venerdì 28 aprile 2023

Everything Everywhere All at Once (2022) di Daniel Kwan , Daniel Scheinert

Evelyn e Waymond sono una coppia di cinesi trapiantati in America dove gestiscono una lavanderia a gettoni. I due vivono insieme al nonno Gong Gong (padre di Evelyn) e alla loro giovane figlia Joy, ragazza irrequieta che ha una relazione omosessuale con Becky che la porta in costante rotta di collisione con sua madre. Convocati nell'ufficio delle imposte dalla zelante ispettrice Beaubeirdre per una faccenda di tasse non pagate correttamente, i due coniugi precipitano in una incredibile "realtà" di universi paralleli e differenti "versioni" di sè stessi, con una fondamentale missione da compiere: riuscire a fermare una pericolosa entità entropica simile ad un buco nero, creata da una misteriosa figura chiamata Jobu Tupaki, che potrebbe distruggere tutti gli universi alternativi esistenti con la sua energia distruttiva. Dopo l'iniziale spaesamento Evelyn capisce di avere un ruolo cruciale in questa surreale avventura e si decide ad entrare in azione quando scopre la vera identità di Jobu Tupaki. Stravagante commedia di azione, scritta e diretta dal duo Daniel Kwan e Daniel Scheinert con tocco leggero e tono grottesco, che mescola, in modo spudorato e canzonatorio, una pletora di stili, suggestioni e generi diversi. Si passa infatti dalla tipica comedy di ambientazione familiare all'avventura fantastica, dalla fantascienza al cinema di arti marziali che ammicca all'action rocambolesco proveniente da Hong Kong, senza dimenticare comicità slapstick, influenze provenienti dai videogiochi e dal mondo dei super eroi, soluzioni visive volutamente artigianali sempre in bilico sul crinale del kitsch ed una forte spruzzata di ironia irriverente e politicamente scorretta, che vira talvolta nel demenziale. C'è davvero molto, anzi troppo, in questo film strambo e visionario prodotto dai fratelli Russo (quelli della Marvel e degli Avengers), che hanno creduto fin da subito in questo copione eccentrico, divertito e divertente, ma anche troppo fracassone per potere andare oltre il semplice intrattenimento. Eppure, tra una battuta spinta ed un combattimento di kung-fu, tra salti nel multiverso e situazioni assurde che cadono nel becero, il film ha anche qualche semiseria ambizione di critica riflessione sociale, svolazzando impunemente attraverso temi importanti come il razzismo verso gli extra-comunitari, i conflitti intergenerazionali tra genitori e figli, i problemi dell'adolescenza, la miope rigidità di certi burocrati e il diritto alla piena libertà dei gusti sessuali. Ma, in questa folle centrifuga di visioni, azioni e dialoghi messa in scena dai registi, c'è una tendenza all'eccesso frenetico che finisce per frastornare, impedendo allo spettatore di gustarsi i momenti migliori, che comunque non mancano. Diviso in tre blocchi narrativi ("Everything", "Everywhere" e "All at Once") il film guarda nostalgicamente agli anni '80, di cui cerca ripetutamente di ricreare le atmosfere, e infatti non è casuale la presenza dell'attore Ke Huy Quan, che divenne famoso da bambino grazie a pellicole di culto come I Goonies (The Goonies, 1985) di Richard Donner e Indiana Jones e il tempio maledetto (Indiana Jones and the Temple of Doom, 1984) di Steven Spielberg. Generalmente apprezzato da gran parte della critica per il suo tono scanzonato e per la sua energia esplosiva, il film ha sorpreso tutti facendo il colpo grosso alla notte degli Oscar, dove ha portato a casa ben 7 statuette "pesanti": miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e ben 3 Oscar agli attori (Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Jamie Lee Curtis). Indubbiamente troppa grazia e netta sensazione di sopravvalutazione, se non addirittura abbaglio, da parte dell'Academy, mai così anticonformista come in questo caso.
 
Voto:
voto: 3/5

Avatar - La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water, 2022) di James Cameron

