martedì 24 febbraio 2015

Locke (Locke, 2013) di Steven Knight

Un uomo viaggia in auto da solo, nella notte, diretto verso Londra. Attraverso una lunga serie di telefonate ci verrà svelata la sua vita e si deciderà il suo futuro. L’uomo è Ivan Locke, capo cantiere presso un’importante ditta di costruzioni, solido e affidabile come il cemento di cui si occupa, da anni, con assoluta maestria. Felicemente sposato con prole, alla vigilia del progetto lavorativo più importante della sua carriera, è costretto ad un viaggio imprevisto per assistere una donna, con la quale ha avuto una fugace relazione occasionale di una sola notte, che sta per mettere al mondo un figlio suo. Durante il lungo viaggio parla al telefono con sua moglie, confessando la sua colpa, con l’amante in preda al panico, per rassicurarla, e con i suoi colleghi e datori di lavoro, disperati per la sua assenza in vista dell’importante colata di cemento da dirigere al mattino successivo. Coraggioso ed originale dramma “on the road” di Steven Knight, ambientato tutto in una notte, nell’abitacolo di un’automobile e con un solo protagonista, costantemente in scena e perennemente in primo piano, l’eccellente Tom Hardy, che cerca di ricomporre i pezzi della sua vita attraverso un flusso continuo di viva voce telefonici, che fungono da narratore fuori campo. Scritto egregiamente e recitato con intensa partecipazione emotiva dal protagonista, è un film teso, fluido e scattante, un film in movimento che avvince con la forza dei dialoghi, con le espressioni di Hardy, mettendo in scena la tragicommedia della vita con rigorosa lucidità, senza eccessi ma con la giusta compostezza dei toni. Nonostante la messa in scena minimale, l’opera è sontuosa dal punto di vista estetico, estremamente curata nei dettagli tecnici, con una fotografia allucinata ed un complesso sistema di telecamere multiple, interne ed esterne all’abitacolo dell’auto, che garantiscono la totale immersione nel viaggio emotivo del protagonista, con un forte patos oppressivo garantito dagli invadenti apparati tecnologici di largo consumo, che oggi garantiscono una costante presenza “on-line”, aumentando enormemente la pressione sulla psiche umana. Questa ardita scommessa in “real-time”, voluta del regista, risulta vinta ed è la riprova che è ancora possibile fare un cinema interessante e nuovo, con una buona idea ed una solida sceneggiatura, senza ricorrere ad effetti speciali, mirabilie visive e budget stratosferici. E’ notevole il parallelo allegorico tra la vita professionale e quella sentimentale di Locke, un uomo votato alla solidità, essendo esperto di cementificazione, che vede crollare la sua esistenza in una sola notte, a causa di un’unica debolezza sessuale. La situazione diventa una beffarda metafora dello status dell’uomo moderno, costretto a ritmi produttivi forsennati, a “prestazioni” umane e familiari sempre di alto profilo, ad uno stress psicofisico costante, ma a cui basta un singolo errore per veder crollare tutto il castello di credibilità faticosamente edificato. Questa riuscita parabola sul senso di responsabilità, traccia, in definitiva, un’agiografia morale del protagonista, per la sua capacità “eroica” di fare la scelta giusta, prendendosi sulle spalle il peso dei suoi sbagli, evitando le facili scorciatoie e decidendo di rischiare tutta la sua vita in una singola mano. Un atteggiamento, purtroppo, non molto probabile ma che apre una prospettiva di speranza, una luce incoraggiante sotto la patina cupa dell’opera, senza sermoni o moralismi di sorta ma con la scarna semplicità del gesto, per dirci che, spesso, il destino dell’uomo è una questione di scelte.

