sabato 12 agosto 2023

L'estate addosso (2016) di Gabriele Muccino

Marco ha appena compiuto 18 anni e, grazie a dei soldi imprevisti che gli arrivano dall'assicurazione, riesce a coronare il suo sogno di un viaggio negli Stati Uniti. Il giovane arriva a San Francisco, ospitato da una coppia gay composta da Matt e Paul. Ma qui trova anche Maria, una sua compagna di classe che lui detesta e che si è rivolta al medesimo organizzatore di viaggi. La ragazza, soprannominata "la suora" per il suo carattere bigotto, è inizialmente sconcertata dalla relazione omosessuale tra i padroni di casa, ma, lentamente, con la complicità della bella stagione e dell'atmosfera da occasione irripetibile, i quattro inizieranno a conoscersi meglio e a stabilire dei legami oltre le loro aspettative. Scritto da Gabriele Muccino insieme a Dale Nall e diretto con sincopata enfasi emotiva dal regista romano, questo dramma sentimentale con tocchi da commedia adolescenziale, è un racconto euforico ed entusiasta che intende celebrare l'estate della vita, quella che non dimenticherai mai e che ti porterai dentro per sempre. In questo caso detta estate coincide con la fine dell'innocenza e l'inizio dell'età adulta per due giovani italiani che si ritrovano, si scontrano e si immergono nella società americana ben più libera, emancipata e progressista (almeno nelle idee dell'autore). Muccino torna a guardare all'America e lo fa, nuovamente, con occhio profano e idealizzato, attingendo al proprio immaginario più che alla realtà, e scegliendo, non a caso, la lontana San Francisco che per noi europei è, da sempre, luogo simbolo di trasgressione, evasione e libero pensiero. Il film, in tutto e per tutto tipico del regista e dei suoi stilemi diventati marchi di fabbrica, ha tanta energia, tanta utopia, e quell'impellenza furiosa tipica dei giovani che si sentono invincibili e che vivono ogni giorno come se fosse l'ultimo della loro vita. Ma è anche altrettanto carico di superficialità, di dialoghi banali, di stereotipi a iosa e di svolte di sceneggiatura così affrettate da apparire del tutto implausibili. L'America "di Muccino" ci appare (ancora una volta) più fantasticata che vissuta, un ulteriore luogo comune da aggiungere agli altri e filtrato attraverso uno sguardo che sembra quasi essere in soggezione di fronte al suo mito. L'atmosfera nostalgica da "ultima spiaggia" che accompagna l'intero film è ben accompagnata dalla colonna sonora scritta per l'occasione dal cantautore Jovanotti. I giovani interpreti non sembrano tutti a loro agio, a parte Matilda Anna Ingrid Lutz che ci offre la performance più spigliata e sciolta, anche se il suo personaggio (per problemi non suoi ma di scrittura) è quello meno credibile nell'evoluzione. I vari scenari americani (la California, New Orleans, Cuba) sono di affascinante bellezza, ma seguono anche una tranquillizzante visione tipicamente "da cartolina".

