domenica 30 maggio 2021

Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover, 1989) di Peter Greenaway

Un raffinato ristorante francese a Londra è frequentato abitualmente da un mafioso volgare e violento, Albert Spica, da sua moglie Georgina, vittima delle sue angherie, e da Michael, bibliotecario colto e gentile. Con la complicità del cuoco Richard, Georgina inizia una focosa relazione segreta con Michael. Ma ben presto il rude marito lo scopre e sarà l'inizio di una tragica escalation. Feroce dramma sarcastico di Peter Greenaway, in egual misura amato e odiato al tempo della sua uscita, è l'opera più famosa del regista, sicuramente la più emblematica della sua poetica della forma raffinata contro un contenuto sordido, e uno dei film simbolo degli anni '80. Inevitabilmente controverso per la violenza disturbante dei contenuti, incastonati in una preziosa estetica pittorica e in uno schema narrativo rituale, che ne sancisce l'evidente intento allegorico (e quindi ne riscatta ogni assurda accusa di esibizione morbosa di contenuti macabri), è un film aspramente geniale e perfidamente provocatorio, una tragicommedia grottesca in salsa metaforico politica sulle pulsioni umane, attraverso elementi ancestrali come il cibo, il sesso e la brutalità. Attraversato da un umorismo nero che sfocia nel surreale e da un gusto dell'eccesso di matrice canzonatoria, è una sinfonia kafkiana sul potere e le sue forme di sopraffazione, con simbolismi barocchi che mettono in scena carnalità, voracità e ferocia come estremismi satirici che denunciano i malcostumi della società contemporanea, con allusioni politiche al modello thatcheriano britannico. E' un film colto, intellettuale e carico di connessioni o affinità con opere importanti e "scandalose", quali le novelle di Chaucer, il Salò di Pasolini o La grande abbuffata di Ferreri. Molto ispirato il cast con Richard Bohringer, Michael Gambon, Helen Mirren, Alan Howard e Tim Roth. La celeberrima sequenza finale, quasi sacrale nella sua efferata valenza simbolica, è divenuta l'icona del cinema dell'autore. Eccentrica, lugubre, pregnante, l'immagine paradossale di un mondo turpe e famelico che distrugge la bellezza, la cultura e la qualità, ma così ipocrita da inorridire davanti al frutto dei suoi stessi orrori.

Voto:
voto: 4/5

I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract, 1982) di Peter Greenaway

Nell'Inghilterra del 1694, la signora Herbert, moglie di un ricco latifondista proprietario della sontuosa residenza di Compton House, chiede al pittore Neville di realizzare 12 disegni della dimora. Vista la sua riluttanza l'esuberante donna aggiunge la clausola che si concederà all'artista alla fine di ciascun disegno. L'uomo accetta di buon grado e,  quando è giunto a metà dell'opera, anche l'insoddisfatta figlia degli Herbert, sposata con un uomo freddo e noioso, propone un contratto simile a Neville per andare a letto con lui. Ma nel giardino della villa iniziano a comparire oggetti inquietanti che fanno pensare ad un delitto e il pittore, che sembra non accorgersi di nulla, non capisce di essere finito in un gioco molto pericoloso. Elegantissimo dramma d'atmosfera di Peter Greenaway, sospeso tra il mistery grottesco, la commedia dell'assurdo e il thriller erotico, tutto all'insegna di una finissima stilizzazione che conferisce all'opera un fascino unico, sensuale, straniante e inquietante. E' il film che rivelò al mondo il talento del regista e gli stilemi del suo cinema astratto, raffinato, visivamente ricco ma denso di contenuti sgradevoli e di acide riflessioni sulla natura umana. Esteticamente influenzato dalla pittura di artisti come Rembrandt e Caravaggio, è un'opera metaforica di natura politica sulla difficoltà di percepire la realtà attraverso una sua rappresentazione (e quindi sul complesso rapporto arte-vita) e su come le classi dominanti sappiano manipolare a loro piacimento le classi subalterne, concedendogli la vana illusione di avere il controllo. Nonostante la sua forma estremamente classica è un film d'avanguardia e di rottura, in cui l'arte e il sesso diventano strumenti di potere che rispondono a precisi interessi economici. Da segnalare le interpretazioni di Anthony Higgins e Janet Suzman e le suggestive musiche di Michael Nyman. 