Voto:
voto: 4/5

lunedì 23 febbraio 2015

Melancholia (Melancholia, 2011) di Lars von Trier

Justine e Claire sono due sorelle, molto diverse ma profondamente legate, che condividono due genitori raffinati, rigidi e distanti nella loro impassibile freddezza. Nel giorno delle sue nozze, Justine, che sorride sempre ma prova un evidente disagio interiore, si comporta in modo strano, allontanandosi spesso dal ricevimento nuziale e finendo addirittura per tradire il marito con uno sconosciuto. Su tutto aleggia l’ombra sinistra di una catastrofe incombente: un pianeta chiamato Melancholia in rotta di collisione con la terra, che potrebbe provocare l’estinzione del genere umano. Potente dramma apocalittico di Lars Von Trier, costituito da uno splendido prologo astratto, di suggestione pittorica, accompagnato dalle sublimi note wagneriane del “Tristano e Isotta”, e due capitoli, dedicati alle due sorelle protagoniste, egregiamente interpretate da Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg, musa del regista danese. Justine e Claire sono figure emblematiche, facce opposte di una stessa medaglia: la prima è solare, istintiva, carnale e anticonvenzionale, sebbene rechi dentro un malcelato tormento che ha radici profonde, probabilmente riconducibili ad una figura materna spigolosa e scostante. La seconda è, invece, razionale, rigorosa, maniacale nella sua ossessione di controllo e tende a soffocare Justine con la sua etica raziocinante di matrice protettiva. Entrambe sono aspetti simbolici della complessa e multiforme personalità del regista, che s’identifica in entrambe, immergendole in un clima cupo ed angosciante da fine dei giorni. Con lo schematismo geometrico di un kammerspiel surreale, infinitamente tragico nella sua ineluttabilità, ed evidente fin dalle prime immagini del film, l’autore raggiunge l’apice supremo del suo pessimismo, estendendolo ad una portata cosmica, definitiva e chiudendo, in questo modo, un capitolo della sua cinematografia. Quest’opera viscerale, espressionista, impregnata di suggestioni esistenzialiste e di umori corrosivi antiborghesi, rappresenta, in tal senso, una summa estetica, un punto di non ritorno, un approdo concettuale del cinema di Lars von Trier. Tra evidenti omaggi a Tarkovskij (a cui il film è dedicato) e splendide citazioni visive del mito di Ofelia (Justine trasportata dalle acque del fiume), il regista ci conduce al terrificante finale ipnotico, che obbedisce, con estasi funerea, al proprio credo misantropo: la fine del mondo è inevitabile quanto “giusta”, perché l’umanità è così turpe da meritare l’estinzione, come si è cercato di “dimostrare” nella prima parte (la festa fasulla e decadente). Si può, ovviamente, dissentire da una visione così drastica e catastrofica, ma è impossibile negare il fascino oscuro di un’opera tanto sinistra quanto ammaliante, che intende replicare, magistralmente, l’influsso malefico e stordente del pianeta che dà il titolo al film. La Dunst ha ricevuto il premio alla migliore interpretazione femminile al Festival del Cinema di Cannes per questa sua intensa partecipazione, dimostrando, ancora una volta, il grande talento del regista nella scelta e nella direzione degli attori. Un film di Lars von Trier non è mai banale ed è, a suo modo, sempre un evento, nel bene o nel male. In questo caso finiremo travolti da una struggente melanconia, una palude morale dalle esalazioni mefitiche, che, con uno stupefacente ossimoro filosofico, si rallegra nella tristezza di riconoscere il ruolo supremo della Natura, giudice imperturbabile ed equanime del nostro irrevocabile destino.