Dopo avere sconfitto e scacciato gli invasori terrestri che volevano sottometterli per sfruttare le enormi risorse naturali del loro pianeta, i Na'vi sembrano aver trovato finalmente la pace. Il marine Jake Sully ha trasferito definitivamente la propria essenza vitale nel suo avatar ed ha avuto tre figli con la sua compagna Neytiri: il primogenito Neteyam, il turbolento Lo'ak e la vivace Tuk. Alla famiglia si sono poi uniti, come figli adottivi, la brillante Kiri (nata dall'avatar della defunta dottoressa Augustine Grace) e l'adolescente Spider, figlio dello spietato colonnello Quaritch e cresciuto insieme al popolo Omaticaya. Ma il periodo di serenità non dura a lungo, infatti gli umani, spinti dalla crisi energetica di un pianeta Terra ormai allo stremo, tornano più agguerriti di prima, guidati da un clone di Quaritch che, sebbene ucciso dalle frecce di Neytiri, si è "reincarnato" in un avatar Na'vi. La guerra scoppia di nuovo più violenta di prima e Jake è costretto a fuggire insieme alla sua famiglia, trovando rifugio presso il popolo acquatico dei Metkayina, pacifici abitatori di un lussureggiante arcipelago marino dove sorge una grande barriera corallina. Ma il perfido Quaritch non intende rinunciare alla sua vendetta e riuscirà a scovarli, scatenando tutta la sua furia contro Sully e gli abitanti del mare che lo hanno accolto. Tredici anni e (quasi) 3 miliardi di dollari dopo, James Cameron ritorna su Pandora per il tanto atteso (ed a lungo rimandato) seguito di Avatar, film del 2009 dallo straordinario successo di pubblico, fino a diventare (al netto dell'inflazione) il maggior incasso della storia del cinema mondiale. In qualità di produttore, sceneggiatore (insieme a Rick Jaffa ed Amanda Silver) e regista, Cameron ha trascorso molti anni in Nuova Zelanda per lavorare sui seguiti di Avatar, che dovrebbero essere in totale quattro, con un calendario di uscite al momento previsto fino al 2028. E visti gli incassi stratosferici ottenuti anche da questo secondo capitolo (ad oggi arrivato a ben 2,3 miliardi di dollari, ma la sua corsa non è ancora finita), non c'è da meravigliarsi se il famoso regista canadese resterà impegnato ancora a lungo con le "sue" creature aliene del pianeta Pandora. Questo secondo film, altisonante e anche lungo (ben 192 minuti), si muove sulla falsariga del predecessore, ne mantiene inalterata la struttura narrativa, ne aumenta la spettacolarità visiva e ne conserva pedissequamente pregi e difetti. Una trama esile e facilmente prevedibile, il consueto iter drammatico di caduta ed ascesa, un sontuoso apparato tecnico figurativo di effetti speciali mirabolanti (ma, invero, non così tanto "innovativi" rispetto a quanto già visto nella pellicola del 2009) ed un finale aperto maggiormente proteso verso il lancio dei sequel che verranno. Il cast "storico" (Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Giovanni Ribisi) è tornato al completo, con qualche innesto eccellente (ma poco sfruttato) come Kate Winslet, Cliff Curtis ed Edie Falco. Le cose migliori del film, che ne giustificano la visione, sono le nuove tecniche di performance capture digitali applicate (per la prima volta con questi risultati) alle riprese subacquee, che garantiscono l'immersione visiva in un affascinante mondo sottomarino popolato da creature fantastiche e nativi dalla pelle blu. E, soprattutto, il bel personaggio di Kiri, realizzato in CGI catturando le espressioni facciali di Sigourney Weaver, che si è cimentata (con ottimi risultati) nella sfida, non solo tecnologica, di "interpretare" una ragazzina adolescente. Su 4 candidature agli Oscar (tra cui quella per il miglior film), Avatar 2 ha portato a casa soltanto l'obbligatoria statuetta agli effetti speciali.

Voto:
voto: 3/5

The innocents (De uskyldige, 2021) di Eskil Vogt

Durante le vacanze estive la piccola Ida si trasferisce con la sua famiglia in popoloso sobborgo periferico norvegese. Nonostante il suo disagio per il nuovo quartiere e per la presenza (per lei ingombrante) di sua sorella maggiore Anna, affetta da una grave forma di autismo che le impedisce di esprimersi e di comunicare attraverso un linguaggio comprensibile, Ida fa amicizia con il suo coetaneo Benjamin, uno strano ragazzino un po' inquietante che sembra possedere poteri telecinetici e che la trascina in "giochi" sempre più sinistri e pericolosi. Quando nel gruppo entra anche Aisha, che riesce a comunicare telepaticamente con Anna con la quale stabilisce fin da subito un rapporto stretto e privilegiato, le dinamiche interne alla compagnia iniziano a corrompersi e scoppia presto il dramma. Secondo lungometraggio del talentuoso Eskil Vogt, sette anni dopo il precedente Blind (2014), principalmente conosciuto al pubblico come fedele sceneggiatore di Joachim Trier, per il quale ha finora scritto  tutte le pellicole. The innocents è un inquietante thriller che vira nel fantastico, algido nelle atmosfere, cupo nei toni e fortemente crudele nei contenuti, ma senza mai indulgere nella morbosa esplicitazione grafica della violenza che, saggiamente, resta quasi sempre fuori fuoco, pur essendo concettualmente raccapricciante. Il titolo è un evidente omaggio al capolavoro omonimo di Jack Clayton del 1961, che è uno dei capisaldi assoluti del genere horror, volutamente richiamato per la tematica comune dei bambini "diabolici"; una materia forte, politicamente scorretta, per molti addirittura insostenibile, ma che, se declinata con la giusta astrazione metaforica, riesce ad essere incredibilmente potente ed incisiva. Come in questo caso. Il contrasto tra il candore infantile dei personaggi e le azioni malvagie che essi commettono è indubbiamente disturbante, ma in perfetto sincrono con l'intento narrativo: i piccoli protagonisti, proprio in virtù della loro incontaminata "innocenza", sono puri, categorici, limpidi e quindi anche capaci di un male assoluto, perchè esercitato senza condizionamenti, vincoli, ipocrisia, sensi di colpa o mediazioni etiche. Prendendosi tutto il tempo necessario per approfondire la psicologia dei personaggi principali, Vogt riesce a rendere straniante anche l'antitesi tra il microcosmo di un ambiente sociale scandinavo (notoriamente sinonimo di efficienza, disciplina ed operosità) e quello che avviene all'interno del gruppo di bambini. Inoltre l'autore riesce (e questa è la miglior cosa del film) a scavare un solco profondo, che sancisce il netto confine tra il mondo degli adulti e quello dei minori, come splendidamente evidenziato a livello simbolico nella memorabile sequenza finale, che è effettivamente difficile da dimenticare (la tragica "lotta" che avviene silenziosa alla luce del giorno, davanti a tutti e senza che nessuno se ne accorga). Da rimarcare altresì qualche passaggio inutilmente tortuoso, qualche eccessivo calo di ritmo e qualche forzatura nella tematica sovrannaturale; sono peccati veniali "di gioventù" di un artista che è bravissimo nella scrittura ma che ancora deve trovare la piena asciuttezza nella regia, in modo da rendere il proprio racconto per immagini persino più aguzzo. E, nel caso di una storia come questa, più agghiacciante.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Smile (2022) di Parker Finn

