venerdì 12 maggio 2023

Complotto di famiglia (Family Plot, 1976) di Alfred Hitchcock

Un'anziana e ricca signora, che vede ormai avvicinarsi il tramonto della sua vita, incarica una giovane medium (Blanche Tyler) di ritrovare un suo nipote scomparso, l'unico parente che le è rimasto, per lasciargli in eredità tutti i suoi beni. Dopo lunghe e complicate ricerche Blanche riesce a rintracciare l'uomo, ma si rende presto conto che questi è un tipo di malaffare, dedito ad attività criminose. E da quel momento lei stessa sarà in serio pericolo. Presentato in anteprima, fuori concorso, al Festival di Cannes 1976, Family Plot è l'ultimo film di Alfred Hitchcock, che ebbe non poche difficoltà ad ultimare le riprese per le sue compromesse condizioni di salute. Il grande regista inglese morirà quattro anni dopo nella sua residenza di Los Angeles, ancora fresco del titolo onorifico di baronetto di cui era stato insignito dalla regina Elisabetta II. In questo film di commiato, che per questo assume un inevitabile valore nostalgico, l'autore ritrova la sua tipica leggerezza, mantenendosi abilmente in equilibrio tra thriller e commedia, e governando sapientemente i beffardi scherzi del destino tra due coppie di personaggi, le cui strade si incrociano solo a metà pellicola (con qualche evidente eco del prologo di L'altro uomo del 1951). E' un'opera che appare un po' datata tecnicamente (già solo per l'evidente uso dei fondali trasparenti), ma il Maestro Hitch sa trovare sprazzi dell'antico humor nero, intinto di sorridente cinismo e condito di ammiccamenti beffardi (ad esempio nel finale, adombra che la falsa veggente possa avere davvero capacità medianiche). Alla sua uscita spiazzò e divertì il pubblico, soprattutto per la mescolanza dei toni (ora misteriosi, ora minacciosi, ora buffi), per la totale rinuncia al glamour e ai divi nel cast, per il linguaggio e le situazioni più audaci, per la miriade di auto-citazioni dei suoi capolavori passati e per la rivisitazione dei suoi temi prediletti, che lo hanno accompagnato in tutta la carriera, (il doppio, il destino, i rapporti familiari tormentati, la colpa, il delitto, il contrasto realtà-finzione) in una nuova "salsa" più bizzarra e ammiccante. Non è un caso che la scena di chiusura (Barbara Harris che guarda in camera e fa l'occhiolino allo spettatore) sancisca con un gesto esplicito e disarmante quella complicità voyeuristica tra Hitchcock e il suo pubblico che è sempre stata presente, ma sotto traccia, in tutta la carriera del "mago del brivido". Anche l'intreccio narrativo, nel suo andamento geometrico delle due storie che all'inizio si svolgono in parallelo e poi s'intrecciano a metà percorso per fondersi in una sola, porta un senso di "novità" nell'itinerario hitchcockiano. Tratto (come d'abitudine) da una fonte letteraria ispiratrice (il romanzo "The Rainbird Pattern" di Victor Canning), Family Plot è il saluto al pubblico di un Maestro del cinema, uno di quegli autori che il cinema lo ha "creato", inventandolo opera dopo opera, plasmandolo a forza di sperimentazioni tecniche, nell'arco di una carriera lunga 50 anni. Inizialmente considerato solo un abile artigiano, poi un astuto intrattenitore, e solo dopo il decennio d'oro (dal '54 al '63) valutato come un vero artista (paradossalmente proprio mentre la sua creatività cominciava a scemare), Hitchcock è la dimostrazione che, alla lunga, il vero talento vince sempre, e che spesso la percezione istintiva del pubblico supera (o anticipa) quella della critica.

