venerdì 31 ottobre 2014

To the Wonder (To the Wonder, 2013) di Terrence Malick

L'amore tra la francese Marina e l'americano Neil vola tra alti e bassi, dal fuoco della passione al gelo dell'incomprensione, dalla grigia Parigi alle luminose praterie dell'Oklahoma, cercando di sopravvivere, senza smarrire la sua direzione. Il cinema di Malick è, da sempre, "solitario" nei toni e radicale nella grammatica e, in quest'ultimo opus, i suoi stilemi arrivano, probabilmente, ai limiti estremi e definitivi. Rifacendosi ai tempi ed alle atmosfere del precedente, e più riuscito, The tree of life, di cui questo To the Wonder appare come una particolare digressione, il Maestro texano rinuncia quasi del tutto ai dialoghi (in favore della consueta voice over) ed alle regole della narrazione tradizionale, regalandoci un unico libero flusso di immagini meravigliose e procedendo per ellissi che spaziano tra l'estasi poetica ed il manierismo autoreferenziale. Intenzionato a raccontarci l'Amore, attraverso le sue naturali stagioni esistenziali, finisce per avvolgerci in una sinfonia corale, e non sempre intonata, tra l'incanto della Natura, che come sempre assiste splendidamente impassibile alle umane miserie, la ricerca della Fede ed il mistero della relazione di coppia, tanto possente quanto fugace. I personaggi, interpretati dal consueto cast sontuoso (Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem), ondeggiano come pedine inermi nell'inflessibile corrente malickiana, incarnando quel conflitto che è alla base del suo cinema, questa volta declinato in termini uomo-donna e uomo-Dio. Lo sfalsamento tra significante e significato è, stavolta, più evidente in un film esteticamente pregevole ma meno ispirato del solito, che, muovendosi tra magia e disagio, sa di propaggine esasperata, e quindi ripetitiva, di cose già dette, e meglio, dal grande regista americano.

Voto:
voto: 3,5/5

Lei (Her, 2013) di Spike Jonze

Theodore è un uomo solo e sensibile, che cerca di riprendersi dalla separazione dalla moglie e che trascorre il suo tempo tra fugaci amicizie femminili ed un lavoro creativo quanto stravagante, che gli consente di esprimere il suo prepotente lato sentimentale, quasi sempre tenuto a freno: la scrittura via internet di lettere personali per conto di altre persone. Ma la sua routine sarà interrotta dal folgorante incontro con Samantha, un software intelligente che si adatta alla personalità dell'utente, che parla con la voce sensuale di Scarlett Johansson e che finirà per governare molto più del suo computer. Il rapporto uomo-tecnologia ha sempre interessato il cinema ed ha fornito enormi spunti ispiratori, dando vita a capolavori, già nel periodo delle origini, come Tempi moderni di Chaplin o Metropolis di Lang, passando per 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, fino ad arrivare alle più moderne e spettacolari istanze dello sci-fi che, ormai, ne abusano. L'estroso Spike Jonze, da sempre interessato al contrasto tra realtà e finzione, ne realizza un nuovo epigono con questo ammaliante melodramma fantastico, dando vita al suo film migliore per compiutezza tematica e maturità espressiva. Stilisticamente raffinato, tra ambienti asettici quanto colorati e suggestivi e scorci urbani splendidamente fotograti, il regista ci conduce in un futuro prossimo di inquietante omologazione, dove la solitudine metropolitana contrasta con la totale immersione nell'universo hi-tech attraverso la più disparata gamma di orpelli tecnologici che consentono la costante presenza on-line e la continua connessione con il proprio altrove. Un altrove esistenziale e sentimentale, in questo caso idealizzato dal conturbante sistema operativo Samantha, con cui il protagonista inizierà una vera e propria relazione, particolare ed intensa, delicata e struggente, virtuale nella forma ma non nella sostanza. Ma stavolta, più che critica, c'è una bonaria complicità, da parte del regista, verso il mondo tecnologico, di cui Samantha rappresenta il modello archetipo, l'ultima frontiera, lo Zen supremo e, soprattutto, lo specchio fedele delle emozioni e dei desideri dell'uomo del nuovo millennio (o 2.0, per usare un linguaggio confacente alla tematica). Superando la classica dicotomia tra spirito e materia, propria delle storie di questo tipo, Jonze ricorre ad un'espediente affatto nuovo (la "macchina" che evolve verso comportamenti umani) per analizzare, metaforicamente, la parabola dell'amore attraverso le sue fasi tipiche: esaltazione, passione, complicità, adattamento, compromesso, commiato. Dal rapporto uomo-macchina entrambi i protagonisti attingeranno, cambiando, in una sorta di simbiosi empatica tra biologia ed elettronica, che guarda al misticismo spirituale new age, ma con composta delicatezza espressiva che si esalta nell'evocativa immagine finale, che è il trionfo dell'umano, smarrimento compreso. Ma il film ci parla anche della difficoltà dei rapporti di relazione tra entità intelligenti e senzienti, il cui limite evidente sta nella tendenza (umana) di ridurre gli stessi in funzione di ristrette esigenze individuali, piuttosto che ambire ad una visione universale, simboleggiata dal sentimento "collettivo" verso cui evolve Samantha, risolvendo l'ansia del presente e la paura del futuro in una nuova consapevolezza del sè, sovrumana e trascendente. Bravi tutti gli attori del cast, e, se la Johansson è la voce del film, l'eclettico Joaquin Phoenix ne è il volto, perennemente in scena e perennemente in primo piano, che riesce a trasmettere le sue emozioni tramite una vasta gamma di espressioni, ponendo spesso l'accento sui silenzi e sulla capacità di ascoltare, una nobile dote sempre più rara in un mondo veloce e indifferente. E' stato premiato con l'Oscar alla sceneggiatura originale, scritta dal regista stesso dopo le proficue collaborazioni con Charlie Kaufman.

