mercoledì 16 marzo 2022

Una famiglia vincente - King Richard (King Richard, 2021) di Reinaldo Marcus Green

Nei primi anni '90, a Compton, degradato ghetto afroamericano all'estrema periferia di Los Angeles, la famiglia Williams (formata dal padre Richard, sua moglie Brandy e 5 splendide figlie femmine di cui due, Venus e Serena, nate dalla coppie e 3 da un precedente matrimonio di Brandy) si adopera febbrilmente per educare al meglio le ragazze, farle crescere in modo sano e tenerle lontane dai molti pericoli del quartiere, rifugio abituale di gang di strada, spacciatori e criminali di ogni genere. Richard, uomo testardo, risoluto e tutto d'un pezzo, che ha sofferto molte vessazioni nella sua vita, è ossessionato dal tennis, che lui è riuscito a praticare solo a infimi livelli, ed ha stilato da anni un rigoroso "piano" di allenamento (da lui trascritto rigorosamente su numerose pagine) per far diventare Venus e Serena future campionesse del tennis. A causa delle ristrettezze economiche familiari l'uomo si adopera, con pittoresco entusiasmo e incrollabile dedizione, per convincere un allenatore prestigioso a fare da insegnante "pro bono" alle sue figlie, scontrandosi con la dura realtà di una società razzista e meschina e di uno sport elitario come il tennis, che è sempre stato ad esclusivo appannaggio dei bianchi di alto rango sociale. Dimostrando una volontà di ferro, una fede assoluta nel suo "piano" e seguito alla lettera, anche nelle sue pedanti bizzarrie, da tutta la sua famiglia, Richard riesce a trovare uno spiraglio, facendo entrare la figlia maggiore, Venus, in un prestigioso club tennistico. Questo sarà solo il primo passo di un incredibile percorso di crescita sportiva, i cui strabilianti esiti supereranno ogni aspettativa. Tranne quelle del sognatore indefesso Richard, che vedrà la realizzazione di quello in cui lui aveva sempre tenacemente creduto. Questo dramma biografico sportivo di Reinaldo Marcus Green è ispirato, con sufficiente realismo e qualche inevitabile deriva romanzata, alla storia vera di Venus e Serena Williams, due leggende del tennis mondiale, nonché le prime donne di colore a raggiungere (e mantenere a lungo) i vertici di questo sport. In particolare la seconda, la sorella minore Serena, cresciuta all'ombra di Venus e sportivamente "sbocciata" qualche anno dopo, viene da molti considerata la più grande tennista di tutti i tempi, o, in ogni caso, una delle prime 3 in assoluto. Nonostante le buone interpretazioni del cast principale (in cui spiccano Will Smith, Saniyya Sidney e soprattutto Aunjanue Ellis nel ruolo della madre) ed un montaggio di vivace agilità che consente di non percepire con pesantezza una lunghezza un po' eccessiva, il film presenta tutti i difetti tipici dei biopic americani: retorica edificante, agiografia monotematica del protagonista, semplificazioni manicheistiche, enfasi sentimentale, semplificazioni volte ad emozionare con ruffianeria la maggioranza del pubblico. Ne vien fuori un ritratto celebrativo a tesi che, più che rivolto al tennis o alle due "reali protagoniste" (Venus e Serena), è accentrato (come da titolo originale) sulla figura carismatica e sui generis del capo famiglia, il "re Richard", padre, "padrone", mentore, allenatore, guida e riferimento delle due talentuose ragazze e del suo intero nucleo familiare. La presenza di Will Smith e delle due vere sorelle Williams in qualità di coproduttori della pellicola, dovrebbe già bastare a capire come tutto sia stato controllato, vidimato e costruito ad arte per raggiungere il suo scopo, ovvero dare a Richard Williams i meriti postumi e il tributo di rito. Will Smith, che da un po' di anni era uscito dal favore dei riflettori di Hollywood, si è cucito addosso un ruolo perfettamente nelle sue corde e la sua notevole interpretazione lo ha posto come favorito principale per la vittoria agli imminenti Oscar 2022 nella categoria di miglior attore (in cui, per adesso, ha ottenuto la sua terza nomination della carriera). Il film, che ha tutti gli ingredienti per conquistare facilmente il pubblico, ha avuto ben 6 candidature agli Academy Awards, tra cui miglior film, migliore sceneggiatura e due agli attori, Will Smith e l'intensa Aunjanue Ellis. Le importanti questioni sociali come il razzismo ed il classismo vengono affrontate in maniera superficiale, badando più alla veemenza di facile presa che alla sottigliezza di sfumature, in perfetto stile delle biografie made in Hollywood. Questa clamorosa vicenda umana di riscatto, di caparbietà, di rigore morale, di disciplina e di talento, ovvero il passaggio da uno squallido ghetto nero al tetto mondiale dello sport, avrebbe sicuramente meritato ben altro spessore ed un approccio più arguto.
 
