lunedì 16 dicembre 2013

Crimini e Misfatti (Crimes and Misdemeanors, 1989) di Woody Allen

Il film racconta due storie in parallelo: quella di un dentista (Martin Landau) che decide di assassinare un'amante ingombrante ed ossessiva e quella di un documentarista (Allen), appassionato di vecchi film Classici in bianco e nero e disilluso dalla vita, che cerca di conquistare l'affascinante Halley (Mia Farrow), a sua volta attratta da un miliardario spocchioso e senza scrupoli. Nel finale del film i due personaggi principali, ed i due rispettivi mondi, entreranno in contatto in una scena di grande spessore drammatico. E' un film atipico per il regista newyorkese, malinconico, autunnale, dal retrogusto amaro anche se non rinuncia a qualche ironica stoccata. Affronta grandi temi con la consueta brillante eleganza di Allen: lo smarrimento tipico dell'età del "benessere", il vuoto interiore, il relativismo del giudizio, l'ineffabilità del delitto e l'inattuabilità della pena. Un film più pessimista del solito, che anticipa già molti temi del recente (e riuscito) "Match Point" e ribalta la banalità del clichè hollywoodiano (crimine-catarsi) in favore di una sofferta, ma indignata, "sconfitta". Film ottimo e da vedere, decisamente.

Voto:
voto: 4/5

Identità (Identity, 2003) di James Mangold

Un bel thriller, con un cast di tutto rispetto, incredibilmente passato in sordina nelle nostre sale, visto che lo conoscono in pochi. Fortemente ispirato al capolavoro "Dieci Piccoli Indiani" di Agatha Christie, ma anche da classici del genere come "Psyco" o "Se7en", riesce comunque a vivere di vita propria grazie ad un'ottima sceneggiatura e ad un colpo di scena che non ti aspetti. La vicenda si svolge in uno scalcinato motel fuori mano, in una notte di pioggia, dove 10 persone, apparentemente prive di legami, si ritrovano insieme, loro malgrado. Presto inizieranno a morire uno ad uno, in maniera violenta, e l'assassino sembra essere uno di loro. E qui mi fermo per non rovinare la visione a nessuno, perchè sarebbe delittuoso svelare altri particolari. Il film è una efficiente rilettura degli stereotipi del thriller, impreziosito da buone interpretazioni e da un'angosciosa atmosfera da mistery che sfocia in un twist end di grande impatto. Sicuramente merita la visione, specie per gli amanti del thriller.