Voto:
voto: 4/5

Under the Skin (Under the Skin, 2013) di Jonathan Glazer

Un essere alieno s'impossessa del corpo di una giovane donna, assumendone le sembianze, e ne utilizza la carica erotica per adescare uomini, catturarli e precipitarli in una misteriosa prigione amniotica, strappandoli dalle loro vite. Sfruttando al massimo l'avvenenza della diva del momento, una Scarlett Johansson mai così "generosa", Jonathan Glazer ha adattato il romanzo di Michel Faber per trarne un film di fantascienza algido, straniante, silenzioso, interamente costruito sulle atmosfere e che rinuncia ad ogni spiegazione. Opera rarefatta ed inquietante, non priva di pretenzioso intellettualismo, si basa totalmente sull'occhio, la potenza della visione, tenendo da parte cervello e cuore. L'avida cacciatrice interpretata dalla Johansson è fredda, distante, impassibile, priva di morale e di sentimenti: fà quello che deve fare con puntigliosa meticolosità perchè è la sua natura, come lo xenomorfo di Ridley Scott. Ma se la prima parte del film si assesta tra L'invasione degli ultracorpi e Species – Specie mortale, con il valore aggiunto di un approccio minimalista ed asettico fondato sul simbolismo onirico più che sulla bieca esplicitazione, la seconda prende la deriva di un'ingenua parabola sulla natura umana allorquando l'aliena, dopo aver provato un moto di pietà verso un "freak" degno di "Elephant man", viene attratta dalla specie che sta depredando e cerca di abbracciarne le sensazioni, finendo per condividerne il destino. In una Scozia gelida e cupa, Glazer ci mostra un'umanità inerte ed inerme, sospesa tra abissi di solitudine e silente disperazione, la cui inevitabile imperfezione si rivelerà più letale della cacciatrice aliena, finendo per sporcarne definitivamente la pur agghiacciante "purezza". La ricercata astrazione alla base del progetto ne fa un film diverso, sicuramente dissonante rispetto all'attuale omologazione del genere sci-fi, che trova i suoi momenti migliori nelle ammalianti sequenze della "prigione" onirica in cui l'aliena conduce le sue vittime, ma questo non basta a sostenere degnamente una storia esile e, tantomeno, la maldestra svolta narrativa sull'evoluzione del personaggio principale. Ammaliante ed imperfetto, è un lungo flusso di immagini, di luoghi e di corpi che ambisce ad uno status autoriale senza mai raggiungerne la piena densità, perchè si sofferma sulla patina senza mai scavare ... sotto la pelle.

