domenica 4 giugno 2023

Mixed by Erry (2023) di Sydney Sibilia

Nella Napoli degli anni '80 la famiglia Frattasio (padre, madre e i tre figli maschi Enrico, Peppe ed Angelo) vive in una umile casa nel popolare quartiere di Forcella, tra stenti, difficoltà e rinunce, ma con invidiabile senso dell'unione reciproca. Il capofamiglia Pasquale sbarca il lunario arrangiandosi con la vendita al mercato nero di bottiglie di falso whiskey (in realtà è semplice tè fatto in casa opportunamente mistificato), mentre la mamma Marisa cresce i figli che gli danno parecchi grattacapi nella difficile realtà del rione, dove il richiamo della strada e le sirene della criminalità sono sempre forti a causa delle scarse prospettive di lavoro. Tra i ragazzi Peppe è l'unico che "ha studiato" (licenza elementare), Angelo è quello manesco, mentre Enrico, il più timido e introverso ma anche il cervello più fine, lavora fin da piccolissimo come inserviente tuttofare in un negozio di elettrodomestici, in cui è nata la sua passione per la musica. Il suo sogno è quello di diventare un DJ ma, non avendo né il physique du rôle né la faccia tosta necessaria, decide di provarci a modo suo, ovvero rimanendo dietro le quinte. Inizia così a registrare delle cassette con compilation musicali inedite da lui ideate che, in breve, diventano richiestissime in tutto il quartiere. Enrico, silenzioso ma visionario, intuisce che può farne un business e si unisce ai fratelli per tramutare il progetto in realtà. Nel giro di 10 anni la loro "etichetta" illegale di audiocassette copiate, "Mixed by Erry", diventerà addirittura la prima in Italia per numero di vendite e di profitti, sbaragliando anche la concorrenza del mercato ufficiale. Un tale successo, partito dai vicoli di Napoli e poi esteso a tutta l'Italia, salterà ovviamente all'occhio di coloro che contano, che decideranno di intervenire drasticamente, dando così ragione allo zelante capitano Ricciardi, un finanziare napoletano che già da molti anni aveva messo gli occhi sull'attività miliardaria dei Frattasio, ma che aveva le mani parzialmente legate dalla mancanza di leggi ad hoc per l'occasione. Questo dramma-commedia biografico (e, diciamolo subito, ampiamente romanzato) scritto e diretto da Sydney Sibilia, rievoca con fascinazione nostalgica e mitizzazione romantica l'ascesa e caduta del marchio "Mixed by Erry", probabilmente il primo vero caso di pirateria audiovisiva su larga scala in Italia, di sicuro la prima occasione in cui il termine "pirata" fu associato all'autore di una contraffazione per scopi di lucro. Si può dire, senza timore di smentita, che chiunque abbia vissuto, anche solo di striscio, gli anni '80 o la parte iniziale dei '90 abbia, prima o poi, avuto tra le mani (anzi nella sua autoradio) almeno una cassetta "firmata" da Erry. In quel periodo se ne trovavano a iosa su ogni bancarella, in ogni mercatino, sulle spiagge e in qualunque angolo d'Italia si vendesse materiale contraffatto a prezzi ridotti rispetto agli originali. Quello che decretò il successo di Erry & bro. fu il fatto che le sue cassette erano mediamente di buona (se non ottima) qualità, presentavano spesso delle "playlist" originali e di competente concezione ed in molti casi (vedi le canzoni del Festival di Sanremo) addirittura anticipavano l'uscita sul mercato legale. Il regista salernitano Sydney Sibilia è costantemente interessato a storie incredibili, spesso paradossali, in questo caso addirittura clamorose, un mix tra genio e disonestà in egual misura. Il risultato è un film gradevole, leggero, talvolta anche molto divertente, ma che non riesce mai a spiccare quel balzo necessario per andare oltre la sua dimensione di folcloristico teatrino napoletano ironico, bonario e strabordante dei soliti cliché sulla mentalità partenopea. Quando il discorso diventa potenzialmente interessante, ad esempio nel frequente sbandierare atavici concetti sul flessibile concetto di illegalità che ben rappresentano un modo di pensare largamente diffuso presso gli strati della popolazione meno abbienti e meno istruiti, il film non graffia, non affonda il colpo e sembra quasi scherzare (se non giustificare) su comportamenti che sono oggettivamente esecrabili, dannosi, oltre che criminosi. I personaggi meglio riusciti sono senza dubbio il viscido manager faccendiere di Fabrizio Gifuni (classico esempio medio di italiano ricco, colto e settentrionale ma ugualmente disonesto) ed il cocciuto tutore della legge di Francesco Di Leva. La sequenza in cui questi si trova a disquisire con un venditore ambulante di cassette che "condanna" la falsificazione delle cassette di Erry è l'apice comico sarcastico della pellicola, il momento in cui, più di tutti gli altri, il paradosso ilare diventa triste realismo sociale. Il giovane attore Luigi D'Oriano interpreta il protagonista Enrico "Erry" Frattasio quasi scimmiottando Massimo Troisi, con un effetto che fa tenerezza ma che lascia perplessi. Un consiglio: non perdetevi i titoli di coda perchè contengono due scene a loro modo "essenziali".

