martedì 8 agosto 2023

The Box (2009) di Richard Kelly

Nella Virginia degli anni '70 un uomo di nome Arlington Steward viene colpito da un fulmine ma, miracolosamente, si risveglia in ospedale e va via dopo avere costruito uno strano marchingegno. Tempo dopo Steward, a cui è rimasto il volto mezzo sfigurato dopo l'incidente subito, si presenta alla porta dei coniugi Lewis (Norma e Arthur) per consegnare loro una misteriosa scatola con al centro un pulsante rosso e gli dice che hanno 24 ore di tempo per decidere se premere o meno il bottone. Se lo faranno un essere umano a loro ignoto morirà e la coppia riceverà una somma di 1 milione di dollari. In caso contrario dovranno riconsegnare la scatola e nulla sarà successo. Dopo lo stupore iniziale Norma e Arthur iniziano a pensare seriamente alla cosa ed una serie di strani avvenimenti imprevisti li convincono che l'enigmatico Steward gli ha detto la verità e il destino li sta ponendo davanti ad un bivio fatale. Quale sarà la scelta giusta? Scritto e diretto da Richard Kelly, questo bizzarro thriller fantascientifico è tratto dal racconto breve "Button, Button" di Richard Matheson, già adattato per la televisione in uno degli episodi della celebre serie "Ai confini della realtà" (dal titolo "La pulsantiera"), ed a sua volta ispirato al romanzo fantastico "Il mandarino" scritto da José Maria Eça de Queiroz nel 1880. Se l'idea di base è decisamente accattivante (utilizzare una premessa immaginaria per realizzare un apologo metaforico sull'avidità e sull'egoismo della natura umana), l'esito realizzativo non lo è altrettanto: infatti, dopo una prima parte avvincente e inquietante, in cui l'enigmatico "gioco" morale viene abilmente preparato, accumulando un mistero dopo l'altro, il film si perde completamente alla resa dei conti, imboccando sentieri contorti e artificiosi che si esplicano in una serie di spiegazioni banali, implausibili e di risibile superficialità. La netta sensazione è quella di essersi maldestramente avventurati in un labirinto troppo complesso e di aver risolto il tutto nella maniera più sciatta e sbrigativa. Anche la recitazione dei due protagonisti (Cameron Diaz e James Marsden) appare forzata e poco convincente, ma si salva invece Frank Langella con una performance asciutta e sorniona, rendendo così il suo Arlington Steward ancora più sinistro. Dopo essere stato snobbato dalla critica, il film si è rivelato un flop anche al botteghino, dove non è riuscito a coprire nemmeno i costi di produzione e di distribuzione.

Voto:
voto: 2/5

8 milioni di modi per morire (8 Million Ways to Die, 1986) di Hal Ashby

Matt Scudder è un ex poliziotto della narcotici, congedato anzi tempo dal servizio per avere ucciso uno spacciatore mentre era sotto l'effetto dell'alcool. Caduto in depressione e pieno di sensi di colpa, l'uomo si lascia cadere nel baratro dell'alcolismo e manda in rovina anche la sua vita familiare. Crede di trovare un'occasione di riscatto quando la bella Sunny, giovane escort di alto bordo, chiede il suo aiuto per uscire dal brutto giro in cui è finita, per colpa di un magnaccia di nome Walker e di un narcotrafficante in forte ascesa di nome Angel Moldonado. Ma la situazione vira presto in tragedia e Scudder dovrà mettere in gioco la sua vita alla ricerca di giustizia e vendetta. Violento crime d'azione diretto da Hal Ashby e scritto da diversi autori (tra cui Oliver Stone e lo stesso Ashby), adattando liberamente il romanzo omonimo di Lawrence Block. Il film ebbe un gestazione complessa, con la sceneggiatura che passava di mano in mano senza riuscire a trovare un accordo definitivo con gli Studios, ma alla fine Ashby riuscì a far accettare la sua versione incline al compromesso, dando vita a questo moderno noir crudo e teso, non particolarmente originale e non esente da forzature narrative tortuose, ma sicuramente dinamico nello svolgimento, anche se l'epilogo non sfugge ai canoni della prevedibilità. Il film si avvale però di un cast di grande livello ed in buona forma, con Jeff Bridges, Rosanna Arquette, Alexandra Paul, Randy Brooks e Andy Garcia (al suo primo ruolo cinematografico di un certo rilievo), oltre che di ambientazioni suggestive, una efficace colonna sonora di James Newton Howard e qualche sequenza action di buon impatto. E' tutt'altro che una pellicola essenziale, ma potrebbe piacere anche molto agli incalliti appassionati dei polizieschi anni '80.