Voto:
voto: 2,5/5

lunedì 14 marzo 2022

Oscar insanguinato (Theater of Blood, 1973) di Douglas Hickox

Edward Lionheart è un grande attore shakespeariano di teatro, egocentrico, intransigente e purista. Giunto ormai alla fine di una gloriosa carriera si vede negare da una commissione di critici snob il più importante premio teatrale esistente, che a suo giudizio gli spettava di diritto. Umiliato dal verdetto della giuria, Lionheart finge il suicidio gettandosi da un palazzo nel Tamigi, sparisce dalla circolazione per un po' e organizza una sanguinosa vendetta: uccidere tutti coloro che ne hanno offeso la reputazione inscenando i delitti più efferati presenti nelle opere di Shakespeare. Sulla scia del successo dello splendido L'abominevole Dr. Phibes (The Abominable Dr. Phibes, 1971) di Robert Fuest, che rilanciò alla grande la carriera di Vincent Price come icona del genere horror, il regista Douglas Hickox fu chiamato a dirigere questo nuovo gioiello "made in England" che, pur non avendo nulla a che vedere (a parte il protagonista) con il film precedente, ne ricalca l'ingegnoso meccanismo cervellotico della catena di delitti seriali macabri e ritualizzati. Ne accentua però ulteriormente lo stile elegante, le atmosfere stranianti e la natura tragicomica, attraverso un sapiente utilizzo di ironia nera a profusione che diventa irresistibile grazie alla performance monumentale di Vincent Price. Il grande attore sciorina il meglio del suo repertorio e del suo carisma di affabulatore, riuscendo ad essere al tempo stesso teatrale, affascinante, spaventoso, circense e sulfureo in un esercizio di altissima abilità grottesca. Il suo Edward Lionheart è l'anima di questo stravagante horror che si colloca indubbiamente tra i vertici della black comedy britannica, ed il resto lo fanno la cura della messa in scena, la truce fantasia dei delitti ed una notevole dose di effetti gore che lo rendono un prodotto assolutamente sui generis per la forte contaminazioni di stili e la tenuta omogenea dell'impianto estetico. Memorabili i deliranti monologhi di Lionheart/Price e le uccisioni ispirate al "Cimbelino" o al "Tito Andronico" del bardo. Ottime le prove anche del resto del cast tra cui citiamo Diana Rigg, Ian Hendry, Harry Andrews, Coral Browne, Robert Coote. Vincent Price ha sempre dichiarato nelle interviste che questo era il suo film preferito tra quelli da lui interpretati. La visione in lingua originale è preferibile, per godere appieno dell'interpretazione dell'attore e della sua capacità di modulazione della voce. Va steso un velo pietoso sulla maldestra traduzione italiana del titolo: l'Oscar non ha nulla a che vedere nè con il teatro nè con l'Inghilterra.