Voto:
voto: 3/5

Silent Night (2021) di Camille Griffin

Nella notte di Natale, in una grande residenza della brughiera inglese, ospitati da Nell e da suo marito Simon, un gruppo di vecchi amici (che hanno condiviso gli studi e tante esperienze di vita) si riunisce per trascorrere insieme la festa. Con loro c'è anche una nuova arrivata, la giovane americana Sophie, che è la compagna di James, affascinante medico oncologo di colore per il quale l'esuberante Sandra, sposata con il tedioso Tony, ha sempre avuto un debole. Durante la cena natalizia iniziano ad emergere vecchie tensioni, taciuti dissapori e trascorsi mai digeriti, ma anche la sensazione minacciosa che, sotto sotto, c'è qualcosa di ben più grave che non va. Ci sono dei film che vanno visti obbligatoriamente "al buio", ovvero senza sapere assolutamente nulla della trama, al netto di qualche blanda premessa d'avvio, per non rovinarsi in nessun modo il piacere e le sorprese della visione. Questa brillante opera prima di Camille Griffin, in duplice veste di sceneggiatrice e regista, è proprio uno di quei film. Non è facile scriverne la recensione tenendo fede a quanto appena detto e riuscirne ad analizzare degnamente i contenuti senza incappare in delittuosi spoiler, ma il gioco vale la candela. Diciamo quindi che la pellicola parte come una commedia dai risvolti drammatici e che, per circa mezz'ora, fa quasi pensare ad una sorta di "grande freddo" ambientato ai giorni nostri e attraversato da graffi di black humour tipicamente britannico nei toni e nei modi. Ma poi diventa tutt'altro, lasciando spiazzato lo spettatore e continuando a farlo fino all'epilogo: una sorta di horror concettuale privo di sangue e di violenza esplicita, senza mai rinunciare ai tocchi ironici e arricchendosi sempre più di argomenti importanti, attuali, tragici e persino politici, che susciteranno riflessioni non banali nel pubblico. E' un film che morde ed a tratti sconcerta questo Silent Night, provocatorio fin dal titolo ambivalente di cui solo alla fine si coglierà pienamente il senso; un film carico di veleni caustici nei confronti delle politiche occidentali e del lassismo delle popolazioni (occhio che si parla anche di noi!) nei confronti di certi problemi costantemente presi sotto gamba. Ma, e qui risiede l'aspetto più accattivante, è addirittura sorprendente la capacità dell'opera di risultare inquietantemente preveggente rispetto a tutte le problematiche, le tragedie, le discussioni, i sospetti e le teorie complottistiche che sono nate durante il periodo della pandemia di covid-19. La sceneggiatura è stata scritta nel 2019, quindi poco prima che tutto iniziasse, e persino lo spettatore più distratto e mentalmente pigro non potrà fare a meno di notare come siano numerosi i punti in comune tra i dilemmi etici, politici e individuali raccontati in quest'opera e quelli che hanno tenuto banco nei quasi 3 anni vissuti sotto l'ombra sinistra del corona virus. Nel ricco cast, che annovera Keira Knightley, Matthew Goode, Annabelle Wallis, Lily-Rose Depp, Lucy Punch e Sope Dirisu, compaiono anche i tre figli piccoli della regista, tra cui il bravissimo e lanciatissimo Roman Griffin Davis, già ottimo protagonista di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi, che qui spicca di una spanna su tutti i "colleghi" adulti e famosi. In Italia questo film non è mai stato distribuito, nemmeno in streaming (!). E' d'uopo che, anche su questo, cali il silenzio.

