lunedì 27 settembre 2021

Tornando a casa (Coming Home, 1978) di Hal Ashby

Il capitano dell'esercito americano Bob Hyde parte per la guerra in Vietnam e lascia a casa sua moglie Sally, una donna inquieta che non riesce a gestire la solitudine e si offre come infermiera nel centro riabilitativo dei reduci dal fronte che hanno riportato ferite invalidanti. Qui conosce e si innamora dell'ex soldato Luke Martin, rimasto paralizzato alle gambe e diventato fervente antimilitarista ed accanito sostenitore dell'immediato ritiro degli Stati Uniti dal Vietnam. Ma il governo tiene d'occhio le azioni di Martin, le cui idee sono considerate "pericolose", e fa informare il capitano Hyde della relazione clandestina tra il sovversivo e sua moglie. Celebre dramma bellico sentimentale di Hal Ashby, che ebbe un grande successo di pubblico e critica alla sua uscita in patria, vinse molti premi importanti (tra cui quello per il miglior attore al Festival di Cannes, 3 Oscar e 2 Golden Globe) e contese fino all'ultimo la prestigiosa statuetta dorata per il miglior film a Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) di Michael Cimino, guarda caso un'altra opera sul Vietnam, ma di ben altro spessore. E' un film a suo modo importante essenzialmente per due motivi: fu una delle prime pellicole a schierarsi apertamente in modo serio e critico contro la "sporca guerra", e si avvale di due interpretazioni straordinarie (che fecero man bassa dei maggiori premi annuali) da parte di Jane Fonda e Jon Voight. Dato a Cesare quel che gli spetta, va anche detto chiaramente che trattasi di un film furbo, sdolcinato, progressista con ruffianeria, costruito ad arte per catturare facilmente le attenzioni del grande pubblico utilizzando le armi della retorica e del sentimentalismo. Non a caso i critici europei furono generalmente tiepidi nel giudicarlo (pur lodando apertamente le performance degli attori principali), mentre si esaltarono per quella tragica epopea dolorosa della sconfitta che è Il cacciatore (che invece in America fu da molti accusato di essere "reazionario"). Tutto questo è un segnale inequivocabile di come la ferita purulenta della guerra in Vietnam fosse troppo dolorosa e troppo imbarazzante per critici e intellettuali americani, che, in quei tempi, non riuscivano ad affrontare il tema se non con enorme disagio concettuale. Il sopravvalutato Tornando a casa vinse 3 Oscar (Voight, la Fonda e la migliore sceneggiatura originale) e Jon Voight, nel suo anno d'oro, si aggiudicò anche il Golden Globe e il premio festivaliero di Cannes.
 