Voto:
voto: 3/5

Halloween - La notte delle streghe (Halloween, 1978) di John Carpenter

La notte del 31 ottobre 1963, in un piccolo paese dell'Illinois, il piccolo Michael Myers uccide barbaramente la sorella con un coltello da cucina. Dopo quindici anni, nella stessa notte, fugge dal manicomio criminale dove era stato rinchiuso e torna nel suo paese natale per compiere un massacro. Horror indipendente a basso budget rimasto nell'immaginario collettivo per aver creato l'icona horror Michael Myers (serial killer feroce, gigantesco e silenzioso che indossa sempre una maschera), per l'accattivante colonna sonora (composta dal regista stesso) e per il perfetto meccanismo di costruzione della suspense che gioca con i nervi dello spettatore come il gatto col topo. E' il padre indiscusso del genere slasher, ovvero quel tipo di horror in un cui un assassino uccide in maniera efferata le sue vittime in un ambiente ristretto, che poi esploderà definitivamente negli anni '80 con le saghe di Venerdì 13 e di Nightmare. Semplice e teso, seminale per il genere horror, rinuncia all'esibizione esplicita della violenza e basa tutta la sua potenza orrorifica sulle atmosfere sinistre, sulle attese silenziose e sui virtuosismi di regia, come il memorabile prologo, ambientato nel '63, che omaggia Alfred Hitchcock e Dario Argento. Vincente ed efficace, per quanto non originale, la scelta di mostrare il punto di vista del killer, attraverso la maschera. Decretò il successo di Carpenter, che poi si affermerà come maestro dell'horror, e diede vita ad un'interminabile serie di seguiti (ben sette) più un prequel/remake firmato da Rob Zombie, anch'esso con relativo sequel. E' una pellicola di culto degli appassionati di horror che vide l'esordio sul grande schermo di una giovane Jamie Lee Curtis nel ruolo della protagonista. Tra i numerosi aneddoti e curiosità relativi a questo film ne ricordo alcuni degni di nota:

- ci sono tantissimi omaggi a Hitchcock, a cominciare dai nomi dei personaggi: Tommy Doyle deriva da La finestra sul cortile mentre Sam Loomis, il celebre dottore per alcuni ispirato a Van Helsing, è preso da Psycho. Un altro dei personaggi si chiama Marion Chambers: Marion era il nome della protagonista di Psycho mentre Chambers era il cognome dello sceriffo sempre nello stesso film.
- Il ruolo del dottor Loomis, poi andato a Donald Pleasence, era stato pensato per Peter Cushing o per Christopher Lee.
- Per l'andatura del personaggio di Meyers, Carpenter si è ispirato al robot interpretato da Yul Brynner nel cult sci-fi Il mondo dei robot.
- La maschera indossata da Michael Myers è quella del Capitano Kirk di Star Trek.
- Il film guardato dai ragazzini in TV è La cosa da un altro mondo di cui Carpenter farà un remake nel 1982.


Voto:
voto: 4/5

martedì 30 settembre 2014

Il diario di un curato di campagna (Le journal d'un curé de campagne, 1951) di Robert Bresson