Voto:
voto: 2,5/5

Duello al sole (Duel in the Sun, 1946) di King Vidor , Otto Brower , William Dieterle

La giovane e bella Pearl viene affidata alla famiglia del senatore McCanles dopo che suo padre è stato condannato a morte per aver ucciso la moglie, avendola colta in flagrante tradimento. Turbata dagli accadimenti, la donna, che ha lasciato al padre l'estrema promessa di non comportarsi mai come sua madre con il proprio uomo, diventa contesa tra i due figli del senatore: il sensibile Jackie e l'arrogante Lewis. Il carattere indomito e impetuoso di Pearl e la tensione familiare tra i due fratelli farà evolvere la situazione in tragedia. Melodramma western vibrante e selvaggio, diretto con enfasi epica da King Vidor e incorniciato in una preziosa confezione visiva grazie alla scintillante fotografia in Technicolor. E' uno dei western classici più famosi e costosi di sempre, una mega produzione con tanti grandi attori (Jennifer Jones, Joseph Cotten, Gregory Peck, Lionel Barrymore, Herbert Marshall, Lillian Gish, Walter Huston, Charles Bickford), migliaia di comparse ed almeno 5 registi (quello principale, e unico accreditato, è Vidor che però, ad un certo punto, abbandonò il set per incompatibilità di vedute con gli Studios e venne sostituito da diversi nomi per completare il lavoro). Il finale altamente melodrammatico, talmente caricato da sfiorare il sublime, è uno dei più celebri (e celebrati) della storia del cinema western. Non tutto è perfetto, a cominciare da alcune lungaggini prolisse nella parte centrale e dagli eccessi sentimentali che si sprecano, ma la sua forza visiva ed emotiva perdura ancora oggi, con le sue atmosfere torride e la sua carnalità decisamente audace per i tempi, che fu uno degli elementi cruciali per il suo successo. Per molti è un po' la versione western di Via col vento (non a caso il produttore è lo stesso, David O. Selznick) e la cosa ha un suo fondamento di verità. Due nomination agli Oscar per le magnifiche attrici (Jennifer Jones e Lillian Gish), ma anche Peck, Cotten, la fotografia, le musiche e le scenografie avrebbero meritato l'onore della candidatura. Il film è uno di quei grandi classici senza tempo che hanno fatto la storia di Hollywood.