Voto:
voto: 3,5/5

L'amico di famiglia (2005) di Paolo Sorrentino

Nel panorama deprimente dell'attuale cinema italiano, Paolo Sorrentino, talentuoso regista napoletano, è una lieta eccezione ed una grossa speranza per il futuro. Sorrentino ha talento da vendere, uno stile molto ricercato e personale ed una spiccata dote visionaria che indulge spesso nel surreale e nel grottesco. Con "Il divo" è salito alla ribalta internazionale, ma i cinefili lo avevano già notato, ed apprezzato, fin dal convincente esordio con "L'uomo in più". Il nostro predilige storie e personaggi ai margini, metafore di un mondo corrotto e decadente dove il gusto è quasi sempre amaro ed i sentimenti sono spesso la molla che innesca tragiche reazioni a catena. Fedele alla tradizione del grande Cinema italiano d'Autore, Sorrentino pervade sempre le sue opere di arguta critica sociale ed antropologica, mettendo spesso in ridicolo i suoi "cattivi" con un sapiente uso del grottesco, ma si tratta sempre di un sorriso amaro, un ghigno contrito. Quello che ancora gli manca è la capacità di scegliere o realizzare una sceneggiatura totalmente convincente che garantisca una buona tenuta drammaturgica per l'intera durata del film. Ma sono peccati di gioventù ed il talento è tutto dalla sua parte. E non fa eccezione, su quanto detto, questo film poco conosciuto che ha, però, avuto ottimi riscontri dalla critica europea. Un'opera amara, surreale e brillante che affronta il triste problema dell'usura e ruota tutta intorno al personaggio principale: il vecchio, goffo, bavoso ed avarissimo Geremia de' Geremei, ottimamente interpretato dal bravo caratterista Giacomo Rizzo. Ambientato a Sabaudia, in un agro Pontino freddo, lunare e spartano, il film descrive le tristi "imprese" di Geremia, usuraio, parassita, amorale e senza il minimo scrupolo. Ma coloro che gli stanno intorno, nonostante un aspetto più tranquillizzante, una classe sociale più elevata e delle ambizioni rispettabili, si riveleranno non meno infidi e subdoli. Ma per noi sarà facile puntare il dito, scaricando, di conseguenza, la coscienza, verso Geremia, specchietto per le allodole e "mostro" tra i "mostri" di una società alla deriva. Un quadro fosco ed un'accusa, forse, un po' troppo generalista per colpire davvero nel segno, ma la tecnica registica è sopraffina. Altro personaggio che coglie nel segno è quello interpretato da Fabrizio Bentivoglio: un improbabile e malinconico cowboy di provincia, un coatto sui generis che vive di espedienti sognando il country e la vecchia frontiera. Come sempre le cose si complicheranno quando il laido Geremia perderà la testa per la giovane, bella e procace figlia di una delle sue vittime, interpretata dalla starlette Laura Chiatti. E, ancora una volta, le conseguenze dell'amore saranno imprevedibili...

Voto:
voto: 3,5/5

Oldboy (올드보이, 2003) di Park Chan-Wook

Dae-su, uomo di poche qualità, sposato e con una figlia piccola, viene rapito e tenuto segregato in una piccola cella per quindici anni. Durante la lunga prigionia viene a sapere che sua moglie è stata brutalmente uccisa, probabilmente dai suoi stessi rapitori, e che la polizia sospetta di lui. Per non impazzire l'uomo si dedica a se stesso, tenendosi in forma e covando la sua vendetta giorno dopo giorno. Quando viene improvvisamente liberato e reinserito in un mondo che gli appare profondamente cambiato, il suo misterioso aguzzino lo sfida a scoprire la sua identità e le ragioni della sua lunga prigionia. Con l'aiuto della giovane Mi-do, conosciuta per caso in un ristorante e con la quale nascerà una relazione, Dae-su si mette sulle tracce della mente diabolica nascosta dietro la sua reclusione. Ma scoprirà una orribile verità e che la vendetta ha mille insospettabili facce, subdole e sconvolgenti. Visionario apologo sulla vendetta in forma di thriller nero, violento, crudo, a tratti insostenibile. Senza eccedere nell'utilizzo di stili particolari va dritto al sodo con coerenza ed efficacia e colpisce lo spettatore, allo stomaco, alla testa ma anche al cuore, con una storia tanto improbabile quanto appassionante e che, soprattutto, difficilmente sarà dimenticata. E' un incubo dalle atmosfere "malate" e dall'anima oscura che procede inesorabile verso la verità tra tocchi surrealistici e violenza iper-realista ma con la densità delle grandi tragedie classiche. Autentico gioiello del cinema coreano, è uno di quei film che va visto sapendo il meno possibile della trama. E' divenuto subito un cult per schiere di appassionati ed ha avuto un mediocre ed inutile remake di Spike Lee nel 2013. Premiato a Cannes con il Gran Premio della giuria.

