lunedì 15 maggio 2023

Esterno notte (2022) di Marco Bellocchio

A 19 anni di distanza dallo splendido Buongiorno, notte (2003), Marco Bellocchio torna nuovamente ad occuparsi del caso Moro, uno degli eventi di cronaca più tragici, ambigui ed emblematici della nostra storia post dopoguerra, nonché una ferita mai pienamente rimarginata nel cuore dei familiari delle vittime, nella coscienza di quella classe politica che all'epoca era al potere e nell'eredità morale collettiva di un'intera nazione, che non è ancora riuscita a dimenticare. Bellocchio sicuramente non lo ha fatto e si è deciso a riaprire l'argomento per chiudere idealmente le fila di un discorso artistico (ma anche storico, civile, politico e sociale) da lui iniziato nel 2003 e che, con questo nuovo magistrale capolavoro, trova il suo degno amarissimo compimento. A discapito di equivoci, soprattutto per il pubblico generalista magari poco avvezzo (o addirittura del tutto ignaro) all'estetica dell'autore, diciamo subito che se ci si aspetta scandalismo effettistico, complottismo dozzinale o macabro sensazionalismo, si è sicuramente sbagliato film e si farebbe bene a non guardare affatto quest'opera lunga, dettagliata, implacabile e minuziosa, perchè la si troverebbe probabilmente "noiosa". Il grande regista piacentino infatti, pur aprendo moltissimi temi ed affrontando con puntiglio tutte le questioni (sia quelle storicamente accertate sia quelle, spinose e controverse, inerenti alle tantissime ipotesi e teorie sorte, nel corso dei decenni, intorno al caso Moro), si limita a raccontare, a suggerire, a provocare, ad indicare possibili direzioni o suggestioni, ma giammai a fornire risposte certe o ad abbracciare una tesi univoca rispetto ai tanti misteri che avvolgono la fosca vicenda (e che probabilmente resteranno insoluti). Una vicenda fin troppo grande, complessa e crudele per poter avere una risposta chiara e succinta, viste anche le tante forze in gioco coinvolte (politica, terrorismo, criminalità, forze dell'ordine, mass-media, clero e servizi segreti, non solo italiani) e le relative commistioni, ingerenze e connivenze reciproche. Bellocchio ha una sua idea (e questa la si capisce chiaramente guardando il film) ma non pretende di fornire risposte o di "imporre" una sua ipotetica "verità". Nella sua posizione (in questo caso privilegiata) di grande cineasta gli basta fornire un sontuoso e potente racconto per immagini esplorando le molteplici svolte, deviazioni, vicoli cechi, direzioni alternative, sentieri oscuri e strade pericolose, che una vicenda così contorta presenta. Fin dal titolo emblematico è chiaro che si tratta di un film diverso e con un punto di vista diverso rispetto a quello del 2003. Infatti Buongiorno, notte narrava i fatti dall'interno (della "prigione del popolo") e dalla prospettiva di Chiara (una militante delle BR ispirata alle figure reali di Anna Laura Braghetti ed Adriana Faranda). Invece stavolta Bellocchio è interessato a raccontare la storia (la stessa storia, quella che ormai tutti conosciamo) da un punto di vista "esterno" rispetto a Moro ed alla sua dolorosa cella, o meglio da molteplici punti di vista "esterni". Il film, che dura 5 ore e mezzo, è infatti suddiviso in 6 capitoli ("Aldo Moro", "Il ministro degli interni", "Il Papa", "I terroristi", "Eleonora", "La fine") dedicati a personaggi diversi ed atti a fornire la varietà di prospettive prima indicata. L'autore aveva inizialmente pensato ad una mini serie televisiva in 6 puntate (ed infatti in questo modo è stata distribuita sia sulla RAI sia sulla piattaforma di streaming Netflix), ma si è poi convinto (saggiamente, visto lo spessore e l'altezza dell'opera) a farla uscire anche al cinema (divisa in due parti), presentandola in anteprima al Festival di Cannes, dove ha ottenuto vasti consensi e lunghi applausi. E' davvero arduo stabilire quale sia il segmento più riuscito tra i 6 in cui il film resta diviso, con tanto di rigoroso titolo iniziale, anche nella sua versione cinematografica. Così come è altrettanto improbo scegliere il più bravo in un cast di grandi attori in cui svettano Fabrizio Gifuni (Moro), Toni Servillo (Papa Paolo VI), Margherita Buy (Eleonora, moglie del leader assassinato) e Fausto Russo Alesi (Cossiga, all'epoca ministro degli affari interni). E se il finale è certo, Bellocchio riesce nuovamente a stupirci con i suoi geniali inserti di tagliente fantasia, le consuete ucronie basate sul "what if..." che già ci aveva mostrato in Buongiorno, notte. Ma qui va ancora oltre, regalandoci, insieme alla cronaca, al realismo di una ricostruzione ambientale magnifica, ai conflitti interiori dei (e tra i) personaggi ed al puntiglioso approfondimento della loro psicologia e delle loro azioni, un ventaglio di inserti di surrealismo superiore, tutti appropriati, simbolici e graffianti. Insomma ci troviamo di fronte ad un nuovo solido capolavoro, da non perdere, che consolida ulteriormente lo status del regista come fuoriclasse del cinema d'Autore.
 