Voto:
voto: 4/5

Greta (2018) di Neil Jordan

La giovane Frances lavora come cameriera a New York, condivide l'appartamento con la coetanea Erica e vive un periodo difficile dopo la morte di sua madre, avvenuta l'anno prima ma dalla quale non riesce ancora a riprendersi. Frances è una ragazza emotivamente fragile e con un forte senso di solitudine in una metropoli troppo affollata e troppo frenetica per accorgersi dei suoi problemi. Un giorno trova una borsa smarrita sulla metropolitana, con dei documenti intestati a Greta Hideg, e Frances si prende la briga di restituirla personalmente all'indirizzo relativo. Qui fa la conoscenza di Greta, una signora elegante di mezza età, ricca e vedova, che l'accoglie in casa con molta gentilezza e le racconta della sua vita noiosa dopo che sua figlia se n'è andata. Tra le due donne, apparentemente affini malgrado la differenza di età e di ceto sociale, nasce un sentimento di amicizia e le visite di Frances diventano sempre più frequenti. Ma le cose non sono esattamente come sembrano. Inquietante psico-thriller metropolitano al femminile, diretto da Neil Jordan e da lui stesso scritto insieme a Ray Wright, sul tema dei rapporti morbosi che nascondono abissi di patologica disperazione e che possono trasformare la quotidianità in un autentico incubo angosciante. L'idea non è affatto originale ma l'esperto regista sa declinarla con suspense avvincente attraverso il suo stile asciutto e teso, toccando corde emotive da cui nessuno è immune (il dubbio di quanto possiamo dire di conoscere veramente una persona che ci è vicina) e che riescono, almeno in parte, a sopperire ad uno sviluppo narrativo non proprio imprevedibile. Il resto lo fanno la carica ambigua delle ambientazioni (la casa di Greta è lo scenario perfetto per una storia del genere) e la bravura delle interpreti, in cui spicca la classe sopraffina di una fuoriclasse della recitazione come Isabelle Huppert (ormai quasi "abbonata" a ruoli di questo tipo) e la fresca espressività di un giovane talento come Chloë Grace Moretz, sempre più lanciata come nuova musa americana del genere horror. L'indubbio mestiere del regista garantisce un buon bilanciamento tra i colpi di scena, i momenti intimi, la tensione minacciosa, lo scandaglio psicologico dei personaggi e le sequenze violente, realizzando un prodotto di buona coesione e con poche sbavature, al netto della sua natura derivativa. Nel nostro paese il film non è mai stato distribuito nella sale ma è uscito direttamente sulle piattaforme di streaming.

Voto:
voto: 3/5

The Equalizer - Il vendicatore (The Equalizer, 2014) di Antoine Fuqua

Robert McCall è un ex marine e agente speciale che ha lavorato per anni in operazioni segrete sotto copertura. Stanco della sua vita di sangue e di violenza, ha inscenato la sua morte per andare in pensione e ritirarsi in un monastico anonimato solitario. Mentre cena da solo nel solito squallido diner di Boston, fa la conoscenza di Alina, una giovane adolescente russa finita nel giro della prostituzione e tiranneggiata dal suo protettore Slavi. Quando la ragazza finisce in ospedale per le percosse subite, McCall sente l'impellente dovere morale di intervenire. E lo farà a modo suo, rispolverando le vecchie maniere. Thriller d'azione cupo e violento, diretto con ritmo agile dall'esperto Antoine Fuqua, e interpretato con indubbio carisma dal grande Denzel Washington, capace di rendere interessanti anche i soggetti più convenzionali e derivativi come questo. Il film è il remake cinematografico di una serie televisiva omonima degli anni '80 (uscita in Italia come "Un giustiziere a New York"), in cui il termine "Equalizer" del titolo originale allude ad una figura che ha il compito di bilanciare i diversi livelli (in questo caso di giustizia), portando ordine dove c'è il caos (ma utilizzando il caos per perseguire il suo scopo). La trama è esile e quasi pretestuosa per la messa in scena di un action sempre più violento ed efferato di stampo giustizialista. E' corretto affermare che siamo esattamente nel campo del solito film all'americana del vendicatore solitario indistruttibile che usa l'occhio per occhio per fare strage di cattivi e salvare i buoni. Per fortuna c'è Denzel Washington che, con la sua classe, riesce a donare al suo antieroe un aura malinconica, un senso di solitudine, un tormento angoscioso, una finta calma sorniona, un cupio dissolvi che è la vera ragione della sua "immortalità", perchè non ha più niente da perdere e quindi, senza la paura, le sue abilità di combattimento diventano centuplicate. Ma oltre a lui, al fascino tetro delle ambientazioni (che quasi riflettono lo stato d'animo di McCall) e alla presenza nel cast di attrici come Melissa Leo e Chloë Grace Moretz, la pellicola non ha molto altro da offrire. Diciamo pure che, con un altro attore come protagonista, sarebbe stato, probabilmente, un film pessimo. Alla sua uscita ha comunque ottenuto un largo successo di pubblico, con incassi ottimi in rapporto ai costi di produzione. Ovviamente questo ha dato vita, automaticamente, ad una piccola saga sul personaggio di Robert McCall, che per ora consta di due seguiti: uno uscito nel 2018 e l'altro nel 2023 (ambientato nel Sud Italia), sempre con la coppia Fuqua-Washington al timone.

