mercoledì 24 maggio 2023

Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg

In un futuro imprecisato la biotecnologia ha fatto enormi progressi attraverso macchinari hi-tech che possono interfacciarsi con il corpo umano e gestirne le funzioni da remoto. Alcuni risultati di questa nuova scienza sono la scomparsa di molte malattie, il controllo del dolore e la possibilità di eseguire facilmente interventi chirurgici al di fuori degli ospedali e senza necessità di anestesia per i pazienti. Ma questa interazione tra "bio" e "tecno" ha anche prodotto degli strani cambiamenti nell'organismo di alcune persone e favorito la nascita di tendenze che considerano la chirurgia come un viscerale atto erotico. Saul Tenser e la sua compagna Caprice sono "artisti" che si esibiscono in particolari pratiche di questo tipo, in cui lei, davanti ad un pubblico di fans adoranti, asporta nuovi organi di natura tumorale che il corpo dell'uomo tende a sviluppare con incredibile capacità rigenerativa. Come strumento di controllo di queste attività, che in certi casi assumono contorni morbosi e pericolosi, il governo ha appositamente istituito un'apparato burocratico (il NOR) ed un corpo di polizia, denominato "Nuovo Vizio", che persegue le sette di fanatici che operano al di fuori delle regole. Intanto il fisico di Tenser, irrimediabilmente provato da anni di "esibizioni", ha prodotto una serie di sindromi di natura psicosomatica che lo costringono a dipendere da strani macchinari biomeccanici per poter svolgere le normali funzioni vitali. Questo inquietante horror fantascientifico, scritto e diretto da David Cronenberg dopo quasi otto anni di assenza dal grande schermo, segna il felice ritorno del Maestro canadese alle sue origini, a quell'estetica della carne, del sangue e delle mutazioni corporee che lo hanno reso famoso, ma che qui vengono fuse abilmente con elementi psicoanalitici e con le torbide suggestioni erotiche che da sempre hanno accompagnato l'opera dell'autore come tratto distintivo, incisivo e disturbante. Per la gioia dei suoi numerosi fans, in quest'ultimo (ed a lungo atteso) lavoro c'è tanto del vecchio e del nuovo Cronenberg, sia a livello tematico, sia concettuale, sia figurativo. Ed è indubbiamente stupefacente, ammaliante ed agghiacciante la ricostruzione visiva di questo mondo distopico sospeso tra l'incubo e la preveggenza, ricco di simbolismi di conturbante feticismo, sempre in bilico tra l'orrido e il sensuale, pregno di elementi vintage e strumenti artigianali accostati, in un anacronismo di fantasia superiore, ad altri futuristici ed ipertecnologici. E' un universo cupo e grigio quello in cui il regista ci immerge, fatto di cantieri navali dismessi, capannoni industriali abbandonati, locali fatiscenti e personaggi bizzarri, in un carnevale allegorico di oscura fascinazione che, ideologicamente, appare un po' come la summa auto-citazionista di tante memorabilia cronenberghiane del passato (è francamente inutile citarle tutte perchè gli appassionati del regista le riconosceranno in un attimo e si divertiranno a farlo, invece il pubblico generalista probabilmente non troverà nulla di interessante in questo film e non lo guarderà affatto). Nel cast segnaliamo la presenza di grandi interpreti come Viggo Mortensen (alla sua quarta collaborazione con Cronenberg), Léa Seydoux e Kristen Stewart (ex idolo dei teenager ormai definitivamente "convertita" al cinema d'Autore). Sia la Seydoux che la Stewart hanno dichiarato, in una divertente intervista, di non aver capito quasi nulla della trama dell'opera, ma di sentirsi al settimo cielo per essere riuscite a lavorare con un Maestro di culto come Cronenberg. Tra dilemmi etici, moniti angoscianti verso il futuro, critica all'esibizionismo di certi "divi" e riflessioni filosofiche sull'atteggiamento sempre più invasivo della scienza e della tecnologia, il film è "tagliente", radicale ed imperativo nel suo ombroso messaggio di fondo, anche se, forse, eccede talvolta in qualche "spiegazione" di troppo, piuttosto che affidarsi al lieve velo artistico dell'ambiguo. Citiamo anche una curiosità: il secondo lungometraggio del regista, datato 1970, aveva lo stesso titolo ed una trama con qualche minima affinità (l'ambientazione "medica"); ma, di fatto, questa nuova opera dell'autore non ne costituisce un remake. L'attrice napoletana Denise Capezza, principalmente nota al pubblico italiano per il suo ruolo nella serie televisiva "Gomorra", fa una piccola apparizione nel film. Le musiche d'atmosfera sono, come sempre, del fedelissimo Howard Shore.