Un giovane prete viene destinato in un piccolo paese della campagna francese, Ambricourt, dove il suo operato ascetico non viene compreso. Nonostante sia affetto da una grave malattia cerca di riportare alla fede la moglie e la figlia di un conte, vittime di forti tormenti interiori, ma anche stavolta non otterrà la dovuta considerazione. Abbraccerà allora la morte con l'animo di lieto di chi si sente in pace con se stesso. Il cinema di Bresson è il cinema del rigore e della coerenza, quasi insensibile alle logiche produttive e fortemente legato alla concezione del film come forma d'arte, libera e totalmente avulsa dai discorsi commerciali. Cineasta indipendente e dotato di grande personalità, influenzò, con la sua opera, tutto il cinema francese, compresa quella Nouvelle Vague di cui non volle mai far parte. Il diario di un curato di campagna è uno dei suoi capolavori, uno dei vertici della sua estetica asciutta fondata sulla sottrazione del superfluo, per mirare alla pura essenza delle cose, al cuore. Tratto dall'omonimo romanzo di Georges Bernanos, ne epura tutti gli aspetti legati alla vita sociale o alla convivenza nel piccolo paese, e mette fuori fuoco persino quelli connessi alla malattia del giovane curato, per soffermarsi unicamente sull'aspetto mistico, su un doloroso percorso di fede e di carità che ricalca quello del Cristo. Infatti il film di Bresson è, essenzialmente, un meraviglioso elogio della santità, che sceglie unicamente la via spirituale per rappresentare una vita straordinaria, in cui il male fisico costituisce il mezzo per unirsi all'assoluto, annullandosi in esso. La compostezza formale, la tensione interiore sono i punti di forza di questa perla cinematografica che, attraverso immagini che tendono al metafisico, ci parla della fede attraverso aneddoti potenti, come il martirio quotidiano, il sacrificio solenne, insomma la Via Crucis. Il mondo degli uomini, lasciato in penombra con i suoi vizi e le sue imperfezioni, appare come lo spettatore inerte ed ignavo di questo glorioso cammino di cui riesce a cogliere soltanto gli aspetti esteriori: la sofferenza e la morte. Tra i tanti esempi di cinematografia della Fede quest'opera di Bresson è, senza alcun dubbio, una delle vette supreme e la sua scarna essenzialità possiede la forza di un raggio di luce che squarcia le tenebre.

Voto:
voto: 4,5/5

La corazzata Potëmkin (Bronenosets Potemkin, 1925) di Sergej M. Ejzenstejn

Più che un film è una leggenda del cinema muto, è la storia (ispirata ad una vicenda reale ma in buona parte romanzata) di un ammutinamento avvenuto a Odessa, in Ucraina, nel giugno del 1905 ad opera dei marinai della corazzata Kniaz Potëmkin Tavricevskil a causa delle disumane condizioni di vita. Commissionato appositamente dal governo sovietico per il ventennale della rivolta, è il più famoso, ed il migliore, film di propaganda mai realizzato a causa dei suoi elevati valori tecnici che si condensano in un apparato figurativo imponente, titanico, di altro spessore tragico, con delle sequenze che sono entrate di diritto nella Storia del Cinema. Su tutte quella del massacro sulla scalinata, con i soldati dello zar che sparano sulla folla inerme ed il dettaglio della carrozzina che scivola giù lungo i gradini, sequenza divenuta icona della settima arte e ripetutamente omaggiata da tanti registi, come il Brian De Palma de Gli intoccabili. Diviso in cinque atti (Uomini e vermi, Dramma sul ponte, Il sangue grida vendetta, La scalinata di Odessa, Una contro tutte) è una sinfonia epica all'insegna del gigantismo che divenne, dopo l'iniziale diffidenza, il manifesto dell'intellettualismo di sinistra, trionfando in tutti i paesi del blocco comunista. Ovviamente l'evidente intento di propaganda ne fa un prodotto a tesi, unilaterale e, quindi, facilmente tacciabile di retorica, ma i meriti estetici dell'opera sono innegabili e ne costituiscono, ancor'oggi, il punto di forza. Ejzenstejn alterna le immagini imponenti di ampio respiro ad una serie di inserti shock in primissimo piano (il celebre occhio della madre straziata dalla violenza dei soldati), che servono a provocare una forte reazione emotiva nello spettatore, immergendolo nell'orrore della situazione. E viene portato al massimo livello enfatico il così detto "montaggio delle attrazioni", marchio stilistico del regista, ovvero non lineare ma caotico, intervallato da continui stacchi e con l'apparizione di immagini improvvise, per rendere il pubblico partecipe dello straniamento filmico. Il tumultuoso masacro sulla scalinata ne è un fulgido esempio, probabilmente il più alto nel cinema di Ejzenstejn. Di grande impatto è anche la scelta di non mostrare mai direttamente i soldati carnefici, ma di inquadrarne sempre alcuni dettagli della divisa, tendendo così alla disumanizzazione e, quindi, all'astrazione del nemico in un'unica malefica entità: il potere zarista. Il consueto simbolismo esasperato del regista russo trova qui pieno compimento nei primi piani sulle bocche dei cannoni o nella celebre scena della statua di leone che, prima dormiente, poi "prende vita", come metafora della coscienza popolare che si ridesta, dando vita alla rivolta. Esistono diversi versioni del film, quella solitamente circolante in Italia, dove arrivò solo nel 1960, dura 68' e si avvale della voce di Arnoldo Foà nella lettura delle didascalie, ma è ugualmente reperibile, in home video, la versione originale di 75'.