Voto:
voto: 4,5/5

domenica 14 maggio 2023

A Tor Bella Monaca non piove mai (2019) di Marco Bocci

Romolo è un giovane spiantato che abita insieme alla sua famiglia (padre, madre, nonna e il fratello Mauro con sua moglie e sua figlia) in un piccolo alloggio nel quartiere di Tor Bella Monaca, estrema periferia romana. Romolo è diplomato geometra ma non riesce a trovare un lavoro stabile e si arrangia con piccoli lavoretti al limite della legalità. Da sempre innamorato di Samantha, che lo ha lasciato preferendogli un uomo ben più maturo ma dalla solida posizione economica, cerca in tutti i modi di riconquistarla, avendo capito che anche lei non è riuscita a dimenticarlo del tutto. Suo fratello maggiore Mauro ha alle spalle un passato da delinquente, ma è riuscito a rimettersi in sesto, lavorando tra mille difficoltà in una piccola fabbrica dove viene sottopagato e quindi non riesce a farsi una propria casa insieme alla sua famiglia. La morte della nonna, che era fondamentale nell'economia domestica grazie alla sua pensione, getta tutti nello sconforto, facendo aumentare pericolosamente le tensioni latenti. Per dare una svolta alla sua esistenza miserabile Romolo si lascia convincere da due sbandati del quartiere a fare una rapina ad una banda di malavitosi cinesi che gestiscono grosse somme di denaro di illecita provenienza. Questo lucido dramma sociale che pone nella sua tagline un dilemma annoso e cruciale ("cattivi si nasce o si diventa ?") segna il felice esordio alla regia dell'attore Marco Bocci, che lo ha scritto e diretto con intensità e "mestiere" ispirandosi al suo stesso romanzo omonimo pubblicato tre anni prima. L'autore, che qui dimostra di essere ben più convincente come regista che come attore, gioca "in casa" perchè racconta del difficile quartiere periferico in cui è cresciuto e, quindi, sa perfettamente di cosa parla e lo fa indubbiamente molto bene. Pur non essendo d'accordo (lui è uno di quei "fortunati" che ce l'hanno fatta e si sono "salvati"), dipinge il degrado della "sua" periferia (facilmente adattabile a tutte le periferie delle metropoli occidentali) con piglio lucido, sguardo critico, taglio naturalistico ed un pacato accenno di bonaria solidarietà verso questi sbandati, teneri e truci insieme, che lottano per sopravvivere arrangiandosi, spesso l'uno a danno dell'altro, facendo inconsapevolmente il gioco del sistema di potere che li ha esautorati. La denuncia sociale è tagliente e implacabile, fin dal titolo emblematico, per sottolineare le colpe di uno stato assente che emargina in un ghetto gli "indesiderabili" e poi li abbandona al proprio destino lasciandoli in balia delle spesso irresistibili sirene tentatrici del mondo criminale: per chi non fosse avvezzo allo slang romanesco, il verbo "piovere" viene utilizzato, nel sottobosco del proletariato e della malavita, per indicare l'arrivo delle forze dell'ordine. Come spesso capita negli esordi alla regia, Bocci è troppo frenetico e talvolta cerca di strafare nella ricerca di inquadrature ad effetto o di movimenti di macchina arditi, ma sono peccati veniali "di gioventù", perfettamente comprensibili in un'opera prima che è pienamente convincente e che ha la sua forza maggiore nel notevole finale in crescendo di coinvolgente impatto emotivo. Da sottolineare altresì la giustezza delle scelte musicali nella colonna sonora non originale e le ottime interpretazioni di un solido cast in cui, oltre al compianto Libero De Rienzo, Giorgio Colangeli e Lorenza Guerrieri, i più bravi sono Andrea Sartoretti e la slovacca Antonia Liskova, ormai perfettamente naturalizzata italiana. Le suggestive riprese con l'ausilio del drone, mai fini a sè stesse ma funzionali alla vicenda narrata, offrono una totale perfetta dei degradati casermoni periferici, "formicai" umani pulsanti di vita, di rabbia, di tensioni e di contraddizioni, mostrando sempre in evidente lontananza il luccichio di una Roma indifferente e privilegiata, che appare distante anni luce.
 