Voto:
voto: 3,5/5

domenica 13 marzo 2022

La mummia (The Mummy, 1959) di Terence Fisher

In Egitto una squadra archeologica inglese scopre la tomba della principessa Ananka, che contiene il suo corpo mummificato. Il capo della spedizione, Banning, entra per primo nel sepolcro e inizia a leggere un antico papiro, ignaro dell'antica maledizione che grava sul luogo. Come effetto della parole da lui pronunciate ad alta voce, una seconda mummia nascosta in un interstizio della cripta riprende vita dopo millenni: si tratta del sacerdote Kharis, che aveva amato Ananka con tutto sè stesso e aveva cercato di risvegliarla dopo la sua morte precoce attraverso un oscuro rituale. Per questo motivo era stato condannato, maledetto e sepolto vivo insieme al corpo di lei, per vegliare sul suo sonno eterno. La mummia rediviva brama la sua vendetta e inizia a uccidere tutti i membri della spedizione profanatrice. Dopo la loro fuga in Inghilterra, la mostruosa creatura infernale li segue anche lì, con l'aiuto di un invasato assistente. Questo horror della Hammer è uno dei classici meglio riusciti nell'opulenta filmografia della casa di produzione britannica. Si pone come il remake diretto de La mummia (The Mummy, 1932), prodotto dalla Universal, diretto da Karl Freund e con il grande Boris Karloff sotto le bende della diabolica creatura. Ma, per gli elementi della trama e per la presenza di Kharis in luogo di Imhotep, si ispira maggiormente ai 4 sequel che la Universal realizzò tra il 1940 e il 1944. E' un film elegante ed accurato, splendido nell'impaginazione estetica, nella bellezza delle scenografie e nella caratterizzazione dei personaggi. Si avvale del formidabile "tris d'assi" della Hammer: il regista Terence Fisher e gli attori Peter Cushing e Christopher Lee, rispettivamente nei panni dell'archeologo John Banning e della mummia. Lee riconferma le sue grandi doti di icona del genere horror e la sua caratterizzazione del "mostro" è, come al solito, efficace e spaventosa. Dopo una prima fase un po' verbosa e densa di spiegazioni, l'azione prende le mosse e la seconda parte della pellicola sa regalare brividi, tensione e momenti di grande impatto. Come d'abitudine per la Hammer, il film diede inizio ad una piccola saga dedicata alla mummia, con 3 seguiti realizzati tra il 1964 e il 1971, ma tutti nettamente inferiori rispetto a questo piccolo gioiellino del '59 (anche per l'assenza dell'affidabile trio Fisher-Lee-Cushing). Menzione al merito anche per la fotografia di Jack Asher, le musiche di Franz Reizenstein e le scenografie di Bernard Robinson, che evidenziano quanto fossero artisticamente rifiniti i primi lavori della Hammer.