Voto:
voto: 4/5

domenica 22 febbraio 2015

La stanza del figlio (La stanza del figlio, 2001) di Nanni Moretti

Giovanni, psicanalista di Ancona, paziente e professionale nel suo lavoro, è sposato con Paola, con cui ha due figli adolescenti: Andrea e Irene. La loro vita scorre tranquilla tra alti e bassi, fino a quando Andrea muore tragicamente per un incidente, durante un’immersione subacquea. Distrutti dal dolore ed incapaci di accettarlo, i componenti della famiglia sembrano disgregarsi. Ma, un giorno, arriva una lettera indirizzata ad Andrea da parte di Arianna, una sua coetanea che lo ha conosciuto e se ne è innamorata. Giovanni ed i suoi si adoperano per contattarla, la informano del tragico evento e la convincono a far loro visita. Sarà lei a varcare la soglia “proibita” della stanza di Andrea, la stanza di un figlio morto nella quale nessun genitore riesce più ad entrare, senza essere travolto dai ricordi e dal dolore. Rigoroso dramma familiare di Moretti, straziante nei contenuti ma mai retorico, mai lacrimevole, piuttosto asciutto, denso, teso, asettico nella sua estrema pudicizia morale. Diviso in due parti molto diverse sembra quasi un’emblematica chiosa dell’autore con il suo cinema del passato, l’inizio di un nuovo corso più cupo e doloroso, ma carico delle medesime problematiche esistenziali. Nella prima parte è un film squisitamente morettiano, con le consuete ossessioni del regista di Brunico, tra dissertazioni logorroiche, idiosincrasie, sbalzi d’umore, attività sportive e dialoghi surreali. Dopo la tragedia il film cambia volto e c’immerge in una seconda parte lacerante, amarissima, stravolta, come la famiglia, dal lutto inaccettabile, insostenibile, devastante, perché nessun figlio dovrebbe mai precedere, nella morte, un genitore. In un territorio nuovo per il suo cinema, Moretti dimostra un’ammirevole maturità nell’evitare ogni sorta di enfasi, ogni concessione al melodramma, ogni spettacolarizzazione ruffiana del dolore, preferendo una compostezza solenne, un’antiretorica del tragico che vira nell’astrazione concettuale, ambendo a tratteggiare, con successo, una sorta di apologia teoretica del lutto e della sofferenza, basata su una rigida estetica del pudore, sostituendo la più banale disperazione con un più intimo e desolante annichilimento, per rendere in maniera più totale il senso della perdita. E’ raro trovare un film di egual misura, compostezza, minimalismo e sensibilità su un tema tanto sconvolgente, solitamente ammiccante ad una cinematografia più banale, tendente a crogiolarsi nel sentimentalismo patetico. La grandezza dell’autore risiede nella sua capacità di realizzare quest’opera dolorosa e lancinante, ad occhi asciutti, con rimandi velati al cinema rarefatto e potente di Kieslowski. Esiste un aggettivo appropriato per rendere, sinteticamente, il tono e le atmosfere di questo film: ovvero, in lingua portoghese, la parola saudade, che indica uno stato di solitudine morale, di profonda nostalgia derivata da un ricordo, da un’assenza o da una perdita, una condizione esistenziale così profonda e totalizzante da assumere una connotazione mistica, filosofica, assoluta. Il film, indubbiamente non facile, ha diviso pubblico e critica ed è stato premiato con la Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes. L’elaborazione di un lutto è, probabilmente, uno dei temi più complessi e delicati che il cinema, e l’arte in genere, possano toccare. Questo film di Moretti, lucido e raffinato, pone un nuovo importante suggello in questa ricerca dolorosa, ergendosi ad inevitabile modello “nobile” per la cinematografia di questo tipo.