La frase: "La chirurgia è il nuovo sesso"

Voto:
voto: 4/5

martedì 23 maggio 2023

The Lodge (2019) di Severin Fiala , Veronika Franz

Due fratelli, Mia e Aiden, hanno perso la madre che si è tolta la vita in preda ad una profonda depressione, dopo che suo marito Richard ha lasciato lei e la famiglia per andare a vivere con una ragazza più giovane di nome Grace. Aiden è un adolescente introverso, mentre Mia è una bambina curiosa e molto legata a suo padre, nonostante tutto. Dopo la tragedia i due minori vanno a vivere con Richard che, in occasione delle feste natalizie, organizza un soggiorno in uno chalet isolato tra i boschi innevati per far conoscere Grace ai suoi figli. L'impatto iniziale è tutt'altro che facile, specialmente a causa della reticenza di Aiden che non vede di buon occhio la giovane "intrusa" e non accetta il fatto che il padre abbia una relazione con un'altra donna. Richard è costretto a tornare in città per motivi di lavoro, lasciando Grace da sola insieme ai ragazzi. Sarà l'inizio di un terribile incubo. The Lodge è il primo lungometraggio girato in America e in lingua inglese della coppia di registi austriaci Severin Fiala e Veronika Franz, che hanno anche scritto la sceneggiatura insieme a Sergio Casci e sono approdati oltre oceano dopo il successo di critica di Goodnight Mommy (Ich seh, Ich seh, 2014), il loro lavoro più conosciuto. Fedeli alla loro estetica ed alle loro "ossessioni" narrative, gli autori realizzano nuovamente un horror "da camera" di natura psicologica, molto angosciante e sottilmente torbido, che riflette su temi a loro cari: la difficoltà dei rapporti familiari tra figli e genitori, le tensioni striscianti che covano sotto la cenere nelle relazioni umane, i traumi del passato, il mondo dei bambini opposto a quello degli adulti. A questi si aggiungono nuovi elementi di pari potenza: la depressione, il suicidio e, soprattutto, il fanatismo religioso che si muove sul pericoloso confine della lucida follia e della violenza. Le tematiche sono molte ma i registi riescono a declinarle con sufficiente rigore, senza particolare enfasi morbosa, ma con un simbolismo teso e disturbante che tende all'apologo metaforico sul lato oscuro della fede invasata portata alle estreme conseguenze. Con inesorabile progressione fatalistica, tra straniamenti onirici e la continua esplorazione geometrica degli spazi chiusi del cottage isolato nella neve (e carico di elementi allegorici), il film procede con passo lento verso un finale nero e coraggioso, non privo di fertile ambiguità. Da lodare la notevole performance di una inquietante Riley Keough, la bravura dei registi nella direzione dei piccoli attori (Jaeden Martell e Lia McHugh) ed alcune sequenze di forte impatto visivo (gli incubi di Grace, il filmato amatoriale, la casa a forma di croce che spunta nella neve). Fiala e Franz, grandi appassionati di horror e veri conoscitori di cinema, ci regalano anche una lunga serie di citazioni e "somiglianze" con grandi autori del passato: da Jack Clayton ad Alejandro Amenábar, e soprattutto Stanley Kubrick (il tormento crescente della "reclusione" in un ambiente chiuso isolato nella neve, l'alienazione che può trasformarsi in pazzia o il cagnolino che si chiama "Grady", sono tutti evidenti omaggi a The Shining). Suggestiva anche la scelta del continuo montaggio parallelo tra la casa reale e quella delle bambole, in cui la scansione degli eventi procede di pari passo come una proiezione delle emozioni che vivono i protagonisti. Il difetto maggiore della pellicola, facilmente criticabile dal punto di vista logico, è la scelta cruciale che avviene a metà della storia e che dà il via alla svolta drammatica, effettivamente poco plausibile. La cupa fotografia ambientale è di Thimios Bakatakis, fedele collaboratore di Yorgos Lanthimos.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Goodnight Mommy (Ich seh, Ich seh, 2014) di Severin Fiala , Veronika Franz