Voto:
voto: 5/5

Il piacere (Le plaisir, 1952) di Max Ophüls

Raffinata commedia a episodi sulla ricerca del piacere, liberamente tratta da tre racconti del Maupassant, che corrispondono ai tre segmenti in cui il film è diviso. Il primo espisodio, La maschera, parla di un vecchio donnaiolo che si reca a un ballo, in cerca di conquiste femminili, indossando una maschera per celare la sua anzianità. Nel secondo, La casa di Madame Tellier, assistiamo a un'ardita commistione tra sacro e profano: la Maison Tellier è una casa di tolleranza, la cui tenutaria, Madame Tellier, decide di attuare un giorno di chiusura per portare le sue "lavoranti" ad una prima comunione che si tiene in uno splendido angolo di campagna. L'idillio del luogo e l'atmosfera mistica indotta dal sacramento immergeranno le ragazze in emozioni da troppo tempo sopite, facendole tornare, con la mente, alla loro infanzia incantata. Il terzo episodio è La modella: un pittore e la sua musa si amano fino allo sfinimento, poi si lasciano ma lei tenta il suicidio. Il tedesco Max Ophüls, uno dei registi preferiti di Stanley Kubrick, è passato alla storia per lo stile elegante, per la forma sontuosa e per i virtuosismi sublimi, spesso ad alto rischio di puro manierismo. In questo film, che è tra i suoi capolavori indiscussi, affronta il tema del piacere, come chiaramente espresso dal titolo, confrontandolo, rispettivamente, con la senilità, con il candore e con il matrimonio, nei tre episodi della pellicola. Nonostante l'impostazione non unitaria, l'opera ha una forte valenza d'insieme perchè tutte le singole parti hanno un tema comune e convergono verso una tesi dimostrativa, che ribalta il tono da commedia e sancisce la non esistenza di un piacere assoluto, in quanto inevitabilmente preceduto, o seguito, dal dolore. Dei tre episodi il migliore è il secondo, che scandalizzò i benpensanti dell'epoca, e che rappresenta il vertice assoluto del cinema di Ophüls, quello in cui gli opposti si toccano fino a coincidere in un'unica forma espressiva: eleganza e decadenza, purezza e lussuria, spiritualità e materialismo.