Voto:
voto: 2,5/5

Cloverfield (2008) di Matt Reeves

Alcuni giovani ragazzi trascorrono la loro abituale giornata a New York, per poi incontrarsi di sera ad una festa, in un lussuoso appartamento di Manhattan, in onore di uno di loro, Rob, che deve partire per il Giappone dove ha accettato un prestigioso lavoro. Ma il party viene sconvolto da una serie di orribili avvenimenti, con grida, rumori, esplosioni e crolli che provengono dall'esterno. La causa è una misteriosa e gigantesca creatura, di origine ignota e alta più di 100 metri, che sta distruggendo la città, mettendola a ferro e a fuoco. Per sfuggire alla terribile battaglia che si combatte nelle strade tra il mostro e l'esercito, i nostri cercano riparo nelle gallerie della metropolitana, in una precipitosa fuga che durerà tutta la notte per cercare di salvarsi e sfuggire alla minaccia dello spaventoso essere ostile. Questo catastrofico monster-movie, prodotto dal geniale J.J. Abrams, scritto da Drew Goddard e diretto da Matt Reeves, è stato un piccolo evento cinematografico dell'anno 2008. Realizzato a basso costo con un budget di circa 25 milioni di dollari, anticipato da una martellante campagna di marketing virale su internet (fatta di siti fasulli appositamente creati o di video promozionali) e girato con uno stile frenetico a mò di falso documentario, basato su un video ritrovato che ricostruisce la storia della notte di devastazione attraverso caotiche immagini girate con una telecamera a mano in continua oscillazione, il film segue a rotta di collo la fuga dei protagonisti nel ventre di New York, regalando allo spettatore una sensazione di (falso) realismo, ma anche frastornandolo nelle sequenze di maggiore azione. L'intento di creare una brutale immersione sensoriale in un'atmosfera apocalittica è, in buona parte, riuscita, così come quello di dare nuova linfa ad un genere ampiamente abusato non utilizzando la storia (che è del tutto convenzionale), ma l'estetica del racconto fatta di puro caos ansiogeno, senza dimenticare l'espediente di fiction del filmato amatoriale recuperato tra le macerie come testimonianza degli eventi. L'idea di base, tanto radicale quanto audace e benché niente affatto nuova, ha funzionato perfettamente dal punto di vista economico: infatti Cloverfield è stato un grande successo di pubblico e critica, incassando al box office circa 170 milioni di dollari. In tal senso, per aumentare l'effetto realismo, è stata intelligente la scelta di utilizzare un cast di giovani attori poco conosciuti, in cui nessuno spicca particolarmente sugli altri. Ma non è tutto oro quello che luccica e, se il film è tanto compatto quanto indiavolato (grazie alla breve durata), va anche detto che, dopo i primi 40' di assestamento, induce un effetto di stordente assuefazione, perdendo buona parte della sua forza iniziale e trasformando l'immedesimazione dello spettatore in progressivo distacco. Va però lodato l'utilizzo creativo della fantasia lasciato al pubblico, che più che vedere deve immaginare molto, in modo da limitare gli effetti speciali ed i conseguenti costi produttivi. Sotto tale aspetto sembra davvero un felice ritorno al caro vecchio cinema delle origini. Ma è un ritorno che non ha proprio niente di romantico, anzi nasconde, con calcolata furbizia, una chiarissima operazione commerciale, tra l'altro felicemente condotta in porto da Abrams e soci.

Voto:
voto: 3/5

Hates - House at the End of the Street (House at the End of the Street, 2012) di Mark Tonderai

La giovane Elissa e sua madre Sarah, appena divorziata da suo marito, si trasferiscono dalla grande città in una tranquilla e isolata zona rurale, dove acquistano una imponente casa per ricominciare da zero dopo il trauma della separazione. Nell'abitazione di fronte alla loro abita Ryan, unico superstite di una efferata tragedia familiare che avvenne quattro anni prima proprio in quel luogo: in una notte di pioggia sua sorella minore Carrie-Anne, affetta da problemi mentali dopo gli effetti di una caduta dall'altalena, uccise i suoi genitori per poi sparire senza lasciare alcuna traccia. Incuriosita e intimorita al tempo stesso dalla macabra vicenda, Elissa si avvicina a Ryan e, dopo averlo trovato molto diverso da come immaginava, inizia con lui una relazione su cui però sua madre Sarah non è d'accordo. E ben presto, gli orrori del passato torneranno a galla. Secondo lungometraggio per il cinema del regista inglese, originario dello Zimbabwe, Mark Tonderai, che si cimenta, con scarsi esiti, in un thriller psicologico che ruota intorno a traumi familiari, oscure tragedie inconfessabili e grandi case di campagna diventate "maledette" perchè teatro di orrendi crimini. Il film ha qualche momento di suspense efficace (soprattutto nella prima metà), ma scorre generalmente lento e prevedibile nella direzione che anche lo spettatore meno intuitivo si aspetta, risultando, in fin dei conti, stereotipato e convenzionale, sulla falsa riga di tanti altri prodotti simili. Le cose migliori arrivano senza dubbio dal cast, che tra Elisabeth Shue, Max Thieriot e Gil Bellows, vede svettare una Jennifer Lawrence intensa e grintosa, perfettamente credibile nel ruolo dell'adolescente inquieta, sospesa tra la paura e la voglia di scoprire la verità su un antico fatto di sangue che la tocca direttamente nel profondo. La bionda attrice americana, qui nel suo autentico anno d'oro in cui girò ben tre pellicole, raggiungendo il successo e vincendo anche un Oscar, ha fatto sicuramente da traino per il film, che, nonostante la sua mediocrità, ha ottenuto dei buoni incassi al botteghino, in relazione ai bassi costi di produzione e distribuzione.