Una signora austriaca si sottopone ad un intervento di chirurgia estetica e ritorna a casa con il volto interamente coperto dalle bende e con i soli occhi visibili. I suoi figli, Elias e Lukas, gemelli di nove anni, iniziano a notare un comportamento diverso da parte della donna che sembra aver cambiato atteggiamento e carattere: è rigida, nervosa e severa, intollerante di qualunque disobbedienza e non rivolge mai la parola al più sensibile Lukas, che ne soffre particolarmente. I due bambini iniziano a pensare che quella donna non sia la loro vera madre ma un'impostora che ne ha preso il posto per scopi miseriosi. Questo horror psicologico di ambientazione familiare, dal passo lento e dalle atmosfere inquietanti, scritto e diretto dagli austriaci Severin Fiala e Veronika Franz, è il film che ha dato ai due autori una certa visibilità internazionale, specialmente presso il pubblico degli appassionati delle pellicole di paura, sempre a caccia di emozioni forti e di novità. E' fuori discussione che l'opera faccia il suo effetto, soprattutto per merito di un buon lavoro di scrittura e dell'interpretazione efficace dei due piccoli protagonisti (che nella vita sono realmente gemelli ed hanno gli stessi nomi dei loro personaggi). Ma parlare di originalità, di colpo di scena strabiliante o addirittura utilizzare i superlativi, come molti hanno fatto, rispetto a questo film, significa essere un bel po' a digiuno in materia di horror. Infatti il twist dell'epilogo non è affatto nuovo, nè tanto meno imprevedibile per lo spettatore più attento e scafato. La prima parte resta però di notevole livello, specialmente per la capacità di suggerire e generare angoscia senza mai ricorrere a facili jump-scare o all'esplicitazione gratuita di effetti macabri. Nel 2022 Matt Sobel ne ha diretto un omonimo remake americano (ben più convenzionale) con la brava Naomi Watts in veste di protagonista e produttrice.
 