Voto:
voto: 3/5

Sindrome cinese (The China Syndrome, 1979) di James Bridges

All'interno della centrale nucleare di Ventana (Arizona), una giornalista d'assalto, Kimberly Wells, e il suo operatore, Richard Adams, assistono ad un incidente che viene controllato in extremis ma che svela gli enormi rischi connessi all'impianto, che potrebbero dar luogo ad una catastrofe immane. I due ardimentosi cronisti vogliono divulgare la notizia a livello nazionale, mentre le autorità cercano di far insabbiare tutto e minimizzare la questione come un banale imprevisto sotto controllo. Il capo della centrale operativa, il brillante ingegnere Jack Godell, è inizialmente schierato contro i due giornalisti, considerandoli come sedicenti opportunisti in cerca di uno scoop sensazionalistico. Ma di fronte a certi atteggiamenti dei suoi superiori inizia a provare dei dubbi e cerca di vedere le cose sotto una diversa prospettiva, che fino a quel momento gli era del tutto aliena. Veemente dramma d'impegno civile in cadenze di thriller ambientalista antinucleare di James Bridges, fedele alla consuetudine di numerose pellicole americane di quegli anni a base di contenuti socialmente impegnati e politicamente schierati in maniera netta. Probabilmente non è un caso che la protagonista femminile sia la star Jane Fonda (che all'epoca era molto popolare anche per le sue battaglie per l'ambiente che catturavano l'attenzione dei media), accompagnata da un grande fuoriclasse della recitazione come Jack Lemmon e da un giovane Michael Douglas (che ha anche prodotto il film), che si stava ritagliando il suo spazio come attore di primo piano, oltre ad essere già noto come abile produttore di successo e figlio del leggendario Kirk, stella immortale di Hollywood. Il tema del nucleare era molto sentito in quel periodo e divideva fortemente la politica, l'opinione pubblica ed il popolo in schieramenti opposti in maniera feroce, in un dibattito nel quale era difficile mantenere i toni bassi, visti i grandi rischi in gioco. Appena pochi giorni dopo l'uscita della pellicola nelle sale USA, avvenne il grave incidente della centrale di Three Mile Island (era il 28 marzo del 1979) in Pennsylvania e questo aumentò notevolmente il senso di isteria popolare rispetto al tema dell'energia atomica, amplificando anche il successo del film, che ottenne incassi eccellenti, al di sopra di ogni previsione, grazie alla felice idea di saper cavalcare il "cavallo giusto" nel momento giusto. E' un'opera indubbiamente importante e seria, ma un po' troppo turgida ideologicamente, un'arringa unilaterale a tesi che non lascia adito a dubbi, certa di ricevere il facile sostegno populistico. I suoi meriti maggiori sono nelle ottime interpretazioni di un cast in grande spolvero. Dopo il già citato incidente e, soprattutto, dopo il tristemente noto disastro di Chernobyl del 1986, furono in molti a tirare in ballo questo film, esaltandolo come opera saggiamente profetica. Quattro nomination agli Oscar (con due per gli attori: Lemmon e la Fonda) e premio per la migliore interpretazione maschile a Jack Lemmon al Festival di Cannes. Il titolo allude ad una catastrofica teoria secondo la quale, in caso di fusione del nocciolo di un reattore nucleare che avviene negli Stati Uniti, questo provocherebbe la liquefazione della crosta terrestre sottostante, scivolando "giù" fino alla Cina senza che niente riuscirebbe a fermarlo. Molto inquietante, molto suggestivo, ma scientificamente campato in aria, come tra l'altro chiaramente spiegato nel film stesso.
 
Voto:
voto: 3/5

All American Boys (Breaking Away, 1979) di Peter Yates

Dave è un giovane un po' sempliciotto dell'Indiana, con la grande passione per il ciclismo e la fissa per l'Italia: si spaccia per italiano per conquistare le ragazze, ha imparato a smozzicare espressioni tipiche della nostra lingua, ha chiamato Fellini il suo gatto, sogna di diventare come Felice Gimondi, mangia solo cibi italiani e si dedica all'ascolto delle opere liriche del belpaese. Quando riesce a partecipare ad una gara ciclistica a squadre insieme a 3 carissimi amici, si ritroverà come principali avversari un agguerrito quartetto della Cinzano proveniente dall'Italia. Scanzonata e divertente commedia sportiva di Peter Yates, scritta da Steve Tesich e forte di una gradevole freschezza nei toni e di un cast di facce giuste che annovera Dennis Christopher, Dennis Quaid, Barbara Barrie, Daniel Stern, Jackie Earle Haley. E' un film leggero e gradevole sulle manie esterofile, tipiche di chi nasce in un ambiente che gli sta stretto e vola troppo altro con la fantasia, idealizzando ingenuamente ciò che crede di conoscere e che ritiene a prescindere meglio di ciò che ha. Come affresco generazionale dell'America provinciale è un po' troppo candido per essere preso davvero sul serio, ma la sua garbata ironia tutto soccorre. Poco conosciuto nel nostro paese (nonostante gli sia stato di così forte ispirazione), ebbe, un po' a sorpresa, un notevole successo in patria, ricevendo 5 nomination "pesanti" agli Oscar 1980 e portando a casa la statuetta per la migliore sceneggiatura originale. Nel 1985 il film offrì lo spunto di partenza per una serie televisiva prequel intitolata "L'America in bicicletta", che pure risultò molto gradita al pubblico d'oltreoceano. L'attore protagonista (Dennis Christopher) si chiama in realtà Dennis Carrelli ed è realmente di origine italiana, proprio come sogna di essere il suo personaggio.
 