Voto:
voto: 3,5/5

sabato 13 maggio 2023

Marika degli inferni (Mariken van Nieumeghen, 1974) di Jos Stelling

Nelle Fiandre olandesi del XV secolo, la contadina Marika è una girovaga che cerca di sfuggire alla miseria e all'epidemia di peste nera che affligge molte città. Per difendersi da bruti e vagabondi che vogliono approfittarsi di lei, la ragazza si affida alla protezione di un ambiguo attore, Muenen, che viaggia con la sua compagnia ed è solito interpretare ruoli demoniaci. Marika diventa attrice per necessità, ma dovrà fare i conti con la violenza e le superstizioni di un mondo feroce e ignorante, carico di pregiudizi nei riguardi delle figure femminili libere e ribelli come lei. Questo truce dramma medioevale a tinte horror, scritto e diretto dall'olandese Jos Stelling, è un'odissea al femminile che ondeggia tra cupi simbolismi, atmosfere torbide, moralismo ipocrita e voyeurismo di bassa lega. L'intento (dichiarato) dell'autore è quello di tracciare un apologo critico contro le oligarchie puritane, le discriminazioni di natura religiosa o sessuale ed in favore dell'emancipazione delle donne contro quel rigido sistema maschilista e totalitario che per secoli le ha tenute segregate in un ruolo secondario. Ma, a parte qualche sequenza di forte impatto ed una fotografia che ricalca lo stile dei pittori fiamminghi del '500, la mano del regista è troppo pesante ed il suo indugiare nell'exploitation di grana grossa (tipica di molti prodotti di questo tipo che imperversavano negli anni '70) non fa che rendere troppo labile e poco credibile il presunto disegno caustico. Il film, che ha comunque la sua schiera di estimatori, è consigliabile unicamente agli appassionati del cinema underground dei folleggianti anni '70, che sicuramente troveranno pane per i loro denti nella sua stravagante alternanza tra lunghi momenti di estrema lentezza ed improvvisi scatti di furiosa violenza, con immancabili sequenze di erotismo pruriginoso. Presentato in concorso al Festival di Cannes 1975, passò quasi inosservato, ma riuscì a costruirsi una discreta nomea alla sua uscita nelle sale da parte del pubblico in cerca di contenuti forti. In Italia ebbe problemi con la censura ed uscì in ritardo, nel 1978, in pochissime copie e con un divieto ai minori di 18 anni.