Voto:
voto: 4/5

La Sconosciuta (2006) di Giuseppe Tornatore

Un film intenso, ancorchè duro, che affronta un tema difficile, penoso ed attuale (quello della prostituzione con conseguente sfruttamento delle donne dell'est europeo) senza enfasi o spettacolarizzazioni di sorta. Giuseppe Tornatore è uno dei migliori registi italiani in circolazione e, specialmente quando si allontana (cinematograficamente) dalla sua Sicilia e dai toni solari e nostalgici, riesce ad ottenere i risultati più convincenti. Infatti, a parte il celeberrimo "Nuovo Cinema Paradiso", ritengo che i migliori film di Tornatore siano quelli che strizzano l'occhio al neo-noir ed alle atmosfere gotiche, come "La sconosciuta", "Una pura formalità" o "Il camorrista". Ne "La sconosciuta" Tornatore ci racconta una storia terribile e dolorosa (a tratti insostenibile), scegliendo registri narrativi e stili diversi, ed una messa in scena asciutta e, a volte, cruda quanto "necessaria". La prima parte è un thriller robusto, che tiene bene a mente la lezione di Hitchcock, sempre sul filo dell'incertezza, dell'ambiguo e dei ricordi. Anche la costruzione dell'intreccio narrativo, con evidenti rimandi a Chabrol ed al cinema francese, è di gran livello. Quando poi la situazione inizia a svelarsi il film ha qualche calo e non manca di alcune indulgenze retoriche, specie nel finale un po' troppo consolatorio e ad alto tasso di "zuccheri". Ma Tornatore è un cineasta vero, un regista di gran livello e ci regala alcune sequenze straordinarie e delle atmosfere malsane difficili da dimenticare. Buone, come sempre, le musiche del Maestro Morricone, anche se, probabilmente, un po' troppo "invadenti" nell'utilizzo. Anche il cast è di buon livello, specialmente nell'eccellente protagonista Xenia Rappoport (una vera "sconosciuta" per il pubblico italiano) su cui si regge tutto il film e che si dà corpo ed anima, con incredibile efficacia e resa emotiva, alla storia. Anche l'esperto Michele Placido è sorprendente nel mettere in scena un cattivo lercio, glabbro ed untuoso. Un po' sotto tono il resto del cast (Gerini, Favino) anche perchè oscurati dalla Rappoport. Un film discontinuo ma da vedere, che fa riflettere e che ci regala momenti di grande cinema, specie nella prima metà.

Voto:
voto: 3,5/5

Io non sono qui (I'm not there, 2007) di Todd Haynes

Biopic insolito, sperimentale e visionario su una figura leggendaria, tra le più autorevoli e popolari della musica del secolo scorso: il mito vivente Bob Dylan. Haynes dimostra grande talento ed un forte spirito innovativo, scegliendo una messa in scena assolutamente suggestiva ed anti-convenzionale, che ha riscontrato il consenso unanime della critica e, a quanto pare, dello stesso Dylan. Per ritrarre il geniale ed eccentrico artista americano, Haynes ha optato per uno stile frammentario e psichedelico, utilizzando 6 momenti diversi (ed apparentemente scollegati) della sua vita umana ed artistica ed un interprete diverso per ciascuno di essi. I 6 personaggi (tra cui spiccano, principalmente, una sorprendente ed androgina Cate Blanchett ed un misurato Heath Ledger) sono facce diverse della stessa medaglia, pezzi slegati di un mosaico in continuo divenire in cui il collante è la musica, straordinaria, ma anche un'atmosfera fortemente evocativa densa di momenti di grande Cinema. Per raccontare le 6 storie il bravo regista ricorre anche a registri narrativi diversi, per stile, ambientazioni e fotografia, sebbene su tutti aleggi la grande ombra del mito Dylan e gli echi malinconici degli anni '70, che videro crollare le utopie giovanili, le illusioni contestatorie e le ansie di rinnovamento sui sanguinosi campi di battaglia di una guerra "sporca", inutile e lontana. Il film, purtroppo passato in sordina, è invece un piccolo gioiello, cosa rara nel panorama odierno, consigliato a tutti gli amanti del Cinema di qualità. Da segnalare, nell'ottimo cast, anche la buona prova della sempre brava Charlotte Gainsbourg.