Voto:
voto: 4/5

Indocina (Indochine, 1992) di Régis Wargnier

Anni '30, Indocina francese, durante la guerra per l'indipendenza del paese asiatico. Eliane, ricca latifondista francese, e Camille, giovane vietnamita di nobili origini da lei adottata, sono entrambe innamorate di Jean-Baptiste, tenente della Marina francese. L'amante conteso alla fine sceglierà Camille e diserterà per seguirla nella lotta clandestina. Melodramma storico ambizioso e visivamente bellissimo, una sorta di Via col vento alla francese, almeno nelle intenzioni di regista e produttori. Nonostante l'estetica sontuosa, la magnificenza delle ambientazioni, lo sfarzo dei costumi, la perfetta ricostruzione storica, la bravura degli attori e l'evidente messaggio anticolonialista, il film non è completamente riuscito per colpa di una sceneggiatura esile e di una regia puramente decorativa, creando un netto squilibrio tra forma e contenuto. Dal punto di vista storico e politico la pellicola è convenzionale, inamidata e sfocata, con un accumulo enfatico di sentimentalismo e di scene ad effetto, che però non vanno mai oltre la superficie patinata. Da segnalare la notevole interpretazione della protagonista Catherine Deneuve, magnetica, algida e sprezzante, perfetta incarnazione dello snobismo arrogante dei padroni coloniali, che, anche quando li amavano, continuavano inconsciamente a trattare i nativi come "inferiori". La pellicola vinse l'Oscar al miglior film straniero (fin troppo generosamente) e ottenne anche la candidatura per la Deneuve come migliore attrice. Grazie alla visibilità fornitagli dai premi ricevuti, i suoi meriti furono di molto ingigantiti e persino il protagonista maschile, Vincent Pérez, venne frettolosamente definito da diversi facinorosi come il nuovo Alain Delon. Ma il tempo è stato, come sempre, galantuomo e tutto si sgonfiò molto presto.
 
Voto:
voto: 3/5

Quell'ultimo ponte (A Bridge Too Far, 1977) di Richard Attenborough

Nel settembre 1944, tre mesi dopo il "D-Day", il comando alleato avvia l'operazione "Market-Garden" per stringere i tempi dell'attacco al cuore della Germania. Lo scopo della missione è la conquista di una serie di ponti strategici nei Paesi Bassi, sul Reno e sulla Mosa, per opera di 35mila paracadutisti anglo-americani, che dovranno poi mantenere le loro posizioni attendendo l'arrivo da terra della Trentesima Armata. Ma la mancata conquista del ponte di Arnhem provocherà il fallimento dell'intera operazione. Imponente kolossal bellico di Richard Attenborough, ispirato alle reali vicende narrate nel saggio storico "Quell'ultimo ponte" di Cornelius Ryan. E' un film ad alto budget e divenuto famoso per due motivi: può vantare uno dei cast più stellari della storia del cinema (Dirk Bogarde, James Caan, Michael Caine, Sean Connery, Elliott Gould, Gene Hackman, Anthony Hopkins, Laurence Olivier, Robert Redford, Ryan O'Neal, Liv Ullmann, Maximilian Schell) ma, nonostante questo, fu un flop assoluto di pubblico e critica, stroncato praticamente da tutti, che ne criticarono la lunghezza, la lentezza e la mancanza di epica. Qualcuno disse, non senza lucida ironia, che solo gli inglesi possono permettersi il lusso di girare un film così costoso per rievocare una sconfitta. Ma, nonostante le oggettive imperfezioni della pellicola (ridondanza, dilatazione, bozzettismo, carenza di equilibrio tra un'ottima prima parte e una seconda caotica), probabilmente risiede proprio in questo il motivo dell'insuccesso: il pubblico non era pronto per un film del genere, che racconta un fallimento e non celebra l'eroismo di una vittoria. In questo sta, invece, uno dei meriti più innovativi del progetto: mostrare una sconfitta per suggerire che in una guerra non ci sono vincitori, ma perde l'umanità. Ma, probabilmente, i tempi non erano ancora maturi per questo e la realizzazione non fu pienamente all'altezza delle ambizioni iniziali.
 