Voto:
voto: 3,5/5

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn, 1949) di Alfred Hitchcock

Nell'Australia del 1830 l'elegante Charles Adare, giovane irlandese appena sbarcato in cerca di fortuna, incontra la misteriosa e bellissima Lady Henrietta Considine, una nobile inglese fuggita dalla madrepatria insieme al suo amante, Sam Flusky, ex stalliere della famiglia Considine che in passato ha commesso un omicidio per amore di lei e che ha scontato la sua pena a Sidney. Adesso i due sono sposati ma Henrietta è molto cambiata, non ama più il marito ed è caduta nel vizio dell'alcolismo. Charles perde la testa per l'affascinante donna e l'aiuta a ritrovare la gioia di vivere e l'antico splendore, ma la gelosia di Sam, le azioni malevole dell'invidiosa cameriera di famiglia ed un oscuro segreto che Henrietta ha sempre tenuto nascosto, porteranno la situazione verso la tragedia. Stanco dell'etichetta di "mago del brivido" che gli veniva ormai stabilmente assegnata (anche con una certa aria di sottovalutazione da parte dei critici), Hitchcock decise di provare nuove strade, realizzando questo torbido melodramma in costume, ambientato agli antipodi e nel secolo precedente, adattando il romanzo "Under Capricorn" dell'australiana Helen Simpson. Il risultato è un film tecnicamente superbo (il primo a colori del regista), con una sontuosa rievocazione ambientale ed un utilizzo dei cromatismi fotografici di pittorica squisitezza. Magnifica anche l'interpretazione di Ingrid Bergman nei panni della tormentata protagonista, una prova d'attrice memorabile nella sua terza ed ultima collaborazione con Hitchcock. Ma questi meriti indiscutibili e gli evidenti echi di Rebecca (1940), con l'ombra di un delitto del passato che incombe sul ménage matrimoniale, non bastano a risollevare del tutto le sorti di una pellicola spesso incerta, con poca suspense, molto seriosa e non esattamente nelle corde dell'autore inglese. Alla sua uscita fu un fiasco colossale, che provocò il fallimento della casa di produzione Transatlantic Pictures di cui lo stesso Hitchcock era socio minoritario. Eppure il film ha anche i suoi estimatori, specialmente tra i soliti critici e cineasti francesi (da sempre devoti ammiratori hitchcockiani) che ne hanno amato soprattutto le atmosfere raffinate e la tecnica sopraffina. E' una delle opere minori del Maestro d'oltremanica, ma merita la visione (come tutti i suoi lungometraggi) perchè contiene comunque elementi di grande pregio e momenti di pura suggestione. Basti solo citare l'indimenticabile primo piano della Bergman nella famosa sequenza della testa mummificata, in cui l'attrice svedese riesce ad esprimere un formidabile mix di emozioni senza pronunciare alcuna parola, per ricordarci perchè Hitchcock è Hitchcock. In Italia il film venne anche distribuito con il titolo alternativo Sotto il capricorno, in riferimento al tropico ed alla location australiana (ma in realtà le riprese furono fatte in California e negli studi londinesi Elstree). Hitchcock si concede persino il lusso di un doppio cameo, raddoppiando così la sua famosa abitudine.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 11 maggio 2023