Voto:
voto: 4,5/5

Habemus Papam (Habemus Papam, 2011) di Nanni Moretti

Il nuovo papa, appena eletto dal conclave, viene colto da attacco di panico, si sente inadatto al gravoso compito che lo attende ed entra in una profonda crisi esistenziale e religiosa. I cardinali, preoccupati, si rivolgono ad uno psicanalista che, costretto a mantenere il segreto e soggiornare nelle mura vaticane, cerca di farlo recedere dal suo dubbio, per favorirne il ripensamento. Ma, intanto, il papa scappa e sparisce, in abiti borghesi, nelle vie di Roma, come un uomo comune, alla ricerca di se stesso. Complesso dramma esistenziale morettiano sul tema della rinuncia e della solitudine, la cui roboante tematica ed ambientazione, che ne han fatto da indubbia cassa di risonanza, vanno lette nell’ottica dello spirito iconoclasta del geniale autore, corrosivo, irriverente ma, in questo caso più che mai, lucido e maturo. La componente religiosa, la riflessione sulla Chiesa contemporanea e sulla fede nell’opulenta società capitalistica del nuovo millennio, indubbiamente presenti e pregnanti, non costituiscono il cuore intimo dell’opera, che è principalmente interessata all’uomo, alla sua deriva, al suo sbandamento, in un mondo in cui, cadute le icone e distrutti i simboli, le coordinate morali di riferimento appaiono incerte. Tutto questo è emblematicamente rappresentato da un papa umano, timido, smarrito, tenero ed umile, egregiamente interpretato da Michel Piccoli, che contiene e riassume la crisi e tutte le contraddizioni dell’essere umano moderno, nell’atavico conflitto tra essere e apparire, scelta e dovere, responsabilità e libertà. Moretti ci offre un racconto a due livelli paralleli, sapientemente alternati ed incastonati l’uno nell’altro: quello ironico regressivo, denso di lampi grotteschi, del rapporto tra il suo loquace psicanalista e i pittoreschi cardinali, che trova il suo apice spudorato nel torneo di pallavolo nel cortile vaticano, e quello, dolente e cupo, del mesto peregrinare del papa in borghese nelle strade della “città eterna”, prigioniero di un ruolo ingombrante e vagabondo inquieto a caccia di un antico sogno di gioventù (il teatro), allegoria della beffarda crudeltà della vita, che ci obbliga ad indossare una maschera, ad essere conformi per evitare di essere banditi. Nel primo livello l’autore, sotto la coltre ironica, esprime, con sincera amarezza e raggelante cinismo, la consapevolezza della totale mancanza di senso, connotandola con una colta citazione darwiniana. Come a dire che se, una volta, la messa era finita, adesso è la Chiesa ad esserlo e bisogna concentrarsi sull’uomo, riponendo in esso la speranza per il futuro. Nel secondo livello c’è la ricerca disperata di un uomo in fuga, un uomo malinconico dal sorriso radioso, adorabile nella sua debolezza, troppo umana per poter essere “divina”. Quest’uomo sfuggente ed insicuro, ma non privo di grazia nella sua evidente umiltà, cerca la verità tra la gente, scende dal piedistallo di secoli di rigido immobilismo per perdersi tra le braccia, “peccaminose” ma vere, delle persone normali. Quest’uomo pavidamente coraggioso fa quello che la Chiesa dovrebbe fare per ritrovare la credibilità perduta e riallacciare un rapporto autentico, non di facciata, non di folclore, con il cuore dei fedeli: abbandonare i troni solenni e decadenti e discendere tra la gente, condividerne i problemi, le ansie, il linguaggio, disperdendosi in essa. Il finale apocalittico segna l’apice del discorso umanistico dell’autore e sospende il giudizio dello spettatore su un ambiguo e straordinario dilemma etico: la rinuncia in nome della propria libertà individuale è un atto di codardia o di eroismo ? Tra serio e faceto Moretti va dritto al cuore del problema ed instillando nello spettatore l’atavico dubbio detto prima, sembra indicare in esso l’unico atteggiamento sensato e realistico che l’uomo contemporaneo debba avere. Perché il dubbio è un segno di intelligenza e da esso possono scaturire ideali positivi, proposte concrete, mentre il paravento della certezza è un evidente sintomo di debolezza o, ancor peggio, di malafede, a tutela dei propri interessi. In questo film laico, sospeso tra commedia e tragedia, tutti i personaggi principali sono prigionieri di qualcosa: il papa del suo pesante ruolo iconico che non sa o non vuole sopportare, lo psicanalista del suo frustrante rapporto, sentimentale e professionale, con la ex moglie, i cardinali di una situazione improvvisa, complicata ed angosciante, oltre le loro capacità di gestione. Ma tutti cercano di reagire, tutti si danno da fare per trovare una soluzione, dando voce ed ascolto alla propria umanità, alla propria capacità di relazionarsi con il prossimo, cercando in esso la propria dimensione, un reale equilibrio, anche a costo di decisioni dolorose. Lode a Moretti ed alla sua rinnovata capacità di leggere, sotto la lente di un surreale cinismo, le contraddizioni e gli umori della nostra società, ponendo domande scomode e calibrate, e lasciando a noi l’arduo compito di fornire una possibile risposta, di dare un giudizio, provocando così una riflessione. Ed onore anche alla sua abilità di essere preveggente, anticipando, con sinistra lungimiranza, gli eventi che hanno portato alla storica rinuncia di papa Benedetto XVI. La qual cosa non è, tra l’altro, niente affatto nuova nella storia del cinema d’autore.