Voto:
voto: 3/5

lunedì 22 maggio 2023

Ocean's 8 (Ocean's Eight, 2018) di Gary Ross

Debbie Ocean, sorella minore di Danny, ladro "gentiluomo" specializzato in "colpi grossi" e da tempo dato per morto,  esce dal carcere dove ha scontato 5 anni per truffa e si rimette subito "al lavoro", con il desiderio mai sopito di superare la fama del più celebre fratello. L'obiettivo del furto è una preziosa collana di diamanti dal valore smisurato, chiamata Toussaint, che sarà esposta per un'occasione mondana al Metropolitan Museum di New York. Le misure di sicurezza sono al limite dell'inviolabile e per questo il piano, ad altissimo rischio, va preparato in ogni minimo dettaglio. Debbie ha in testa tre idee su cui non intende mediare: rubare la collana, superare il fratello e mettere in piedi una banda di sole donne. Per questo si rivolge alla sua vecchia amica di imprese criminose, la bionda motociclista Louise detta "Lou", e con il suo aiuto assolda una variopinta gang eterogenea di femmine "toste", ciascuna con una peculiare abilità tecnica. Ma non mancheranno le sorprese. Questo heist movie scritto e diretto da Gary Ross è una via di mezzo tra il sequel e lo spin-off della saga di rapinatori nota come "trilogia Ocean's", realizzata da Steven Soderbergh tra il 2001 e il 2007, ed interpretata da star come George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts e Matt Damon. L'idea, fedelmente alla nuova moda hollywoodiana post #me_too, è quella di rivitalizzarne i fasti con una versione tutta al femminile e con un cast di pari livello divistico. Se il secondo obiettivo è in buona parte raggiunto grazie all'appeal e alla bravura di attrici come Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter, Dakota Fanning, Sarah Paulson, Rihanna e Awkwafina, bisogna anche riconoscere che questo film arzigogolato, derivativo e talvolta impacciato, arriva decisamente fuori tempo massimo e senza troppe idee. Per fortuna l'ironia stravagante, che era uno dei tratti distintivi dei tre film di Soderbergh, non viene abbandonata, rendendo così la visione leggera e scorrevole, sebbene per nulla originale e meno che mai imprevedibile negli esiti. Anche il "femminismo" che pervade la pellicola è alquanto stereotipato e di maniera, ma la chimica tra le varie interpreti e le loro divertenti interazioni riescono in parte a soccorrere le magagne di una sceneggiatura semplicistica e manichea. La Blanchett, che è attrice di categoria superiore, riesce a regalare lampi della sua classe luminosa anche in un prodotto "di cassetta" come questo, grazie alla sua innata dote di essere sempre a suo agio e di saper fare ironia anche su se stessa. La Bonham Carter è sul limite della macchietta involontaria, mentre la Hathaway, Awkwafina e Rihanna risultano impeccabili nei rispettivi ruoli. La vera sorpresa è Mindy Kaling, la meno conosciuta del gruppo, mentre la Bullock è un po' troppo "ingessata" e perde nettamente la sfida a distanza con Clooney.
 
Voto:
voto: 2,5/5

Rosa Scompiglio e i suoi amanti (Rambling Rose, 1991) di Martha Coolidge

Negli anni '30, in una piccola cittadina della Carolina del Nord, la famiglia Hillyer accoglie in casa come domestica la giovane Rose, campagnola graziosa e trasandata, che si presenta alla loro porta con una valigia di cartone tenuta insieme da uno spago, i capelli arruffati e uno sguardo di disarmante dolcezza. In fuga da un torbido passato di violenze e abusi, su cui il capofamiglia e sua moglie decidono pudicamente di non indagare mai più di tanto, la ragazza sboccia rapidamente e finisce per affascinare tutti con la sua bellezza, il suo sorriso ed i suoi modi sempre in bilico tra la radiosità e la malizia. Il giovane Buddy, primogenito degli Hillyer, perde la testa per Rose, che diventa l'ossessione verso cui si rivolgono prepotenti tutti i suoi turbamenti adolescenziali. Ma ben presto la donna inizia a diventare un caso "scandaloso" per l'intera comunità, per i suoi abiti succinti, il suo fare disinvolto e le attenzioni che tutti i maschi del paese le rivolgono costantemente. Questo dramma d'epoca di Martha Coolidge, sceneggiato da Calder Willingham, autore del romanzo omonimo da cui è tratto, è un lieve affresco sociale sui costumi (arretrati e bigotti) della provincia del Sud degli Stati Uniti durante il periodo della Grande Depressione. Le intenzioni di mettere in scena una critica al perbenismo dei moralisti ed un inno all'emancipazione femminile non si traducono però pienamente in un risultato concreto, limitandosi principalmente alla forza dei singoli personaggi e alla bravura delle rispettive attrici. Rose è una ragazza istintivamente libera ma anche disturbata, che confonde facilmente il sesso con l'affetto a causa dei traumi subiti. Mamma Hillyer è invece una donna un po' svagata, ma anche compassionevole, solidale e granitica nei suoi principi di tolleranza e di inclusione e la sua difesa della dignità delle donne (di tutte le donne) è il cuore ideologico del film. Peccato però che sia la scrittura che la regia risultino troppo descrittive, convenzionali, didascaliche e poco sfumate per riuscire davvero a scalfire al di là dell'elegante superficie, di indubbia confezione pregevole. L'opera vale essenzialmente per il cast, in cui, oltre al fuoriclasse Robert Duvall, spiccano le intense Laura Dern e Diane Ladd, entrambe candidate all'Oscar per l'occasione. Le musiche, come al solito impeccabili, sono del grande Elmer Bernstein. La pittoresca traduzione italiana del titolo originale è in linea con il tono illustrativo dell'opera.
 