Voto:
voto: 2/5

venerdì 12 maggio 2023

Complotto di famiglia (Family Plot, 1976) di Alfred Hitchcock

Un'anziana e ricca signora, che vede ormai avvicinarsi il tramonto della sua vita, incarica una giovane medium (Blanche Tyler) di ritrovare un suo nipote scomparso, l'unico parente che le è rimasto, per lasciargli in eredità tutti i suoi beni. Dopo lunghe e complicate ricerche Blanche riesce a rintracciare l'uomo, ma si rende presto conto che questi è un tipo di malaffare, dedito ad attività criminose. E da quel momento lei stessa sarà in serio pericolo. Presentato in anteprima, fuori concorso, al Festival di Cannes 1976, Family Plot è l'ultimo film di Alfred Hitchcock, che ebbe non poche difficoltà ad ultimare le riprese per le sue compromesse condizioni di salute. Il grande regista inglese morirà quattro anni dopo nella sua residenza di Los Angeles, ancora fresco del titolo onorifico di baronetto di cui era stato insignito dalla regina Elisabetta II. In questo film di commiato, che per questo assume un inevitabile valore nostalgico, l'autore ritrova la sua tipica leggerezza, mantenendosi abilmente in equilibrio tra thriller e commedia, e governando sapientemente i beffardi scherzi del destino tra due coppie di personaggi, le cui strade si incrociano solo a metà pellicola (con qualche evidente eco del prologo di L'altro uomo del 1951). E' un'opera che appare un po' datata tecnicamente (già solo per l'evidente uso dei fondali trasparenti), ma il Maestro Hitch sa trovare sprazzi dell'antico humor nero, intinto di sorridente cinismo e condito di ammiccamenti beffardi (ad esempio nel finale, adombra che la falsa veggente possa avere davvero capacità medianiche). Alla sua uscita spiazzò e divertì il pubblico, soprattutto per la mescolanza dei toni (ora misteriosi, ora minacciosi, ora buffi), per la totale rinuncia al glamour e ai divi nel cast, per il linguaggio e le situazioni più audaci, per la miriade di auto-citazioni dei suoi capolavori passati e per la rivisitazione dei suoi temi prediletti, che lo hanno accompagnato in tutta la carriera, (il doppio, il destino, i rapporti familiari tormentati, la colpa, il delitto, il contrasto realtà-finzione) in una nuova "salsa" più bizzarra e ammiccante. Non è un caso che la scena di chiusura (Barbara Harris che guarda in camera e fa l'occhiolino allo spettatore) sancisca con un gesto esplicito e disarmante quella complicità voyeuristica tra Hitchcock e il suo pubblico che è sempre stata presente, ma sotto traccia, in tutta la carriera del "mago del brivido". Anche l'intreccio narrativo, nel suo andamento geometrico delle due storie che all'inizio si svolgono in parallelo e poi s'intrecciano a metà percorso per fondersi in una sola, porta un senso di "novità" nell'itinerario hitchcockiano. Tratto (come d'abitudine) da una fonte letteraria ispiratrice (il romanzo "The Rainbird Pattern" di Victor Canning), Family Plot è il saluto al pubblico di un Maestro del cinema, uno di quegli autori che il cinema lo ha "creato", inventandolo opera dopo opera, plasmandolo a forza di sperimentazioni tecniche, nell'arco di una carriera lunga 50 anni. Inizialmente considerato solo un abile artigiano, poi un astuto intrattenitore, e solo dopo il decennio d'oro (dal '54 al '63) valutato come un vero artista (paradossalmente proprio mentre la sua creatività cominciava a scemare), Hitchcock è la dimostrazione che, alla lunga, il vero talento vince sempre, e che spesso la percezione istintiva del pubblico supera (o anticipa) quella della critica.

Voto:
voto: 3,5/5

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn, 1949) di Alfred Hitchcock

