giovedì 8 giugno 2023

La domestica (Hanyo, 1960) di Kim Ki-young

Kim Dong-sik è un insegnante di musica, sposato e padre di due figli. Una sua allieva, innamorata di lui e delusa dal suo comportamento, si toglie la vita e questo spinge la migliore amica della ragazza ad organizzare una tremenda vendetta nei confronti dell'uomo. Ignaro di tutto questo Dong-sik assume una domestica (Myeong-sook) per badare alle faccende casalinghe nella sua grande villa, ma la giovane, scaltra e maliziosa, riesce a sedurlo innescando una serie di tragici eventi. Finale a sorpresa. Questo magistrale thriller drammatico di Kim Ki-young (che nei crediti, oltre che come regista, figura anche in veste di produttore, sceneggiatore e direttore del montaggio) è un conturbante revenge-movie carico di sensualità, atmosfere misteriose, suspense strisciante e suggestioni oniriche. E' il capolavoro dell'autore, primo capitolo di una trilogia dedicata all'erotismo torbido e agli amori "pericolosi", costituita da Hwanyeo (1970) e Hwayo '82 (1982), sempre con la regia di Ki-young. Ambiguo, provocante e crudele, questo film originale e spiazzante non lesina graffi all'ipocrisia delle classi sociali abbienti ed immerge lo spettatore in un vorticoso incubo sempre più inquietante. E' unanimemente considerato dai critici come uno dei migliori risultati artistici del cinema coreano ed è stato indubbia fonte d'ispirazione per registi affermati come Kim Ki-duk, Lee Chang-dong, Park Chan-wook e Bong Joon-ho. L'idea di base è stata suggerita all'autore da un fatto di cronaca realmente accaduto, a cui si è liberamente ispirato per trasformare poi il tutto in qualcosa di profondamente diverso, elusivo ed angosciante. La fotografia in bianco e nero di Kim Deok-jin, fortemente contrastata nella sua luce spettrale, è un modello di arte visiva. Nel 2010 Im Sang-soo ne ha diretto un remake, The Housemaid (Hanyo), più oscuro, più esplicito e meno ammaliante, che ha avuto critiche lusinghiere ed ottimi incassi, pur disperdendo in gran parte la subdola potenza evocativa dell'originale. La pellicola ha tantissimi estimatori eccellenti, anche tra gli addetti ai lavori, ad esempio il celebre regista francese Claude Chabrol ha sempre decantato il suo amore per Hanyo, al punto da dirigerne una propria personale "versione" con il disturbante dramma Il buio nella mente (La cérémonie, 1995) con Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire magnifiche protagoniste.

Voto:
voto: 4,5/5

Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China, 1986) di John Carpenter

Jack Burton, rude camionista americano, e Wang Chi, ristoratore cinese, sono due amici che si ritrovano coinvolti in una storia avventurosa e pericolosa nella Chinatown di San Francisco, dopo che una banda di teppisti chiamata "i Signori della Morte" rapisce la fidanzata di Wang. I due scoprono che la mente diabolica dietro all'operazione è il temuto Lo Pan, un potente mago mandarino che ha bisogno della donna per far avverare un'antica profezia. Tra incantesimi, agguati, colpi di scena, duelli all'arma bianca e creature soprannaturali, Jack e Wang ne passeranno di tutti i colori nel loro viaggio nelle viscere oscure di Chinatown. Questo stravagante film-fumetto diretto da John Carpenter è un adrenalinico miscuglio di generi, influenze e suggestioni, spaziando liberamente dall'avventura al fantastico, dalla commedia all'action, senza dimenticare sprazzi di horror attenuati dal tono scanzonato che attraversa l'intera pellicola. E' un'opera anomala e del tutto atipica nella filmografia di Carpenter, un'incursione divertita e divertente che nasce e muore come ironico omaggio al cinema di Hong Kong, i cui prodotti da esportazione venivano sistematicamente bollati come B-movies, ma che riscuotevano un notevole successo di pubblico negli anni '80. Mescolando il wuxia orientale con il fantasy esoterico, e la magia nera con il ruvido cinema d'azione americano, l'autore ci regala questo "giocattolone" energico, spassoso, grossolano ed esagerato, in cui gli eroi sono anti-eroi dai metodi sbrigativi ma dal cuore buono, i nemici sono cattivi a tutto tondo e le donne sono le belle da salvare, perchè alla fine l'amore trionfi. Con qualche buon momento di cinico black humour e dei riusciti effetti speciali artigianali, la pellicola procede leggera ed un po' arruffona verso l'inevitabile finale che tutti auspicano. Alla sua uscita nelle sale fu un flop clamoroso, che decretò la fine del rapporto professionale tra il regista e la 20th Century Fox, che invero già si era incrinato durante le riprese per una lunga serie di incomprensioni e differenze di vedute. Ma, negli anni successivi, dopo la sua uscita in VHS, il film è stato oggetto di crescente rivalutazione, soprattutto da parte del pubblico più giovane, diventando un piccolo cult del suo decennio. Nel cast spiccano un simpatico Kurt Russell in canottiera, all'apice del suo splendore fisico ed alla terza collaborazione con Carpenter (alla fine saranno quattro in totale) e l'affascinante Kim Cattrall, sensuale e spiritosa. Per il ruolo del coprotagonista Wang Chi il regista avrebbe voluto a tutti i costi Jackie Chan, ma la produzione rifiutò categoricamente, affidando la parte al semi sconosciuto Dennis Dun, per il fatto che all'epoca Chan parlava un pessimo inglese.