Voto:
voto: 3,5/5

Dracula il vampiro (Dracula, 1958) di Terence Fisher

Dal celebre romanzo omonimo di Bram Stoker, pubblicato nel 1897 e divenuto un grande classico della letteratura horror. Il giovane Jonathan Harker, in missione per conto del dottor Abraham Van Helsing, si fa assumere come bibliotecario nel castello del famigerato conte Dracula in Transilvania. Come sospettato da Van Helsing, Dracula è un vampiro, una creatura infernale assetata di sangue dotata di poteri soprannaturali e capace di propagare il suo "morbo" attraverso il morso. Harker finisce vampirizzato e il diabolico conte mette gli occhi sulla sua fidanzata, Lucy, di cui intende fare la sua sposa. Il fratello di lei e Van Helsing, giunto sul posto, cercheranno di salvarla combattendo il mostro con ogni mezzo. Gli adattamenti cinematografici del libro di Stoker sono stati molteplici, per non parlare poi delle opere derivate dedicate alla figura del "re dei vampiri": tra film per il cinema, film televisivi, sceneggiati, parodie, epigoni e varianti di ogni tipo se ne contano oltre 120. Questo della Hammer Film Productions, diretto da Terence Fisher e scritto da Jimmy Sangster, è uno di quelli meglio riusciti, una pietra miliare del genere vampiresco che tutti gli appassionati dovrebbero obbligatoriamente vedere almeno una volta. La Hammer è stata una casa di produzione britannica che, dalla fine degli anni '50 e per almeno due decenni successivi, divenne famosa per i suoi horror, riprendendo e attualizzando (a cominciare dall'uso espressivo del colore) molti classici del genere già portati al cinema dalla americana Universal negli anni '30. In questo caso il punto di riferimento inevitabile è Dracula (1931) di Tod Browning, targato Universal e con Bela Lugosi nei panni del conte vampiro. Questa versione del '58 è il fiore all'occhiello della storia della Hammer, che per l'occasione mise in campo il suo "dream team": Terence Fisher alla regia, Christopher Lee e Peter Cushing (che divennero rapidamente attori iconici del genere) nei panni di Dracula e della sua nemesi Van Helsing. Il film ebbe uno straordinario successo di pubblico, rinverdì l'oscuro mito del vampiro, terrorizzò gli spettatori di mezzo mondo e definì l'iconografia moderna di Dracula (ormai implicitamente accettata da tutti): cominciando dagli aguzzi canini retrattili, alla visione esplicita del sangue (reso incredibilmente impressionante dall'innovativo utilizzo del technicolor), fino all'aspetto del conte nella sua miscela di perversa sensualità erotica e di truce orripilanza. Il Dracula "seduttore", che prima esercita una diabolica malia sessuale sulle donne per attirarle a sè e poi si nutre avidamente del loro sangue, è nato con questo film. Molto si deve ovviamente all'interpretazione leggendaria di Christopher Lee, che non riuscirà mai più a togliersi di dosso, dopo questo film, il mantello e i canini del vampiro, rimanendo per sempre legato nella memoria del pubblico a questo personaggio. Il grande attore londinese interpreterà, quasi inevitabilmente, lo spaventoso protagonista in tutti i 7 seguiti ufficiali di questa pellicola, tutti prodotti dalla Hammer nel periodo tra il 1966 e il 1976. I patiti dell'horror classico sono eternamente divisi sulla difficile scelta del Dracula migliore, tra quello "elegante" di Bela Lugosi e quello "efferato" di Christopher Lee. La scelta è ardua ed ognuno ha il suo punto di vista, ma è indubbio che la caratterizzazione di Lee è quella che ha segnato più profondamente la ritrattistica del vampiro moderno. La pellicola di Terence Fisher si avvale di numerosi pregi: un ritmo dinamico senza tempi morti, una cura dettagliata delle ambientazioni e dei costumi, il definitivo abbandono del vecchio "romanticismo" melodrammatico legato alla figura del barone vampiro (qui mostrato senza indulgenze come un mostro seducente collegato al sangue), la magia scioccante del technicolor (adesso la cosa può apparire ridicola, ma il pubblico dell'epoca rimase profondamente turbato dalla visione abbondante del rosso del sangue), l'efficace "realismo" lugubre di molte scene. Nonostante le molteplici variazioni rispetto al romanzo ispiratore, il film si mantiene estremamente fedele alla sua essenza ed al suo spirito, soprattutto nella forte scelta di mostrare Dracula (per la prima volta al cinema) come feroce predatore sessuale, creando un evidente sottinteso erotico nell'abbandono con cui le sue vittime femminili gli offrono il collo, rendendosi volutamente inermi in una sorta di estasi carnale ai voleri del mostro. La connessione inconscia tra sessualità e vampirismo toccò nel profondo l'immaginazione degli spettatori, solleticando tematiche "proibite" che all'epoca non potevano essere declamate troppo apertamente senza suscitare "scandalo", e questa fu una delle chiavi decisive del grande successo del film. Analogamente l'allusione "peccaminosa" alla complicità che si instaura tra la vittima e il famelico conte viene sottilmente rappresentata, contribuendo ad aumentare la fascinazione "proibita": Dracula incarna l'istinto sessuale ed è collegato alla notte, al mistero, al male; non entra dalla porta ma dalla finestra, come una tentazione strisciante che si vorrebbe tener fuori ma che risulta troppo forte per potergli resistere. E le sue vittime "preferite" sono, non a caso, donne, ovvero figure che, secondo la morale bacchettona della società vittoriana d'epoca, dovrebbero scegliere necessariamente una nevrotica autocensura delle proprie pulsioni carnali. Molti sociologi stabilirono, a posteriori, una netta connessione tra il perbenismo britannico di quegli anni e il successo popolare della pellicola, come prova di inconscia reazione "trasgressiva". Dovrebbe far riflettere il fatto che il Dracula di Christopher Lee rimane in scena per un minutaggio complessivo di appena 9 minuti in totale (su una durata di 82) e, nondimeno, riesce a risultare assoluto protagonista, aumentando i meriti della performance dell'attore. Da menzionare altresì anche la grande prova di Peter Cushing, autoritario e pietoso, senza dubbio il più carismatico Van Helsing apparso sul grande schermo. Della grande "avventura" produttiva della Hammer, che invero sfornò anche numerose opere men che mediocri, ma ebbe l'indubbio merito di sdoganare definitivamente il genere horror in Europa, decretandone un notevole successo commerciale, questo film del '58 di Terence Fisher fu sicuramente il vertice più alto, seguito a ruota da La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein, 1957), sempre con il trio Fisher-Lee-Cushing. Tuttavia, al netto dell'importanza storica, va riconosciuto che l'interpretazione di Christopher Lee nei panni della creatura creata dal barone Victor Frankenstein è assai meno convincente rispetto a quella di Dracula.
 