Voto:
voto: 4/5

venerdì 2 giugno 2023

21 (2008) di Robert Luketic

Ben Campbell, brillante studente di matematica all'Università del Massachusetts, ha problemi finanziari per proseguire i suoi studi e quindi decide di unirsi ad una banda di giovani menti geniali che, guidati da un professore sui generis, hanno elaborato un perfetto piano scientifico per riuscire a contare le carte del Blackjack e sbancare i Casinò di Las Vegas. Ben si inserisce perfettamente nel gruppo, s'innamora della bella compagna Jill e si lascia rapidamente irretire dai soldi delle vincite che all'inizio arrivano copiosi. Ma si sa che mettersi contro un Casinò è sempre una scelta ad altissimo rischio, specialmente a Las Vegas. Questa commedia drammatica sul mondo dei giocatori d'azzardo dell'australiano Robert Luketic è l'adattamento cinematografico del romanzo "Bringing Down the House" di Ben Mezrich, a sua volta ispirato alla storia vera del così detto "MIT Blackjack Team", un gruppo di studenti dell'università di Cambridge (Massachusetts), che riuscirono ad elaborare un sistema infallibile, basato sul calcolo della probabilità e su una serie di segnali che si scambiavano tra loro, per vincere al gioco del Blackjack. Grazie ad una regia di agile leggerezza, al fascino delle ambientazioni (Vegas è sempre Vegas, Ça va sans dire) ed alla bravura degli interpreti (Jim Sturgess, Kevin Spacey, Kate Bosworth, Laurence Fishburne), il film scorre piacevolmente per tutta la prima metà, con la parte di preparazione del piano e delle sue prime applicazioni pratiche nei Casinò. Ma, una volta che si entra nel vivo dell'azione e tutte le carte sono state messe sul tavolo (giusto per usare una metafora in tema con la storia), la pellicola s'ingolfa, inciampa, perde colpi e diventa derivativa, prevedibile e ridondante, finendo per arrotolarsi su sé stessa. Luketic, che è un regista di commedie, dimostra di trovarsi più a suo agio con il lato comedy del film e tende invece a girare a vuoto quando deve affrontare di petto la tematica del "colpo grosso", limitandosi a svolgere un onesto compitino e prendere spunto dai vari classici del genere. Il vero Ben Campbell, che in realtà si chiama Jeff Ma ed è di origine asiatica, fa un piccolo cameo nel ruolo di un croupier. Per chi fosse totalmente a digiuno in materia di giochi d'azzardo, il 21 è il massimo punteggio al Blackjack.