Voto:
voto: 3/5

Il servo di scena (The Dresser, 1983) di Peter Yates

Nell'Inghilterra del 1940, duramente provata ma non spezzata dai bombardamenti dei tedeschi, una compagnia teatrale di vecchi attori si adopera per continuare a portare in scena con passione e dedizione il proprio vasto repertorio shakespeariano, nel tentativo di tenere alto il morale del popolo e creare un momento di distrazione. Il capo della compagnia, da tutti chiamato Sir, è un anziano attore dal glorioso passato, divenuto ormai dispotico, arrogante, vanitoso e capriccioso, duramente minato nella salute fisica e mentale da tanti anni di palcoscenico, ma ancora capace di guidare a bacchetta, con il suo carisma, interpreti e maestranze. Al suo fianco e al suo servizio c'è da sempre il mite Norman, il suo "servo di scena", che vive per lui e nella sua ombra, lo assiste, lo venera, lo sostiene, lo cura, ne asseconda le stranezze e ne subisce le intemperanze, in un rapporto ambiguo e morboso, platonicamente omosessuale. Norman lotta con tutte le sue forze per proteggere il "suo" Sir da tutto e da tutti, perchè è convinto che, se egli morisse, anche la sua vita perderebbe ogni senso. Straordinario dramma d'ambiente di Peter Yates, liberamente tratto dall'omonima commedia di Ronald Harwood. E' il capolavoro del regista e uno straordinario esempio di realizzazione di cinema-teatro senza perdere un grammo della forza espressiva dei due mezzi, che qui si uniscono e si fondono in un suggestivo affresco d'epoca che restituisce lo spirito della società inglese nel periodo delle "lacrime, sudore e sangue" e le dinamiche umane di una compagnia itinerante al servizio di un tirannico patriarca. Magistrale il lavoro di scrittura (eseguito dallo stesso Harwood), di regia (classica ed elegante) e di recitazione (con uno straordinario Albert Finney e Tom Courtenay che ne tiene il passo senza cedimenti). Il film è un gigantesco atto d'amore al teatro e alla sua gente, un ritratto minuzioso, vibrante e realistico (quasi un documento dei dietro le quinte dello spettacolo), mai agiografico o edificante, ma sincero, aspro e impietoso nel metterne a nudo le meschinità, le contraddizioni e i lati oscuri. E', anche, un metaforico compendio della vita, in termini di rapporti di potere, sentimenti, illusioni e delusioni, con il continuo transfert tra finzione e realtà, ovvero ciò che succede sul palcoscenico e poi dietro di esso, quando il sipario si chiude. Ebbe 5 candidature agli Oscar ma rimase senza premi (ma almeno i due attori protagonisti lo avrebbero meritato). Però Finney ricevette l'Orso d'Argento al Festival di Berlino e Courtenay il Golden Globe al miglior attore in un film drammatico. Da non perdere.
 