Voto:
voto: 2,5/5

mercoledì 7 giugno 2023

L'uomo invisibile (The Invisible Man, 2020) di Leigh Whannell

Cecilia ha una relazione asfissiante e tossica con Adrian, scienziato ricco e violento dal quale non riesce a liberarsi. Una notte, dopo averlo drogato con un farmaco, riesce a fuggire dalla sua villa ultra tecnologica e mettersi in salvo con l'aiuto di sua sorella, trovando riparo a casa del vecchio amico d'infanzia James. Quando le giunge la notizia che Adrian si è tolto la vita e le ha lasciato, come tardiva "riparazione", una cospicua eredità, la ragazza crede finalmente di poter ricominciare a vivere serenamente. Ma una serie di inquietanti accadimenti le danno la sensazione che lui abbia ripreso in qualche modo ad ossessionarla. Nessuno sembra crederle e il vero incubo per Cecilia è appena cominciato. Questo horror fantascientifico scritto e diretto dall'australiano Leigh Whannell è un nuovo adattamento cinematografico del grande classico della letteratura fantastica "L'uomo invisibile" di H. G. Wells pubblicato nel 1897. Il celebre romanzo, di grande successo e di forte impatto sull'immaginario collettivo, ha avuto nel tempo parecchie versioni per il grande schermo più o meno serie (se ne contano almeno 11 compresa quest'ultima) ed altre ancora realizzate per la televisione. La migliore rimane sempre la prima, prodotta dalla Universal nel 1933, facente parte della sua storica serie dedicata ai "mostri" e diretta da James Whale con notevole fedeltà al testo ispiratore. Whannell, che ha dichiarato espressamente di voler realizzare un reboot moderno del film di Whale, adatta la vicenda alla sensibilità contemporanea, mettendo al centro della sua visione due nuovi elementi cruciali: raccontare la storia dalla prospettiva della vittima (e non più dell'uomo invisibile ) e farne una metafora surreale della violenza sulle donne, un problema tristemente attuale e più che mai al centro di tragici fatti di cronaca e dibattiti politici. Non a caso il "mostro" di questa pellicola è un maschio (alfa) privo di lineamenti (perchè sempre ricoperto da una speciale tuta hi-tech che gli consente di "sparire"), è un simbolo astratto ed impersonale da combattere e da cui mettersi in salvo. La tematica del voyeurismo e della violazione della libertà individuale attuata attraverso "occhi" elettronici che ci spiano nell'ombra è altresì centrale alla narrazione, riportando alla ribalta un'atavica paranoia dell'uomo occidentale che parte da Orwell e, passando per Francis Ford Coppola, abbraccia tante istanze (anche eccellenti) sia cinematografiche che letterarie. L'autore, che con il genere horror è pienamente a suo agio, dimostra di saperci fare e rende la pellicola tesa, angosciante, sinistra e minacciosa, densa di patos e di suspense ben distillata, nonostante la trama sia arcinota nella sua evoluzione. E questo è un pregio non da poco. A fare la differenza in positivo contribuiscono parimenti l'intensa interpretazione di Elisabeth Moss, le musiche di Benjamin Wallfisch e la scelta delle location praticamente perfetta. E alla fine questi meriti cinematografici funzionano meglio della critica ideologica al maschilismo e alla misoginia, argomenti socialmente molto importanti, ma spesso buttati lì solo perchè "di moda", più per aderire alle tendenze "woke" del politicamente corretto che con effettivo spirito critico.