Rose è un psichiatra molto dedita al suo lavoro e con un angoscioso trauma del passato che non riesce a cancellare: la morte per suicidio della madre alcolizzata a cui lei, adolescente, assistette senza intervenire. Un giorno una giovane paziente arriva da lei in preda ad una totale disperazione e le racconta una strana storia: ritiene di essere perseguitata da un demone che, dopo essersi impossessato di un corpo, si manifesta agli altri attraverso un inquietante sorriso del volto e che conduce il posseduto prima alla follia e poi al suicidio. Quando Rose vede la ragazza tagliarsi la gola davanti a lei, col sorriso stampato sulla faccia, inizia a sospettare che il racconto della vittima possa nascondere una oscura verità. Ben presto il demone del sorriso inizierà a tormentare anche lei, facendola scivolare in un orrendo incubo. Ma è tutto reale o si tratta di allucinazioni contagiose? Questo horror psicologico dell'esordiente Parker Finn (che lo ha anche scritto oltre che diretto, ispirandosi ad un suo precedente cortometraggio del 2020 intitolato "Laura Hasn't Slept") è un film di paura che gioca abilmente con i violenti traumi, e relativi sensi di colpa, sepolti nella psiche umana, senza disdegnare fugaci accenni sarcastici a certe consuetudini sociali di facciata che "impongono" un atteggiamento felice come esibizione del proprio status di benessere e di affidabilità. La pellicola ha i suoi punti di forza in una prima parte molto inquietante, in alcuni momenti di notevole tensione e nella lodevole interpretazione della protagonista, la californiana Sosie Bacon (figlia d'arte del più famoso Kevin e di Kyra Sedgwick), che risulta intensamente credibile nella caratterizzazione tormentata della psicologa che combatte contro i (propri) demoni. Ma va anche detto che molto si perde in un finale troppo esplicito ed esplicativo, nel quale la resa degli effetti visivi suscita più imbarazzo che terrore. Inoltre non potrà sicuramente sfuggire agli appassionati del genere come il film sia ampiamente derivativo e fortemente debitore di celebri (e più riusciti) predecessori, Ringu (1998) di Hideo Nakata (che già aveva avuto un remake americano nel 2002 con Naomi Watts) e soprattutto l'agghiacciante It Follows (2014) di David Robert Mitchell, per l'espediente narrativo della maledizione che si trasmette, come una catena, di persona in persona fino alle estreme conseguenze.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 27 aprile 2023