Io confesso (I Confess, 1953) di Alfred Hitchcock

Padre Michael Logan, sacerdote cattolico canadese, viene ingiustamente accusato dell'omicidio di un famoso avvocato. In realtà il prete è vittima di una macchinazione e conosce anche l'identità del vero assassino, che gli ha rivelato il suo segreto durante il sacramento della confessione. Ma, obbligato dal vincolo del segreto confessionale dalla sua solida fede, non può parlarne con nessuno, neanche per discolparsi da un'accusa infamante e fasulla. Quando si viene a scoprire che in gioventù Logan era stato innamorato della bionda Ruth e che decise di prendere i voti dopo la delusione per il fallimento della relazione sentimentale, le cose per lui si mettono ancora peggio. Questo thriller a sfondo religioso di Alfred Hitchcock è tratto da un dramma teatrale, "Nos Deux Consciences" di Paul Anthelme, ed è costruito, non senza una certa artificiosità, sul paradosso morale che il sacramento della confessione può generare in casi estremi. Il tipico tema hitchcockiano dell'innocente sospettato di un delitto che deve dimostrare la propria estraneità ai fatti, viene stavolta inserito all'interno di un singolare dilemma sospeso tra etica e fede, ma il risultato non è all'altezza delle opere migliori del regista. I più evidenti problemi del film sono il suo tono austero e del tutto privo d'ironia, che finisce per appesantire troppo un argomento già di per sé gravoso, specialmente se accostato al cinema di genere e ad una storia che ha le caratteristiche del giallo. Non a caso la maggioranza del pubblico e della critica rimase perplessa, e tutto sommato indifferente, all'uscita della pellicola, che venne presentata in concorso al Festival di Cannes dove passò quasi inosservata. Alla fine dei conti questo poco fortunato I Confess finì per scontentare un po' tutti, soprattutto i non cattolici che non lo capirono e lo ritennero fortemente inverosimile ed illogico. Ma, probabilmente, il maggior peccato intrinseco dell'opera risiede nella sua mancanza di coraggio; infatti Hitchcock fu praticamente obbligato dalla produzione (timorosa delle possibili ire dei cattolici) a modificare completamente il finale rispetto alla pièce ispiratrice, attenuandolo e rendendolo più edificante. Tuttavia la grande abilità registica di Hitch è pienamente visibile in molte sequenze notevoli, in cui il tocco magico del Maestro inglese ci regala brividi d'autore e immagini di gran classe. Nel cast principale Montgomery Clift, Anne Baxter e Karl Malden offrono delle buone interpretazioni, ma talvolta traspare una certa mancanza di "chimica" tra la regia e gli attori, e la cosa ha una sua spiegazione: la Baxter (poco sensuale rispetto alle abituali protagoniste femminili hitchcockiane) fu imposta dalla Warner Bros. per ridurre il rischio di "scandali"; mentre Montgomery Clift (interprete di grande fascino e talento ma dal carattere ombroso e complicato) ebbe un rapporto travagliato con Hitchcock per evidenti differenze di vedute rispetto al personaggio di padre Logan. I numerosi simbolismi cristologici inseriti dall'autore ogni volta che è in scena il protagonista Logan sono però di gustosa raffinatezza figurativa.