Voto:
voto: 3,5/5

sabato 12 marzo 2022

Darling (1965) di John Schlesinger

Nella Londra modaiola degli anni '60 Diane Scott è una giovane fotomodella tutto pepe, bellissima, spudorata e ossessionata dal successo da ottenere a tutti i costi. Asfissiata da un matrimonio infelice, la procace ragazza abbandona il tetto coniugale e si concede a corteggiatori ricchi e potenti per realizzare la scalata sociale. Leggiadra e irrequieta, passa da un giornalista televisivo, che perde la testa e molla tutto per lei, ad un famoso magnate che la introduce nel mondo "dorato" dello spettacolo, facendola esordire nel cinema. Poi finisce invischiata con un aristocratico italiano e si trova a ripensare sugli esiti della sua vita. Spigliato dramma sentimentale con retrogusto amaro di John Schlesinger, che lo ha anche scritto insieme a Frederic Raphael e Joseph Janni. Ebbe grande successo di pubblico e critica e fece incetta di premi nelle più popolari manifestazioni cinematografiche (Oscar, Golden Globe, BAFTA Awards). E' uno degli esponenti più noti e celebrati del così detto "free cinema" inglese e strizza l'occhio, non senza patinata ruffianeria, alle tendenze della Nouvelle Vague che spopolavano in quel periodo. Un po' sopravvalutato e non esente da indulgenze leziose, vale soprattutto come variopinto documento storico di costume del clima della "Swinging London", di cui seppe catturare con abile furbizia espressiva il fascino estetico e la maliziosa leggerezza, soprattutto in relazione all'emancipazione femminile, attraverso un'immagine della donna liberamente trasgressiva e sessualmente aggressiva, un mutamento radicale di ruolo che scandalizzò inevitabilmente i benpensanti. Dal punto di vista della critica al così detto "mito" dell'arrampicata sociale, il film risulta invece più canonico che pungente e la rappresentazione dell'alta borghesia britannica, inamidata e annoiata, è fin troppo indulgente. Anche il finale, soprattutto ad una visione odierna, può essere letto come espressione di implicito moralismo e velato di sottaciuta misoginia. Bravissimi gli attori, da Dirk Bogarde a Laurence Harvey, ma la vera sorpresa è la radiosa Julie Christie, bella come il sole e perfetta nel suo mix di sensualità e fragilità, che divenne un'icona di bellezza, di libertà e di moda (le sue minigonne colpirono fortemente l'immaginazione di uomini e donne in tutto il mondo), affermandosi prepotentemente come nuova star di Hollywood, anche grazie alla vittoria dell'Oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione di Diane Scott. Non c'è alcun dubbio che il 1965 fu il suo anno trionfale, in cui entrò nel cuore del pubblico internazionale sia grazie a questo film che al pluripremiato melodramma Il dottor Zivago (Doctor Zhivago, 1965) di David Lean, dove la Christie interpreta la dolce Lara, che commosse i romanticoni di ogni latitudine. Darling vinse in tutto tre premi Oscar: all'attrice, alla sceneggiatura ed ai costumi di Julie Harris. Delle tre collaborazioni tra Schlesinger e la Christie questa è sicuramente quella più riuscita. Nel film fa una piccola apparizione la giovanissima Silvia Dionisio, attrice e modella romana che assunse una certa notorietà negli anni '70 come sexy starlet del nostro cinema di genere.