Voto:
voto: 2,5/5

mercoledì 17 maggio 2023

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin, 2022) di Martin McDonagh

Negli anni '20 sulla piccola isola di Inisherin, di fronte alle coste dell'Irlanda, Pádraic e Colm sono amici da una vita e condividono le ripetitive abitudini quotidiane della loro comunità fatta di gente semplice, umile e di scarsa cultura. Dopo il lavoro manuale mattutino, ci si ritrova dopo le due al solito pub per bere una pinta di birra scura e fare le consuete chiacchiere. Mentre sulla madrepatria infuria terribile la guerra civile, di cui si sentono chiaramente le esplosioni in lontananza dall'altro capo della costa, l'isola vive una condizione di immobile tranquillità, come sospesa in un limbo inerte, sempre uguale e fuori dal tempo. Pádraic è un mite mandriano, gentile, sempliciotto, di poche pretese e di scarse prospettive. Colm è un uomo più maturo, più colto, profondo e quindi tormentato, che sfoga nella musica del suo violino un sottile male di vivere che riesce quasi sempre a tenere nascosto. Un giorno, senza un reale motivo o un vero accadimento "grave", Colm fa sapere all'amico che non gli va più a genio, che non intende più rivolgergli la parola e che vuol esser lasciato in pace. Disperato e smarrito, Pádraic sente crollargli il mondo addosso e cerca in tutti i modi di riavvicinarsi a lui, quasi sempre con modi goffi e maldestri, o chiedendo l'aiuto della sua ben più sveglia sorella Siobhán, del prete, dell'oste e persino del giovane strambo Dominic, lo scemo del villaggio. Ma la situazione finisce per degenerare, assumendo contorni sempre più dolorosi e imprevedibili. Il quarto lungometraggio dell'irlandese Martin McDonagh, da lui co-prodotto, scritto e diretto, è una suggestiva "favola" dark in bilico tra la commedia grottesca ed il dramma allegorico. Un film straordinario, di limpida scrittura, di preziosa confezione formale, recitato magistralmente da un cast in grande spolvero e che si avvale dei magnifici scenari naturali selvaggi degli arcipelaghi irlandesi (le riprese si sono svolte quasi tutte in esterni nelle isole di Achill Island e di Inishmore, mentre il nome di Inisherin, usato per l'ambientazione della vicenda, è di pura fantasia). Scenari fatti di scogliere scoscese, spiagge solitarie, verdi colline, malinconici tramonti, brughiere nebbiose e lande rurali, che vengono fotografate con campi lunghi e con un sublime utilizzo artistico delle luci naturali. McDonagh, che si riconferma autore di grande spessore e di fulgido talento, si è ispirato ad una sua trilogia composta per il teatro agli inizi degli anni 2000, "la Trilogia delle Isole Aran", ed in particolare alla terza parte ("The Banshees of Inisheer"), lasciata incompleta all'epoca, ma qui ripresa e sviluppata per il grande schermo, senza disperderne la struttura teatrale e la sua forte radice immaginifica di celebrazione dei miti ancestrali del folklore irlandese. Questa pellicola dal tono tragicomico, ricca di sequenze mirabili e di momenti stranianti, non è un film sull'amicizia (come potrebbe apparire ad una prima lettura superficiale) ma un denso apologo metaforico sulla genesi della guerra civile irlandese; un conflitto sanguinoso che ha messo improvvisamente "fratello contro fratello" senza una concreta causa giustificativa, insanguinando per anni la nazione insulare e condannando, inevitabilmente, tutti alla sconfitta. E' evidente che Pádraic e Colm siano i simboli universali di questo assurdo scontro e che le loro azioni, spesso illogiche e assurde, rappresentino il non-senso di quella guerra e di tutte le guerre in generale. Alla luce di questa chiave interpretativa tutto il resto è facilmente ascrivibile sotto una consequenziale matrice metaforica: le automutilazioni (una nazione che ha fatto del male a sè stessa), la morte degli animali (le povere vittime innocenti a prescindere), il ruolo delle donne e la forte critica sarcastica espressa alle cariche istituzionali (religione, forze dell'ordine) attraverso le figure del prete ottuso e del poliziotto malvagio. E non vanno dimenticati i riferimenti mitologici (l'inquietante figura della vecchia "strega" Banshee), le tematiche filosofiche (la noia, la solitudine, l'atavica paura della morte) e le tante citazioni colte ad alti drammaturghi come Samuel Beckett o Luigi Pirandello (Colm è un classico personaggio pirandelliano, ambiguo, complesso e sfaccettato: vive uno struggente malessere interiore a causa della sua profondità d'animo che lo rende inadeguato all'umile contesto campestre in cui si ritrova; la sua casa sulla spiaggia è piena di maschere e c'è persino una scena in cui lui balla, facendo la "carriola", con il suo cane). Accolto con un entusiasmo pressoché plebiscitario dalla critica, il film ha ottenuto ben 9 candidature agli Oscar, tra cui miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura e ben quattro al sontuoso cast (Colin Farrell, Brendan Gleeson, Kerry Condon, Barry Keoghan), ma non è riuscito ad aggiudicarsi nessuna delle ambite statuette (!). Colin Farrell, che da quando ha iniziato le sue collaborazioni con autori impegnati come Yorgos Lanthimos è diventato un attore vero, ci regala una delle migliori interpretazioni della sua carriera, per la quale è stato premiato (tra scroscianti applausi) con la Coppa Volpi al Festival di Venezia. La coppia Farrell-Gleeson aveva già lavorato insieme, sempre sotto la regia di McDonagh, nel film In Bruges - La coscienza dell'assassino (In Bruges, 2008). Si consiglia di (ri)vedere questo autentico gioiello cinematografico in lingua originale perchè, pur nel buon doppiaggio italiano, se ne perdono parecchie importanti sfumature linguistiche, a cominciare dal titolo, tradotto in modo banale con totale dispersione dell'iconico senso evocativo primigenio. Probabilmente questa scelta è stata fatta dai distributori per rendere la didascalia più accattivante e meno anonima per il pubblico di casa nostra, mediamente poco avvezzo alle leggende anglosassoni.
 