Nell'Australia del 1830 l'elegante Charles Adare, giovane irlandese appena sbarcato in cerca di fortuna, incontra la misteriosa e bellissima Lady Henrietta Considine, una nobile inglese fuggita dalla madrepatria insieme al suo amante, Sam Flusky, ex stalliere della famiglia Considine che in passato ha commesso un omicidio per amore di lei e che ha scontato la sua pena a Sidney. Adesso i due sono sposati ma Henrietta è molto cambiata, non ama più il marito ed è caduta nel vizio dell'alcolismo. Charles perde la testa per l'affascinante donna e l'aiuta a ritrovare la gioia di vivere e l'antico splendore, ma la gelosia di Sam, le azioni malevole dell'invidiosa cameriera di famiglia ed un oscuro segreto che Henrietta ha sempre tenuto nascosto, porteranno la situazione verso la tragedia. Stanco dell'etichetta di "mago del brivido" che gli veniva ormai stabilmente assegnata (anche con una certa aria di sottovalutazione da parte dei critici), Hitchcock decise di provare nuove strade, realizzando questo torbido melodramma in costume, ambientato agli antipodi e nel secolo precedente, adattando il romanzo "Under Capricorn" dell'australiana Helen Simpson. Il risultato è un film tecnicamente superbo (il primo a colori del regista), con una sontuosa rievocazione ambientale ed un utilizzo dei cromatismi fotografici di pittorica squisitezza. Magnifica anche l'interpretazione di Ingrid Bergman nei panni della tormentata protagonista, una prova d'attrice memorabile nella sua terza ed ultima collaborazione con Hitchcock. Ma questi meriti indiscutibili e gli evidenti echi di Rebecca (1940), con l'ombra di un delitto del passato che incombe sul ménage matrimoniale, non bastano a risollevare del tutto le sorti di una pellicola spesso incerta, con poca suspense, molto seriosa e non esattamente nelle corde dell'autore inglese. Alla sua uscita fu un fiasco colossale, che provocò il fallimento della casa di produzione Transatlantic Pictures di cui lo stesso Hitchcock era socio minoritario. Eppure il film ha anche i suoi estimatori, specialmente tra i soliti critici e cineasti francesi (da sempre devoti ammiratori hitchcockiani) che ne hanno amato soprattutto le atmosfere raffinate e la tecnica sopraffina. E' una delle opere minori del Maestro d'oltremanica, ma merita la visione (come tutti i suoi lungometraggi) perchè contiene comunque elementi di grande pregio e momenti di pura suggestione. Basti solo citare l'indimenticabile primo piano della Bergman nella famosa sequenza della testa mummificata, in cui l'attrice svedese riesce ad esprimere un formidabile mix di emozioni senza pronunciare alcuna parola, per ricordarci perchè Hitchcock è Hitchcock. In Italia il film venne anche distribuito con il titolo alternativo Sotto il capricorno, in riferimento al tropico ed alla location australiana (ma in realtà le riprese furono fatte in California e negli studi londinesi Elstree). Hitchcock si concede persino il lusso di un doppio cameo, raddoppiando così la sua famosa abitudine.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 11 maggio 2023

Io confesso (I Confess, 1953) di Alfred Hitchcock

Padre Michael Logan, sacerdote cattolico canadese, viene ingiustamente accusato dell'omicidio di un famoso avvocato. In realtà il prete è vittima di una macchinazione e conosce anche l'identità del vero assassino, che gli ha rivelato il suo segreto durante il sacramento della confessione. Ma, obbligato dal vincolo del segreto confessionale dalla sua solida fede, non può parlarne con nessuno, neanche per discolparsi da un'accusa infamante e fasulla. Quando si viene a scoprire che in gioventù Logan era stato innamorato della bionda Ruth e che decise di prendere i voti dopo la delusione per il fallimento della relazione sentimentale, le cose per lui si mettono ancora peggio. Questo thriller a sfondo religioso di Alfred Hitchcock è tratto da un dramma teatrale, "Nos Deux Consciences" di Paul Anthelme, ed è costruito, non senza una certa artificiosità, sul paradosso morale che il sacramento della confessione può generare in casi estremi. Il tipico tema hitchcockiano dell'innocente sospettato di un delitto che deve dimostrare la propria estraneità ai fatti, viene stavolta inserito all'interno di un singolare dilemma sospeso tra etica e fede, ma il risultato non è all'altezza delle opere migliori del regista. I più evidenti problemi del film sono il suo tono austero e del tutto privo d'ironia, che finisce per appesantire troppo un argomento già di per sé gravoso, specialmente se accostato al cinema di genere e ad una storia che ha le caratteristiche del giallo. Non a caso la maggioranza del pubblico e della critica rimase perplessa, e tutto sommato indifferente, all'uscita della pellicola, che venne presentata in concorso al Festival di Cannes dove passò quasi inosservata. Alla fine dei conti questo poco fortunato I Confess finì per scontentare un po' tutti, soprattutto i non cattolici che non lo capirono e lo ritennero fortemente inverosimile ed illogico. Ma, probabilmente, il maggior peccato intrinseco dell'opera risiede nella sua mancanza di coraggio; infatti Hitchcock fu praticamente obbligato dalla produzione (timorosa delle possibili ire dei cattolici) a modificare completamente il finale rispetto alla pièce ispiratrice, attenuandolo e rendendolo più edificante. Tuttavia la grande abilità registica di Hitch è pienamente visibile in molte sequenze notevoli, in cui il tocco magico del Maestro inglese ci regala brividi d'autore e immagini di gran classe. Nel cast principale Montgomery Clift, Anne Baxter e Karl Malden offrono delle buone interpretazioni, ma talvolta traspare una certa mancanza di "chimica" tra la regia e gli attori, e la cosa ha una sua spiegazione: la Baxter (poco sensuale rispetto alle abituali protagoniste femminili hitchcockiane) fu imposta dalla Warner Bros. per ridurre il rischio di "scandali"; mentre Montgomery Clift (interprete di grande fascino e talento ma dal carattere ombroso e complicato) ebbe un rapporto travagliato con Hitchcock per evidenti differenze di vedute rispetto al personaggio di padre Logan. I numerosi simbolismi cristologici inseriti dall'autore ogni volta che è in scena il protagonista Logan sono però di gustosa raffinatezza figurativa.