Voto:
voto: 3/5

mercoledì 10 maggio 2023

Io ti salverò (Spellbound, 1945) di Alfred Hitchcock

La dottoressa Constance Peterson lavora come psichiatra in una clinica specializzata ed è una donna di indubbia professionalità, totalmente dedita al suo delicato incarico. L'arrivo del dottor Edwards, che deve sostituire il direttore del centro ormai prossimo alla pensione, cambia però drasticamente la sua vita: Constance si innamora follemente di lui e si abbandona ad una relazione che la conduce ben presto in una situazione angosciante. Edwards, che fin dall'inizio denota strane fobie, le rivela di essere in realtà un altro uomo di nome John Ballantine, che ha smarrito la memoria e che crede di avere ucciso il vero Edwards per assumerne l'identità. Ma non ricorda nè i dettagli nè le motivazioni del gesto che ritiene di aver commesso. Constance non si perde d'animo e decide di rischiare tutto per cercare di aiutarlo a far luce nella misteriosa faccenda, mettendosi in una situazione di pericolo insieme al suo amato. Questo thriller onirico, serrato e teso è uno dei maggiori successi di Hitchcock che, in netto anticipo sui tempi e ben prima che la cosa diventasse di moda, tradusse in immagini per il grande schermo il proprio interesse per la psicanalisi, e quindi per le patologie della personalità, per gli sfalsamenti tra realtà e sogno e per le alterazioni della percezione. Fu lui stesso a definire Spellbound come "una caccia all'uomo in un involucro di pseudo-psicoanalisi" e probabilmente questo è stato il primo film ad occuparsi ufficialmente dell'affascinante scienza fondata da Sigmund Freud, facendone sia materia narrativa che mezzo stilistico. Ispirandosi liberamente al romanzo "The house of Dr. Edwardes" di Francis Beeding, l'autore realizza un giallo deduttivo con atmosfere da mistery in cui l'indagine è un viaggio a ritroso nel subconscio del protagonista, per cercare di ricostruirne la memoria perduta attraverso frammenti di ricordi e tecniche psicoanalitiche. Il sogno è un elemento cruciale della pellicola e Hitchcock (notoriamente curioso verso tutte le novità e le sperimentazioni tecniche del mezzo cinema) si rivolse al celebre artista catalano Salvador Dalí, maestro del surrealismo, che realizzò per il film una serie di inquietanti scenografie da lui stesso disegnate, che sono uno dei punti di forza di Spellbound e che rendono indimenticabili le sequenze oniriche. Dalí trasse ispirazione dal lavoro fatto in precedenza insieme a Luis Buñuel nei capolavori surrealisti Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). La collaborazione artistica tra Hitchcock e il bizzarro genio spagnolo causò non pochi problemi alla realizzazione del film, a causa dell'ostracismo della produzione che non gradiva e si opponeva all'approccio estetico di Dalí, ritenendolo troppo estremo, stravagante e incomprensibile per gli spettatori. Ma il regista inglese riuscì ad imporsi con grande fatica e, alla fine, tutte le sequenze "targate" Dalì sono finite nell'opera, tranne una che venne tagliata nel montaggio e che è andata perduta (la trasformazione di Constance nella statua di una dea mitologica). Non tutto però funziona bene nel meccanismo complessivo del film, vedi certi passaggi un po' deboli nella love story e certe risoluzioni tortuose, specialmente nel finale. Sono però presenti alcuni dei temi tipici di Hitchcock, come il senso di colpa, il trauma, la confessione espiativa e la liaison sentimentale torbida e pericolosa. Dal punto di vista del cast la pellicola viene ricordata per la presenza di due divi come Ingrid Bergman (qui alla prima delle sue tre collaborazioni con Hitchcock) e Gregory Peck, ma il più bravo alla fine risulta il russo Michael Chekhov (candidato per l'occasione all'Oscar come miglior attore non protagonista), nei panni dello psicanalista che cerca di aiutare Edwards/Ballantine a superare l'amnesia e districare la matassa del crimine che incombe sulla sua coscienza. Spellbound ebbe ben 6 candidature agli Oscar (tra cui anche miglior film e miglior regia), ma vinse soltanto la statuetta per la colonna sonora di Miklós Rózsa. E infine due curiosità: come rivelato anni dopo da Truffaut, una delle scene più famose (la pistola rivolta contro uno dei personaggi ad un certo punto viene puntata verso lo spettatore, mettendosi a favore di camera e dando l'impressione di "colpire noi") venne realizzata in piano sequenza con un ingegnoso trucco artigianale: ovvero con una mano finta di enormi dimensioni in modo da compensare i limiti fisici di movimento del braccio umano e le possibilità di messa a fuoco dinamica degli obiettivi dell'epoca. Hitchcock scelse la Bergman nel ruolo di Constance dichiarando di avere finalmente trovato la sua donna (cinematograficamente) "ideale". Effettivamente è dura dargli torto, anche se la leggendaria attrice svedese offrirà il meglio del suo fascino abbagliante nel film successivo del 1946 (Notorious) ed il grande Hitch avrà modo di "consolarsi" successivamente con le celebri interpreti bionde dei decenni successivi, di cui saprà farci "innamorare" attraverso il suo sguardo.
 