Voto:
voto: 4/5

Summer of Sam - Panico a New York (Summer of Sam, 1999) di Spike Lee

Nella torrida estate del 1977 le strade di New York sono bagnate dal sangue delle vittime del “figlio di Sam”, un serial killer spietato che uccide le coppiette appartate in auto a colpi di pistola calibro 44, per poi svanire nel nulla. L’imprevedibilità dell’assassino, che colpisce a caso e con inusitata ferocia, genera un’ondata di panico senza precedenti tra gli abitanti della metropoli “che non dorme mai”. In questo clima rovente ed angosciante s’intrecciano le storie al limite di un microcosmo di sbandati italoamericani del Bronx, tra sesso, droga, bullismo, turpiloquio e violenza quotidiana. In maggior risalto c’è la storia di Vinny, spudorato maschilista erotomane con la passione del ballo, che tradisce la bella moglie con qualunque donna gli capiti a tiro, e quella di Ritchie, punk disadattato con aspirazioni musicali, che si prostituisce in un locale gay per sbarcare il lunario. Mentre in città scoppia l’inferno, con una violenta rivolta urbana durante una notte di blackout, e l’incubo del “figlio di Sam” esaspera i cittadini, il pregiudizio del quartiere fa cadere i sospetti sul pittoresco Ritchie, che, a causa dei suoi comportamenti “deviati”, viene accusato dai suoi stessi amici di essere il killer che terrorizza New York. Crudo affresco sociale e di costume, ispirato alle gesta nefande del serial killer, realmente esistito, che terrorizzò la “grande mela” tra il 1976 e il 1977, raccontato con vigorosa tensione drammatica e verace enfasi narrativa da Spike Lee, che ci immerge, con cupo realismo, in un sordido sottobosco urbano di degrado morale, in cui vizio e violenza sono le uniche forme di espressione quotidiana. Lasciando, efficacemente, l’ombra del killer sullo sfondo, il sanguigno autore afroamericano accantona, momentaneamente, le storie sulla comunità nera per un cast di tutti bianchi, tratteggiando un ritratto cinico e spietato, un po’ troppo insistito, non privo di stereotipi e di cadute scurrili, della comunità italiana del Bronx, che, ovviamente, non ha gradito, accusando il regista di rappresentazione offensiva e monocorde, senza possibilità di appello. Ma, per chi sa andare oltre le apparenze e la patina oltraggiosa di un film “sporco” e volutamente sgradevole, è evidente che Lee ci parla, ancora una volta ed in maniera egregia quanto scomoda, di intolleranza verso i “diversi” e, quindi, di integrazione e di pregiudizio che, come al solito, prolifera in ambienti degradati vessati dall’ignoranza. In quest’opera eccessiva, diseguale, sospesa tra la denuncia sociale ed il delirio urbano, ciò che funziona in maniera eccellente è la realistica ricostruzione ambientale, perfetta anche nel ruvido slang, apprezzabile guardando il film in lingua originale, intesa a denunciare, come sempre, l’assoluta ingiustizia dei preconcetti sommari nei confronti di chi ci appare dissimile, non conforme e non omologato, nell’aspetto o nei comportamenti. Piaccia o meno la lucidità dell’autore, spesso urlata e ripugnante nella forma stilistica, è tagliente e mette a nudo scomode verità, a patto di saper leggere oltre l’esteriorità e, per l’appunto, senza pregiudizi. Le scene più riuscite sono gli inserti onirici, fotografati con un’estetica da incubo, delle visioni aberranti del “figlio di Sam”: una rappresentazione, filtrata attraverso la sua mente disturbata, del fantomatico “cane infernale” che lo avrebbe spinto all’omicidio, secondo le sue deliranti confessioni fornite alla polizia dopo l’arresto. Splendida la colonna sonora, magistralmente calibrata sulle hits dell’epoca per incorniciare, degnamente, i momenti topici ed ottimo tutto il cast al completo, in cui svettano Mira Sorvino, mai così sexy, John Leguizamo ed un irriconoscibile Adrien Brody. Duro, teso ed intenso, è un film imperdibile per i fans del regista. Il pubblico mainstream stia pure alla larga.