Voto:
voto: 4,5/5

martedì 16 maggio 2023

X: A Sexy Horror Story (X, 2022) di Ti West

Nella rovente estate del 1979, in una desolata area rurale del Texas, alcuni giovani alla guida di un furgone raggiungono la casa di campagna di due anziani coniugi (Howard e Pearl), da cui hanno affittato una dependance prospiciente. Howard è scorbutico, rozzo e totalmente devoto alla moglie Pearl, che, sotto una calma apparente, nasconde frustrazione e rimpianto per la sua giovinezza svanita e per i desideri vitali che ancora prova prepotentemente. Ma quello che i due non sanno è che il vero scopo del viaggio degli occasionali "turisti" è quello di girare un film porno a basso costo, intitolato "The Farmer's Daughters" ("Le figlie del fattore"), sotto la guida di un improbabile produttore (Wayne) e di un regista con vane ambizioni di autore. Tra le improvvisate "attrici" la vivace Maxine attira l'attenzione di Pearl, che rivede in lei qualcosa della sè stessa giovane, e ben presto la promiscuità tra i due inconciliabili gruppi darà il via ad una spirale di sanguinosa violenza. Solido horror, cruento, citazionista e vintage, scritto e diretto con mano sapiente e vena nostalgica da Ti West, che omaggia con deferenza e passione le atmosfere ruvide e lascive degli anni '70 ed i classici del cinema di paura usciti in quel periodo, guardando principalmente a Tobe Hooper ed al suo celeberrimo The Texas Chainsaw Massacre (1974). L'operazione eseguita dal regista è tanto minuziosa quanto intelligente, specialmente nell'utilizzo goliardico del metacinema, nella rievocazione delle suggestioni d'epoca e nella messa in gioco di una molteplicità di temi interessanti declinati attraverso i contrasti: giovinezza contro vecchiaia, liberismo sessuale contro moralismo bigotto, libidine contro senso del peccato e, ovviamente, i nuovi costumi tipici delle grandi città contro la rude arretratezza reazionaria della provincia. Anche la scelta dell'anno di ambientazione, il 1979, ovvero la fine del decennio trasgressivo e l'inizio del periodo dell'AIDS, non è affatto casuale. Ed è stimolante anche l'accostamento tra repressione sessuale e violenza, così come la riflessione sui desideri erotici durante la così detta terza età. La seconda parte del film, "doverosamente" dedicata all'azione ed alla "mattanza", è ben più convenzionale della prima; ma anche qui Ti West dimostra di avere il genere horror nelle sue corde. Nel cast brilla oltre modo la britannica Mia Goth, dalla bellezza particolare e dal viso più che mai adatto per questo tipo di pellicole, che addirittura si cimenta nel doppio ruolo di Maxine/Pearl, ovvero l'eroina e la sua nemesi. Per "diventare" la vecchia Pearl in modo credibile, Mia Goth ha dovuto sottoporsi a circa 10 ore di pesante trucco prostetico per ogni giornata di riprese, e bisogna ammettere che la "trasformazione" è effettivamente impressionante. Il film, che ha avuto buoni riscontri di pubblico e critica, ha dato origine ad una trilogia: ne è già uscito il prequel, Pearl (2022), girato in parallelo per diminuire i costi produttivi, ed è in lavorazione il sequel, MaXXXine, sempre con la regia Ti West e Mia Goth assoluta protagonista.

Voto:
voto: 3,5/5