Voto:
voto: 2/5

Gothika (2003) di Mathieu Kassovitz

La dottoressa Miranda Grey è una psichiatra che lavora nell'istituto  di igiene mentale gestito dal marito Douglas Grey, ben più anziano di lei. Nella sua attività quotidiana Miranda ha un rapporto complicato con la paziente Chloe Sava, isterica e piena di manie di persecuzione, ed una tenera amicizia con il collega Pete Graham. Una sera, mentre è alla guida della sua auto per rincasare durante un temporale, Miranda vede sul ciglio della strada una donna nuda ricoperta da lividi e ferite. Quando le si avvicina per soccorrerla la ragazza sembra scomparire davanti ai suoi occhi. Dopo un tempo imprecisato la dottoressa si risveglia rinchiusa in una cella di isolamento del suo ospedale, dove viene trattata come una paziente con gravi problemi psicologici. Lei non ha alcun ricordo di cosa sia accaduto, ma tutti l'accusano di avere ucciso suo marito con efferata brutalità e senza alcuna apparente motivazione. Cupo thriller paranormale scritto da Sebastian Gutierrez e diretto con mestiere dal francese Mathieu Kassovitz, al suo primo film hollywoodiano e in lingua inglese. Forte di un grande cast (Halle Berry, Robert Downey Jr., Penélope Cruz, Charles S. Dutton, John Carroll Lynch, Bernard Hill), di atmosfere lugubri, di ambientazioni angoscianti e di qualche momento macabro di indubbia efficacia, la pellicola è caratterizzata da una buona prima parte, molto tesa nel suo misterioso intreccio, ma che poi evolve in una risoluzione troppo debole, in cui la contaminazione tra il giallo di suspense e la ghost story non viene gestita nel migliore dei modi, imboccando percorsi convenzionali e facilmente prevedibili, oltre che con una netta sensazione di già visto. Le colpe maggiori sono più imputabili alla sceneggiatura che alla regia, perchè Kassovitz sa il fatto suo e si concede anche il lusso di qualche tocco visionario di gran classe, quasi muovendosi sul filo del manierismo effettistico. Tra gli attori la Berry sembra spaesata e Downey Jr. sprecato, mentre spiccano la Cruz (che però purtroppo ha poche scene) ed un solido Bernard Hill. Visti i presupposti è giusto parlare di occasione sciupata.