Voto:
voto: 3,5/5

Ipersonnia (2022) di Alberto Mascia

In un ipotetico futuro le carceri tradizionali sono state rimpiazzate da cabine tecnologiche in cui i detenuti vengono mantenuti in un sonno comatoso indotto artificialmente (definito "ipersonno"), immersi in un  liquido simile a quello amniotico e con le funzioni vitali monitorate da un sistema computerizzato. In una di queste strutture lavora lo psicologo David che controlla lo stato della mente e della memoria dei reclusi che vengono periodicamente risvegliati per evitare i danni di un ipersonno troppo prolungato. La sua ragazza, Viola, viene contattata da una persona che le fornisce informazioni clamorose per scagionare il suo ex marito, un medico accusato di omicidio e condannato a sua volta alla pena del sonno farmacologico. L'indagine della donna farà venire alla luce una serie di terribili verità, in cui molte cose sono l'esatto contrario di ciò che sembrano. Questa opera seconda del vicentino Alberto Mascia è un thriller di fantascienza distopica che riflette sul contrasto tra etica e dovere, tra sicurezza e libertà, tra ragione di stato e dignità del singolo individuo. Le influenze subite dal cinema americano sono evidenti, così come lo sono, a livello filosofico e tematico, quelle di derivazione kubrickiana e del suo capolavoro Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971) che però, per altezza d'ispirazione, spessore concettuale e genialità visionaria ha già da tempo posto la "pietra tombale" sull'argomento, rendendosi artisticamente insuperabile. L'esiguità di mezzi del cinema italiano rende la competizione persa in partenza per quanto riguarda le scenografie e gli effetti speciali, quindi l'autore ha puntato tutto sulla sceneggiatura (scritta da lui stesso insieme a Enrico Saccà), sulla recitazione degli attori e su un'estetica di algido e spartano minimalismo. Ma, al netto delle lodevoli intenzioni, del coraggio di fare qualcosa di diverso per rigenerare il nostro cinema di genere (che, invero, nemmeno nei suoi periodi più gloriosi ha mai flirtato con troppo successo con il genere sci-fi) e dell'interpretazione al di sopra della (sua) media da parte del protagonista Stefano Accorsi, bisogna riconoscere che i risultati non vanno oltre il fantasioso ricalco artigianale di cose già viste, con i presunti colpi di scena che non sorprenderanno più di tanto lo spettatore affine ad un certo tipo di cinema. Anche il tentativo di realizzare un apologo anti-sistema che pone l'accento su temi quali l'identità, il confine sottile tra bene e male, vittima e carnefice, giustizia e prevaricazione, punizione e abuso, risulta più velleitario che realmente centrato. Presentato in anteprima al Festival di Torino, il film è uscito in pochissime sale per poi finire direttamente sui circuiti di streaming, passando praticamente in sordina. Rimandato "a settembre".