Voto:
voto: 4,5/5

Fanny e Alexander (Fanny och Alexander, 1982) di Ingmar Bergman

Opera conclusiva del grande Autore svedese, che in seguito ha girato solo piccoli film TV che nulla aggiungono alla sua fama, ed ultimo straordinario capolavoro di una carriera irripetibile. Nato inizialmente come prodotto televisivo della durata di più di 5 ore, poi ridotte a circa 3 nell'inevitabile adattamente per il grande schermo, fu un kolossal costosissimo che mandò sull'orlo del fallimento la Filminstitutet svedese. Maestosa epopea familiare divisa in 5 capitoli (il Natale, il fantasma, il commiato, i fatti dell'estate, i demoni) più un prologo ed un epilogo, racconta le vicende della famiglia Ekdahl di Uppsala tra il 1907 ed il 1909, con una moltitudine di personaggi, una varietà di ambienti ed una ricchezza figurativa non usuale nel rigoroso cinema di Bergman. E' un film profondamente autobiografico, nel quale il regista racconta, in forma trasfigurata e carica di nostalgia, le origini della sua famiglia ad inizio '900. Più che una saga, sembra una sorta di rivisitazione guidata dalla memoria e illuminata dalla saggezza, una sorta di seduta autopsicanalitica per ricercare nell'infanzia le influenze, i motivi di ispirazione e le radici delle ossessioni e dei temi trattati poi dall'autore nei suoi film. La rievocazione ambientale è accuratissima e le le atmosfere rarefatte sono cariche di suggestione, con una costante oscillazione tra ambienti sontuosamente decorati ad altri freddamente spartani, che trova il rispettivo riscontro interiore nello stato d'animo dei personaggi. La ricchezza visiva e l'esuberanza inventiva, sia formale che sostanziale, sono degne delle opere migliori dell'autore e vengono qui ulteriormente amplificate dalla raggiunta maturità artistica e dal necessario "distacco" dai temi trattati, per quanto personali, che consente ad un'opera di divenire universale e, quindi, di pura Arte. Film testamento di uno dei massimi Maestri cinematografici, è una summa di tutto il suo cinema che qui spazia liberamente tra tragedia, commedia, drammi da camera, gioioso erotismo, rituali familiari, idilli incantati, momenti horror, litigi di coppia, fanatismo religioso e persino tocchi fantastici di assoluta genialità. I temi principali dell'opera sono quattro: famiglia, arte, religione e magia. La famiglia è quella, ideale, di Bergman, che si identifica, evidentemente, in Alexander e che ricostruì con assoluta precisione la sua infanzia burrascosa e gli ambienti barocchi della sua vecchia casa di Uppsala. Le figure familiari rassicuranti che compaiono nella prima parte, la nonna Helena o il vecchio zio, sono le proiezioni sentimentali, idealizzate, del regista: i parenti che avrebbe voluto avere. L'arte viene qui intesa, in una delle sue forme più nobili, il teatro, di cui il direttore Oscar declama subito il potere ad inizio film, e Bergman ne traccia un apologo vibrante, evidenziandone il costante rapporto con la vita attraverso continue connessioni, scambi di ruoli, transfert psicologici, fino alla confusione tra persone e personaggi, contenuto e forma, palcoscenico e quotidiano. La religione compare, inevitabilmente, come tetro fanatismo luterano (le cui atmosfere rimandano direttamente al cinema di Dreyer) nell'agghiacciante figura del pastore Vergérus, despota intransigente che rappresenta il padre del regista, figura opprimente dalla cui rigida educazione non è mai riuscito a liberarsi, come sancito, in modo sinistro, nella scena dell'apparizione del fantasma del religioso ("Non ti libererai mai di me!"). La magia è quella dell'infanzia, lo sguardo incantato di Alexander mentre osserva il mondo degli adulti rielaborandolo con la forza esuberante della sua fantasia e dando vita a visioni ora terribili ora meravigliose, trasfigurazioni possenti, simboli arcani dell'universo interiore bergmaniano. Magia che assume la valenza metaforica di un'utopia concreta (l'illusione cinematografica) quando consente di infrangere le leggi fisiche del reale (la fuga dei bambini dalla casa prigione), come se la verità fosse una mera illusione, un'idea evanescente, non razionale, ma frutto emotivo del desiderio infantile, mediante il quale "tutto è possibile", come detto dalla nonna Helena nel meraviglioso finale. Questo enorme caleidoscopio di immagini e suggestioni è un'opera di straordinario spessore testuale e pienezza espressiva, il lascito artistico di un genio ed uno dei maggiori capolavori della Storia del Cinema. Una menzione speciale va fatta per l'espressiva fotografia a colori di Sven Nykvist, straordinaria nell'esaltazione dei toni rossi (come già visto in Sussurri e grida), nella freddezza dei grigi e nel donare un'enfasi spettrale agli ambienti tetri. Ogni capitolo del film, che corrisponde ad una diversa "stagione" emotiva oltre che temporale, ha il suo colore caratteristico che gli conferisce la giusta personalità ed atmosfera. La pellicola vinse 4 Oscar: miglior film straniero, fotografia, scenografia e costumi e l'Academy perse, incredibilmente, l'ultima occasione di conferire il meritato premio al grande regista, candidato (ancora una volta invano) per regia e sceneggiatura.