Voto:
voto: 4,5/5

Bullitt (1968) di Peter Yates

Dal romanzo "Mute Witness" di Robert L.Pike. Frank Bullitt, tenente della squadra omicidi di San Francisco, riceve l'incarico da un politico, Walter Chalmers, di proteggere un mafioso, Johnny Ross, che si è rivoltato contro l'organizzazione e intende testimoniare. Ross viene ucciso da due sicari, Bullitt ne nasconde il cadavere per non finire nei guai e continua a indagare per conto suo, insospettito da alcuni particolari che non quadrano. Scoprirà una verità che va oltre le sue aspettative. Celebre poliziesco d'azione di Peter Yates, uno dei più famosi e di maggior successo degli anni '60, che ha sicuramente influenzato nello stile quelli degli imminenti anni '70 di Siegel, Friedkin e Winner. E' un abile concentrato di azione frenetica, ritmo mozzafiato, pathos serrato, violenza estetica, cinismo ideologico e fascino "maledetto" del protagonista, mirabilmente interpretato dal divo Steve McQueen, in uno dei suoi ruoli più calzanti e amati dal pubblico. Il resto del cast viene ovviamente messo in ombra dal carismatico attore-mito, ma vanno segnalati Robert Vaughn, la splendida Jacqueline Bisset e Robert Duvall in un ruolo secondario. Il film è passato alla storia per la sequenza dell'inseguimento automobilistico attraverso le strade di San Francisco, con la Ford Mustang di Bullit/McQueen che divenne subito un oggetto di culto. Sparita dalla scena per molti anni, si è poi scoperto che era gelosamente custodita da una ricca famiglia del New Jersey, che si è poi decisa a farla restaurare per restituirle lo splendore originale ed esporla al pubblico al salone dell'auto di Detroit del 2018, insieme all'ultimo prototipo di Ford Mustang, battezzato come "Bullitt Limited Edition". Tarantino, nel suo Grindhouse - A prova di morte (2007), fa guidare al protagonista stuntman Mike una Chevrolet Nova che ha la medesima targa della Mustang di Bullit (JJZ 109). La pellicola venne premiata con l'Oscar al montaggio di Frank P. Keller. Si è parlato per molti anni di un possibile remake hollywoodiano, prima con Brad Pitt e poi con Jason Statham, ma finora il progetto è rimasto in stallo.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Nella valle di Elah (In the Valley of Elah, 2007) di Paul Haggis

Un vecchio veterano del Vietnam,  Hank Deerfield, uomo all'antica di dura scorza e di saldi principi, padre austero e patriota devoto, si mette alla ricerca del figlio Mike, da poco rientrato dalla guerra in Iraq e scomparso nel nulla senza lasciare traccia. L'uomo si scontra con la reticenza dei burocrati e l'omertà dei militari e capisce presto che qualcosa non quadra e che si sta cercando di insabbiare uno sporco affare. Con l'aiuto di una coraggiosa poliziotta che sta dalla sua parte, Deerfield scoprirà una terribile verità. Terza regia per il canadese Paul Haggis, che ha anche scritto il film ispirandosi ad una scomoda storia vera, con questo vibrante dramma giallo sulla ricerca urgente e dolorosa della verità, contro le ipocrisie conniventi dei loschi giochi di potere. E' un film solido, rigoroso, indignato e impegnato, una parabola lucida e sommessa contro il militarismo e il patriottismo fanatico, che conduce al nazionalismo e, quindi, alla prevaricazione, all'ingiustizia, alla mancanza di rispetto della vita umana in nome di un apparato ideologico fazioso e corrotto. E' un'opera cupa e coraggiosa, che non fa sconti nel perseguimento della sua tesi, un po' monocorde nel suo approccio manicheo, ma animata da un profondo senso di giustizia. Il titolo metaforico cita il luogo biblico della battaglia tra Davide e Golia, ovvero quella tra l'uomo comune ed un sistema potente, chiuso, inscalfibile, intoccabile, apparentemente invincibile. La graduale presa di coscienza del vecchio Deerfield, che incarna gli ideali, le ingenuità e le saldezze dell'America dei padri, vuole essere un simbolo, un monito ed un invito per il risveglio morale di un'intera nazione, che avverte chiaramente un senso di disagio, ma forse non ne ha ancora compreso le reali motivazioni. Potente e un po' retorica l'immagine dell'epilogo, con la bandiera capovolta attaccata con il nastro adesivo. Come a dire che concetti e valori sono sicuramente legittimi, sacrosanti e giusti, ma sono poi gli interpreti di questi (gli uomini) a fare la differenza. E quindi il vizio formale non risiede tanto nel principio ma in come (e da chi) questo viene praticamente applicato. Cast stellare con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon, Jason Patric, Jonathan Tucker e Josh Brolin. Straordinaria interpretazione di Lee Jones, misurato, commovente, il volto scavato del dolore represso e della fiera indignazione. Giustamente candidato dall'Academy come miglior attore protagonista.