Voto:
voto: 4/5

The Prestige (The Prestige, 2006) di Christopher Nolan

Nella Londra di inizio ‘900 Robert Angier e Alfred Borden sono due promettenti illusionisti che lavorano come apprendisti del medesimo maestro prestigiatore. Ma un tragico incidente, avvenuto durante un pericoloso numero di “evasione subacquea”, provoca la morte della giovane moglie di Angier e questi, incolpando Borden dell’accaduto, romperà per sempre i rapporti con lui. Da questo momento la loro carriera di “maghi” prenderà strade diverse, ma i due daranno inizio ad una pericolosa sfida a distanza, che assumerà i contorni di un’autentica ossessione, per superarsi a vicenda e dimostrare al pubblico, all’altro ed a se stesso chi sia il più abile. Il numero più ambito è quello del “trasporto umano”, ovvero l’illusionista che sparisce sotto gli occhi del pubblico per ricomparire, un istante dopo, da un’altra parte. Borden ci riesce per primo ma Angier, folle di rabbia e di gelosia, non lascerà nulla d’intentato per scavalcare il rivale e farà un lungo viaggio in America per incontrare il geniale scienziato Tesla, che, secondo le dicerie, sarebbe in grado di costruire macchine miracolose grazie alla corrente elettrica. Imponente thriller crudele che vira nel fantastico, raffinato nello stile, sontuoso nella confezione estetica, estremamente curato nei dettagli e diviso dall’autore in tre atti, che replicano, idealmente, le fasi di un numero d’illusionismo: promessa, svolta e prestigio. Attuando questo affascinante parallelismo tra la struttura narrativa e l’esecuzione di un’attrazione magica, Nolan estrae dal cilindro il suo film migliore, insieme a quel gioiello di Memento, il più concreto ed equilibrato, rendendo la pellicola stessa un’ardita allegoria dell’arte di un prestigiatore e sfidando il pubblico nell’accattivante tentativo di svelarne il trucco, cosa che accadrà, e non senza meraviglia, negli ultimi fotogrammi di un efficace finale a sorpresa. La splendida ricostruzione storico ambientale della Londra vittoriana, le interpretazioni vigorose dei due efficaci protagonisti Hugh Jackman e Christian Bale (invero non eguagliate dalle controparti femminili, Scarlett Johansson e Rebecca Hall) e l’ammaliante suggestione magica che pervade l’opera fin dalle prime scene, completano il quadro, regalandoci un film solido e vibrante, rispetto a cui la scelta migliore è quella di lasciarsi trasportare, a patto di mantenere una notevole sospensione dell’incredulità. Le ridondanze prolisse e le spettacolarizzazioni eccessive, tipici talloni d’Achille del regista britannico, sono qui ridotte ai minimi termini, in nome di una maggiore asciuttezza espressiva che trova il suo miglior compimento nell’ossessiva sfida psicologica tra i due uomini, che hanno dedicato tutto se stessi e sono disposti a pagare il prezzo più alto, pur di superare l’avversario. Nolan filma l’ossessione e ce la offre sotto forma di oscuro illusionismo e, proprio come il più navigato dei maghi, distoglie la nostra attenzione con disparati inganni visivi, per nasconderci il trucco che, invece, è proprio lì, sotto i nostri occhi, parafrasando il mezzo cinematografico stesso. In fondo che cos’è il cinema se non un grande bluff visuale ? un meraviglioso prestigio che ci nasconde la realtà sotto forma di ammaliante illusione, per poi restarti dentro anche dopo che ne hai svelato il trucco. L’autore conferma la regola di saper dare il meglio di sé in progetti più “piccoli” e intimi, rispetto ai grandi blockbuster hollywoodiani, in cui le buone idee si disperdono in un mare di effetti speciali e di spiegazioni cavillose.