Voto:
voto: 2,5/5

Cinque pezzi facili (Five Easy Pieces, 1970) di Bob Rafelson

Bobby, giovane pianista di famiglia benestante, decide di colpo di abbandonare la casa paterna e la vita agiata che conduce da cui si sente soffocato; si mette così a fare il vagabondo, passando di città in città, vivendo alla giornata e facendo molti incontri con una svariata umanità che, come lui, è in cerca di "qualcosa". Si accompagna alla svampita Rayette, una "randagia" a cui si affeziona ma che non basta a placarne l'inquietudine interiore. Dopo aver saputo che il padre è stato colpito da una grave malattia, decide di darsi una seconda occasione e torna al suo vecchio mondo, cercando di reintegrarsi e placare il suo spirito ruggente. Ci riuscirà? Magnifico dramma esistenziale "on-the-road" di Bob Rafelson, che lo ha anche scritto insieme ad Adrien Joyce, con un lucido senso critico di osservazione dei fenomeni culturali, ideologici, politici e di costume che animavano le nuove generazioni nell'America di quegli anni. E' una piccola grande storia di turbamento, di crisi, di alienazione e di insoddisfazione, sentimenti che erano ampiamente diffusi tra i giovani americani nell'epocale passaggio dagli anni '60 agli anni '70. E' un film solido e denso, splendido nel contrasto tra la struggente bellezza degli scenari naturali e l'apprensione psicologica del protagonista, che si sente sradicato e disadattato nel suo furioso vagare alla ricerca di sé stesso. E' un'opera emblematica di un periodo storico, che ne cattura perfettamente l'essenza e le tensioni emotive attraverso immagini di grande suggestione, piuttosto che con discorsi e spiegazioni. Sono in molti ad accostare questo film, per evidenti assonanze tematiche, al coevo manifesto generazionale Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, probabilmente anche per la comune presenza di Jack Nicholson nel cast. Ma, in questo caso, più che all'utopia si dà voce al disagio ed è l'infelicità a prevalere nettamente sulla ribellione. Ad un certo livello Five Easy Pieces è il racconto metaforico (e finemente sfumato) di una sconfitta incombente ed inevitabile, alla quale però non ci si rassegna. Ebbe quattro candidature agli Oscar (miglior film, migliore sceneggiatura, Jack Nicholson e Karen Black migliori attori) ma non ne vinse nessuno, però la Black si aggiudicò il Golden Globe nella categoria di attrice non protagonista. Il titolo fa riferimento ad un libro di lezioni di piano per principianti.

Voto:
voto: 4/5

The Good Nurse (2022) di Tobias Lindholm

Amy è una madre single ed un'abile infermiera, totalmente dedita alla famiglia e al lavoro, dove si sottopone a turni massacranti pur di guadagnare quanto più possibile. Affetta da una patologia cardiaca, la donna tiene la cosa nascosta a tutti perchè non può permettersi in alcun modo pause o sospensioni dal suo impiego. Un giorno nel suo reparto arriva Charlie, un nuovo infermiere con la faccia da bravo ragazzo, che si dimostra fin da subito sensibile e amichevole con Amy, stringendo con lei un rapporto di sincera amicizia. Per la prima volta da diversi anni Amy si sente compresa e sostenuta da un altro essere umano, a cui confida tutti i suoi problemi personali durante i lunghi turni di notte trascorsi insieme. Ma, subito dopo l'arrivo di Charlie in ospedale, una serie di strane morti misteriose di numerosi pazienti inizia a mettere la ragazza sul chi va là e la preoccupazione aumenta quando parte un'indagine ufficiale, di cui lei viene messa al corrente in assoluta segretezza. Quando Amy capisce che molti indizi indicano il suo amico Charlie come principale sospettato delle morti, entra in profonda crisi personale. Questo agghiacciante thriller ospedaliero del danese Tobias Lindholm è tratto dall'omonimo libro di inchiesta di Charles Graeber, a sua volta basato sulla vera storia del caso di Charles Cullen, infermiere serial killer soprannominato "angelo della morte", che durante la sua vita professionale uccise un numero imprecisato di pazienti attraverso dosi di glucosio iniettate nelle flebo. Dopo una lunga indagine ed un processo che fece grande scalpore mediatico, Cullen confessò 18 omicidi per i quali fu condannato all'ergastolo. In realtà è certo che il numero delle sue vittime fu enormemente maggiore e si parla addirittura di 300/400, facendo così diventare lo spietato infermiere l'assassino seriale più "prolifico" della storia. Un macabro record che però rende perfettamente la gravità del caso (probabilmente poco conosciuto nel nostro paese) e l'importanza della pellicola di Lindholm. Senza mai indulgere in esplicitazioni morbose o in truci sensazionalismi, quest'opera tesa, lucida e tagliente sceglie un tono algido e compassato, una fotografia cerulea che evoca perfettamente suggestioni mortifere e si affida totalmente al dramma psicologico e interiore portato in scena dai due protagonisti, due attori straordinari come Jessica Chastain ed Eddie Redmayne, che ci offrono due performance magistrali. Se per quanto riguarda la Chastain possiamo dire di esserci abituati, per Redmayne va invece sottolineato come, stavolta, riesca a limare ogni forma di teatralità, asciugando la sua recitazione fino all'osso e rendendo la sua caratterizzazione di Charles Cullen realmente da brividi, lavorando di cesello sul contrasto tra la sua calma glaciale, i suoi modi gentili, i suoi occhi compassionevoli (ma con la chiara evidenza di qualcosa di oscuro nascosto nel fondo) e le terribili azioni che egli compie senza alcun movente. Tutto l'orrore, il patos, la tragedia, i sensi di colpa, i dubbi e l'indignazione vengono trasmessi allo spettatore attraverso i volti, gli sguardi, le espressioni e le voci della coppia Chastain-Redmayne, che avrebbe sicuramente meritato maggiore attenzione nella stagione dei premi. Ma, probabilmente, hanno pagato il fatto che il film sia una produzione Netflix, un elemento che sta diventando sempre di più fonte di pregiudizio presso vari settori del management cinematografico. Proprio per apprezzare appieno la prova dei due protagonisti si consiglia (anche) la visione in lingua originale. Il valore aggiunto che sposta decisamente sopra la media la qualità dell'opera è il suo essere implacabilmente critico nella denuncia al sistema sanitario americano, allungando lunghe ombre sinistre sui gravi comportamenti omertosi, superficiali, pavidi o addirittura conniventi da parte di dirigenti ospedalieri, amministratori e primari, che permisero a Cullen di continuare la sua nefasta azione di "angelo della morte" per anni, passando da un ospedale all'altro come se nulla fosse. La morte ha mille volte e mille modi di operare, ad esempio con una iniezione di glucosio oppure, più subdolamente, girando il volto dall'altra parte.

