approvazione), il sofferto "tradimento" con il passaggio alla musica da cinema, il suo rivoluzionario contributo come arrangiatore nella musica leggera italiana, il successo con gli spaghetti western, i primi importanti film americani, le tante delusioni agli Oscar tra cui lo "scippo" clamoroso subito per la mitica colonna sonora di Mission (The Mission, 1986) di Roland Joffé, i tanti riconoscimenti internazionali, i concerti, gli scacchi, la passione per le sperimentazioni musicali, i due Oscar "riparatori" finalmente assegnatigli dall'Academy Awards, il rapporto con Tornatore, con Leone, con Petri e con altri grandi registi, la mancata collaborazione con Kubrick, gli scambi epistolari con Terrence Malick, l'amore per la moglie Maria e, ovviamente, l'ingresso del "ciclone" Tarantino nella sua vita riservata. Fa piacere notare come il documentario ha avuto un buon riscontro al botteghino, facendo registrare una notevole affluenza di pubblico nelle sale dove è stato proiettato, con una larga percentuale di giovani e giovanissimi. E' questo un ulteriore segno della grandezza universale e trasversale di un genio assoluto come Morricone, capace di unire, sotto il segno della sua "musica degli dei", epoche, culture e generazioni diverse, utilizzando il linguaggio poetico delle emozioni.

Voto:
voto: 4/5

domenica 10 aprile 2022

Thelma (2017) di Joachim Trier

La giovane Thelma, ragazza di provincia norvegese cresciuta in una famiglia rigidamente cattolica, si trasferisce ad Oslo per frequentare l'Università. Schiva e poco integrata, incontra Anja, una coetanea ben più spigliata, con cui nasce qualcosa che sembra più di un'amicizia. Ma le sue esperienze giovanili vengono turbate da una serie di attacchi epilettici, che la spingono a fare degli esami clinici sempre più invasivi, tenendo però all'oscuro della cosa gli apprensivi genitori che la chiamano ogni giorno al telefono. Mentre i medici brancolano nel buio alla ricerca del problema che affligge la ragazza, Thelma inizia a ricordare oscuri frammenti della sua infanzia e si rende conto di avere un enorme e pericoloso potere, nascosto da qualche parte, nel profondo del suo inconscio. Un potere che non riesce a controllare e che, quando si manifesta, può fare del male alle persone che le stanno intorno. Il quarto lungometraggio di Joachim Trier, che lo ha anche scritto insieme a Eskil Vogt, è un thriller paranormale dallo stile algido e dalle atmosfere intrinsecamente inquietanti, tutto giocato sul filo delle suggestioni psicologiche e di un cupo senso di mistero che, senza ricorrere a spettacolarizzazioni esplicite o a indulgenze macabre, riesce a catturare lo spettatore per tutta la sua durata. Il modello di riferimento immediato e obbligatorio è, ovviamente, Carrie (1976) di Brian De Palma che ha fortemente segnato, in maniera potente, l'immaginario cinematografico in materia di poteri extrasensoriali, elementi soprannaturali e processo di crescita adolescenziale. Ma il film del regista norvegese nato a Copenaghen si differenzia presto dalla pellicola di culto dell'autore italoamericano e riesce a seguire un proprio sentiero narrativo indipendente ed una personalità tutta sua. La magnifica sequenza iniziale, angosciante ed emblematica, ambientata nell'abbacinante bellezza austera dei glaciali paesaggi nordici, contiene già, a livello seminale, l'essenza di ciò che vedremo in seguito e la prospettiva nella soggettiva della protagonista (egregiamente interpretata da Eili Harboe) ci immerge totalmente nel suo mondo tormentato ed enigmatico. E' molto interessante come Trier riesca felicemente a mescolare gli aspetti sovrannaturali che virano nell'horror, con i sensi di colpa, i traumi del passato, il doloroso passaggio verso l'età adulta con tutto il suo carico di turbamenti, patemi e desiderio di emancipazione (sia sessuale che esistenziale), senza dimenticare l'aspetto religioso, ovvero di come un'educazione segnata dal fanatismo cattolico possa rivelarsi pericolosa per la sua carica repressiva che opprime la libertà individuale. Utilizzando il linguaggio codificato del cinema di genere, la pellicola si apre a molteplici spunti di riflessione, declinando una parafrasi metaforica sul conflitto tra potere e devozione, alienazione e ribellione, percorso di formazione e crudeltà connaturata allo stesso, fede e libero arbitrio. L'opera ha ottenuto buoni riscontri di critica a livello internazionale ed ha mancato di un soffio l'ingresso nella cinquina finale in lizza per l'Oscar al miglior film straniero nel 2018.