Voto:
voto: 4/5

venerdì 20 febbraio 2015

Hero (Ying xióng, 2002) di Zhang Yìmóu

Nella Cine preimperiale di duemila anni fa un misterioso guerriero senza nome viene accolto in udienza dal re di Quin, che poi diventerà imperatore unificando i sette regni in cui il paese era diviso. Il sovrano accetta di ricevere il guerriero solitario perché questi ha ucciso tre terribili sicari, Cielo, Spada spezzata e Neve volante, che minacciavano la sua regala figura. Il senza nome deve raccontare al monarca la sua impresa, ma la verità può avere molte facce e non sempre queste vengono svelate da un narratore. Straordinario omaggio di Zhang Yimou al genere wuxapian, con un film sontuoso, manierista, pregnante, saturo nei colori e nei toni, visivamente memorabile. Contiene, probabilmente, tra le sequenze più sublimi e stupefacenti, per incanto figurativo e resa stilistica, viste al cinema nel nuovo millennio e, già solo per questo, merita ampiamente la visione. Chi ci ha visto un mero esercizio di stile autoreferenziale non ne ha colto la finissima dimensione allegorica, pur presente sotto l’esuberante patina formale, abbacinante nella sua regale imponenza grafica. Una dimensione che rimanda a figure archetipe, simboli essenziali ma pregnanti di un cinema epico ispirato ai miti antichi, a personaggi tragici che incarnano dolorose tematiche universali in una sfavillante cornice. Dal punto di vista narrativo l’opera è divisa in quattro parti, corrispondenti a quattro diversi racconti, ciascuno con uno stile ed un colore diverso, rispettivamente rosso, blu, bianco e verde, mentre la vicenda principale, ambientata nel presente filmico, ha un cromatismo tetro che vira sul nero. Con un’estrema eleganza ed un algido distacco, l’autore ci propone una serie di meravigliosi affreschi in movimento, che ci seducono e ci lasciano, a tratti, senza fiato per la loro armonica bellezza. Sfarzoso e volutamente eccessivo, con duelli iperbolici coreografati con raffinato vigore plastico, con un diluvio straripante di effetti speciali ed uno score musicale di forte impatto emotivo, è un grande film di immagini, con accenti melodrammatici ed un patos maestoso, ridondante e geniale, indubbiamente indimenticabile. Interessante il rapporto che viene evidenziato tra potere e cultura, nella magnifica sequenza in cui vengono idealmente sovrapposte l’arte della spada e quella della calligrafia. Sponsorizzato in occidente da un entusiasta Quentin Tarantino, che ne ha favorito la distribuzione negli Stati Uniti, è una pellicola da non perdere, candidata all’Oscar come miglior film straniero, ma rimasta senza premi.

Voto:
voto: 4/5

Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello (The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring, 2001) di Peter Jackson