Voto:
voto: 4/5

Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre, 1999) di Pedro Almodóvar

Pedro Almodovar ha raggiunto ormai da tempo lo status di grande autore, e va annoverato tra i maggiori registi contemporanei specialmente quando riesce a tenere a freno i suoi manierismi, di notevole impatto estetico e di sincera liricità, ma, a volte un po' troppo eccessivi, ridondanti e tendenti al kitsch autocompiaciuto. Ma quando sa moderare la sua personalità estrosa, verace e provocatoria ci regala momenti di grande Cinema e storie (soprattutto di donne) che lasciano il segno. Probabilmente solo il Maestro Ingmar Bergman ha saputo ritrarre le donne meglio di Almodovar, e questo è un grandissimo complimento per il regista spagnolo. Di tutte le sue pellicole, questo "Tutto su mia madre" (che ha trionfato praticamente ovunque) è una delle migliori, l'opera della maturità dell'autore iberico. E' un film a tesi, che ci affascina con sapienti "pennellate" di colore, ma che sfugge abilmente alla retorica tipica di queste pellicole, grazie ad una profonda e lieve umanità, sincera, garbata, a tratti commovente. Gli eccessi, che di certo non mancano, sono perfettamente funzionali alla storia ed alle atmosfere un po' naif, che tingono il tutto di una velata malinconia, che sfocia nel fantastico. La tenuta di insieme dell'affresco umano (femminile) è prodigiosa e le tematiche, dolorose ma universali, si fanno accorata elegia di sentimenti senza tempo. Ma, come sempre, Almodovar non rinuncia alla sua caustica vena provocatoria, regalandoci situazioni bizzarre di un'umanità eterogenea, confusa ed improbabile negli accostamenti. In questo travolgente dramma corale al femminile Almodóvar baratta la sua tipica impudenza con un colorito microcosmo umano dai toni caldi e sensuali, con cui è impossibile non essere in empatia. La parte drammatica, invero un po' indulgente nel "lacrimevole", funziona meno bene dell'affresco antropologico che è, come al solito, sensibile, sopraffino, irresistibile. La ricerca di Lola si fa metafora del ruolo del maschio nel cinema di Almodóvar: assente, evanescente, un fantasma della sua stessa idea. Le attrici sono tutte bravissime in questo grande successo di pubblico e critica. Un gran film, sicuramente da vedere.

Voto:
voto: 4/5

Guida per riconoscere i tuoi santi (A Guide to Recognizing Your Saints, 2006) di Dito Montiel

Dito Montiel è un giovane regista statunitense, di origini nicaraguensi ed irlandesi, cresciuto nella difficile e violenta realtà di strada di un quartiere ghetto di immigrati del grande distretto del Queens di New York City. Nel 2003 Montiel scrive un romanzo autobiografico, "Guida per riconoscere i tuoi santi", dove racconta le sue dure esperienze di adolescente del Queens negli anni '80. Il libro ha un discreto successo negli USA e nel 2006 Montiel riesce a portarlo sul grande schermo (grazie a produttori come l'attore Robert Downey Jr. e il cantante Sting) , firmando anche sceneggiatura e regia. L'esordio è di quelli promettenti: il film riscuote parecchi consensi in patria e viene giustamente elogiato al Sundance Festival, la vera fucina dei giovani talenti d'oltre oceano e la più autorevole vetrina del cinema indipendente americano. Tra le altre cose il film può contare su un cast di assoluto prestigio: con Robert Downey Jr. e Shia LaBeouf nel ruolo, rispettivamente, di Dito Montiel da adulto e da adolescente. Ma vanno citati anche la sensuale e conturbante Rosario Dawson ed il bravissimo Chazz Palminteri, in una delle sue migliori interpretazioni in assoluto: per una volta nè mafioso nè sbirro ma padre, in tutte le possibili sfumature del termine. "Guida per riconoscere i tuoi santi" è un film teso, violento, corale ed improntato su un crudo realismo che lascia attoniti. Fortemente debitore del cinema "da strada" dei grandi Maestri italo-americani Coppola e Scorsese, sa ergersi ad agghiacciante e commovente apologo di una generazione di sbandati, che vivono ai margini del sogno americano ma che, nonostante tutto, ancora ne inseguono i lontani bagliori, cercando di elevarsi al di sopra della propria condizione di degrado e di miseria morale. Straordinario ritratto antropologico, con la forza e la freschezza giovanile (propria dell'autore) ma anche con la capacità, matura, di uno sguardo lucido e malinconico, in grado di guardare, finalmente, con sincera commozione ai "santi" del titolo, ovvero quelle figure di riferimento morale (paterne o familiari) adesso comprese appieno in tutto il loro valore dopo gli inevitabili dissidi adolescenziali. Senza un briciolo di retorica il film punta dritto al cuore (ed allo stomaco) con la forza autentica dei sentimenti. Da vedere e da riscoprire.