Voto:
voto: 3,5/5

giovedì 1 giugno 2023

Complice la notte (One Night Stand, 1997) di Mike Figgis

Max, regista pubblicitario afroamericano, sposato con due figli e in viaggio di lavoro a New York, conosce per caso in aeroporto la bionda Karen, con cui trascorre la serata, dopo che entrambi hanno perso lo stesso volo, e poi una lunga notte passionale d'amore. Tornato alla sua routine matrimoniale non riesce a dimenticarla, ma i due si sono lasciati senza scambiarsi alcun contatto personale e quindi è costretto a rassegnarsi. Un anno dopo la ritrova per caso in una situazione alquanto imbarazzante: tornato a New York insieme alla moglie per far visita in ospedale al suo miglior amico, Charlie, colpito da una grave malattia terminale, scopre che Karen è sposata con Vernon, fratello di Charlie. Ma le soprese non sono ancora finite. Questo melodramma patinato scritto, diretto e anche musicato dal britannico Mike Figgis, può essere diviso idealmente in due parti nettamente contrapposte per esiti e verosimiglianza. Se la prima è sicuramente conturbante, sostenuta da una buona messa in scena, da un montaggio efficace e dal fascino intrigante di Nastassja Kinski, tutto il secondo segmento risulta invece implausibile, forzato e appesantito da un effettismo di palese ruffianeria. Presentato in concorso al Festival di Venezia, il film si aggiudicò (a sorpresa e non senza polemiche) la Coppa Volpi al miglior attore per Wesley Snipes, in un ruolo alquanto inconsueto per la sua carriera. Figgis esagera con il glamour e la bigotteria, finendo per disperdere completamente l'interessante discorso sulla dinamica di coppia con cui aveva iniziato, ma è un regista che sa digerire efficacemente gli attori, riuscendo sempre a trarne il meglio delle rispettive potenzialità. In questo caso gli interpreti delle così dette "seconde linee" (Robert Downey Jr., Thomas Haden Church, Kyle MacLachlan) appaiono più convincenti dei protagonisti principali. La fotografia luccicante di Declan Quinn è funzionale alla New York modaiola, materialista e decadente che fa da sfondo alla vicenda.