Voto:
voto: 3,5/5

lunedì 8 maggio 2023

Il club dei 39 (The 39 Steps, 1935) di Alfred Hitchcock

Richard Hannay, canadese in trasferta a Londra, fa la rocambolesca conoscenza di una donna in fuga durante uno spettacolo teatrale e decide di ospitarla per la notte. Lei viene uccisa da un killer misterioso ma fa in tempo a raccontargli alcuni pericolosi segreti, rivelando di essere una spia inglese impegnata contro una temibile organizzazione nemica che agisce nell'ombra. Hannay viene accusato dell'omicidio della ragazza e diventa un ricercato della polizia. Per lui sarà l'inizio di un'avventurosa corsa contro il tempo per cercare di salvarsi e provare la sua innocenza. Ma, per farlo, deve partire dagli indizi che gli ha lasciato l'enigmatica donna. Finirà così al centro di un grosso intrigo in cui gli avversari più insidiosi non saranno soltanto le forze dell'ordine che cercano di arrestarlo. Tratto dal romanzo omonimo di John Buchan (che sarà in seguito adattato altre due volte per il grande schermo nel '59 e nel '78), questo thriller spionistico ad alta tensione di Alfred Hitchcock è il miglior film del suo periodo inglese, un'ammirevole fusione sapiente tra azione, mistero, suspense, colpi di scena, equivoci e ironia sarcastica. Il regista inglese realizza un piccolo gioiello agilmente in bilico tra il mistery raffinato e l'umorismo tagliente, curatissimo nei dettagli, emblematico nelle ambientazioni (il film si apre e si chiude in un teatro con due scene di forte impatto), attento al disegno psicologico dei personaggi e capace di mettere a punto con solida abilità espositiva quello che poi diventerà uno dei temi cardine della sua filmografia: l’innocente in fuga per discolparsi di un delitto non commesso da lui, che finisce nel vortice di una complessa macchinazione che rischia di stritolarlo. La continua falsità delle apparenze e la simbolica conclusione durante uno spettacolo di illusionismo moltiplicano le prospettive di un gioco di specchi illusorio ed ironico, attraverso il quale un Hitchcock in gran forma si diverte ad ingannare gli spettatori. E la gustosa trovata di far fuggire il protagonista ammanettato a una bella donna, con la quale non fa altro che litigare, è un ulteriore impagabile sberleffo dell'autore come allusivo sottotesto ammiccante che funge da metafora derisoria dei rapporti matrimoniali. Per la precisione ad orologeria del suo meccanismo narrativo, per la sua leggerezza brillante e canzonatoria, per il dinamismo talvolta spudorato dei movimenti di macchina e per il suo ritmo in costante crescendo, il film ebbe un grande successo ed un forte effetto di novità su pubblico e critica, spalancando di fatto le porte di Hollywood al grande regista britannico, il quale di lì a quattro anni (e dopo altri 5 film girati nella madre patria) trasferirà definitivamente le sue produzioni negli Stati Uniti, raggiungendo così notorietà a livello planetario. La storia della versione italiana dell'opera è travagliata quanto paradossale. Infatti venne distribuita inizialmente nel 1936, durante la dittatura fascista, con un doppiaggio farlocco che ne alterava diversi aspetti giudicati "pericolosi", perchè ideologicamente contro alcuni principi del regime. Dopo un nuovo doppiaggio meno alterato, avvenuto nel 1959, solamente negli anni '70 si è riusciti ad ottenere un'operazione di traduzione dei dialoghi nella nostra lingua pienamente fedele ai toni ed al senso della pellicola originale. Da menzionare l'eccellente (ed innovativo) lavoro fatto sul sonoro (seguito con estrema attenzione da Hitchcock, che dava molta importanza a certi dettagli ed era sempre proiettato verso nuovi traguardi tecnici) e la forza evocativa di un personaggio come Mister Memory, solo teoricamente "secondario".

Voto:
voto: 4/5

Il sospetto (Suspicion, 1941) di Alfred Hitchcock

Lina Mac Laidlan, donna bella quanto timida e insicura, abbandona la casa paterna per cedere alla corte dell'affascinante Johnnie Aysgarth, abile seduttore conosciuto per caso sul treno. I due si sposano e lei è molto innamorata, ma ben presto comincia a provare una serie di inquietanti sospetti su di lui. Johnnie ha uno stile di vita agiato, ama il lusso ma non ha un lavoro fisso e non va troppo per il sottile pur di procurarsi i soldi che gli necessitano. Lina si convince che suo marito abbia addirittura ucciso un ricco amico in comune per appropriarsi dei suoi beni ed inizia a temere che voglia eliminare anche lei per intascare il premio dell'assicurazione. Ma i suoi sono soltanto i cattivi pensieri di una ragazza frustrata e nevrotica oppure le sue paure sono fondate? Finale a sorpresa. Thriller psicologico di Alfred Hitchcock, che ha adattato liberamente per il grande schermo il romanzo omonimo di Berkeley Cox, modificandone il finale, rendendo la vicenda più torbida ed ambigua e raffigurandola come un caustico apologo sull'aggrovigliato intreccio di sentimenti, interessi e compromessi sottesi al rapporto matrimoniale. E' una tra le opere più note del regista, famosissima per alcune magistrali scene di suspense (in particolare quella del bicchiere di latte), ma probabilmente più debole nell'epilogo rispetto al libro ispiratore, sebbene molti critici e registi francesi (Rohmer, Chabrol, Truffaut) la adorarono e ne cantarono lodi sperticate a posteriori. Fu la quarta pellicola americana del Maestro del brivido e la prima con protagonista Cary Grant, che poi collaborerà ancora con lui per altre tre volte. Ebbe un grande successo di pubblico alla sua uscita e vinse un premio Oscar: Joan Fontaine, migliore (e magnifica) attrice protagonista. In Italia venne distribuito nell'autunno del 1945, dopo la fine della guerra, con il doppiaggio eseguito due anni prima a Madrid (nella neutrale Spagna), grazie all'intervento della 20th Century Fox che "bloccò" sul posto alcuni attori italiani (tra cui Emilio Cigoli), convincendoli a doppiare il film per poterlo immettere sul nostro mercato alla prima occasione utile.