Voto:
voto: 2,5/5

Lo sciacallo - Nightcrawler (Nightcrawler, 2014) di Dan Gilroy

Louis Bloom è uno sfaccendato di Los Angeles che, per trovare i soldi necessari alla vita quotidiana, si arrangia con furti di materiale edile, che poi rivende sottobanco nei cantieri. Un giorno, assistendo ad una troupe televisiva che riprende un incidente automobilistico, ha l'illuminazione su quello che dovrà fare per cambiare la sua vita. Alla sua maniera si procura una telecamera ed una radio illegale sintonizzata sulle frequenze della polizia, in modo da arrivare sempre per primo sulla scena di delitti e disgrazie per riprendere le immagini in esclusiva, senza nessun filtro e scrupolo di coscienza. Con la compiacenza di una dirigente di un network televisivo, non meno amorale di lui, Bloom mette in piedi un vero business costruito sul dolore altrui, girando di notte nelle pericolose strade di Los Angeles, catturando scene violente con la sua telecamera, per poi rivenderle al morboso sistema televisivo che raccoglie ascolti facendo spettacolo su morte e sofferenza. Notevole esordio registico di Dan Gilroy, già conosciuto come sceneggiatore, che ha scritto e diretto con tagliente perfidia questo thriller oscuro, angosciante e disturbante, esattamente come la storia che racconta e come il suo protagonista, interpretato magnificamente da un Jake Gyllenhaal spettrale, alienato, tormentato e ben più ambiguo di quanto possa apparire ad una visione superficiale. E' un film di atmosfere, agile nelle sequenze diurne, che ci mostrano la psicologia del protagonista attraverso la sua quotidianità, e inquietante nelle lunghe parti notturne, in cui il nostro va a caccia di eventi sanguinosi da "violare" visivamente a scopo di lucro e le grandi strade della metropoli californiana appaiono come una giungla selvaggia e minacciosa. Gli intenti di aspra critica sociale contro il cinismo dei mass media e la tv del dolore da dare in pasto al voyeurismo del cittadino medio, sono evidenti ancorché perfettamente affilati; ma non è solo questo lo scopo dell'autore, che estende la sua riflessione polemica anche al mito del self-made-man americano attraverso questo personaggio tanto lugubre quando determinato, tanto abietto quanto lucido, un chiaro simbolo tetro del dark side della rapacità di molti imprenditori rampanti che costruiscono le loro fortune sulle sfortune altrui, senza alcun dubbio di coscienza e con la spietata spregiudicatezza di chi non ha nessuna empatia con il prossimo, ma guarda unicamente al raggiungimento del proprio obiettivo (il successo economico). E' forse eccessivo dire, come alcuni hanno azzardato, che lo "sciacallo" Louis Bloom sia una metafora del capitalismo in senso assoluto, ma, di sicuro, ne rappresenta idealmente la maschera più tragica, feroce, immorale e disumana, alimentata dalla fatalistica convinzione del fine che giustifica i mezzi e dalla miserabile morbosità dei suoi stessi consumatori. Da elogiare la fotografia cupa di Robert Elswit e le suggestive musiche ambientali di James Newton Howard. Nel cast, oltre al già citato Jake Gyllenhaal, vanno menzionati Bill Paxton, Ann Cusack e Rene Russo, moglie del regista. Il film ha avuto una candidatura ai Premi Oscar, per la sceneggiatura originale di Dan Gilroy.

Voto:
voto: 4/5

The Woman (2011) di Lucky McKee

Un avvocato di provincia, Christoper Cleek, vive in una grande casa isolata al limitare di un bosco insieme alla sua famiglia: una moglie succube, una figlia adolescente turbata ed un figlio maschio che lo vede come un modello di ispirazione. Un giorno, durante una battuta di caccia, trova nella foresta una donna selvaggia che vive come un'animale ed ha tendenze cannibali. Christoper la cattura e la tiene segregata in una cantina allo scopo di civilizzarla e coinvolge nell'impresa anche i suoi familiari. Questo cupo e cruento horror di Lucky McKee è tratto dal romanzo omonimo di Jack Ketchum, che ha scritto anche la sceneggiatura insieme al regista, ed è il seguito di Offspring (2009) di Andrew van den Houten, sempre tratto da un romanzo di Ketchum, che racconta le sanguinose "imprese" di una tribù di cannibali che vivono nella foresta in uno stato animalesco. The Woman è un film crudo e disturbante, in cui non viene data alcuna spiegazione o accenno relativo al capitolo precedente (di cui non è affatto necessaria la conoscenza per la piena comprensione della storia) e che va visto sapendo il meno possibile della trama (la mia premessa di sopra basta e avanza per non rovinarsi in alcun modo la visione). E' anche un film a due livelli, che appartiene alla categoria di quegli horror con messaggio incorporato alla Jordan Peele e che risente dei problemi tipici di varie pellicole di questo tipo e con questa ambizione. Dal punto di vista del puro horror è un'opera notevole, macabra, di forte impatto, sorprendente nei suoi colpi di scena, visivamente "sporca" con la sua estetica da b-movie e dal finale difficile da dimenticare per la sua memorabile cattiveria. Non a caso rientra in tutte le classifiche di gradimento, da parte degli appassionati del genere, relative all'anno 2011. I suoi punti deboli derivano invece dalla parte metaforica, che intende veicolare un doppio significato allegorico: uno di matrice femminista, anzi contro il maschilismo tossico e le sue derivazioni misogine, e l'altro di critica sociale alla facciata di normalità provinciale dei così detti "civili". Sotto questo aspetto il film risulta superficiale, grossolano e pretenzioso e non privo di un sensazionalismo manicheo che semplifica con enfasi netta la tesi dell'autore, banalizzando troppo il concetto. In un certo senso i cinefili scafati potranno trovare diverse connessioni ideologiche tra questa pellicola ed il famigerato Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato. Nel cast spicca la performance fisica e ferina di Pollyanna McIntosh, veramente spaventosa nel ruolo della protagonista. Un consiglio: evitate (se possibile) la versione in italiano perchè il doppiaggio è davvero pessimo e conferisce a certe sequenze un senso di ridicolo involontario.