Voto:
voto: 3/5

mercoledì 10 maggio 2023

Io ti salverò (Spellbound, 1945) di Alfred Hitchcock

La dottoressa Constance Peterson lavora come psichiatra in una clinica specializzata ed è una donna di indubbia professionalità, totalmente dedita al suo delicato incarico. L'arrivo del dottor Edwards, che deve sostituire il direttore del centro ormai prossimo alla pensione, cambia però drasticamente la sua vita: Constance si innamora follemente di lui e si abbandona ad una relazione che la conduce ben presto in una situazione angosciante. Edwards, che fin dall'inizio denota strane fobie, le rivela di essere in realtà un altro uomo di nome John Ballantine, che ha smarrito la memoria e che crede di avere ucciso il vero Edwards per assumerne l'identità. Ma non ricorda nè i dettagli nè le motivazioni del gesto che ritiene di aver commesso. Constance non si perde d'animo e decide di rischiare tutto per cercare di aiutarlo a far luce nella misteriosa faccenda, mettendosi in una situazione di pericolo insieme al suo amato. Questo thriller onirico, serrato e teso è uno dei maggiori successi di Hitchcock che, in netto anticipo sui tempi e ben prima che la cosa diventasse di moda, tradusse in immagini per il grande schermo il proprio interesse per la psicanalisi, e quindi per le patologie della personalità, per gli sfalsamenti tra realtà e sogno e per le alterazioni della percezione. Fu lui stesso a definire Spellbound come "una caccia all'uomo in un involucro di pseudo-psicoanalisi" e probabilmente questo è stato il primo film ad occuparsi ufficialmente dell'affascinante scienza fondata da Sigmund Freud, facendone sia materia narrativa che mezzo stilistico. Ispirandosi liberamente al romanzo "The house of Dr. Edwardes" di Francis Beeding, l'autore realizza un giallo deduttivo con atmosfere da mistery in cui l'indagine è un viaggio a ritroso nel subconscio del protagonista, per cercare di ricostruirne la memoria perduta attraverso frammenti di ricordi e tecniche psicoanalitiche. Il sogno è un elemento cruciale della pellicola e Hitchcock (notoriamente curioso verso tutte le novità e le sperimentazioni tecniche del mezzo cinema) si rivolse al celebre artista catalano Salvador Dalí, maestro del surrealismo, che realizzò per il film una serie di inquietanti scenografie da lui stesso disegnate, che sono uno dei punti di forza di Spellbound e che rendono indimenticabili le sequenze oniriche. Dalí trasse ispirazione dal lavoro fatto in precedenza insieme a Luis Buñuel nei capolavori surrealisti Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). La collaborazione artistica tra Hitchcock e il bizzarro genio spagnolo causò non pochi problemi alla realizzazione del film, a causa dell'ostracismo della produzione che non gradiva e si opponeva all'approccio estetico di Dalí, ritenendolo troppo estremo, stravagante e incomprensibile per gli spettatori. Ma il regista inglese riuscì ad imporsi con grande fatica e, alla fine, tutte le sequenze "targate" Dalì sono finite nell'opera, tranne una che venne tagliata nel montaggio e che è andata perduta (la trasformazione di Constance nella statua di una dea mitologica). Non tutto però funziona bene nel meccanismo complessivo del film, vedi certi passaggi un po' deboli nella love story e certe risoluzioni tortuose, specialmente nel finale. Sono però presenti alcuni dei temi tipici di Hitchcock, come il senso di colpa, il trauma, la confessione espiativa e la liaison sentimentale torbida e pericolosa. Dal punto di vista del cast la pellicola viene ricordata per la presenza di due divi come Ingrid Bergman (qui alla prima delle sue tre collaborazioni con Hitchcock) e Gregory Peck, ma il più bravo alla fine risulta il russo Michael Chekhov (candidato per l'occasione all'Oscar come miglior attore non protagonista), nei panni dello psicanalista che cerca di aiutare Edwards/Ballantine a superare l'amnesia e districare la matassa del crimine che incombe sulla sua coscienza. Spellbound ebbe ben 6 candidature agli Oscar (tra cui anche miglior film e miglior regia), ma vinse soltanto la statuetta per la colonna sonora di Miklós Rózsa. E infine due curiosità: come rivelato anni dopo da Truffaut, una delle scene più famose (la pistola rivolta contro uno dei personaggi ad un certo punto viene puntata verso lo spettatore, mettendosi a favore di camera e dando l'impressione di "colpire noi") venne realizzata in piano sequenza con un ingegnoso trucco artigianale: ovvero con una mano finta di enormi dimensioni in modo da compensare i limiti fisici di movimento del braccio umano e le possibilità di messa a fuoco dinamica degli obiettivi dell'epoca. Hitchcock scelse la Bergman nel ruolo di Constance dichiarando di avere finalmente trovato la sua donna (cinematograficamente) "ideale". Effettivamente è dura dargli torto, anche se la leggendaria attrice svedese offrirà il meglio del suo fascino abbagliante nel film successivo del 1946 (Notorious) ed il grande Hitch avrà modo di "consolarsi" successivamente con le celebri interpreti bionde dei decenni successivi, di cui saprà farci "innamorare" attraverso il suo sguardo.
 