Voto:
voto: 5+/5

lunedì 29 settembre 2014

L'avventura (L'avventura, 1960) di Michelangelo Antonioni

Durante una gita in barca alle isole Eolie, una giovane donna, Anna, che vive una tormentata relazione con Sandro, architetto donnaiolo, scompare misteriosamente nel nulla su un isolotto deserto. Dopo vane ricerche da parte dei suoi compagni di viaggio, Sandro inizia a cercarla in giro per la Sicilia accompagnato da Claudia, amica comune presente sulla barca al momento della sparizione. Ma, ben presto, i due finiranno per dimenticarla e cederanno alla reciproca attrazione, palpabile fin dall'inizio. Capolavoro scomodo e controverso di Antonioni, travagliato nella realizzazione (5 mesi di riprese in esterni in luoghi poco agevoli) e criptico nella struttura; divise la critica, fu premiato a Cannes con il Premio della Giuria ed ebbe non pochi problemi con la censura, per contenuti e scene "scandalose", alcune delle quali furono oscurate per consentirne l'uscita in sala. E' un'opera fondamentale per il cinema europeo degli anni '60 per la sua innovativa revisione del linguaggio cinematografico tramite uno stile ermetico ma elegantissimo, basato sull'estrema dilatazione dei tempi per attuare un'oculata sospensione metaforica che tende all'astrazione dei concetti basilari della poetica dell'autore. Concetti profondi, e già attuali nei primi anni del boom economico, in cui l'ottimismo vitale degli anni della ricostruzione post bellica era già stato contaminato dai germi del benessere materiale e della ricerca edonistica del piacere, trasformandosi in un più oscuro senso di disagio e di malessere interiore culminati nella crisi. Crisi esistenziale, crisi di valori, crisi della coppia (secondo la definizione tradizionale della vecchia società patriarcale), crisi di identità e di prospettive che esulano dall'immediato. In tal senso va letto questo film, autentico manifesto della crisi e dell'incapacità umana di comunicare in modo stabile, se non attraverso fugaci lampi di istintiva passionalità. Ne L'avventura il più problematico tra gli autori italiani intende raccontare l'implosione, morale e ideologica, della società del suo tempo, avvenuta bruscamente ma in modo subdolo perchè invisibile all'uomo comune, con un silenzio così opprimente da risultare "assordante". Il lento incedere della pellicola, a cerchi ellittici che mirano alla cristallizzazione del momento in una dimensione più onirica che reale, la rende un'opera di difficile metabolizzazione ma ne costituisce, nel contempo, la cifra stilistica pregnante che intende rappresentare (e lo fa egregiamente) il vuoto morale e strutturale della società borghese. Il giallo che dà il via all'azione, la scomparsa di Anna, resterà senza soluzione e lo spettatore finirà per dimenticarsene proprio come Sandro e Claudia, sopraffatto dal senso di smarrimento indotto dalla consapevolezza che nulla è certo, nulla può essere verificato o indagato, se non la certezza dell'assenza di senso. L'alienazione profonda descritta dal film, che sarà poi ulteriormente analizzata nelle successive opere dell'autore ferrarese (La notte e L'eclisse, che costituiscono, con L'avventura, una sorta di "trilogia" dell'incomunicabilità e del vuoto interiore), è quella ideologica e culturale di inizio anni '60 e troverà voce ed espressione anche in altri grandi Maestri come, ad esempio, Fellini o Resnais. Sotto la coltre intimista con evidenti rimandi psicologici, la pellicola possiede anche una notevole carica erotica, quasi sempre trattenuta ma, proprio per questo, ben più conturbante fino a quando la noia non contamina anche l'eros ed il sesso diventa mero esercizio strumentale di libido o di potere. Tutte le domande restano sospese e la mancanza di risposte simboleggia, secondo Antonioni, la sconfitta della società del suo tempo che non ha saputo adattarsi al rapido cambiamento dei tempi ed è implosa, scivolando in un patetico stallo esistenziale in cui la donna rappresenta l'antenna più sensibile. Nella sua agghiacciante lucidità è un memorabile esempio di monito antropologico, i cui contorni sfuggenti convergono inesorabili verso il senso dell'inadeguatezza e, quindi, della sconfitta. Nel cast brilla la Vitti, musa del regista, che, proprio con questo film, inizierà con lui una proficua e duratura collaborazione artistica oltre che una relazione sentimentale.

Voto:
voto: 5/5