Voto:
voto: 3/5

mercoledì 9 agosto 2023

The Gentlemen (2019) di Guy Ritchie

Michael Pearson, americano emigrato a Londra dove ha fondato un impero milionario basato sul traffico di cannabis, ha intenzione di ritirarsi dagli affari, vendere tutto al ricco Matthew Berger e godersi la vita insieme a sua moglie Rosalind. Un investigatore privato chiamato Fletcher indaga sul business di Pearson e mette in vendita le sue scoperte offrendole al gangster Raymond Smith in cambio di 20 milioni di sterline. Ma questo è solo l'inizio di una lunga serie di inganni, doppi giochi e tradimenti che vedono entrare in scena anche un losco criminale russo, un narcotrafficante cinese ed un pittoresco furfante dei sobborghi a capo di una gang di rapper e di lottatori. Tutti in qualche modo interessati a mettere le mani sul business di Pearson. Questo intricato crime d'azione, scritto e diretto da Guy Ritchie, vede il ritorno dell'autore inglese al cinema dei suoi inizi che lo ha reso celebre: una gangster story di ambientazione britannica ricca di violenza, ironia nera, personaggi stravaganti, dialoghi irriverenti, situazioni grottesche e cattivi alla moda, in bilico tra la simpatia canagliesca e la crudeltà spietata. Il film è volutamente modellato sull'estetica e sulle atmosfere degli anni '90 (vedi ad esempio i numerosi riferimenti sarcastici alla casa di produzione Miramax, che sono tutt'altro che casuali) ed abbraccia uno stile semiserio che oscilla tra il noir e la farsa, con un continuo gioco di contrasti tra ambienti lussuosi e abiti eleganti (ovvero la facciata rispettabile dei gangster arricchiti) ed il lato oscuro della vita criminale, fatto di omicidi, torture, mutilazioni e cadaveri. Per quanto la pellicola offra un piacevole intrattenimento per gli amanti del genere, bisogna riconoscere che emerge a tratti una chiara sensazione di stanchezza e di ripetizione, in una storia un po' troppo arzigogolata e stiracchiata, che sembra quasi una rielaborazione meno vivace di pellicole precedenti del regista. Il cast è, come al solito, di grande livello con nomi come Matthew McConaughey, Charlie Hunnam, Michelle Dockery, Hugh Grant, Jeremy Strong, Lyne Renée, Colin Farrell e Henry Golding. Analogamente vanno segnalate la fotografia plumbea di Alan Stewart e la colonna sonora non originale ricca di brani cool. Il film è stato comunque un successo al botteghino, incassando circa 115 milioni di dollari a fronte di un budget produttivo di 20 milioni, e questo nonostante l'esplosione della pandemia di covid-19 che ne ha stroncato la corsa a metà strada.