Voto:
voto: 3/5

Big (1988) di Penny Marshall

Il tredicenne Josh Baskin, in piena crisi adolescenziale, si sente una frana e dopo una figuraccia davanti alla ragazzina di cui è invaghito, si rivolge in lacrime al mago indovino di un gioco da luna park, implorando di farlo diventare subito grande. Il giorno dopo, al suo risveglio, il desiderio viene esaudito: Josh si ritrova nel corpo di un trentenne ma continua ad avere il cervello dei 13 anni. Ne succederanno delle belle. Commedia fantastica dai toni lievi e giocosi di Penny Marshall, è un filmetto divertente ma un po' sciocco, un elogio della magia infantile e un invito a vivere serenamente il presente, simpatico nella spunto iniziale ma poi portato avanti all'insegna di gag umoristiche sempre più grossolane, con un finale moralistico che è esattamente ciò che ti aspetti da una favola hollywoodiana di questo tipo. Alla sua uscita ha ottenuto un discreto successo e una buona visibilità, soprattutto grazie alla spigliata interpretazione di Tom Hanks (bravo e credibile nei panni del "bambinone" cresciuto), grazie alla quale il famoso attore ottenne anche la prima candidatura all'Oscar della sua carriera, prima dei trionfi degli anni '90 che lo resero una star mondiale. Senza troppe pretese è una gradevole pellicola per famiglie che potrebbe anche piacere molto ai minori, ma è decisamente troppo sempliciotta e priva di sottigliezze psicologiche per riuscire a colpire un adulto, al di là di qualche buffa risata. E' abbastanza singolare osservare come, nel nostro paese, appena qualche mese prima uscì in sala un film quasi identico nella trama, Da grande (1987) di Franco Amurri con Renato Pozzetto, al punto che furono in molti a domandarsi se, in questa occasione, non siano stati gli americani a copiare da noi, e qualcuno parlò anche del film americano come di un remake "abusivo" e non dichiarato. Il mattatore Hanks si aggiudicò il Golden Globe al miglior attore in un film commedia o musicale. Da segnalare accanto a lui, nel cast, Elizabeth Perkins, Robert Loggia e John Heard.

Voto:
voto: 2,5/5

domenica 26 settembre 2021

Funny Games (2007) di Michael Haneke

Una famiglia borghese (George, Ann e il piccolo Georgie) si reca in vacanza nella loro bella casa sul lago in quella che sembra essere una meravigliosa giornata di relax. Due giovanotti vestiti di bianco e dalle maniere gentili gli entrano in casa con la scusa di chiedere delle uova. Sarà l'inizio di un incubo terribile. Esattamente a 10 anni di distanza dall'uscita del suo primo capolavoro che lo impose all'attenzione del pubblico europeo, Funny Games (1997), Michael Haneke, sulla spinta del produttore Chris Cohen, decide di girarne un remake calligrafico (ovvero shot-by-shot) americano, in lingua inglese e con attori anglofoni. A molti l'operazione ha ricordato quella (invero molto più controversa e criticata) eseguita da Gus Van Sant con il suo remake di Psycho del 1998. Anche nel caso di Haneke la domanda nasce spontanea: era necessario? Sì e no. No perchè l'originale è, a suo modo, un'opera già perfetta per quello che intende rappresentare e comunicare, cosa che riesce a fare benissimo, con una messa in scena ipnotica, disturbante e glaciale ed un impianto teorico metaforico di grande potenza, grottesca suggestione e sadica fascinazione. Sì perchè questa nuova versione ha essenzialmente due scopi: riattualizzarne il messaggio critico verso la spettacolarizzazione della violenza operata dai mass media (che nel '97 poteva avere un vago sapore di preveggenza, ma 10 anni dopo appare ancora più attuale in tutta la sua pregnante drammaticità) ed accrescere la visibilità del film a livello internazionale, con un chiaro riferimento al pubblico americano (o anglofono in generale). E questo remake centra l'obiettivo, risultando precisamente identico all'originale nella storia e nelle sequenze, ma con attori diversi (e molto famosi) ed ambientazioni esterne di chiara identificazione statunitense (la location principale è Long Island, nello stato di New York). Il cast è composto da volti noti come Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt e Brady Corbet, ma, se l'interpretazione della Watts è straordinaria, le altre risultano generalmente inferiori e meno efficaci di quelle dell'opera del '97, con particolare riferimento al personaggio dello spietato aguzzino Paul, con Arno Frisch che vince idealmente per KO tecnico il duello a distanza con l'efebico Michael Pitt. Tutti i discorsi e le considerazioni già fatte nella recensione di Funny Games '97 continuano parimenti a valere in questo caso, con l'aggiunta che la collocazione americana, paese guida del capitalismo occidentale in cui l'invadenza mediatica ha livelli di ferocia e di cinismo ineguagliabili, gli conferisce un'aura ancora più inquietante rispetto al suo senso profondo. I cinefili più zelanti si sono divertiti a guardare insieme le due versioni per elencarne pedissequamente alcune minime differenze, ma ovviamente si tratta di quisquilie per nerd buontemponi che amano questo tipo di curiose statistiche, che in certi ambiti fanno molta élite. L'attore Tim Roth, amatissimo dal grande pubblico soprattutto per le sue collaborazioni con Tarantino, ha dichiarato di essere uscito molto scosso dalla lavorazione di questo film e che, inizialmente, aveva cercato in tutti i modi di rifiutare la parte, perchè trovava il soggetto troppo scioccante dal punto di vista psicologico. Michael Haneke ha sempre detto che senza la partecipazione di Naomi Watts al progetto (per lui prima e unica scelta per il ruolo di Ann) non avrebbe mai accettato di girare il remake. In alcuni paesi è stato distribuito con il titolo Funny Games U.S. per distinguerlo chiaramente dall'originale. Per tutti coloro che lo ignorassero (e probabilmente non sono in pochi) potrebbe essere l'occasione giusta per guardarlo e cimentarsi con questo magistrale trattato di cinema della crudeltà di altissimo spessore allegorico. Ma la visione dell'originale è in ogni caso preferibile, già solo per la sua aria più acerba e seminale, che lo rende più intimamente perturbante.
 