Voto:
voto: 3,5/5

domenica 30 aprile 2023

Il colibrì (2022) di Francesca Archibugi

Marco Carrera, di professione medico, è un uomo benestante e posato, dai modi gentili ma con tanti problemi che covano sotto una facciata di apparente tranquillità. E' sposato con Marina, donna depressa e instabile, che cerca compulsivamente in scappatelle clandestine e in sedute di psicanalisi quella felicità interiore che non riesce a trovare in sè stessa. Marco ha anche una figlia (Adele), un fratello (Giacomo) con cui non ha più rapporti a causa di antichi dissidi e due genitori che non si sopportano più ma che non riescono a stare lontani l'uno dall'altro. Nell'esistenza di Marco continuano a riemergere le ombre dolorose di una gioventù impossibile da dimenticare: con il senso di colpa di una sorella morta tragicamente a vent'anni ed il grande amore della sua vita per una donna francese, Luisa, conosciuta durante le vacanze adolescenziali all'Argentario. Un amore mai consumato e mai dimenticato. Questo intenso e dolente film, scritto e diretto da Francesca Archibugi adattando l'omonimo romanzo best seller di Sandro Veronesi, è un melodramma familiare quietamente disperato che procede in modo non lineare, in un continuo gioco di salti temporali all'indietro o in avanti, per raccontare la vita del protagonista, Marco Carrera detto il colibrì, tra la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. Ambientato tra Roma, Parigi ed il mare dell'Argentario (dove si svolgono le sequenze migliori), è la storia di un dramma borghese con al centro un uomo pavido e indeciso, così preoccupato di non danneggiare il suo prossimo da non riuscire mai a renderlo felice, ad abbandonarsi ai suoi veri desideri, a prendere in mano la sua vita ed essere finalmente libero, appagato, proattivo. La metafora del colibrì, minuscolo uccello esotico che sbatte le ali vorticosamente restando praticamente immobile, è perfetta per questo protagonista che è l'espressione di un conformismo inetto e insoluto, tipico di un certo ceto sociale abbiente e imbellettato, ossessionato dalla forma a discapito della sostanza. Ma nonostante le buone interpretazioni di un ricco cast che annovera nomi come Pierfrancesco Favino, Laura Morante, Bérénice Bejo, Alessandro Tedeschi, Kasia Smutniak, Nanni Moretti e Benedetta Porcaroli, il film non riesce mai a penetrare compiutamente al di sotto della superficie, per toccare le corde di una emotività più profonda e sfumata, ma gravita costantemente in un limbo di inerzia sentimentale, per poi inciampare in un finale languido fin troppo caricato. I momenti più riusciti sono sicuramente i flashback giovanili, intrisi di una sincera atmosfera nostalgica sulla malinconia del tempo perduto, delle occasioni mancate e delle decisioni non prese. Una menzione speciale va data per tutti i giovanissimi attori (e in particolare per Fotinì Peluso), che confermano il talento naturale della regista romana nello scegliere e dirigere gli interpreti di minore età. E va altresì citato l'efficace cameo di Massimo Ceccherini nei panni di un incallito giocatore d'azzardo pentito, che riesce ad essere felicemente straniante, rendendo sofferta e tenera la sua innata "faccia da Picasso".
 