Il primo giorno della mia vita (2023) di Paolo Genovese

In una Roma cupa e piovosa si intrecciano le storie di quattro persone molto diverse tra loro, ma accomunate dallo stesso male di vivere: una ex ginnasta professionista, eterna seconda, finita sulla sedia a rotelle dopo un grave infortunio; una poliziotta che non riesce a superare il dolore per la morte della figlia; un energico motivatore che sà ridare coraggio a tutti tranne che a sè stesso ed un bambino goloso di taglia forte, bullizzato dai compagni e costretto dal padre avido a diventare uno youtuber, dal successo virale grazie ai video delle sue scorpacciate. Proprio nella notte in cui i quattro stanno per cedere alla disperazione, compiendo un gesto irreparabile, un uomo misterioso gli fa visita con una strana proposta: concedergli sette giorni di tempo affinchè lui riesca a convincerli che la vita, anche se non sempre è bella, merita comunque di essere vissuta fino in fondo. Questa fiaba metropolitana dai toni dark e dai risvolti soprannaturali, 13-esimo lungometraggio del regista Paolo Genovese, è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo scritto dallo stesso autore, che si riallaccia idealmente (per stile e tematiche) al precedente The Place (2017), ampliandole però di maggiori elementi metafisici, risvolti ultraterreni e riflessioni sulla depressione esistenziale, un fenomeno sempre più diffuso nelle moderne società occidentali. Senza rivelare altro sui dettagli della trama, possiamo dire che questo film appartiene a quel filone di drammi surreali, con incursioni nel fantastico, sul tema della seconda occasione, con il quale si sono già confrontati in passato diversi autori come Patrice Leconte o Frank Capra (giusto per fare qualche nome famoso). Il vero problema di questo tipo di pellicole è quello di riuscire a sospendere l'incredulità e renderle plausibili senza eccedere in eccessi patetici, moralistici e retorici, ma portando in risalto l'aspetto umano rispetto a quello favolistico, il significato piuttosto che il significante. Genovese ci riesce solo in parte, soprattutto grazie alla bravura degli attori (Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco ed il piccolo Gabriele Cristini), ma talvolta si perde in ridondanze, tempi morti e sequenze sull'orlo del ridicolo involontario. Ed è quasi incomprensibile il personaggio di Vittoria Puccini, totalmente inutile e sprecato in un'opera che, di contro, si prende tutto il tempo necessario per sviluppare il racconto. Decisamente meglio il finale, che contiene i momenti più riusciti ed efficaci anche in termini di trovate visive e di emozioni, risollevando il tono che si mantiene generalmente freddo e grigio per quasi tutta la durata del film. Il personaggio di Mastandrea è decisamente quello più interessante, ambiguo ed emblematico, che induce considerazioni più sottili e inquietanti sul dolor vitae che colpisce un numero sempre crescente di persone. E' evidente che Genovese, dopo il successo plebiscitario di Perfetti sconosciuti (2016), il suo film più famoso, cerca di alzare il tiro con progetti più ambiziosi e originali. Un tentativo senz'altro apprezzabile, che dovrebbe però essere supportato da maggiore asciuttezza narrativa e levità del tocco.
 