Nella Terra di Mezzo l’oscuro signore Sauron cerca di sottomettere le diverse razze (uomini, elfi, nani) tramite anelli magici a loro volta controllati dall’Unico Anello, un manufatto potentissimo, devoto al Male ed al suo creatore, che ha il potere di rendere invisibili e di soggiogare la mente di colui che lo possiede troppo a lungo. Dopo lunghe cruente battaglie Sauron sembra sconfitto dall’esercito dell’alleanza e l’anello malefico perduto, ma la creatura sotterranea chiamata Gollum lo ritrova sul letto di un fiume e ne diventa schiavo. Sarà il mite hobbit Bilbo Baggins a sottrarre l’anello a Gollum, per poi passarlo, molti anni dopo, a suo nipote Frodo. Ma il male, Sauron, si è risvegliato e sguinzaglia le sue diaboliche creature per recuperare l’anello magico, mediante il quale ritrovare l’antico potere. Una compagnia composta da uno stregone, Gandalf, due uomini, Aragorn e Boromir, un elfo, Legolas, un nano, Gimli, e quattro piccoli hobbit, Frodo, Sam, Merry e Pipino, parte per una missione segreta e pericolosa: intrufolarsi di nascosto nel regno di Sauron, Mordor, per gettare il diabolico anello nel fuoco del vulcano dove venne forgiato, l’unico modo per distruggerlo per sempre ed annientare il male. Colossale adattamento, in tre parti, del più famoso romanzo fantasy di tutti i tempi: “Il Signore degli Anelli” di John Ronald Reuel Tolkien, adorato da intere generazioni di lettori ed adottato come testo epico mitologico nei paesi anglosassoni. L’impresa, che sembrava impossibile, è riuscita al manierista neozelandese Peter Jackson, che, con l’aiuto di un formidabile team di tecnici di prim’ordine, ha realizzato la più importante trilogia del nuovo millennio, degna erede delle “Guerre Stellari” di Lucas. Gli indubbi meriti del regista sono innanzi tutto estetici: fondere i meravigliosi scenari naturali della Nuova Zelanda con effetti speciali generati al computer e con l’aggiunta di vecchie tecniche sempre efficaci come l’utilizzo di miniature, modellini o plastici in scala. Straordinario il trucco per ottenere l’aspetto orrido delle creature malefiche e le ambientazioni di suggestione medioevale. Dimostrando un grande talento visionario ed una maniacale cura del dettaglio, da cui si evince tutto il suo amore per il testo ispiratore, l’autore conquista il cuore del pubblico grazie a dei personaggi profondamente umani, evidenziandone egregiamente le virtù e le debolezze, nonché il profondo tormento interiore generato dalla vicinanza dell’Anello, simbolo del potere corruttore che induce al male. Non mancano ridondanze e prolissità in un’opera tanto potente quanto dilatata, afflitta da quel gusto acerbo nell’attesa di spiccare il definitivo balzo epico negli episodi successivi. Nel cast brilla Ian McKellen nei panni del saggio Gandalf il grigio, il “nonno” che tutti vorremmo avere. Grande successo di pubblico e critica e quattro Oscar tecnici su ben 13 candidature, per il film che ha reso Peter Jackson una star mondiale.

Voto:
voto: 4/5

Il Signore degli Anelli - Le due torri (The Lord of the Rings: The Two Towers, 2002) di Peter Jackson

Secondo episodio della trilogia dell’Anello. La compagnia si è divisa: Frodo e Sam, seguiti dal viscido Gollum, proseguono da soli il viaggio disperato verso la terra del male ed il monte Fato, per distruggere l’anello di Sauron. Aragorn, Legolas e Gimli cercano di liberare Merry e Pipino, catturati dagli orchi, ma s’imbattono nei cavalieri di Rohan, fieri uomini del Mark guidati da Re Theoden, caduto sotto una malia di Saruman, stregone bianco passato al lato oscuro per impadronirsi dell’anello del potere. Gandalf, dato per morto nelle miniere di Moria, ritorna dall’ombra più potente che mai ed aiuterà i suoi nella disperata battaglia del fosso di Helm, contro un esercito di migliaia di famelici orchi sguinzagliati da Saruman per distruggere il mondo degli uomini. Dopo una prima parte che ha stuzzicato l’appetito, Jackson alza il tiro e dà vita all’episodio migliore della trilogia, il più intenso, il più equilibrato, sospeso tra il grande poema cavalleresco e l’avvincente avventura selvaggia, con squarci lirici, inserti poetici e punte di eroismo che virano nel mitologico. Lo sguardo dell’autore raggiunge, finalmente, il respiro possente dell’epica attraverso personaggi e battaglie straordinarie, con momenti di alta connotazione tragica che guardano ai testi sacri shakespeariani. Indimenticabile la battaglia del fosso di Helm, di notte e sotto la pioggia, probabilmente la più spettacolare mai vista al cinema, così come il prologo iniziale, che rievoca la caduta di Gandalf, l’arrivo dei Rohirrim alla prima luce del quinto giorno, la caduta di Isengard sotto la furia degli Ent e la caratterizzazione del personaggio di Gollum, realizzato con la tecnica del performance capture, ovvero l’elaborazione computerizzata di un’interpretazione reale, fornita dall’attore Andy Serkis, segnando una nuova pietra miliare nella storia degli effetti visivi. Le solite ridondanze, vezzo del regista, qualche scivolone nel trash, come Legolas che fa lo skateboard sullo scudo, ed una posticcia appendice amorosa a tre, non possono offuscare un’opera di alto rigore espressivo e di travolgente forza epica. Vinse due Oscar tecnici su sei candidature.

Voto:
voto: 4,5/5