Voto:
voto: 2,5/5

Black Phone (The Black Phone, 2021) di Scott Derrickson

Sul finire degli anni '70 a Denver (Colorado), il piccolo Finney è un ragazzetto insicuro già alle prese con svariati problemi che la vita gli ha posto di fronte: orfano di madre suicida, bullizzato a scuola e con un padre violento ubriacone che sfoga sui figli la delusione del proprio fallimento. La sua unica vera alleata è la sorella Gwen che, esattamente come sua madre, ha dei poteri psichici di preveggenza che le consentono di "vedere cose". Nella città si aggira un serial killer soprannominato "il rapace" ("the grabber" in originale), che rapisce e uccide i minorenni dopo averli attirati nel suo furgone, utilizzando l'attrazione dei palloncini neri che reca sempre con sé. Finney, timido, fragile e con famiglia disfunzionale, è il profilo di vittima ideale per il "mostro" e, infatti, finisce rapidamente nelle sue grinfie. Si risveglia in catene in uno scantinato dalle pareti insonorizzate e ben presto capisce che l'assassino, prima di uccidere i malcapitati, tende a fare con loro un lungo e sadico "gioco" di sottomissione psicologica, provocandoli e mettendoli alla prova in diversi modi per il proprio "godimento". Nella sua squallida prigione sotto il livello stradale, Finney trova un vecchio telefono a muro, il cui cavo è però tagliato. Ma un giorno, incredibilmente, l'apparecchio telefonico inizia a squillare, lasciando il ragazzo sbigottito. Chi ci sarà dall'altro capo del filo? Questo horror adolescenziale, scritto e diretto da Scott Derrickson (specialista del genere), è tratto dal romanzo omonimo di Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King, figlio del leggendario romanziere horror Stephen King. E se "buon sangue non mente" è anche vero che il frutto non casca mai troppo lontano dall'albero, e infatti questa storia di paura e di violenza è stracolma di elementi tipici riconducibili alle opere del "bardo" del Maine: il mondo dell'infanzia che deve combattere contro il male e contro l'inadeguatezza degli adulti incapaci o disinteressati, la metafora di un'avventura sinistra come racconto di formazione, i problemi familiari come "culla" ideale di un dark side che poi si manifesterà all'esterno, il provincialismo becero delle cittadine di un'America molto distante da quella delle metropoli, la commistione tra il soprannaturale e la squallida brutalità di un contesto sociale degradato. C'è tanto di King senior in questo Black Phone, sia nel libro che nel film, e questo costituisce, allo stesso tempo, il pregio ma anche il limite della pellicola, carica di spunti inquietanti e di elementi interessanti nel loro marcato simbolismo, ma anche derivativa, prevedibile e troppo ligia alle "sacre regole" di un immaginario ormai fortemente collaudato come quello kinghiano. Il perentorio lavoro di regia di un autore perfettamente a suo agio con la materia, alcune belle trovate visive e l'eccellente performance degli attori principali (la più brava è Madeleine McGraw, seguita a ruota da Mason Thames e da un Ethan Hawke "mascherato" che non ti aspetti), sono i punti di forza di quest'opera che piacerà sicuramente agli appassionati di horror (e di King in particolare), ma che poco aggiunge alla lunga storia del cinema dell'orrore, anche in ambito strettamente contemporaneo. La maschera del "grabber" è effettivamente spaventosa, così come gli archetipi arcani dell'orco e della cantina garantiscono sempre forti suggestioni ancestrali; non a caso la pellicola ha ottenuto ottimi incassi e critiche generalmente benevole. Peccato che le manchi quel balzo che non ti aspetti, necessario ad alzare l'asticella e donarle uno scarto rispetto alla media. In fondo le premesse iniziali c'erano tutte.