Voto:
voto: 3/5

Belfagor - Il fantasma del Louvre (Belphégor - Le fantôme du Louvre, 2001) di Jean-Paul Salomé

Nei sotterranei del Louvre viene ritrovato un antico sarcofago egiziano contenente la mummia di un principe chiamato Belfagor. Glenda Spencer, famosa studiosa inglese dell'antico Egitto, riceve l'incarico di studiare il reperto ma si accorge subito che qualcosa di inquietante sta per accadere. Dopo millenni lo spirito del principe si risveglia e possiede il corpo di Lisa, una giovane donna che gestisce un negozio di souvenir vicino al museo e che è entrata di soppiatto, di notte, nel suo interno. Mentre il fantasma di Belfagor semina il terrore all'interno del Louvre, l'anziano commissario Verlac inizia a indagare sulla vicenda e la ricollega ad un vecchio caso insoluto degli anni '60. Remake modernizzato, di produzione francese ma realizzato "all'americana", di un super classico della storia della televisione: lo sceneggiato di culto "Belfagor o Il fantasma del Louvre" andato in onda per la prima volta nel 1965, in 4 puntate, sulla tv pubblica francese ORTF. La miniserie ebbe uno straordinario successo di pubblico e di critica e venne trasmessa anche dalla nostra RAI (la prima volta nell'estate del 1966 in 6 puntate), bissando e addirittura superando il riscontro positivo. Divenne rapidamente un fenomeno popolare, fu replicato diverse volte per tutti gli anni '70 e terrorizzò gli adolescenti dell'epoca, entrando nell'immaginario collettivo come icona del genere horror. L'immagine di Belfagor che si aggira di notte silenzioso, con il suo costume inquietante, nelle grandi sale deserte del più famoso museo del mondo, ha turbato a lungo i sogni di almeno una generazione. Peccato che questo rifacimento, oggettivamente eseguito con la mano sinistra e senza alcun rispetto nei riguardi del modello di ispirazione, sia una delusione sotto tutti i punti di vista, nonostante il cast imponente (Sophie Marceau, Michel Serrault, Frédéric Diefenthal, Julie Christie, Jean-François Balmer) e il budget notevole investito negli effetti speciali (che risultano però invadenti, fasulli e talvolta pacchiani). I nostalgici appassionati della serie in bianco e nero farebbero meglio ad evitarlo come la peste, perché la loro costernazione nel confronto impietoso con l'originale sarà ancora maggiore. Le atmosfere occulte, la fascinazione misteriosa, la cupezza minacciosa e la tensione sottile presenti nello sceneggiato del '65 sono del tutto sparite, annegate tra artificiosi effetti visivi, dialoghi risibili, situazioni scontate e persino qualche sequenza "scult" di ridicolo involontario. C'è davvero pochissimo da salvare: la bellezza imponente dei saloni e dei corridoi del Louvre che sono un set cinematografico straordinario e le buone interpretazioni di Michel Serrault e Julie Christie, il cui talento emerge cristallino nelle scene in cui recitano insieme. L'operazione ricorda, anzi peggiora di molto, per i suoi esiti maldestri e pasticcioni, quella eseguita da Hollywood sul classico horror "La mummia".