Voto:
voto: 2,5/5

Brooklyn's Finest (2009) di Antoine Fuqua

A Brooklyn s'intrecciano le storie di tre poliziotti che non sono esattamente un modello di condotta integerrima. Eddie è un vecchio agente di pattuglia che ha sempre fatto in modo di tenersi lontano dai guai, girandosi spesso dall'altra parte. E' alcolizzato e tormentato dai rimorsi, ma al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione che ha così tanto atteso, si decide a rischiare in prima persona e fare almeno una volta il suo dovere fino in fondo. Clarence, detto "Tango", agisce da mesi come infiltrato, vivendo a stretto contatto con spacciatori e criminali e comportandosi come loro. Al momento di incastrare un pusher di alto profilo, si rende conto di essergli diventato così amico da non saper più decidere da che parte stare. L'italoamericano Sal, stanco di vivere in un vecchio appartamento fatiscente che ha minato la salute di sua moglie, decide di tentare il colpo della vita rapinando il covo di una banda di trafficanti di crack. Cupo poliziesco nero di Antoine Fuqua, che segna il ritorno del regista afroamericano alle storie che riesce a raccontare meglio: crudi drammi metropolitani di strada, vicende dolorose di personaggi ambigui posti al confine tra bene e male, etica e corruzione, redenzione e violenza, in un mondo crudelmente indifferente che sembra dominato dal caso. Come al solito l'autore non giudica mai i suoi protagonisti ma ne esamina con naturalistico dettaglio i lati oscuri, le debolezze, le tentazioni e, soprattutto, le scelte, mettendoli sempre davanti ad un bivio fatale che ne deciderà il destino. Con il tono aspro e beffardo di una grande tragedia morale in cui alla fine tutto si compie, il film sa essere teso e avvincente, tenendo in bilico lo spettatore fino all'epilogo. Molto buono il cast, che si avvale di interpreti navigati come Richard Gere, Don Cheadle, Ethan Hawke, Wesley Snipes, Ellen Barkin e Vincent D'Onofrio. Ma Cheadle si aggiudica la "palma" del più bravo, dando vita al personaggio più complesso, sfaccettato e interessante. In Italia non è mai stato distribuito nelle sale, ma è passato unicamente in anteprima al Festival di Venezia, per poi essere dirottato direttamente sul mercato home video. La sceneggiatura è stata scritta da Michael C. Martin, un ex dipendente della metropolitana di New York diventato poi scrittore quasi per caso, dopo aver subito un grave incidente automobilistico che gli ha impedito di continuare il suo lavoro. Esistono due diverse versioni della pellicola: in particolare quella presentata alla rassegna lagunare ha un montaggio ed un finale diversi rispetto a quella "ufficiale", voluta dal regista ed attualmente presente nelle edizioni in dvd.

Voto:
voto: 3,5/5

Amsterdam (2022) di David O. Russell

Burt, Harold e Valérie, americani impegnati nella "Grande Guerra" (i primi due come soldati e la terza come infermiera), si conoscono sul fronte europeo nel 1918 e diventano grandi amici. Finito il conflitto i tre decidono di restare ad Amsterdam, dove condividono un appartamento in un clima di euforia e spensieratezza, durante il quale sboccia anche l'amore tra Valérie e Harold. Poi le cose cambiano, le strade si dividono e gli anni passano veloci. Nel 1933 Burt fa il medico per i veterani di guerra, mentre Harold è diventato un brillante avvocato. I due vecchi amici si ritrovano per il funerale del generale che li fece incontrare 15 anni prima e sospettano che la morte dell'ufficiale non sia stata naturale. Le loro indagini li porteranno a scoprire una terribile macchinazione, che minaccia direttamente anche loro. Burt e Harold decidono quindi di ritrovare Valérie, memori di un patto che avevano stretto insieme, nel periodo felice trascorso ad Amsterdam, di guardarsi sempre le spalle l'uno con l'altro. Questo dramma storico, scritto e diretto da David O. Russell, è un film ambizioso e opulento, in bilico tra il thriller fantapolitico, la commedia grottesca e la spy-story. Lo strano rapporto che s'instaura tra i personaggi principali lascia inizialmente un po' perplessi, ma poi ci si abitua e si viene trasportati dall'energia e dall'entusiasmo che i tre portano in scena, a modo loro. Sicuramente la parte iniziale, ambientata nella città olandese che dà il titolo alla pellicola, è quella più riuscita, più interessante e più piacevolmente stravagante. Tutto il resto è un intreccio lungo, stiracchiato, enfatizzato e strabordante di dialoghi, sotto-trame e presunti colpi di scena (invero abbastanza prevedibili), rivolti a fornire al pubblico una ridondante serie di messaggi sul valore della libertà, sull'importanza dell'amicizia, sulla memoria corta della Storia e sui pericoli delle ideologie totalitarie, che sono sempre dure a morire definitivamente. Nella parte finale si passa il limite e si scade nello retorica stucchevole, tra eccessive spiegazioni e predicozzi edificanti. Ed è un vero peccato perchè David O. Russell era riuscito a mettere insieme un cast straordinario con tanti nomi altisonanti, il che fa aumentare il senso di occasione sprecata. Giusto per citarne qualcuno: Christian Bale (che è il più bravo in assoluto), Margot Robbie, John David Washington, Anya Taylor-Joy, Michael Shannon, Robert De Niro, Rami Malek, Zoe Saldana, Mike Myers (e si potrebbe continuare ancora). Alla sua uscita nelle sale il film si è rivelato un flop, sia per gli incassi deludenti che per i riscontri della critica, facendo segnare un grosso passo falso nella carriera di David O. Russell, autore temerario e discontinuo, che ha fatto della bizzarria la sua cifra stilistica, all'insegna di un anticonformismo che in certe occasioni appare più esibito che sentito.