Voto:
voto: 3/5

Piove (2022) di Paolo Strippoli

Nella Roma di oggi una strana pioggia torrenziale cade da giorni provocando la tracimazione delle acque dai tombini e l'esalazione di una nebbia verdastra che, se inalata, provoca un terribile effetto sulle persone, facendone emergere il lato oscuro, la rabbia repressa, il male ancestrale insito in ognuno di noi. Mentre esplode il caos e la paura, soprattutto nei quartieri periferici più degradati, le storie drammatiche di diversi personaggi si intrecciano, tra cui quella di Thomas, francese trapiantato in Italia che si arrangia per sopravvivere, e dei suoi due figli: Enrico, giovanotto sbandato e problematico, e Barbara, bimba disabile istintivamente buona e affettuosa. Il secondo lungometraggio del giovane regista e sceneggiatore pugliese Paolo Strippoli è un cupo horror ambientale di matrice metaforica che, partendo da uno spunto apocalittico dal sapore mefitico, traccia un inquietante apologo sulla società contemporanea che si è incattivita, diventando indifferente e cinica, schiava del consumismo e incapace di provare empatia per il prossimo, sempre visto con diffidenza, disagio o addirittura odio. La Roma del film è ritratta come una grande periferia decadente e malsana, dove l'homo homini lupus è la quotidiana legge della giungla cementificata e la nebbia soprannaturale che fuoriesce dai reflui è l'emanazione stessa di un male (e di una malessere) antico e profondo, radicato nell'essere umano come un peccato originale e liberatosi come inevitabile effetto della società "malata" che abbiamo costruito negli anni. Le scelte registiche sono precise e lucide, come quella (ottima) di non spiegare nulla ma di limitarsi a suggerire possibili linee di interpretazione, e la fotografia "acida" è perfetta per evocare questo microcosmo di dolore sociale a cui, evidentemente, l'autore intende fornire una più ampia dimensione universale, estendibile all'intero mondo capitalistico occidentale. Alla fine qualcosa non torna, alcune sotto-trame non godono della chiusura più degna e qualche sequenza horror onirica tende troppo all'eccesso; ma è evidente che si tratta di peccati veniali di gioventù e che Strippoli è un regista di talento, uno che ha molto da dire e che non difetta né di coraggio né di inventiva. Una boccata d'aria fresca per il cinema di genere italiano, da seguire con attenzione anche per la sua chiara tendenza all'impegno civile e per il volere andare oltre gli stretti confini dei "generi". Ma senza dispensare vacui sproloqui o pistolotti qualunquistici, quanto piuttosto affidandosi alla forza delle immagini, alla malia delle atmosfere, alla solidità della storia, al disegno dei personaggi ed alla carica espressiva degli attori. Così come dovrebbe sempre essere il cinema.

Voto:
voto: 3,5/5

10 Cloverfield Lane (2016) di Dan Trachtenberg

La giovane Michelle parte da New Orleans, dopo aver piantato il proprio ragazzo, ed ha un grave incidente d'auto mentre guida di notte in una zona rurale. Si risveglia dopo un tempo imprecisato e si ritrova in un bunker sotterraneo, attrezzato di tutto punto per una lunga sopravvivenza, legata ad un letto e con una flebo endovena. Il suo "carceriere" è uno strano uomo di nome Howard che dice di averla soccorsa e portata nel suo rifugio dal quale non si può uscire per nessun motivo, perchè il paese è sotto attacco nemico e l'aria all'esterno è stata contaminata da un gas letale. Michelle è incredula e cerca di trovare un modo per evadere, fino a che scopre che con loro c'è anche un altro "ospite", un ragazzo di nome Emmett che ha trovato riparo nella safe house e che fa di tutto per tranquillizzarla. Gli eventi contraddittori dei giorni successivi non riescono però a dissipare del tutto i dubbi della donna: Howard è un benefattore che cerca di aiutarli da una reale minaccia esterna o è uno psicopatico che li ha sequestrati inventandosi una storia incredibile per tenerli a bada? Questo lungometraggio di esordio di Dan Trachtenberg, prodotto da J. J. Abrams, è un film dai due volti, idealmente divisibile in due parti distinte e molto diverse tra loro, sia per lo stile, sia per il genere, sia per gli esiti complessivi. Fino a poco oltre la metà è un solido thriller psicologico, avvincente ed inquietante, ottimo per le atmosfere ambigue, le ambientazioni claustrofobiche e i tre unici personaggi che vengono ben interpretati da Mary Elizabeth Winstead, John Goodman e John Gallagher Jr. Poi, nella tranche finale, in cui l'arcano si svela ed i nodi vengono al pettine, la pellicola diventa un'altra cosa (che non riveliamo per non fare alcun tipo di spoiler), assumendo una piega deludente ed esagerata che lascia perplessi, specialmente alla luce di quanto visto prima. Ed è un vero peccato perchè le premesse erano indubbiamente molto interessanti. John Goodman spicca su tutti gli altri offrendo una performance veramente notevole, dimostrando la sua alta ecletticità che gli permette di risultare estremamente credibile sia nei ruoli comici sia in quelli drammatici. Il film vanta una nutrita schiera di sostenitori e di appassionati, anche perchè viene automaticamente inserito nell'ambito di un amato franchise cinematografico che, anche in questo caso, non sveliamo per evitare sgradite anticipazioni sulla trama, la cui intuizione sarebbe di fatto immediata. Al box office ha ottenuto incassi lusinghieri, riuscendo quasi a decuplicare il budget speso, invero particolarmente esiguo rispetto agli standard americani. L'attore Bradley Cooper fa un breve cameo nel ruolo di Ben, il compagno della protagonista Michelle, di cui possiamo sentire (nella versione originale) soltanto la voce durante una telefonata mentre lei è in auto, subito prima del fatale incidente che dà inizio a tutto.