Voto:
voto: 3,5/5

lunedì 8 maggio 2023

Il club dei 39 (The 39 Steps, 1935) di Alfred Hitchcock

Richard Hannay, canadese in trasferta a Londra, fa la rocambolesca conoscenza di una donna in fuga durante uno spettacolo teatrale e decide di ospitarla per la notte. Lei viene uccisa da un killer misterioso ma fa in tempo a raccontargli alcuni pericolosi segreti, rivelando di essere una spia inglese impegnata contro una temibile organizzazione nemica che agisce nell'ombra. Hannay viene accusato dell'omicidio della ragazza e diventa un ricercato della polizia. Per lui sarà l'inizio di un'avventurosa corsa contro il tempo per cercare di salvarsi e provare la sua innocenza. Ma, per farlo, deve partire dagli indizi che gli ha lasciato l'enigmatica donna. Finirà così al centro di un grosso intrigo in cui gli avversari più insidiosi non saranno soltanto le forze dell'ordine che cercano di arrestarlo. Tratto dal romanzo omonimo di John Buchan (che sarà in seguito adattato altre due volte per il grande schermo nel '59 e nel '78), questo thriller spionistico ad alta tensione di Alfred Hitchcock è il miglior film del suo periodo inglese, un'ammirevole fusione sapiente tra azione, mistero, suspense, colpi di scena, equivoci e ironia sarcastica. Il regista inglese realizza un piccolo gioiello agilmente in bilico tra il mistery raffinato e l'umorismo tagliente, curatissimo nei dettagli, emblematico nelle ambientazioni (il film si apre e si chiude in un teatro con due scene di forte impatto), attento al disegno psicologico dei personaggi e capace di mettere a punto con solida abilità espositiva quello che poi diventerà uno dei temi cardine della sua filmografia: l’innocente in fuga per discolparsi di un delitto non commesso da lui, che finisce nel vortice di una complessa macchinazione che rischia di stritolarlo. La continua falsità delle apparenze e la simbolica conclusione durante uno spettacolo di illusionismo moltiplicano le prospettive di un gioco di specchi illusorio ed ironico, attraverso il quale un Hitchcock in gran forma si diverte ad ingannare gli spettatori. E la gustosa trovata di far fuggire il protagonista ammanettato a una bella donna, con la quale non fa altro che litigare, è un ulteriore impagabile sberleffo dell'autore come allusivo sottotesto ammiccante che funge da metafora derisoria dei rapporti matrimoniali. Per la precisione ad orologeria del suo meccanismo narrativo, per la sua leggerezza brillante e canzonatoria, per il dinamismo talvolta spudorato dei movimenti di macchina e per il suo ritmo in costante crescendo, il film ebbe un grande successo ed un forte effetto di novità su pubblico e critica, spalancando di fatto le porte di Hollywood al grande regista britannico, il quale di lì a quattro anni (e dopo altri 5 film girati nella madre patria) trasferirà definitivamente le sue produzioni negli Stati Uniti, raggiungendo così notorietà a livello planetario. La storia della versione italiana dell'opera è travagliata quanto paradossale. Infatti venne distribuita inizialmente nel 1936, durante la dittatura fascista, con un doppiaggio farlocco che ne alterava diversi aspetti giudicati "pericolosi", perchè ideologicamente contro alcuni principi del regime. Dopo un nuovo doppiaggio meno alterato, avvenuto nel 1959, solamente negli anni '70 si è riusciti ad ottenere un'operazione di traduzione dei dialoghi nella nostra lingua pienamente fedele ai toni ed al senso della pellicola originale. Da menzionare l'eccellente (ed innovativo) lavoro fatto sul sonoro (seguito con estrema attenzione da Hitchcock, che dava molta importanza a certi dettagli ed era sempre proiettato verso nuovi traguardi tecnici) e la forza evocativa di un personaggio come Mister Memory, solo teoricamente "secondario".