Voto:
voto: 2,5/5

lunedì 7 agosto 2023

Il grande coltello (The Big Knife, 1955) di Robert Aldrich

Charlie Castle è un famoso attore di Hollywood, ricco e di grande successo, ma con un matrimonio in crisi che cerca di salvare, dopo che sua moglie Marion, stanca delle sue infedeltà e dei suoi vezzi da divo, si è allontanata da lui portando con sé il loro unico figlio. Charlie è pressato dal potente produttore Stanley Hoff, che vuole fargli firmare a tutti i costi un contratto in esclusiva che lo impegna per sette anni, tenendolo lontano dalla famiglia. Di fronte all'indecisione dell'attore, che intende rinunciare alla firma per riavvicinarsi alla moglie, il viscido Hoff rispolvera una vecchia storia tragica in cui Charlie fu coinvolto anni prima, quando investì e uccise un ragazzo mentre guidava ubriaco, ma venne prosciolto da ogni accusa grazie all'intervento decisivo degli Studios, che, per evitare uno scandalo e la perdita di un interprete amato dal pubblico, convinsero un innocente ad assumersi la colpa dietro lauto compenso economico. Posto sotto ricatto Charlie si vede costretto ad accettare, ma intanto alcuni colleghi che sanno la verità sull'incidente decidono di esporsi per ottenere in cambio dei favori. Spietato dramma "da camera" di Robert Aldrich, tratto da un'opera teatrale di Broadway scritta da Clifford Odets nel 1949. E' un film importante e impegnato, una veemente denuncia della corruzione hollywoodiana, con la quale il regista sfoga il proprio astio nei confronti del sistema degli Studios, evidenziandone impietosamente i vizi, gli inganni, le nevrosi, la falsità predominante, i loschi giochi di potere e l'avidità rapace eletta a imperativo modello di business. Ambientata quasi interamente in un unico ambiente opprimente, la grande villa del protagonista, la pellicola riesce a trasmettere un senso di claustrofobica tensione attraverso l'utilizzo espressionistico degli spazi: le pareti candide, gli arredi spartani, le atmosfere gelide. Sebbene l'origine teatrale imbrigli a volte la libertà narrativa, la regia è di altissimo livello e la recitazione degli interpreti (fondamentale per definire l'azione attraverso la psicologia dei personaggi) è ancora superiore. E' difficile stabilire chi risulti più bravo tra Jack Palance (perfettamente a suo agio nel ruolo di un uomo fragile e tormentato, dopo la lunga serie di cattivi cinematografici a cui ha dato vita), Ida Lupino, Rod Steiger (eccellente nei panni del subdolo produttore), Shelley Winters e Jean Hagen. Poco apprezzato alla sua uscita in America, The Big Knife fu addirittura esaltato dalla critica europea (con i soliti francesi in prima linea) e venne premiato al Festival di Venezia con il Leone d'Argento a Robert Aldrich. Per esplicita ammissione del regista, la figura di Stanley Hoff è modellata su quella di Harry Cohn, che all'epoca era il capo indiscusso (e fondatore) della Columbia Pictures.