Gli sfiorati (2011) di Matteo Rovere

Mète è un giovane di buone maniere che lavora come tecnico grafologo e non riesce a perdonare suo padre Sergio, che vent'anni prima ha lasciato la famiglia per amore di un'altra donna (Virna) da cui ha avuto una figlia: l'adolescente Belinda, tanto bella quanto impertinente. In occasione delle nozze tra Sergio e Virna, Belinda si trasferisce momentaneamente nell'appartamento del suo fratellastro Mète, che è sempre stato segretamente attratto da lei. La presenza della fascinosa ospite turba l'abitudinaria quotidianità del ragazzo, che, combattuto tra desideri e sensi di colpa, cerca in tutti i modi di "sfuggirle", trascorrendo la maggior parte del tempo fuori casa insieme agli amici di sempre: il vispo Damiano (sciupafemmine impenitente) e l'ombroso Bruno (cronicamente depresso per problemi familiari). Ma la sensuale sorellastra diventerà ben presto l'elemento catalizzatore e disgregatore della compagnia. Il secondo lungometraggio di Matteo Rovere, tratto dall'omonimo romanzo di Sandro Veronesi, è un quieto dramma generazionale che, rispetto alla fonte letteraria di ispirazione, sposta l'azione dalla fine degli anni '80 al 2010. Con passo lento e tono mesto si accende solo quando è in scena la sexy "lolita" Belinda, che rifulge di maliziosa carnalità grazie alla performance "generosa" della giovane attrice italo-spagnola Miriam Giovanelli, ma che è forse un po' troppo caricata nei suoi stereotipi di acerba ammaliatrice. Il senso intimo del film, espresso già dal perentorio titolo, è quello di tracciare un affresco decadente, implosivo ed a tratti psichedelico dei così detti "sfiorati", ovvero una generazione di persone smarrite, annoiate, irrisolte, fuori tempo e fuori luogo, che oscillano tra abitudini ed eccessi senza mai riuscire a trovare una propria chiara identità, quasi inconsapevolmente sospesi in un limbo inerte. La riuscita metafora della grafologia (che consente di individuare "scientificamente" gli appartenenti alla categoria degli "sfiorati" attraverso l'analisi della scrittura) serve a fornire una base di astrazione alla suddetta condizione esistenziale, in bilico tra l'autodistruzione e la ricerca del piacere. La possibile via d'uscita suggerita dall'autore è, manco a dirlo, l'eros, inteso come elemento di ancestrale vitalità che sfugge all'inedia e vira verso un'inevitabile trasgressione, che funge sia da mezzo di soddisfazione che di oblio. Un oblio in cui perdersi, attenuando per un attimo il proprio stato di spaesamento. Non tutto funziona bene in questa pellicola altalenante, ad esempio la riflessione critica sulla generazione degli "sfiorati" appare troppo di maniera, oltre che ristretta ad una èlite abbiente ed alto borghese. Sono generalmente di buon livello le interpretazioni degli attori, in particolare Andrea Bosca, Michele Riondino, Aitana Sánchez-Gijón e Claudio Santamaria. La "ninfetta" di Miriam Giovanelli convince solo in parte, mentre Asia Argento, nel ruolo di una giovane donna, fatale nell'aspetto ma intimamente disperata, viene tenuta a briglia corta dal regista e risulta più misurata del suo solito. L'operazione complessiva riesce soltanto a metà e il film, alternando momenti ottimi ad altri di ingenuo impaccio, arriva appena a sfiorare il suo intento di esegesi sociale sulla gioventù contemporanea.

Voto:
voto: 3/5

lunedì 10 aprile 2023

John Wick 4 (John Wick: Chapter 4, 2023) di Chad Stahelski