Voto:
voto: 4/5

sabato 25 settembre 2021

Brooklyn (2015) di John Crowley

Negli anni '50 la giovane irlandese Eilis decide di lasciare il suo umile villaggio, retrogrado e senza prospettive, e imbarcarsi per il Nuovo Mondo, alla ricerca del Sogno Americano. All'inizio non sono rose e fiori: la ragazza non si ambienta e soffre una tremenda nostalgia per la famiglia che ha lasciato al di là dell'oceano. Ma le cose migliorano grazie all'incontro con un bel giovanotto italiano e con l'intervento di un prete che l'aiuta ad integrarsi nella comunità irlandese di Brooklyn. Quando i suoi sogni di emancipazione sembrano avverarsi, un lutto familiare la costringe a ritornare a casa per un breve periodo, durante il quale Eilis si ritrova a ripensare alla sua vita, vedendo tutto con occhi nuovi, anche quel piccolo villaggio natio che prima le appariva insopportabile. Delicato melodramma di John Crowley, tratto dall'omonimo romanzo di Colm Tóibín, scritto da Nick Hornby e interpretato da Saoirse Ronan, Emory Cohen, Domhnall Gleeson e Jim Broadbent. E' un film sentimentale lieve e rasserenato, girato con stile classico e sobria compostezza formale, illuminato dalla grazia della protagonista, una radiosa e bravissima Saoirse Ronan, capace di toccare il cuore con la forza mite del suo sguardo intenso. Garbato e speranzoso, malinconico nelle scene ambientate in Irlanda, un po' accademico nell'esaltazione ottimistica dell'America terra delle opportunità, affronta con lievezza tutta femminile tematiche importanti come l'emigrazione o l'attaccamento alle proprie radici e ci offre la prospettiva di uno sguardo dolce su un mondo nuovo tutto da scoprire, carico di promesse ma anche di contraddizioni. Ha avuto 3 candidature ai Premi Oscar: miglior film, migliore sceneggiatura e miglior attrice protagonista (Saoirse Ronan). Per amanti di un cinema caldo, sereno, decoroso e fatto con l'antico cuore dei vecchi tempi.