Voto:
voto: 3/5

martedì 6 giugno 2023

Glass Onion - Knives Out (Glass Onion, 2022) di Rian Johnson

Miles Bron è un egocentrico ed eccentrico magnate della tecnologia, ricchissimo proprietario delle Alpha Industries, magniloquente e sempre pieno di sorprese. Durante il lockdown imposto dai governi per la pandemia di covid-19, il nostro organizza una cena con delitto per la quale convoca i suoi migliori amici nel suo personale paradiso terrestre: una splendida isola del Mar Egeo di sua proprietà in cui ha costruito un'avveniristica residenza ultra tecnologica, tutta fatta in vetro, denominata "Glass Onion". Il gruppo è composto da una ex modella viziata (Birdie) con la sua inseparabile assistente tuttofare Peg, lo strambo influencer Duke con la sua sexy compagna Whiskey, lo scienziato Lionel e la politica Claire. Vengono invitati, a sorpresa, anche la misteriosa Andi, ex socia in affari di Miles da lui tagliata fuori con l'inganno, ed il geniale investigatore Benoit Blanc, il quale risolve il gioco del delitto inscenato dal padrone di casa ancora prima che la messa in scena cominci. Ma, improvvisamente, la situazione assume una piega pericolosa imprevista, i presenti iniziano a morire davvero e l'isola da sogno si trasforma in una trappola per tutti gli invitati. Chi sarà la diabolica mente criminale dietro a tutto questo? Dopo il successo di Cena con delitto (Knives Out, 2019) di Rian Johnson era inevitabile che venisse realizzato un sequel, ancora affidato a Johnson nella doppia veste di sceneggiatore e regista e, ovviamente, sempre con Daniel Craig ottimo protagonista nei panni del bizzarro Benoit Blanc, detective dall'eloquio teatrale e dal cervello fino. A Craig, che probabilmente ha subito trovato un nuovo personaggio simbolo con cui essere identificato dopo James Bond, si affianca una grande squadra di attori, diversi rispetto al capitolo precedente ma di pari valore: Edward Norton, Kate Hudson, Janelle Monáe, Dave Bautista, Kathryn Hahn, Jessica Henwick ed un'altra sfilata di nomi famosi che si divertono ad apparire in un breve cameo, come Ethan Hawke, Hugh Grant, Serena Williams e Joseph Gordon-Levitt. Rian Johnson fa di nuovo centro con questo nuovo giallo whodunit brillante, divertente, intricato, dinamico, ricchissimo di colpi di scena, azione scintillante, effetti speciali, ironia satirica sulla società contemporanea e gustose citazioni a tutto tondo. E' un film gradevole che non si prende mai sul serio e che avvince fino all'epilogo per la complessità e la precisione del suo intreccio poliziesco; un intreccio che potrà essere apprezzato pienamente dopo una consigliabile seconda visione, per coglierne al meglio tutte le numerose sfumature. Si consiglia anche di guardarlo almeno una volta in lingua originale, per comprendere il notevole lavoro fatto da Daniel Craig sugli accenti o per assaporare appieno le notevoli performance di Janelle Monáe e di Dave Bautista, che rappresentano la lieta sorpresa dal punto di vista del cast. Chi ha amato Knives Out finirà per amare ancora di più questo sequel che, non a caso, ha ottenuto la candidatura agli Oscar per la sua sceneggiatura di geometrica precisione. Rian Johnson alza il tiro e si candida autorevolmente come timoniere ufficiale anche del previsto terzo capitolo, che pare sia stato già messo in cantiere sotto la produzione di Netflix. Tra situazioni al limite, humour nero, continui ribaltoni, ilare dileggio di vip e capitalisti (e starà allo spettatore individuare chi è ispirato a chi) e momenti irresistibili, il divertimento è garantito. E l'intramontabile caro vecchio giallo alla Agatha Christie si veste con un abito sfavillante nuovo di zecca, che ha un piede nel passato ma lo sguardo mordace e spiritoso rivolto al presente.