Miracolosamente sopravvissuto agli eventi del precedente terzo capitolo, il killer solitario John Wick si nasconde con l'aiuto dei pochi amici che gli sono rimasti e cura le sue ferite nell'attesa di riprendere la lotta contro la Gran Tavola (il governo reggente del crimine mondiale) che lo ha scomunicato e continua a braccarlo senza tregua. Per stanarlo e ucciderlo una volta per tutte, i suoi nemici reclutano il viscido Marchese de Gramont, a cui vengono dati pieni poteri pur di ottenere il suo scopo. In un lungo peregrinare tra New York, Osaka, Berlino e Parigi, John Wick cerca disperatamente di risolvere il suo problema, incontrerà figure emerse dal suo oscuro passato ed affronterà in una sfida all'ultimo sangue nuovi terribili nemici, tra cui un imbattibile assassino giapponese, Caine, cieco ed esperto di arti marziali, ed un misterioso cecchino di colore che lo segue ovunque e sembra prevedere in anticipo tutte le sue mosse. Il quarto roboante e (si spera) ultimo film della saga crime di John Wick, ancora diretto egregiamente dall'ormai navigato Chad Stahelski, riesce ad alzare, nuovamente, un tantino più in alto l'asticella qualitativa del cinema d'azione americano, senza tradire le smisurate attese che lo accompagnavano e facendo la gioia dei sempre più numerosi fans del franchise, il cui inaspettato successo commerciale è stato puntualmente crescente ed oltre ogni aspettativa, proprio come il valore artistico e stilistico dei singoli episodi. In un mix sfavillante e adrenalinico di violenza da fumetto, scontri selvaggi con ogni tipo di arma, inseguimenti forsennati, duelli d'altri tempi, mattanze inaudite e antiche "sette" criminali, questo John Wick 4 sa regalarci azione al fulmicotone, una suggestiva varietà di luoghi e di ambientazioni, magnifici personaggi tridimensionali ed un finale di potente suggestione evocativa, che chiude nel miglior modo possibile la saga iniziata nel 2014. C'è quasi da gridare al piccolo miracolo per quanto saputo fare da Stahelski, che ha donato una nuova giovinezza artistica alla carriera di Keanu Revees ed ha creato un universo mitologico di oscura fascinazione simbolica, sospeso tra il mondo dei comics e quello dei videogiochi, agile nella messa in scena e mai serioso, anzi pervaso da una sottile ironia nera che tutto soccorre e tutto giustifica, garantendo stabilmente un irresistibile intrattenimento senza mai fare troppo a pugni con la sospensione dell'incredulità. Questo nuovo capitolo delle imprese del killer silenzioso e letale come la morte stessa, vede il ritorno di tutti i vecchi personaggi, con l'aggiunta di nuovi amici e di nuovi cattivi, tutti ben caratterizzati. Al cast storico (Keanu Reeves, Ian McShane, Laurence Fishburne, Lance Reddick) si aggiungono le new entry Bill Skarsgård, Shamier Anderson, Clancy Brown, Scott Adkins e, soprattutto, Donnie Yen e Hiroyuki Sanada, che con il loro carisma e la loro fisicità sanno offrire una decisiva marcia in più alla pellicola. Prendendosi tutto il tempo necessario nella sue quasi tre ore di durata, il film alterna con giusto equilibrio i momenti di azione iperbolica (sempre splendidamente coreografati con la consueta cornice stilistica, vigore plastico e ricchezza di invenzioni) a quelli più meditativi, nei quali abbiamo modo di conoscere i nuovi personaggi, approfondire le rispettive motivazioni e scoprire ulteriori elementi sul passato del nostro (anti)eroe. Estremamente curato in ogni dettaglio e nuovamente impaginato in una confezione estetica lussureggiante, il film viaggia spedito verso il finale "perfetto" attraverso una lunga serie di sequenze da incorniciare, una più riuscita dell'altra: la battaglia di Osaka, i sotterranei della Ruska Roma, la discoteca berlinese che sembra un girone dantesco, la sparatoria nella vecchia casa ripresa come un videogame, lo scontro furioso nel traffico caotico dell'Arco di Trionfo, le lunghe scalinate del Sacré-Cœur parigino, fino alla stupefacente resa dei conti all'alba, un attimo prima che la capitale francese si risvegli per un nuovo giorno. John Wick 4 stratifica quanto visto nelle pellicole precedenti e lo sublima con eccellenza, tramutando in epica il mondo, le gesta e la leggenda dell'infallibile assassino venuto dall'Est, senza dimenticare un pizzico di romanticismo tragico, il solito gustoso autocitazionismo e la teatrale arena del fato, dove tutto deve concludersi alla maniera antica, in un lavacro purificatore di sangue da versare, di colpe da espiare, di sacrifici da compiere e di vendette da ottenere.