Voto:
voto: 4/5

Piano... piano, dolce Carlotta (Hush...Hush, Sweet Charlotte, 1964) di Robert Aldrich

Nel 1927 il ricco latifondista Sam Hollis è proprietario di una grossa piantagione in Louisiana e stravede per la sua unica figlia adolescente Carlotta. Dopo aver scoperto che la ragazza ha una relazione segreta con John Mayhew, uomo maturo e sposato che vive nella proprietà confinante, Sam lo affronta infuriato e lo costringe a interrompere ogni legame con sua figlia. Quella stessa notte John comunica a Carlotta le sue intenzioni di lasciarla e lei, sconvolta, fugge via minacciandolo di morte. Di lì a poco l'uomo viene barbaramente assassinato e mutilato: il corpo straziato è rinvenuto privo di testa e di una mano, che non saranno mai ritrovate. Tutti sospettano della ragazza ma lei nega ogni colpa, non ci sono prove sufficienti e il caso viene chiuso come insoluto. Dopo 37 anni Carlotta è una donna di mezza età, che abita da sola nella stessa vecchia casa, piena di ombre e di ricordi, insieme a una burbera domestica, dopo la morte di suo padre. Lei non si è mai ripresa dallo shock subito, soffre di disturbi mentali, continua a parlare con il suo John come se fosse ancora presente, passa ore ascoltando la musica di un carillon che lui le aveva regalato e sostiene che l'assassino sia il defunto genitore. L'arrivo nella villa di Miriam, cugina di Carlotta e sua unica parente rimasta, fa riaffacciare nella donna gli incubi di un passato mai cancellato, facendola scivolare in uno stato psicologico sempre più paranoico. In un'atmosfera tesa e minacciosa, con una costante confusione tra realtà e immaginazione, presente e memorie, tutti sembrano nascondere qualcosa e l'ombra del pericolo è sempre più incombente. Alla fine la verità verrà a galla, violentemente e traumaticamente. Cupo e vibrante psico-thriller diretto con classe e mestiere da Robert Aldrich, adattando il romanzo "Whatever Happened to cousin Charlotte?" di Henry Farrell. Il film nacque come ideale seguito di Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever Happened to Baby Jane?), grande successo di Aldrich del 1962, con un ritorno al noir gerontofilo e con la medesima coppia di attrici protagoniste: Bette Davis e Joan Crawford. Ma la Crawford fu costretta a rinunciare per problemi di salute e così l'autore decise di modificare la sceneggiatura iniziale e, su suggerimento della stessa Davis, scritturò Olivia de Havilland nel ruolo della coprotagonista Miriam. Accentuando la componente macabra e rendendo più evidenti i debiti con I diabolici (Les diaboliques, 1955) di Henri-Georges Clouzot, Aldrich realizza un grande film di suspense e di oscura fascinazione, altrettanto teso e riuscito del precedente, che riscosse anch'esso un notevole successo di pubblico, ma in maniera meno eclatante. Straordinaria interpretazione di Bette Davis, che ci regala un'altra perla della sua luminosa carriera, a cui si accompagnano Agnes Moorehead, Olivia de Havilland, Joseph Cotten e Cecil Kellaway. Da elogiare anche la sinistra colonna sonora di Frank de Vol, la magnifica fotografia in bianco e nero di Joseph Biroc (che esalta alla perfezione le atmosfere inquietanti del film), le tetre ambientazioni dal sapore gotico ed il montaggio di Michael Luciano, che dona all'opera una decisiva marcia in più. La pellicola ebbe ben sette candidature agli Oscar (Agnes Moorehead, fotografia, costumi, scenografie, montaggio, colonna sonora e canzone originale) ma non portò a casa nessuna statuetta.