Voto:
voto: 3,5/5

sabato 29 maggio 2021

L'uomo del treno (L'homme du train, 2002) di Patrice Leconte

Milan è un avventuriero che rapina le banche, Manesquier è un professore di letteratura in pensione. Il primo è un fuorilegge randagio, il secondo un uomo colto, saggio e posato. I due s'incontrano per caso nella stazione di un piccolo paese di provincia e danno inizio ad una strana amicizia. Manesquier ospita Milan nella sua casa e ciascuno si rende conto di desiderare la vita dell'altro, che rappresenta l'ideale di ciò che avrebbe voluto per sè ma che non è riuscito a realizzare. Il 21-esimo lungometraggio di Patrice Leconte è un falso polar, sotto la cui patina si nasconde l'anima di un dramma psicologico esistenziale, con il tocco lieve di una commedia sull'identità. Il tema centrale è quello del fallimento di una vita (ma, probabilmente, di ogni vita), in un gioco di incroci, di svolte, di ritardi, di occasioni perdute e di desideri di fuga. Come dice Manesquier in un emblematico dialogo: "ci sono due tipi di uomini: quelli che i treni li prendono e quelli che i treni li guardano passare". Ovvero chi partecipa attivamente al gioco della vita e chi invece guarda gli altri giocare. La strana coppia di protagonisti, mirabilmente interpretati da Jean Rochefort e Johnny Hallyday, è alla base dell'allegorica doppia osmosi di personalità che intercorre tra essi, un processo surreale che simboleggia l'insoddisfazione congenita della natura umana, con lo stridente contrasto tra ciò che siamo e ciò che la vita ci ha costretto ad essere. E' un film affascinante di maschere tristi e di anime perse, caratterizzato da una forma sperimentale, una messa in scena teatrale e dei magnifici dialoghi, secchi e brillanti. Peccato che nel finale, ridondante ed eccessivamente effettistico, il suggestivo meccanismo messo in piedi dall'autore nella prima parte tenda a diradarsi in un artificioso coup de theatre, più incline al manierismo che alla compiutezza narrativa.

Voto:
voto: 3,5/5

La ragazza sul ponte (La fille sur le pont, 1999) di Patrice Leconte

Adele è una giovane donna esuberante, inquieta e delusa, dalla vita e dall'amore, nel quale si getta a capofitto con troppo facile entusiasmo, senza imparare dagli errori del passato. Gabor è un lanciatore di coltelli, malinconico e disilluso. Lei cerca di suicidarsi buttandosi nella Senna, lui la salva e la porta con sè. Adele accetta di fargli da bersaglio umano e il loro numero riscuote successo grazie alla commistione tra brivido e bellezza. Tra i due nasce un ambiguo sentimento platonico, Gabor è evidentemente molto preso da questa sconosciuta entrata all'improvviso nella sua vita, ma non si sbilancia e non si dichiara. Adele continua a vivere rapporti occasionali con altri uomini e un giorno fugge via con un greco appena conosciuto su una nave da crociera. Elegante melodramma d'atmosfera di Patrice Leconte, impaginato in un raffinato bianco e nero fortemente evocativo e avvolto da un conturbante alone di mistero, che sospende la narrazione in uno stato di ipnotica suggestione, a metà tra la favola allegorica e il romanzo d'appendice. E' una piccola preziosa perla della filmografia dell'autore, magnificamente recitata dai due protagonisti Vanessa Paradis e Daniel Auteuil. Romantico e tragico, girato con uno stile ricercato, che omaggia i film d'amore francesi degli anni '30 (a cui Leconte è sempre stato affettivamente legato), trova i suoi momenti migliori nella tensione strisciante e trattenuta del rapporto tra Gabor e Adele, con il bellissimo volto della Paradis che diventa il manifesto perfetto di tutte le emozioni, i dubbi, le reticenze, le fragilità e gli slanci soffocati. Memorabile la sequenza del lancio dei coltelli vissuto con la valenza simbolica di un rapporto sessuale. Leconte è abilissimo nelle gradazioni, nel creare un gioco ambiguo di riflessioni speculari tra la metafora e la realtà, ma scioglie ogni riserva nell'epilogo, in cui chiarisce ogni dubbio sulla reale dimensione in cui inquadrare il film.
 
Voto:
voto: 3,5/5