Voto:
voto: 3/5

sabato 29 aprile 2023

Ti mangio il cuore (2022) di Pippo Mezzapesa

Nella Puglia garganica due clan criminali, i Malatesta ed i Camporeale, sono in guerra perenne, fin da quando, nel 1960, l'intera famiglia Malatesta venne sterminata e riuscì a salvarsi soltanto il piccolo Michele. Cresciuto in fretta e diventato boss, Michele Malatesta si è vendicato, uccidendo a sua volta senza pietà i principali membri della famiglia rivale. Ai giorni nostri vige una labile tregua tra le due gang, grazie all'azione paziente di una terza famiglia, i Montanari, che si adoperano per mantenere quella pace necessaria affinché i rispettivi affari criminosi possano svolgersi col massimo profitto. Ma la situazione precipita quando Andrea Malatesta, figlio prediletto del boss Michele, s'innamora della bella Marilena, moglie di Santo Camporeale, gettandosi a capofitto in una relazione appassionata e clandestina sempre più difficile da gestire. E il sangue scorrerà di nuovo a fiumi, ma non senza sorprese. Scritto e diretto dal pugliese Pippo Mezzapesa, che si è liberamente ispirato alla vera storia della donna di mafia Rosa Di Fiore ed all'omonimo libro d'inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini che l'ha raccontata, Ti mangio il cuore è un solido noir all'italiana, violento e teso, crudo e viscerale, ma messo in scena con uno stile di grande fascinazione evocativa e di potente respiro tragico. Tra tutte le mafie italiane, quella garganica della provincia di Foggia è sicuramente la meno conosciuta e meno raccontata ed è forse anche per questo che il film riesce ad avere un impatto così forte, al punto da apparire quasi come un crime movie "originale", in un panorama così inflazionato come quello del genere malavitoso. Mezzapesa compie una precisa scelta innanzi tutto estetica, dimostrando di possedere un talento che merita attenzione: raffigurare la Puglia rurale, in cui personaggi barbari combattono faide antiche e sanguinose, alla stregua di un western "preistorico", con una magnifica fotografia in bianco e nero fortemente contrastata che esalta i conflitti interiori tra i vari personaggi ed una padronanza delle immagini e dei movimenti di camera che ci regala, in una lunga serie di primi piani e campi lunghi, parecchie sequenze memorabili, che riescono a rendere "nuova", ed a tratti visionaria, una storia antica, brutale ed intrisa di veleni ancestrali che si tramandano di generazione in generazione. Impossibile non citare, in tal senso, scene come la strage del prologo, la "sfilata" delle vedove di nero vestite o l'amore nella salina, che ci fanno capire come questa pellicola sia ben sopra la media dei prodotti nostrani di questo tipo. I personaggi principali sono finemente caratterizzati e quasi tutti gli attori del cast risultano bravissimi, praticamente perfetti nei rispettivi ruoli. Menzione speciale per Tommaso Ragno, che riesce a dare al suo Michele Malatesta un volto plumbeo e tetro, quasi scolpito nella roccia. E sua moglie Teresa, splendidamente tratteggiata dalla brava Lidia Vitale, riesce ad essere la figura più emblematica dell'intero racconto, la personificazione della mentalità mafiosa e della sua atavica ineluttabilità. Sono da lodare anche due interpreti navigati e di spessore come Michele Placido e Francesco Di Leva, mentre il protagonista Francesco Patanè è forse un po' l'anello debole del cast. Ma la vera, piacevolissima sorpresa è la cantante Elodie che, al suo vero esordio cinematografico (nel precedente Non c'è campo di Federico Moccia aveva fatto solo una fugace apparizione nel ruolo di sè stessa) riesce a fornire una magnifica raffigurazione di Marilena Camporeale: sensuale, ribelle, torva, dolente, intensa, tormentata. Un esordio davvero difficile da dimenticare. Elodie, cantautrice romana di origini caraibiche, ha raccolto messe di elogi e di consensi per questa performance attoriale ed ha anche scritto e cantato (insieme a Joan Thiele) il brano principale della colonna sonora: "Proiettili (ti mangio il cuore)".