Voto:
voto: 3,5/5

Memento (Memento, 2000) di Christopher Nolan

Christopher Nolan è un regista di grande talento, tra i migliori della nuova generazione. Ha raggiunto il successo mondiale ed è diventato famoso al grande pubblico grazie a dei blockbuster come il reboot di Batman (in particolare il 2° episodio "Il cavaliere oscuro") o il recente, cervellotico "Inception" con la star Leonardo DiCaprio. Ma i suoi film migliori e di maggiore qualità sono, senza ombra di dubbio, quelli meno conosciuti come "The prestige" o questa sua opera seconda, "Memento", che è il capolavoro del regista. "Memento" è un thriller straordinario, di appassionante intreccio e di complessa struttura. Nolan gioca con lo spettatore, parafrasando la malattia del protagonista, Leonard Shelby, che soffre di una particolare forma di amnesia, in base alla quale perde completamente i ricordi a breve termine ma conserva solo quelli vecchi. Per questo motivo Shelby, impegnato in una complessa quanto improbabile indagine per scoprire l'assassino di sua moglie, è costretto a scrivere tutto quello che gli succede o a scattare delle foto polaroid o, addirittura, a tatuarsi addosso dei concetti base, prima che la memoria degli ultimi avvenimenti svanisca. Su questo delirante e casuale viaggio nella mente di Shelby, Nolan costruisce anche la struttura del film, originale ed ammaliante, montato al contrario, in modo che la prima scena mostrata sia l'ultima in ordine cronologico e l'ultima la prima. Nolan utilizza il montaggio, ovvero il mezzo più potente del cinema, per modificare il corso degli eventi e presentarceli al contrario, per creare nello spettatore la stessa difficoltà del protagonista che perde la memoria e deve sempre ritornare un passo indietro per ripartire nel ragionamento. Il meccanismo può lasciare esterrefatti all'inizio della visione, ma presto si capisce come funziona il tutto e ci si abitua. Personalmente l'ho gradito molto e l'ho vissuta come una sfida divertente, originale e molto accattivante. Tra l'altro tutto viene complicato da una seconda storia nella storia, vissuta in flashback in bianco e nero, che si alterna in senso inverso nel montaggio al contrario, creando un puzzle destrutturato di incredibile potenza figurativa. Insomma è un po' come un libro sfogliato a caso, infatti il senso più intimo del film è sancire la maggiore potenza della scrittura rispetto all'immagine, sebbene anche in questo concetto vi sia una (voluta) ambiguità finale. Ma, alla fine, tutto si ricompone e ci si rende conto di avere assistito ad un thriller di enorme spessore che spiazza lo spettatore perchè ribalta di continuo il piano degli eventi. Personalmente lo ritengo tra i migliori film del nuovo millennio, tra l'altro sorretto da un cast molto ispirato con uno straordinario Guy Pearce, bravissimo ad icarnare tutta l'ambiguità del personaggio di Shelby, ed i bravi Joe Pantoliano e Carrie-Ann Moss (la Trinity di "Matrix"). Da vedere assolutamente, con la giusta concentrazione e senza sapere null'altro della trama.

Voto:
voto: 4/5