Voto:
voto: 1,5/5

venerdì 11 marzo 2022

La fidélité (2000) di Andrzej Zulawski

La fotografa Clélia, molto apprezzata nel suo ambiente per la sua abilità, viene assunta da Lucien Macroi, ricco magnate della stampa scandalistica, ma riesce a sottrarsi al suo corteggiamento asfissiante. Clélia finisce per sposare il raffinato editore Clèves, invero più per ammirazione e riconoscenza che per amore, ma la sua fedeltà viene messa a dura prova dall'incontro fatale con il tormentato Nemo, reporter d'assalto che vive la sua vita all'eccesso e con cui, un tempo, c'era già stato del tenero. Questo tesissimo melodramma ad effetto, scritto e diretto da Andrzej Zulawski e liberamente ispirato al romanzo "La principessa di Clèves" di Madame de La Fayette, segna la quarta e ultima collaborazione tra il regista e la sua "musa"  (e all'epoca compagna di vita) Sophie Marceau. Ben interpretato da un cast in gran forma, che oltre alla diva francese vede la presenza di Pascal Greggory, Guillaume Canet, Magali Noël e Michel Subor, è un film lungo, intenso, complesso, cupamente "romantico" alla maniera dell'autore, denso di spunti, di intrecci, di sottotesti impegnati e di lampi di critica sociale, pur rimanendo estremamente fedele all'idea di cinema di Zulawski, in bilico sui confini dell'estremo, del metafisico e del turpe. E' uno dei film più equilibrati dell'autore polacco, un ritratto psico-sentimentale costruito sui dissidi: tra fedeltà e desiderio, borghesia e anarchia, messe a fuoco e sfocature, anima e carne, violenza e tenerezza. L'espediente della fotografia è una sorta di "terzo occhio" che costruisce un ulteriore livello privilegiato attraverso cui lo sguardo del regista ispeziona, analizza, accarezza, fruga e mette a nudo il corpo, le pulsioni e i tormenti interiori della sua protagonista, costruendo percorsi arcani e dedali tortuosi, a base di allegorie, esasperazioni, perlustrazioni, all'insegna di un feticismo visivo eseguito con geometrica precisione. Gli svariati virtuosismi stilistici nel racconto per immagini e nelle inquadrature, rendono perfettamente il senso di sbandamento emotivo, l'angoscia interiore, l'intimo disagio di Clélia che è tanto audace e sicura di sè quando impugna la macchina fotografica, quanto disarmata e confusa nella vita sentimentale. Distribuito in Italia con 2 anni di ritardo, questo ennesimo ritratto di Zulawski su quella violenta "follia" che è l'amore, ne declina un inno, incandescente e problematico, che vede nell'arte l'unica estrema possibilità di salvezza, la prospettiva illuminata che consente alle passioni di liberarsi dal giogo delle convenzioni moralistiche e di librarsi leggere, nella loro tragica bellezza, anche solo per un attimo, per un fugace battito di ciglia, come in uno scatto fotografico.

Voto:
voto: 3,5/5

Amour braque - Amore balordo (L'amour braque, 1985) di Andrzej Zulawski

Il truce Mickey è un rapinatore francese che lavora al soldo dei fratelli Venin, spietati capi di una banda di criminali senza scrupoli che gestiscono il racket della droga e della prostituzione. A bordo di un treno che lo riporta a Parigi, Mickey conosce e prende in simpatia Léon, un fuggiasco ungherese di nobili origini e con disturbi mentali. Giunti a destinazione, l'uomo introduce Léon nel suo ambiente e lo presenta alla sua ragazza, la bella Marie, vessata dalle angherie dei Venin. Tra Marie e Léon esplode una passione incontenibile che avrà sanguinose conseguenze. Sesto lungometraggio del visionario Andrzej Zulawski, polacco nato in Ucraina ma francese di adozione. Questo truce melodramma gangsteristico, liberamente ispirato al celebre capolavoro letterario "L'Idiota" di Fëdor Dostoevskij, è il quarto film francese del controverso autore ed il primo con protagonista Sophie Marceau, l'ex ragazzina romantica de Il tempo delle mele (La boum, 1980), che diventerà, dopo questo film, la sua attrice feticcio, la sua musa e la sua donna per circa 16 anni. L'incontro artistico con Zulawski è stato decisivo e fondamentale per la Marceau, imprimendo alla sua carriera una svolta cruciale ed una crescita improvvisa, spazzando via la sua reputazione di sdolcinata interprete di commedie sentimentali. Solo un regista "folle" come Zulawski poteva trasformare l'idea di base del romanzo di Dostoevskij in un delirio nevrotico, esagitato, convulso e sopra le righe a base di violenza, sesso, sangue e azione frenetica. Una love story torbida, eroticamente conturbante e intrinsecamente "maledetta" sullo sfondo caotico della malavita parigina degli anni '80. Il risultato è un film isterico e diseguale, ideologicamente vulcanico e moralmente abbietto, carico di energia e di fascino oscuro, a tratti parossistico nella sua furia barocca e nella sua costante ricerca dell'eccesso, ma anche ricco di intuizioni, di sequenze cinematograficamente potenti e capace di rimanere in funambolico equilibrio sul filo teso di un cupo grottesco. Può essere visto come una giostra spericolata che contiene tutto il meglio e tutto il peggio dell'estetica di Zulawski. Accanto alla Marceau vanno segnalati Francis Huster e Tchéky Karyo, molto bravi a tratteggiare i rispettivi personaggi. In Italia la censura dell'epoca sforbiciò molte sequenze della pellicola, ritenendole troppo "spinte", ma l'originale è fortunatamente recuperabile (anche in versione doppiata) nella completa edizione in DVD uscita nel 2008.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 10 marzo 2022