Voto:
voto: 4/5

venerdì 28 aprile 2023

Everything Everywhere All at Once (2022) di Daniel Kwan , Daniel Scheinert

Evelyn e Waymond sono una coppia di cinesi trapiantati in America dove gestiscono una lavanderia a gettoni. I due vivono insieme al nonno Gong Gong (padre di Evelyn) e alla loro giovane figlia Joy, ragazza irrequieta che ha una relazione omosessuale con Becky che la porta in costante rotta di collisione con sua madre. Convocati nell'ufficio delle imposte dalla zelante ispettrice Beaubeirdre per una faccenda di tasse non pagate correttamente, i due coniugi precipitano in una incredibile "realtà" di universi paralleli e differenti "versioni" di sè stessi, con una fondamentale missione da compiere: riuscire a fermare una pericolosa entità entropica simile ad un buco nero, creata da una misteriosa figura chiamata Jobu Tupaki, che potrebbe distruggere tutti gli universi alternativi esistenti con la sua energia distruttiva. Dopo l'iniziale spaesamento Evelyn capisce di avere un ruolo cruciale in questa surreale avventura e si decide ad entrare in azione quando scopre la vera identità di Jobu Tupaki. Stravagante commedia di azione, scritta e diretta dal duo Daniel Kwan e Daniel Scheinert con tocco leggero e tono grottesco, che mescola, in modo spudorato e canzonatorio, una pletora di stili, suggestioni e generi diversi. Si passa infatti dalla tipica comedy di ambientazione familiare all'avventura fantastica, dalla fantascienza al cinema di arti marziali che ammicca all'action rocambolesco proveniente da Hong Kong, senza dimenticare comicità slapstick, influenze provenienti dai videogiochi e dal mondo dei super eroi, soluzioni visive volutamente artigianali sempre in bilico sul crinale del kitsch ed una forte spruzzata di ironia irriverente e politicamente scorretta, che vira talvolta nel demenziale. C'è davvero molto, anzi troppo, in questo film strambo e visionario prodotto dai fratelli Russo (quelli della Marvel e degli Avengers), che hanno creduto fin da subito in questo copione eccentrico, divertito e divertente, ma anche troppo fracassone per potere andare oltre il semplice intrattenimento. Eppure, tra una battuta spinta ed un combattimento di kung-fu, tra salti nel multiverso e situazioni assurde che cadono nel becero, il film ha anche qualche semiseria ambizione di critica riflessione sociale, svolazzando impunemente attraverso temi importanti come il razzismo verso gli extra-comunitari, i conflitti intergenerazionali tra genitori e figli, i problemi dell'adolescenza, la miope rigidità di certi burocrati e il diritto alla piena libertà dei gusti sessuali. Ma, in questa folle centrifuga di visioni, azioni e dialoghi messa in scena dai registi, c'è una tendenza all'eccesso frenetico che finisce per frastornare, impedendo allo spettatore di gustarsi i momenti migliori, che comunque non mancano. Diviso in tre blocchi narrativi ("Everything", "Everywhere" e "All at Once") il film guarda nostalgicamente agli anni '80, di cui cerca ripetutamente di ricreare le atmosfere, e infatti non è casuale la presenza dell'attore Ke Huy Quan, che divenne famoso da bambino grazie a pellicole di culto come I Goonies (The Goonies, 1985) di Richard Donner e Indiana Jones e il tempio maledetto (Indiana Jones and the Temple of Doom, 1984) di Steven Spielberg. Generalmente apprezzato da gran parte della critica per il suo tono scanzonato e per la sua energia esplosiva, il film ha sorpreso tutti facendo il colpo grosso alla notte degli Oscar, dove ha portato a casa ben 7 statuette "pesanti": miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e ben 3 Oscar agli attori (Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Jamie Lee Curtis). Indubbiamente troppa grazia e netta sensazione di sopravvalutazione, se non addirittura abbaglio, da parte dell'Academy, mai così anticonformista come in questo caso.
 
Voto:
voto: 3/5