Voto:
voto: 4/5

Quella sporca ultima meta (The Longest Yard, 1974) di Robert Aldrich

Paul Crewe, ex campione di football americano, finisce in prigione per guida pericolosa in stato di ebrezza. Il viscido direttore del carcere lo convince a guidare, come allenatore e come giocatore, un'improvvisata squadra di detenuti per sfidare in una partita di football la squadra delle guardie carcerarie, ben più forte e preparata. Lo scopo del direttore è quello di infliggere un duro colpo al morale dei prigionieri, attraverso una sconfitta che sembra annunciata. Dopo molte titubanze Crewe accetta, ma ben presto, tra sotterfugi, individualismi e doppi giochi, si rende conto che l'impresa è ancora più ardua di quanto immaginava. Questo duro film sportivo di Robert Aldrich, a metà tra la commedia e il dramma, è un cult che vanta folte schiere di ammiratori e che è attraversato da quello spirito anarchico, dissidente e anti-sistema tipico dell'autore, stavolta declinato attraverso lo schema narrativo di un gruppo di ribelli perdenti costretti a battersi contro l'ordine costituito che ne ha già decretato la sconfitta a priori. La pellicola è un solido mix tra genere carcerario, sportivo e d'azione, in cui il ribellismo dei carcerati esprime il proprio radicale rifiuto dell’autorità (tema pressoché costante nei film di Aldrich) con l'irrisione beffarda e la virile accettazione del prezzo da pagare. Forte della bella colonna sonora di Frank De Vol, di un cast in cui svetta il protagonista Burt Reynolds (accompagnato da James Hampton, Eddie Albert, Ed Lauter e Michael Conrad) e di una regia dinamica che si esalta nelle riprese frenetiche della "battaglia" finale che si combatte sul campo da gioco, il film ebbe un buon successo alla sua uscita, soprattutto di pubblico, ed è diventato rapidamente uno dei titoli di punta dei fans di Aldrich. Ha avuto due remake: L'altra sporca ultima meta (The Longest Yard, 2005) di Peter Segal ed il britannico Mean Machine (2001) di Barry Skolnick, in cui però il football americano viene sostituito dal calcio.

Voto:
voto: 3,5/5

Burlesque (2010) di Steve Antin

La giovane biondina Ali Rose lascia la sua vita modesta in un piccolo paesino di provincia dell'Iowa e parte alla volta di Los Angeles in cerca di fortuna, con il sogno nel cassetto di diventare una cantante. Finisce a lavorare come cameriera in un club esclusivo di Burlesque, gestito dall'esperta Tess, autoritaria ma di buon cuore, e dal suo assistente factotum Sean. Affascinata dal mondo colorato e sensuale in cui è entrata dalla porta di servizio, Ali inizia a studiare le ragazze che vede esibirsi ogni sera e cerca la sua occasione per poter salire sul palco e dimostrare il suo talento. Grazie al supporto del devoto Jack, il barista del locale con cui nasce del tenero, ed al licenziamento della prima ballerina dal carattere impossibile, Ali riesce ad ottenere un'audizione e poi una parte nello show. La sua incredibile voce e la sua esuberante bellezza le spalancheranno le porte del successo. Commedia musicale dai risvolti sentimentali scritta e diretta da Steve Antin, con la pop star Christina Aguilera al suo debutto cinematografico in un ruolo da protagonista. Caratterizzato da uno stile di morbida sensualità e di sofisticata eleganza, il film cerca di offrire uno sguardo dal di dentro del variopinto mondo del Burlesque, ma, alla fine dei conti, non si discosta dalla favola romantica dedicata alla consueta declinazione del wannabe-star sulla scia di pellicole di successo come Saranno famosi (Fame, 1980) di Alan Parker, Flashdance (1983) di Adrian Lyne o Chorus Line (A Chorus Line, 1985) di Richard Attenborough. In questo senso l'opera non brilla di certo per originalità, né aggiunge nulla di rilevante al genere, procedendo senza particolari slanci creativi esattamente come te l'aspetti. Sono però da elogiare la bellezza delle canzoni, delle coreografie e dei costumi, oltre che le performance della Aguilera, di Cher (che ci offre lampi di gran classe) e di Stanley Tucci, in un cast che vede anche la presenza di Eric Dane, Julianne Hough, Alan Cumming e Kristen Bell. I brani della colonna sonora sono tutti scritti e cantanti da Christina Aguilera, tranne due che vengono eseguiti da Cher. Il film non è degno di particolare attenzione e non si eleva al di sopra della media di tanti prodotti simili, che hanno un loro seguito specialmente tra i teenager, ma quando canta la Aguilera, con la sua voce potente e graffiante, non ce n'è davvero per nessuno. Vince la musica. E tutto il resto scompare.

Voto:
voto: 2,5/5