Voto:
voto: 4/5

Il sospetto (Suspicion, 1941) di Alfred Hitchcock

Lina Mac Laidlan, donna bella quanto timida e insicura, abbandona la casa paterna per cedere alla corte dell'affascinante Johnnie Aysgarth, abile seduttore conosciuto per caso sul treno. I due si sposano e lei è molto innamorata, ma ben presto comincia a provare una serie di inquietanti sospetti su di lui. Johnnie ha uno stile di vita agiato, ama il lusso ma non ha un lavoro fisso e non va troppo per il sottile pur di procurarsi i soldi che gli necessitano. Lina si convince che suo marito abbia addirittura ucciso un ricco amico in comune per appropriarsi dei suoi beni ed inizia a temere che voglia eliminare anche lei per intascare il premio dell'assicurazione. Ma i suoi sono soltanto i cattivi pensieri di una ragazza frustrata e nevrotica oppure le sue paure sono fondate? Finale a sorpresa. Thriller psicologico di Alfred Hitchcock, che ha adattato liberamente per il grande schermo il romanzo omonimo di Berkeley Cox, modificandone il finale, rendendo la vicenda più torbida ed ambigua e raffigurandola come un caustico apologo sull'aggrovigliato intreccio di sentimenti, interessi e compromessi sottesi al rapporto matrimoniale. E' una tra le opere più note del regista, famosissima per alcune magistrali scene di suspense (in particolare quella del bicchiere di latte), ma probabilmente più debole nell'epilogo rispetto al libro ispiratore, sebbene molti critici e registi francesi (Rohmer, Chabrol, Truffaut) la adorarono e ne cantarono lodi sperticate a posteriori. Fu la quarta pellicola americana del Maestro del brivido e la prima con protagonista Cary Grant, che poi collaborerà ancora con lui per altre tre volte. Ebbe un grande successo di pubblico alla sua uscita e vinse un premio Oscar: Joan Fontaine, migliore (e magnifica) attrice protagonista. In Italia venne distribuito nell'autunno del 1945, dopo la fine della guerra, con il doppiaggio eseguito due anni prima a Madrid (nella neutrale Spagna), grazie all'intervento della 20th Century Fox che "bloccò" sul posto alcuni attori italiani (tra cui Emilio Cigoli), convincendoli a doppiare il film per poterlo immettere sul nostro mercato alla prima occasione utile.

Voto:
voto: 3,5/5