Voto:
voto: 3,5/5

lunedì 5 giugno 2023

A Good Person (2023) di Zach Braff

Allison è una giovane donna, bella e solare, in procinto di sposarsi con Nathan. Un giorno, mentre è alla guida dell'auto in cui viaggiano con lei la sua futura cognata Molly con il marito, una sua distrazione è concausa di un terribile incidente a cui soltanto lei sopravvive. Un anno dopo Allison è una persona distrutta, spezzata nell'animo, schiacciata dai sensi di colpa e dipendente dai farmaci a base di oppio che le danno la forza di sopravvivere al dolore che si porta dentro. Ha interrotto la relazione con Nathan e sta cadendo sempre più in basso in un vortice autodistruttivo. Per caso, ad una riunione di sostegno psicologico per le dipendenze, incontra Daniel, il suo ex suocero che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la famiglia. Uomo duro e rigido, con un passato da alcolista e molte cose da farsi perdonare, Daniel, che ha sempre incolpato apertamente Allison della morte di sua figlia e che adesso si occupa attivamente della crescita della nipote Ryan (rimasta senza genitori), cerca di allacciare un improbabile rapporto con la ragazza che ha sempre voluto escludere dalla sua vita. Questo intenso dramma familiare, scritto e diretto da Zach Braff, rappresenta la prima vera incursione del regista nel genere drammatico dopo tre commedie. Ambientato, come al solito, nel "suo" New Jersey (di cui la fotografia desaturata dell'italiano Mauro Fiore ci restituisce perfettamente quelle atmosfere corrispondenti all'immaginario collettivo), A Good Person è una dolorosa storia sull'elaborazione di un lutto, sul tormento interiore generato dalla colpa, sulla crudele casualità del destino che in un attimo può spezzare vite e stravolgere esistenze e, ovviamente, sul tema della seconda occasione, da sempre affine al cinema americano. Evitando completamente pietismi e ridondanze melense, questo solido film indipendente basa la sua forza sul tono asciutto (tragico ma giammai enfatico), sul denso naturalismo delle ambientazioni e dei personaggi (finemente tratteggiati come persone vere, ambigue, piene di difetti e di fragilità), su un sapiente lavoro di scrittura che ne definisce i contorni emotivi e sull'eccellente performance dei due protagonisti principali (la talentuosa Florence Pugh e il sempre verde Morgan Freeman) che sono il cuore palpitante dell'opera. L'evoluzione altalenante e complicata del loro rapporto segna il ritmo dell'opera, dando luce ad un sincero affresco (in perdita) dell'imperfezione intrinseca della natura umana, della difficoltà dei rapporti, del crudo contrasto tra la vita reale e quella ipotetica (in scala 1:90 dove tutto funziona bene), ma anche di quell'ancestrale istinto di conservazione che, in certi casi, emerge con prepotenza e ci rende momentaneamente, se non proprio "buoni", quanto meno decenti. L'accettazione "grata" del proprio destino è spesso una sfida quasi sovrumana, un "amor fati" probabilmente irrealizzabile nel concreto ma che deve fungere da principio ispiratore, da faro illuminante, piuttosto che da dogma teorico. Il titolo, che si muove simbolicamente sul crinale dell'antifrasi, accorda tono e senso della vicenda: gli esseri umani, inevitabilmente deboli e fallaci, e tipicamente sospesi in un'inerte mediocrità, sempre sul confine sottile tra bene e male, hanno il potere della scelta che, talvolta, gli consente di raggiungere temporanei picchi di spregevolezza o di magnificenza; a seconda dei casi. In Italia il film non ha trovato distribuzione nelle sale ma è uscito unicamente per il mercato streaming e home video. Florence Pugh e Zach Braff, che al tempo della lavorazione della pellicola avevano una relazione sentimentale, figurano anche in veste di coproduttori.

Voto:
voto: 4/5