Voto:
voto: 4/5

Babylon (2022) di Damien Chazelle

Nella Hollywood degli anni '20, durante l'età d'oro del cinema muto, s'incrociano le storie di diversi personaggi: un'aspirante attrice tutto pepe (Nellie LaRoy), bella, sfacciata, ambiziosa e con le unghie affilate per realizzare il suo sogno di diventare una diva. Un celebre attore di successo (Jack Conrad), alcolizzato e sottaniere ma dal cuore buono, perso tra vizi, problemi sentimentali e party goderecci. Un immigrato messicano (Manuel Torres), determinato e dal cervello fino, che fa il fattorino per gli studios e che riesce ad entrare nelle grazie di Conrad, grazie al quale saprà fare una incredibile carriera, diventando un abile produttore esecutivo. E ancora: un talentuoso trombettista jazz afroamericano (Sidney Palmer), che dalle feste dei vip arriva a recitare nei film musicali, una scaltra giornalista di gossip (Elinor St. John), i cui articoli taglienti riescono spesso ad influenzare vite e carriere dei divi del cinema, ed una sensuale cantante di cabaret (Fay Zhu), dall'irresistibile fascino esotico e dai gusti omosessuali. Il traumatico passaggio dal muto al sonoro li travolgerà tutti, segnando la fine di un'era e cambiandone per sempre i destini. Il quinto lungometraggio di Damien Chazelle è un imponente, lungo e sfarzoso dramma storico d'epoca, elegantissimo nella forma, sontuoso nella ricostruzione ambientale, di grande ambizione e dalle molte bellezze, variegato nel ritmo e nelle atmosfere, con un tono narrativo che spazia attraverso generi diversi, passando dal melodramma in costume all'affresco d'epoca, dalla commedia grottesca fino al noir. Probabilmente davvero troppo per convincere e soddisfare i critici che lo hanno generalmente stroncato, accusandolo di dismisura e di egocentrismo autoreferenziale, decretandone così il flop commerciale, visti anche gli alti costi produttivi. E invece Babylon è un film di grandiosa fattura e di equilibristico stile, in cui l'autore dà libero sfogo a tutto il suo estro per dar vita ad una malinconica epopea visiva per raccontare, attraverso figure decadenti, romantiche e maledette, il tramonto di un'epoca, il lato oscuro di Hollywood, i pericoli del divismo ed il peggio della natura umana. Nella Babilonia di Chazelle, un mondo chiuso e dissoluto fondato su effimeri piaceri e tossica vanità, fatto di eccessi sfrenati e di storie al limite, c'è tutto e il contrario di tutto, in una miscela di contraddizioni, debolezze e perdizioni in cui si alternano sogni, miti, energie, piaceri, leggende, aneddoti e misfatti dalla vecchia Hollywood del "periodo aureo", in cui ogni cosa sembrava possibile ed ogni cosa era permessa. Diviso idealmente in tre parti, con un approccio che alterna lo stile del classico d'antan alla satira sulfurea, con evidente intento di pungente critica iconoclasta facilmente applicabile anche allo star system di oggi, con qualche eccesso, qualche passaggio tortuoso, diverse semplificazioni e più di una indulgenza goliardica, questo film scomodo e magniloquente narra una storia ed un mondo già raccontato (talvolta egregiamente) da altri autori, ma resta sempre fedele all'idea di cinema del regista ed al suo nostalgico romanticismo caustico e contro tendenza. Nonostante l'evidente intento critico ed il bilancio amaramente in perdita di quella che fu la vecchia "eroica" fabbrica dei sogni americana, Chazelle mette dentro al suo film tutte le sue passioni ed infonde il suo smisurato amore per il cinema in ogni fotogramma, persino nelle scene più estreme e stravaganti (irresistibile quella di Nellie, ubriaca, che non riesce a tenere a freno la lingua durante il convegno dei potenti, inamidati benpensanti e parrucconi). Ma le sequenze straordinarie che esalano grande cinema da ogni frame sono davvero tante (l'orgiastico baccanale iniziale, la vita sui set durante le riprese, il viaggio infernale nella Los Angeles sotterranea, le prime difficoltà tecniche con le riprese sonore, l'epilogo al cinema) e la visione di questo rutilante "barnum" sarcastico mitologico non potrà che fare la gioia di ogni cinefilo che si rispetti. Fortemente voluto ed a lungo cullato dall'autore Damien Chazelle (che ne ha anche scritto la sceneggiatura), il film si avvale di un cast di prim'ordine in cui spiccano Margot Robbie (di una bellezza "isterica"), Brad Pitt (elegante e sornione), Diego Calva (una vera piacevole sorpresa), Li Jun Li (di magnetica raffinatezza) ed il Tobey Maguire "luciferino" che non ti aspetti. Senza dimenticare Jovan Adepo, Jean Smart, Olivia Wilde, Samara Weaving, Katherine Waterston ed Eric Roberts, tutti impeccabili e diretti con maestria. Tre nomination tecniche agli Oscar e nessun premio per quest'opera fortemente incompresa e sottovalutata, che testimonia come la critica "ufficiale" si muova spesso seguendo correnti di pensiero omologate ed "alla moda".