Enrico V (Henry V, 1989) di Kenneth Branagh

Nell'Inghilterra del 1415 il giovane re Enrico V Plantageneto, retto e risoluto, viene spinto dall'influenza delle autorità ecclesiastiche e dalla sua corte di consiglieri all'impresa dell'invasione militare della Francia, rivendicando un suo presunto antico diritto sul trono francese, attualmente in possesso del sovrano Carlo VI. La campagna bellica si rivela ben presto difficile oltre ogni previsione ed Enrico deve affrontare un nemico enormemente soverchiante nel numero di forze in campo, ma anche una serie di congiure interne. Tuttavia l'eroismo degli inglesi e la fiera tenacia del loro re li porterà ad una incredibile vittoria nella memorabile battaglia di Azincourt, che farà salire Enrico V agli onori della gloria, aprendogli la strada verso un matrimonio politico con la figlia di Carlo VI e la conquista del trono di Francia. Folgorante esordio in cabina di regia di Kenneth Branagh, qui nella tripla veste di regista, sceneggiatore e attore protagonista. Considerato da molti un giovane prodigio del cinema e del teatro britannico, grande appassionato e conoscitore di Shakespeare che ha mosso i suoi primi passi sulle orme del suo nume tutelare, il leggendario Laurence Olivier, Branagh viene generalmente visto in patria come il suo naturale "erede", non senza benevola esagerazione. E non è un caso che la sua opera prima, tratta dall'omonimo dramma storico shakespeariano, sia proprio il rifacimento del capolavoro Enrico V (The Chronicle History of King Henry the Fiftth with His Battle Fought at Agincourt in France, 1944), diretto e interpretato da Laurence Olivier e rimasto impresso nella storia del cinema britannico. La versione di Branagh è meno epica e meno grandiosa, ma più furiosa, tetra, brutale, svelta e vicina alla sensibilità moderna. Sia nelle ruvide sequenze di battaglia che nel disegno psicologico dei personaggi, il nuovo Enrico V appare più scattante e schietto, molto fedele al testo "sacro" del Bardo ma esteticamente cupo e ideologicamente appassionato. Un po' debole nel finale alleggerito da indulgenze romantiche, si avvale però di alcune sequenze notevoli, di una trascinante frenesia e della pregevole invenzione del "Coro" ridotto ad un unico personaggio (lo straordinario Derek Jacobi), una sorta di narratore collocato in tempo moderno che, rivolgendosi direttamente agli spettatori, introduce, spiega e sostiene l'azione, accompagnando le immagini con monologhi di stampo teatrale. Di grande livello il cast, che, oltre a Branagh e Jacobi, vede in scena Brian Blessed, Ian Holm, Robbie Coltrane, Judi Dench, Richard Briers, Richard Easton, Emma Thompson (all'epoca moglie del regista) ed un giovanissimo Christian Bale. Il film ebbe tre nomination agli Oscar (tra cui miglior regia e miglior attore protagonista per Kenneth Branagh) e vinse la statuetta per i migliori costumi di Phyllis Dalton, al suo secondo Oscar dopo quello già ottenuto per Il dottor Zivago (Doctor Zhivago, 1965) di David Lean.
 
Voto:
voto: 3,5/5