Voto:
voto: 2,5/5

La spettatrice (2004) di Paolo Franchi

Valeria è una giovane donna sola e solitaria, incapace di manifestare le emozioni che prova e quasi terrorizzata dal contatto empatico con un altro essere umano. Vive a Torino, lavora come interprete ed ha sviluppato un interesse morboso per Andrea, un ricercatore di mezza età che abita di fronte al suo appartamento e che lei spia quotidianamente in silenzio, "amandolo" a modo suo, di nascosto e senza averlo mai conosciuto. Quando l'uomo si trasferisce per lavoro a Roma, Valeria, come impazzita, molla tutto e lo segue, ricominciando così a spiarlo. Quando capisce che Andrea ha una compagna (Flavia), si fa assumere da lei come dattilografa a domicilio, aiutandola a scrivere un libro sul suo ex marito defunto. Esordio cinematografico, in qualità di sceneggiatore e di regista, del bergamasco Paolo Franchi, con questo riuscito dramma sentimentale introspettivo, cupo, glaciale e pudicamente "reticente" proprio come la sua protagonista, egregiamente interpretata da un'ottima Barbora Bobulova, in una delle migliori performance della sua carriera italiana. E' un film di emozioni trattenute, passioni soffocate e desideri inespressi; un melò imploso, un apologo ambiguo e silente che striscia sotto pelle e si muove nell'ombra per affrontare tematiche quali il voyeurismo, la solitudine esistenziale, l'incomunicabilità tra essere umani e, più di tutto, il senso ponderatamente "scientifico" dell'amore: necessario, impellente ma anche impossibile. Dal punto di vista tematico siamo dalle parti di Antonioni, invece da quello stilistico il primo riferimento immediato è Kieslowski. Ispirazioni altisonanti per un'opera prima di grande impatto intellettuale e di densa semantica, anche se un po' troppo algida. La fotografia plumbea di Giuseppe Lanci, modellata sul tono della pellicola e sullo sguardo interiore di Valeria, riesce a rendere Roma "uguale" a Torino dal punto di vista delle atmosfere (!). E' interessante evidenziare come il regista non stabilisca mai alcuna empatia tra lo spettatore e la protagonista, ma la faccia risultare costantemente aliena; non si riesce a provare un moto di pena o di benevolenza per lei perchè, invero, la donna non è una reale "vittima", ma piuttosto fa le sue scelte con parità di afflizione e consapevolezza. Valeria non è il simbolo di un martirio, ma di un fallimento. Il film è stato particolarmente apprezzato da Robert De Niro che lo ha selezionato per l'edizione 2004 del "suo" Tribeca Film Festival.

Voto:
voto: 3,5/5