Voto:
voto: 3,5/5

giovedì 7 aprile 2022

Occhiali neri (Dark Glasses, 2022) di Dario Argento

Roma, oggi. Un serial killer che gira in un furgone bianco uccide le prostitute in maniera efferata. La sua prossima vittima, Diana, fugge a bordo della sua auto e, dopo un rocambolesco incidente in cui perde la vita una famiglia cinese, diventa cieca in seguito ad un trauma cranico. L'assassino non la molla e la tiene costantemente nel mirino. Diana deve abituarsi alla sua nuova condizione di non vedente. Sarà aiutata da un'assistente sociale, dal ragazzino cinese sopravvissuto alla disgrazia e da un cane pastore tedesco che le fa da guida. Dopo 10 anni di assenza dal grande schermo, Dario Argento torna alla regia con il suo nuovo thriller, da lui scritto nel 2002 insieme a Franco Ferrini e tenuto a lungo nel cassetto come possibile copione su cui lavorare. I risultati sono però, nuovamente e purtroppo, disastrosi su tutti i fronti, confermando che ormai l'ex mago del brivido italiano è già andato artisticamente in pensione da tempo e che l'appellativo di Maestro che tutti gli attribuiscono è puramente celebrativo e nostalgico. Questo Occhiali neri, presentato in anteprima al Festival di Berlino, è un filmetto scialbo, sciatto, prevedibile e inverosimile, privo di suspense e di mordente. Non spaventa mai, è recitato malissimo, si muove sempre sul confine tra il ridicolo e il trash ed è tristemente "vecchio" come concezione: ormai la solita solfa dello psicopatico misogino che uccide le belle donne con feroce brutalità non si regge più. Tra le altre cose qui non ci vengono nemmeno fornite motivazioni, variazioni sul tema o traumi pregressi, i personaggi sono banalmente grossolani e l'identità dell'assassino viene svelata già a metà pellicola. Qualche sequenza gore, morbosamente insistita e neanche ben realizzata, sembra riportare indietro di 40 anni, alla truce exploitation artigianale di Lucio Fulci. Ilenia Pastorelli e Asia Argento sono puramente ornamentali, soprattutto la prima che concede spesso alla macchina da presa le sue grazie fisiche, anche in maniera pretestuosa. Questo film sgangherato e maldestro avrebbe voluto giocare sul concetto di negazione dell'atto del vedere (il voyeurismo è da sempre una delle colonne portanti del cinema di Argento), ma, ad essere onesti, il buio è totale. In tutti i sensi. Il vero Dario Argento si è ormai eclissato da tempo. Facciamocene una ragione.
 
Voto:
voto: 1/5

mercoledì 6 aprile 2022

Heartburn - Affari di cuore (Heartburn, 1986) di Mike Nichols

Due giornalisti di mezza età, Mark Forman e Rachel Samstat, si conoscono durante una festa nuziale, si innamorano e in breve si sposano. Mettono al mondo due figli, ma poi lei scopre che lui ha una relazione con un'altra donna. Lo lascia e cerca di rifarsi una vita, ma Mark ritorna alla carica e cerca di riconquistarla. Funzionerà ? Commedia drammatica sentimentale di Mike Nichols, in cui il regista mette molto della sua formazione teatrale, e si affida alla bravura di due fuoriclasse come Meryl Streep e Jack Nicholson, che danno vita ad un lungo, interminabile duetto, tra ironia e dramma. Il film è stato scritto da Nora Ephron ed è in buona parte autobiografico, basato sul travagliato matrimonio tra la regista e scrittrice newyorkese ed il giornalista Carl Bernstein. E' una pellicola dal tono vellutato che procede con levità, senza mai alzare la voce o eccedere nell'enfasi, anche nei momenti più intensi. Nichols sceglie il registro della leggerezza, ma la cosa non funziona sempre a dovere e la narrazione talvolta s'ingolfa in qualche prolissità di troppo. Ma la bravura dei protagonisti e l'irresistibile epilogo tutto riscattano. Jack Nicholson subentrò al posto di Mandy Patinkin, che lasciò il set dopo pochi giorni di riprese per insanabili divergenze di opinioni con il regista. Completano il cast Jeff Daniels, Maureen Stapleton, Stockard Channing, Catherine O'Hara, il regista Milos Forman in un breve cameo e l'esordiente Kevin Spacey in un piccolo ruolo. Anche la figlia della Streep, Mamie Gummer, fa una fugace apparizione, accreditata con lo pseudonimo di Natalie Stern. La fotografia è del mitico Néstor Almendros, il grande maestro spagnolo adorato da Truffaut che ha lasciato un'impronta indelebile sulla composizione delle immagini cinematografiche.

Voto:
voto: 3/5