Voto:
voto: 4/5

domenica 9 aprile 2023

Blonde (2022) di Andrew Dominik

Vita, carriera, amori, trionfi, delusioni e sconfitte di un mito assoluto del cinema americano: Norma Jeane Baker, da tutti conosciuta con il suo nome d'arte, Marilyn Monroe, la cui tragica e prematura scomparsa (ancora oggi ammantata da un alone di mistero e oggetto di molteplici teorie complottistiche) ne ha ulteriormente accentuato l'aura, rendendola per sempre una leggenda immortale. Il regista australiano Andrew Dominik ha cullato a lungo questo progetto, a cui ha iniziato a pensare fin dal 2010, prima di scrivere e dirigere questo film controverso, provocatorio ed a tratti addirittura inquietante, ispirandosi liberamente al già discusso romanzo omonimo di Joyce Carol Oates. Esattamente come il libro ispiratore la pellicola non segue la biografia ufficiale della famosa attrice, ma ne reinventa (e reimmagina) molte parti scegliendo un approccio scomodo, metaforico, politicamente scorretto, estremamente caustico nei confronti del potere, dei mass media, del cinema hollywoodiano e dell'America in generale. Non c'è dunque da meravigliarsi che il film sia stato un flop e che abbia generato un vespaio di polemiche e di critiche soprattutto negli Stati Uniti. Quello che molti non sono riusciti a digerire, specialmente tra il pubblico medio, è che il regista abbia "fatto a pezzi" un'icona mondiale di bellezza e seduzione, per raccontarne, con atmosfere talvolta crudeli e agghiaccianti dai toni quasi "horror", gli aspetti fragili ed il lato oscuro, non senza sospetto di compiacimento. E' innegabile che Blonde sia un film feroce, un film che fa male, ma che, proprio per questo, coglie nel senso ed ottiene esattamente ciò che l'autore si era prefisso. E' un'opera potente, coraggiosa, non banale e impossibile da dimenticare, che nelle sue quasi tre ore di durata (passando continuamente dal colore al bianco e nero) oscilla con impeto tra alti e bassi, per un risultato ambiguamente bifronte, in una sorta di adesione emotiva al tema del "doppio" che ne è alla base. Il cuore della pellicola risiede tutto nel dualismo distruttivo tra Norma Jeane (ragazza bella e fragile, costantemente alla ricerca prima del padre che non ha mai avuto e poi del figlio che non avrà mai per colmare il suo disperato bisogno di amore e tenerezza) e Marilyn (la sua rivalsa e la sua nemesi, la bomba sexy oggetto del desiderio di tutti gli uomini del mondo, la diva ingombrante che ha finito per fagocitarla e che ne ha decretato la tragica morte, dopo averla esaltata nell'immaginario collettivo). Dominik si conferma un regista importante e dal talento sopraffino, e dà vita ad un film affascinante e complesso che, da un lato, non è esente da difetti: qualche scivolone nel trash involontario, qualche passaggio didascalico, qualche petulanza ideologica e qualche indulgenza nella sua turgida impostazione a tesi dal sapore misandrico (in tal senso sono del tutto ridicole le strumentali accuse di misoginia che qualcuno ha mosso alla pellicola). Ma, di contro, questo Blonde straborda di momenti di grandissimo cinema (la lunga sequenza della corsa in auto attraverso la California in fiamme è pura magia visiva), di cura maniacale dei dettagli (la ricostruzione pedissequa e magnifica dei momenti topici della vita dell'attrice, con tanto di ricreazione delle atmosfere, della gradazione dei colori e della illuminazione fotografica), di tensione emotiva e di tagliente causticità. Non è scorretto leggere questo film grande, lungo e ruvido come un atto d'accusa assoluto verso il genere maschile contro cui l'autore punta il dito: dal padre assenteista ai mariti inconsistenti, dal presidente americano (Padre della nazione) fino al pubblico, e quindi a tutti noi, ovvero a tutti coloro che hanno "oltraggiato" il mito Marilyn con una semplificazione voyeuristica, facendone un oggetto sessuale di cui ciascuno brama il suo pezzo calpestando l'anima celata dietro la diva. In tal senso sono magnificamente emblematiche la scena da incubo della folla che letteralmente "sbrana" Marilyn con gli occhi (fortemente ispirata a King Vidor) e quella (inevitabilmente controversa) dello "stupro eccellente" che si consuma nel finale (per molti offensiva e ridicola ma, a mio parere, da incorniciare per il suo efferato simbolismo). Nel grande cast (che annovera nomi come Adrien Brody, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson, Lily Fisher o Sara Paxton) spicca la magnifica protagonista Ana de Armas, luminosa ed intensa, giustamente candidata all'Oscar come miglior attrice. Nelle sale americane il film è uscito con un assurdo divieto ai minori di 17 anni e nella sua distribuzione sulla piattaforma di streaming Netflix ha avuto uno scarso apprezzamento da parte del pubblico. Eppure è un film da non perdere, uno dei migliori e dei più carichi di personalità dell'annata 2022.