Voto:
voto: 2,5/5

Operazione U.N.C.L.E. (The Man from U.N.C.L.E., 2015) di Guy Ritchie

Negli anni '60, in piena Guerra Fredda, un'agente americano della CIA, Napoleon Solo, e uno russo del KGB, Illya Kuryakin, si vedono costretti a stringere una improbabile alleanza per far fronte ad un nemico comune: una banda di criminali italiani, guidati dall'ex fascista Alexander Vinciguerra, che intendono sfruttare le competenze scientifiche di uno scienziato tedesco, passato dalla parte degli americani dopo la seconda guerra mondiale, per costruire un potente ordigno nucleare con cui stravolgere l'assetto politico mondiale. Con loro collabora la sveglia Gaby Teller, figlia dello scienziato rapito ed esperta di congegni meccanici. Tra Berlino, Roma e Londra, il trio ne passerà di tutti i colori per riuscire a sventare la minaccia terroristica dei Vinciguerra. Gradevole spy-movie di avventura e di azione, con ironici tocchi da commedia, diretto con indubbio mestiere da Guy Ritchie e da lui stesso scritto insieme a Lionel Wigram. Il film è un adattamento agile e patinato della serie televisiva americana "Organizzazione U.N.C.L.E." ("The Man from U.N.C.L.E.") andata in onda sulla NBC dal 1964 al 1968 con ben 105 episodi. Guy Ritchie è uno che non va troppo per il sottile e da cui sicuramente non ci si può aspettare realismo, profondità di contenuti o ricchezza di sfumature, ma il cinema action è il suo pane quotidiano ed ha un chiaro senso dello spettacolo da intrattenimento, basato sulla rivisitazione moderna di storie classiche, infarcendole di dinamismo, black humour, personaggi cool, estetica glamour, soffice erotismo e qualche punta di violenza, con un occhio rivolto al cinema e l'altro al fumetto. Questa pellicola fresca e spigliata rientra esattamente in tutti i canoni appena descritti, con l'aggiunta della varietà di ambientazioni tipica dei film di spionaggio (moltissime scene sono state girate in Italia tra il Lazio e la Campania) ed un look colorato che guarda nostalgicamente agli anni '60, o meglio alla loro iconografia romantica nell'immaginario collettivo. Gli aspetti divertenti in stile comedy sono garantiti dall'interazione problematica tra l'agente russo e quello americano, che non si fidano pienamente l'uno dell'altro e sono del tutto antitetici per modi di fare e di pensare. Tra i due monolitici interpreti dei protagonisti maschili (Henry Cavill ed Armie Hammer), si fanno nettamente preferire le due attrici principali, sensuali e disinvolte (Elizabeth Debicki e soprattutto Alicia Vikander), mentre l'elegante Hugh Grant fa la sua consueta performance sorniona da simpatica canaglia a cui ci ha abituati. Il ruolo del cattivo, affidato al toscano Luca Calvani, è uno degli aspetti più deboli della pellicola. Per la cronaca U.N.C.L.E. sta per "United Network Command for Law and Enforcement" ("Comando della Rete Unita per la Legge e la sua Applicazione").