Voto:
voto: 3/5

lunedì 15 maggio 2023

Bussano alla porta (Knock at the Cabin, 2023) di M. Night Shyamalan

Dal romanzo "La casa alla fine del mondo" ("The Cabin at the End of the World") scritto da Paul G. Tremblay. Eric e Andrew sono una coppia omosessuale che ha adottato una bambina, la piccola e dolce Wen, particolarmente sensibile e intelligente. La famiglia vive felicemente in un'isolata casa nei boschi, ben distante dai centri abitati. Ma un giorno l'arrivo improvviso di quattro strani tipi a loro sconosciuti, li farà piombare in un terribile incubo. Guidati dall'enorme Leonard, tanto gentile nei modi quanto minaccioso nell'aspetto, il gruppo di estranei intende costringere i due uomini, in qualunque modo, a compiere una scelta tragica e dolorosa per evitare l'inizio di un'imminente apocalisse che porterà alla fine del mondo. I quattro sono fermamente convinti della loro tesi e sono disposti a tutto per portare a termine la loro missione, ritenendosi una sorta di emissari divini in terra. Ma sono pazzi, fanatici oppure nelle loro agghiaccianti parole c'è qualcosa di vero? Questo thriller surreale, scritto e diretto da M. Night Shyamalan, parte come un atipico home invasion (perchè tale è la natura dei misteriosi invasori, che non sembrano affatto cattivi, ma sono spaventosi per la loro cieca fede che si traduce in spietata determinazione) e si trasforma gradualmente prima in un horror psicologico, che gioca con emozioni comuni, affetti familiari e paure ancestrali, e poi in una tragedia sovrannaturale in bilico tra moralismo e misticismo. I contrasti tra ragione e fede, etica e violenza, terreno e sovrumano (già declinati in varie forme durante la filmografia del regista indiano), vengono qui spinti alle estreme conseguenze in una escalation drammatica che intende frastornare ed inquietare lo spettatore, facendogli provare le medesime sensazioni della famiglia protagonista. Alla fine non tutto torna e non tutto convince, specialmente nelle svolte di una sceneggiatura non priva di forzature ed elementi contorti. Ma alcune sequenze sono particolarmente riuscite, così come è felice la saggia scelta di non addentrarsi in un eccesso di capziose spiegazioni (che avrebbero ulteriormente peggiorato la situazione). Anche le scelte di casting si rivelano generalmente azzeccate, specialmente per quanto riguarda la piccola Kristen Cui ed il gigantesco Dave Bautista (ex wrestler solitamente impiegato in ruoli da caratterista in film action), che incarna con sorprendente efficacia ed inquietante calma il ruolo (simbolico) di originale "orco" in questa nuova favola oscura dell'autore. Ma la cosa che fa più storcere il naso è la ruffiana concessione al dilagante politicamente corretto hollywoodiano (assai di moda negli ultimi anni), che si esplica nella scelta di una famiglia "non tradizionale" come agnello sacrificale ed arbitro supremo dei destini del mondo. Una scelta che, così ammantata di edificante ipocrisia, sa un po' di presa in giro per il pubblico.
 
Voto:
voto: 3/5