Voto:
voto: 4/5

domenica 25 dicembre 2022

The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

Nell'America degli anni '50 il piccolo Sammy Fabelman vive nel New Jersey con la sua famiglia borghese: un padre mite costantemente assorbito dal suo lavoro di ingegnere elettronico, proteso verso la costruzione del progresso futuro, una madre passionale ed inquieta, che ha sacrificato una carriera da promettente pianista per crescere i figli, due sorelle e lo "zio" Bennie, migliore amico e collega di suo padre che trascorre tanto tempo con loro e che condivide attivamente tutti i momenti speciali dei Fabelmans. La visione al cinema de Il più grande spettacolo del mondo (The Greatest Show on Earth, 1952) di Cecil B. DeMille, cambierà per sempre la vita di Sammy, facendo nascere in lui una dirompente passione per i film e stimolando quella ruggente vena artistica insita nel suo animo ed ereditata da sua madre. Nonostante la reticenza del padre, che vorrebbe per lui un avvenire più affidabile e sicuro, Sammy, diventato adolescente, inizia a girare dei cortometraggi amatoriali, sceglie come compagna inseparabile una videocamera 8 millimetri e dimostra una sorprendente abilità nella creazione di immagini in movimento, appassionandosi sempre più a tutto il processo che attiene alla realizzazione di un film. I continui traslochi dovuti al lavoro paterno e la dolorosa scoperta che la sua famiglia non è così perfetta e granitica come le apparenze lascerebbero sembrare, provocheranno un profondo turbamento nel giovane Sammy. Uno strappo emotivo che culminerà con la fine dell'innocenza e la presa di coscienza che la vita reale sa essere ben più dura e meno confortante di quella raccontata nei suoi amati film. Tra patemi e ardori, paure e delusioni, il ragazzo troverà sfogo nella sua arte, avviandosi verso un radioso futuro da regista che non potrà essere ostacolato da niente e nessuno. Steven Spielberg ci ha sempre parlato un po' di sè, tra le pieghe nascoste dei suoi grandi film fantastici, spettacolari, carichi di sogni, di avventure e di buoni sentimenti. Il suo lato malinconico, dovuto ad un'infanzia carica di momenti meravigliosi e di sofferenze interiori è sempre stato presente sotto traccia, per coloro capaci di leggere sotto la superficie, lungo l'intero corso della sua straordinaria filmografia. Era quindi praticamente inevitabile che il grande regista americano arrivasse, fatalmente e naturalmente, a girare questo piccolo grande film autobiografico, intimo, nostalgico, fortemente sentito e delicatamente appassionato. Un film in cui racconta sè stesso, la sua famiglia, la sua giovinezza ed il modo in cui è diventato Steven Spielberg, il più grande narratore di "favole" moderne di Hollywood, in bilico tra avventura, azione, incanto e sentimento. L'erede naturale di quel Cecil DeMille che per primo lo lasciò a bocca aperta in un cinema di provincia, facendogli capire quanto grande fosse il potere immaginifico della settima arte. Tutto il cinema spielberghiano ruota, da sempre, anche nelle sue declinazioni più drammatiche e dolorose, intorno al senso di meraviglioso che i film possono suscitare negli spettatori, facendoli tornare bambini, facendoli soffrire e viaggiare con la fantasia, rattristandoli o entusiasmandoli, toccando le corde più intime di atavici sentimenti. E tutti i suoi temi, un tempo dispensati in "pillole" nascoste (persino nei suoi blockbuster più "insospettabili"), diventano, in questo suo ultimo lavoro, gli elementi essenziali e fondanti del racconto: l'incontro-scontro tra tecnologia e poesia, la formazione ebraica, l'enfatizzazione epica dei sentimenti, il mondo dei bambini opposto a quello dei grandi, il potere dei sogni, la ricerca del fantastico che diventa mito, il dolore dei figli per la separazione dei genitori, i nerd silenziosi e geniali bullizzati dagli spacconi muscolosi, il legame quasi indistinguibile tra cinema e vita, e, ancora una volta, la costante tensione spirituale verso il sublime, lo stupefacente, il bisogno del meraviglioso che alberga in ciascuno di noi e che la vita fa di tutto per cancellare, mortificare, calpestare e far passare in oblio. E' una fortuna che l'autore abbia deciso di realizzare questo suo personale "amarcord" in questa fase della sua carriera, illuminata dalla saggezza e mitigata dall'esperienza di un sognatore mai pentito ma, finalmente, sobrio, essenziale, adulto (nell'accezione più positiva del termine). Lo Spielberg di 20 anni fa lo avrebbe, probabilmente, rovinato e sprecato tra picchi di sentimentalismo ed eccessi languidi, finendo per andare fuori controllo in una materia fin troppo delicata e personale. Invece, lo Spielberg attuale, che da tempo ha scelto di allontanarsi dai kolossal faciloni sbanca botteghini, preferendo cullare una vena più intima ed autoriale, è riuscito a farne un'opera deliziosa e di classica misura, in bilico tra tenerezza ed incanto, che si prende tutto il suo tempo per raccontarci, in maniera squisita ed ispiratissima, alternando quadretti buffi a momenti drammatici, il lungo processo di formazione che ha fatto sì che un ragazzo ebreo di Cincinnati riuscisse a diventare il più famoso regista americano dell'età moderna. E' un film morigeratamente accorato che l'autore dedica alla sua famiglia (e a sua madre in particolare), a quei poli opposti rappresentati dai suoi genitori che hanno entrambi formato, con un imprinting profondo, aspetti diversi della sua personalità e della sua arte, sia nei momenti belli sia in quelli dolorosi. Ed è, soprattutto, un film dedicato al Cinema, alla sua capacità fatata di creare sogni, miti, iconografie che attraversano epoche e generazioni, diventando patrimonio emotivo dell'umanità. Proprio come lo sono diventati tutti i grandi capolavori spielberghiani, dagli anni '70 in poi. Tenendo volutamente fuori la Storia, ma rifugiandosi unicamente all'interno del proprio mondo, sia personale che familiare, Spielberg ci regala una lunga serie di sequenze magnifiche, poetiche, di dolcissima concezione e di rarefatta suggestione, stabilendo, forse definitivamente, un solido legame di comprensione emotiva con il suo pubblico, a cui mai si è raccontato prima con tanta sincerità e tenerezza. Impossibile non citare espressamente, nel lungo flusso del racconto autobiograficamente romanzato, la scena iniziale nel cinema, la danza nella luce dei fari della madre Mitzi o la struggente sequenza centrale del montaggio (climax della pellicola ed emblematica sovrapposizione tra arte e vita), in cui il giovane Sammy scopre una "terribile" verità, proprio grazie allo strumento più potente e paradigmatico del lavoro di un cineasta (capace di "modificare" il tempo e di trasfigurare la "realtà" sullo schermo). Nel cast, diretto in maniera eccellente, sono tutti bravi e "giusti": da Michelle Williams a Paul Dano, da Seth Rogen a Gabriel LaBelle, da Jeannie Berlin a Julia Butters, con una menzione speciale per la Williams, che incarna con la giusta dose di soavità e sregolatezza il personaggio più complesso e sfaccettato: la madre Mitzi. Immancabili le musiche, come al solito efficaci, del fidato ed eterno collaboratore di una vita, il grande John Williams, che ha espressamente dichiarato di volersi ritirare, dopo questo film, dalla sua lunga attività di compositore di colonne sonore, per dedicarsi unicamente a quella di concertista. Resta da vedere se ci riuscirà, perchè sicuramente il suo amico Spielberg non sarà affatto d'accordo. E da citare ancora l'impagabile cameo del regista di culto David Lynch, che fa (a modo suo) una breve ma indimenticabile apparizione nel ruolo del leggendario John Ford, il più importante creatore di miti del cinema americano, dal cui incontro il giovane Fabelman-Spielberg seppe trarre nuova linfa per alimentare il suo sogno ed incamminarsi verso grandi orizzonti di vita e di carriera. Orizzonti di cinema spielberghiano che hanno travalicato il tempo ed i grandi mutamenti sociali, e che sono diventati, in una ideale condivisione emozionale, parte integrante della nostra cultura popolare.

Voto:
voto: 4,5/5