Voto:
voto: 3/5

Il signore delle formiche (2022) di Gianni Amelio

Fiorenzuola d'Arda (Piacenza), anni '50. Aldo Braibanti è un intellettuale, poeta, drammaturgo, ex partigiano, iscritto al PCI e studioso del comportamento sociale delle formiche. In un'antica torre rinascimentale (il Torrione Farnese di Castell'Arquato) il nostro organizza un circolo e laboratorio artistico dove insegna liberamente ai ragazzi del posto, iniziandoli alla cultura e alle arti, per stimolare il loro talento creativo. I giovani accorrono numerosi e vedono in lui una figura di riferimento e una guida, non solo culturale ma anche umana. In particolare il sensibile Ettore stabilisce un legame speciale con il suo maestro, un legame che ben presto diventa di natura sentimentale e sessuale, provocando l'invidia del fratello maggiore Riccardo e lo sconcerto della loro famiglia borghese. Negli anni '60 Aldo ed Ettore vivono insieme in una piccola pensione a Roma, ma la famiglia del giovane interviene con la forza: Aldo viene arrestato con l'accusa di "plagio", mentre Ettore viene internato in un istituto psichiatrico e sottoposto a trattamenti di elettroshock per essere "curato". Il conseguente processo contro Aldo Braibanti, accusato formalmente di plagio ma in realtà di essere omosessuale, diventerà ben presto un caso nazionale, non solo giudiziario ma anche etico e di coscienza, coinvolgendo l'opinione pubblica, giovani dimostranti, partiti politici e figure eminenti dell'intellighenzia italiana. Vigoroso e lucido dramma biografico di Gianni Amelio, che prosegue il suo coerente percorso artistico di autore impegnato nella storia sociale, politica e di costume del nostro paese, dedicandosi stavolta al famigerato "caso Braibanti", un vergognoso momento di puro oscurantismo della recente storia italiana. Oggi tutti conoscono Pier Paolo Pasolini e la sua dolorosa vicenda umana; dopo un passato di persecuzioni pubbliche, gogne mediatiche e "crocifissioni" morali, la figura del grande intellettuale italiano è stata finalmente rivalutata ed è diventata addirittura di moda, un simbolo di libertà e di dissenso, quasi un martire moderno sdoganato dal tempo e tutti fanno a gara nel tessergli le lodi (anche quelli che una volta lo criticavano aspramente accusandolo di "perversione", di "oscenità" e di eversione ideologica). Ma sono davvero in pochi, purtroppo, a conoscere la storia di Braibanti (che indubbiamente ha molti punti in comune con quella di Pasolini) e di cui il regista poeta bolognese fu strenuo difensore e accorato sostenitore negli anni del processo. Già solo per questo motivo il nuovo lungometraggio di Gianni Amelio è importante, necessario e merita assolutamente la visione. Senza mai fare di Braibanti un santo, anzi il film ne evidenzia parimenti i difetti, il carattere spigoloso e certi approcci sessuali di predatoria connotazione, l'opera tratteggia finemente la psicologia dei personaggi principali, mettendone in risalto luci e ombre, e ci regala una fotografia amaramente veritiera dell'Italia di quegli anni: del suo provincialismo meschino, del suo moralismo bigotto, della sua intolleranza verso le diversità, dell'ipocrisia borghese, dell'omofobia eletta a sistema e del perbenistico timore di contraddire le vetuste regole del conformismo imposte dalla Chiesa e dalla politica reazionaria. Questo film indignato e militante non è solo un inno alla tolleranza, alla libertà e alla dignità dell'uomo contro ogni forma di discriminazione, ma anche una complessa questione etica sul concetto di giustizia, nonché un tagliente apologo sull'incrocio tra politica e morale pubblica. La pellicola è ricca di momenti alti e di fini sottigliezze (il parallelo sociale con il mondo delle formiche, la fatidica parola "omosessuale" che viene pronunciata apertamente dopo oltre un'ora, il confronto tra le due madri, l'emblematico cameo di Emma Bonino) e si avvale di un cast di prim'ordine in cui tutti ci offrono interpretazioni di altissimo livello: dal protagonista Luigi Lo Cascio al giornalista liberale di Elio Germano, dall'intensa Sara Serraiocco alla toccante Rita Bosello, ma la vera sorpresa è il giovane esordiente Leonardo Maltese (Ettore Tagliaferri) che risulta, probabilmente, il più convincente del gruppo. Unica pecca (artisticamente giustificabile ma storicamente grave): è appurato dai fatti che il quotidiano "L'Unità", ovvero la voce pubblica ufficiale del PCI a quei tempi, abbia sempre tenuto una posizione favorevole verso Braibanti, sostenendone puntualmente l'innocenza e denunciando l'illegittimità di un processo assurdo e ingiusto, di chiara matrice ideologica, in stile "Santa" Inquisizione. Nel film tutto questo non viene omesso, ma addirittura stravolto al contrario, probabilmente per aumentare il carico della denuncia contro tutti i moralismi di stampo persecutorio e discriminatorio. Ma non ce n'era assolutamente bisogno.

Voto:
voto: 4/5