Voto:
voto: 3/5

District 9 (2009) di Neill Blomkamp

All'inizio degli anni '80 una enorme astronave di provenienza sconosciuta si ferma nei cieli di Johannesburg, come bloccata da una qualche avaria, e rimane lì senza dare segnali di vita per molti giorni. Dopo una snervante attesa i militari inviano un convoglio per esplorarla e all'interno scoprono migliaia di esseri alieni stremati, sofferenti e denutriti. I visitatori (subito soprannominati "gamberoni" per il loro aspetto) vengono condotti a terra e ammassati in un fatiscente ghetto recintato, pieno di sporcizia, rifiuti e lerce baracche, che viene battezzato come Distretto 9. Vent'anni dopo gli ospiti indesiderati, maltrattati e vilipesi da tutti, sono ancora reclusi nella baraccopoli, si sono moltiplicati e organizzati ma continuano ad essere trattati come esseri immondi. Siccome l'intolleranza verso di loro aumenta costantemente, il governo studia un piano per trasferirli in un altro sito, molto più isolato e distante dalla città e mette a capo dell'operazione il raccomandato Wikus Van der Merwe, che cerca di stabilire un rapporto pacifico con le creature, che di fatto considera organismi inferiori, ma senza nutrire particolare animosità. Venuto per caso a contatto con una strana sostanza di origine aliena durante la perquisizione di una baracca nel distretto 9, Wikus inizia a sentirsi male, avverte strani sintomi e si rende conto che sta subendo una sorta di mutazione genetica. Questo bel film di fantascienza neozelandese, prodotto da Peter Jackson, scritto e diretto dal sudafricano Neill Blomkamp, è stato realizzato con un budget contenuto, ma con ottime idee e risultati visivamente straordinari, effetti speciali di notevole fattura e delle ambientazioni di grande impatto, uniche nel loro genere (gli alieni stipati nella baraccopoli come miserabili profughi era una cosa che, effettivamente, non avevamo mai visto prima). E' un'opera originale, importante, coraggiosa, indignata e politicamente impegnata, in cui il plot fantascientifico viene usato come spunto immaginifico per realizzare una tagliente metafora dell'apartheid. E' anche un'appassionante pellicola sci-fi, con delle ottime scene di azione, e che risulterà gradita (anche se straniante) ai classici appassionati del genere che non potranno non ammetterne lo spiazzante senso di novità. Ma, al di sotto della patina, questo è un rigoroso film di denuncia contro razzismo, discriminazioni, xenofobia, paura e odio nei confronti di chi ci appare diverso, tutti temi moralmente rilevanti e di grandissima attualità. Il parallelo tra gli alieni del film e la capitale questione dei migranti che "invadono" ogni giorno l'occidente ricco per scappare da guerre, carestie e miseria, è lampante e risulterà chiaro anche allo spettatore più distratto. Dal punto di vista estetico Blomkamp offre un saggio delle sue capacità, adottando uno stile vibrante e frenetico, quasi documentaristico e in presa diretta nella prima parte, immergendoci realisticamente (e brutalmente) nella dura realtà della baraccopoli aliena e nel clima di astio, insofferenza e violenza che si respira nei loro confronti da parte degli umani. Grazie ad una intelligente campagna pubblicitaria virale su internet, District 9 ha avuto subito una forte visibilità, suscitando la curiosità del pubblico e riscuotendo un meritato successo al box office mondiale. Ovviamente si è subito parlato di un sequel, ma il regista ha preferito prendere tempo, dedicarsi ad altri progetti e per ora non c'è ancora nulla di concreto. Ha avuto 4 candidature agli Oscar (tra cui quella prestigiosa di miglior film), raccogliendo elogi e consensi unanimi a tutte le latitudini. Quasi uno smacco alle costosissime produzioni hollywoodiane di fantascienza, che poi si rivelano un noioso accumulo di effetti speciali fasulli e fracassoni, con dietro contenuti esili, banali e fatti con il copia e incolla.

Voto:
voto: 4/5

venerdì 24 settembre 2021

Il calamaro e la balena (The Squid and the Whale, 2005) di Noah Baumbach

I disagi emotivi e i crolli relazionali della famiglia Berkman. Bernard e Joan sono sposati da molti anni e hanno due figli adolescenti, Walt e Frank. Bernard era uno scrittore di successo, da tempo caduto nel dimenticatoio, adesso è un uomo complicato, refrattario ad accettare la sua nuova condizione e dall'ego molto ingombrante. Joan è una donna schiva e infelice, che non sopporta più il narcisismo del marito e che dà il via allo sfascio della relazione, già da troppo tempo in crisi terminale. I due si lasciano, cercano magra consolazione in squallide relazioni e i figli vivono il disfacimento familiare con rabbia, turbamento, angoscia e confusione, passando da una casa all'altra e alleandosi alternatamente con l'uno o con l'altro genitore. Intenso dramma familiare dai toni tragicomici di Noah Baumbach; ondivago, alienato, dolcemente stravagante e cinicamente malinconico. E' un film di pregevole intimismo e di lunare delicatezza, volutamente straniante nei suoi tocchi eccentrici, sospesi tra lirismo e disincanto, il racconto di una crisi analizzata dall'interno, con evidenti richiami autobiografici, e con la coerenza di chi sa perfettamente di che cosa sta parlando. Fieramente indipendente e lontano anni luce dai canoni ammiccanti di Hollywood, l'autore esplora la natura contraddittoria dei personaggi, ne abbraccia le quotidiane vicissitudini e ne mette a nudo i moti dell'animo, tra amarezza e tenerezza. A volte l'equilibrio tra commedia e dramma si interrompe, dando vita a situazioni artefatte o qualche cliché di troppo. Ma quando il racconto si consegna alle sensazioni emotive dei figli (in particolare di Walt, autentico alter-ego del regista, dal sapore truffautiano), il film diventa straordinario: un parabola in soggettiva che demistifica la famiglia borghese e rimarca il malessere adolescenziale, mettendo lo spettatore di fronte a grandi domande che, quasi sempre, non hanno risposta. E' anche un film di attori, tutti bravissimi: da Jesse Eisenberg a Laura Linney, ma con Jeff Daniels superlativo, in quella che è, probabilmente, la migliore interpretazione della sua carriera. Snobbata dal grande pubblico, adorata dai critici e dai cinefili, la pellicola ha avuto una candidatura agli Oscar per la migliore sceneggiatura (di Noah Baumbach). Da segnalare nel commento musicale, sempre molto importante nelle opere dell'autore, la presenza del brano "Hey You" dei Pink Floyd, che è il vero e proprio motivo conduttore.

Voto:
voto: 3,5/5

Il mercante di Venezia (The Merchant of Venice, 2004) di Michael Radford

Nella Venezia di fine '500 l'ebreo Shylock è l'uomo più ricco della città e anche il più odiato, sia per la sua proverbiale avarizia, sia per il carattere spigoloso, sia per i pregiudizi antisemiti. Il giovane Bassanio, squattrinato e innamorato della bella Porzia, ragazza di nobile famiglia, chiede una grossa somma in denaro al suo caro amico Antonio, benestante armatore navale che però non possiede la liquidità necessaria, avendo investito quasi tutto in navi e merci. Bassanio ha bisogno dei soldi per poter competere con i ricchi corteggiatori di Porzia, suoi rivali. Deciso ad aiutarlo ad ogni costo, il generoso Antonio è costretto a chiedere un prestito al detestato Shylock che, per vendicarsi delle offese ricevute in passato, gli impone una condizione terribile: se l'intero importo non gli verrà restituito in tre mesi, egli pretenderà una intera libbra di carne da tagliare personalmente dal corpo di Antonio. Quando una terribile tempesta fa naufragare quasi tutte le sue navi, il destino di Antonio sembra segnato, anche perchè Shylock è impassibile alle tante richieste di clemenza che gli giungono da più parti e pretende la sua vendetta in carne e sangue. Ennesimo adattamento cinematografico, scritto e diretto da Michael Radford, della celebre opera teatrale omonima di William Shakespeare (in totale se ne contano ben 37 versioni tra pellicole per il cinema o per la televisione). La messa in scena de Il mercante di Venezia è sempre stata accompagnata da remore, controversie e timori per i suoi contenuti che mostrano senza mezzi termini l'odio viscerale tra "gentili" e "giudei", una questione che molti continuano ad avvertire come "pericolosa" dopo i tragici eventi della Shoah. Al di là di queste considerazioni, è evidente che si sta parlando di arte (e di livello eccelso) e di un periodo storico ben preciso in cui ciò che viene raccontato era all'ordine del giorno, e questo basta e avanza a sgomberare il campo da ogni possibile illazione faziosa. Radford, regista britannico eclettico e sensibile, sceglie la strada dell'adattamento fedele, mantenendo bassi i toni politici e puntando tutto sull'opulenza della ricostruzione scenografica, sulla sontuosità dei costumi, sul fascino delle ambientazioni, sulle atmosfere decadenti e sulla recitazione degli attori. Eccellenti i due protagonisti, Al Pacino e Jeremy Irons, che si affrontano (come i rispettivi personaggi) in una bella gara di recitazione, sgomitando per la palma del più bravo. Alla fine la spunta, ai punti, Al Pacino, che avrebbe sicuramente meritato una maggiore attenzione nella stagione dei premi cinematografici. Complessivamente però il film risulta un po' troppo accademico, lambiccato e artificioso, incerto nel finale, spesso indeciso se abbracciare totalmente una dimensione teatrale (ovvero basata sulla parola) o indulgere in quella cinematografica (affidandosi alle immagini). E' sicuramente un'opera di buon livello, anche se a volte un po' macchinosa. Le riprese si sono svolte nei luoghi reali, tra Venezia e la provincia di Vicenza.
 
Voto:
voto: 3/5