domenica 24 aprile 2022

Le divorce - Americane a Parigi (Le divorce, 2003) di James Ivory

Dal romanzo omonimo di Diane Johnson, scrittrice dell'Illinois "adottata" dalla Francia. Isabel Walker, biondina americana tutto pepe, sbarca a Parigi per stare vicino a sua sorella Roxanne, incinta e depressa per un matrimonio infelice ormai sull'orlo del fallimento. Affascinata dallo stile di vita gaudente e modaiolo della capitale francese, Isabel si fa sedurre dall'affascinante cognato della sorella, facendo nascere ulteriori tensioni all'interno della famiglia. Sgangherata commedia melodrammatica di James Ivory, che ha anche curato la sceneggiatura insieme a Ruth Prawer Jhabvala. L'intenzione del più british tra i registi statunitensi era, probabilmente, quella di realizzare un revival della vecchia commedia sofisticata hollywoodiana, tutta giocata sul filo dei contrasti familiari tra due sorelle caratterialmente molto diverse e delle proverbiali differenze tra americani ed europei. Ma il risultato è un film fiacco e scialbo, a tratti irritante per la sua superficialità, in cui è praticamente impossibile riconoscere il tocco elegante dell'autore e la sua propensione al raffinato decor illustrativo. E', senza dubbio, il peggior risultato ottenuto dal regista, una innocua commediola rosa che indulge nel fotoromanzo televisivo, carica di stereotipi e di indulgenze sentimentali, che poi vira in un improbabile dramma giallo dai toni bizzarri nello strampalato finale, che ha un sapore del tutto posticcio. Malamente sprecato il grande cast femminile, che annovera nomi eccellenti come Kate Hudson, Naomi Watts, Leslie Caron e Glenn Close, che sembra girovagare a vuoto sull'onda di un'inerzia apatica stracolma di facili cliché. Tra una Hudson esuberante e solare ed una Watts ombrosa e frustrata, l'unico vero vincitore è il fascino indubbio delle ambientazioni parigine. Ma è davvero troppo poco, specialmente per un regista come Ivory.

Voto:
voto: 2/5

Stay - Nel labirinto della mente (Stay, 2005) di Marc Forster

Il giovane Henry Letham, emotivamente instabile e ossessionato dai sensi di colpa per la morte dei suoi genitori, minaccia di suicidarsi al compimento dei suoi 21 anni. Lo psicologo Sam Foster, che ha il ragazzo come paziente, si appassiona al caso e cerca in tutti i modi di aiutarlo, anche perchè la sua compagna, Lila, è sopravvissuta ad un tentato suicidio scuotendo la sua coscienza nel profondo. Nel tentativo di investigare sulle origini del male di vivere che attanaglia Henry, Sam intraprende un viaggio oscuro nel cuore nero di una New York da incubo. Cupo thriller psicologico dalle suggestioni oniriche e dal fascino torbido, diretto con buon mestiere da Marc Forster, che pone il suo estro visionario al servizio di una sceneggiatura un po' artificiosa scritta da David Benioff e del talento dei tre interpreti principali (Ewan McGregor, Naomi Watts, Ryan Gosling), tra cui spicca un allucinato Gosling, che si è calato con impressionante adesione nel suo ruolo. Senza rivelare troppi dettagli sul colpo di scena finale, possiamo dire che la narrazione procede ondivaga tra svolte un po' tortuose e momenti di grande impatto visivo. E' essenzialmente un film d'atmosfera, in cui le ambientazioni si ergono a personaggio principale e fin dall'inizio si ha la netta sensazione che qualcosa non quadra. Il titolo italiano è troppo generoso nel suo intento didascalico e, come spesso capita, toglie ambiguità al trip immersivo che viene messo in scena. Nel nostro paese è passato praticamente inosservato, ma, al netto di qualche forzatura di troppo, la pellicola ha i suoi meriti, a cominciare dal sottile simbolismo metaforico utilizzato dall'autore, che appare del tutto chiaro dopo l'epilogo. Va anche fatta una menzione alla fotografia "acida" di Roberto Schaefer ed agli effetti speciali, ben integrati con la logica della narrazione.

Voto:
voto: 3/5

venerdì 22 aprile 2022

L'alba del pianeta delle scimmie (Rise of the Planet of the Apes, 2011) di Rupert Wyatt

A San Francisco un'azienda farmaceutica lavora da anni su una sperimentazione genetica che, attraverso gli effetti controllati di un virus, potrebbe portare ad una cura innovativa per il morbo di Alzheimer. Le cavie utilizzate sono tre scimpanzé provenienti dal Congo e uno di loro reagisce con una sorprendente crescita delle proprie capacità cognitive, ma anche con dei pericolosi effetti collaterali, tra cui una spiccata aggressività. La compagnia decide di sospendere l'esperimento e abbattere le scimmie, ma il giovane ricercatore Will Rodman porta a casa sua il cucciolo dell'esemplare più dotato e lo alleva con amore, salvandolo dalla morte. La scimmia, che viene chiamata Cesare, dimostra fin da subito una straordinaria intelligenza, che aumenta con il passare degli anni in maniera prodigiosa. A causa di un incidente, Will è costretto a disfarsi di Cesare e portarlo in uno zoo. Una volta a contatto con altri primati, Cesare ne diventa il leader, riesce ad istruirle e migliorarne le capacità, ed organizza una rivolta contro gli umani oppressori. La celebre saga di fantascienza de Il pianeta delle scimmie, ispirata al romanzo omonimo di Pierre Boulle, si è sviluppata attraverso 5 film in un arco temporale tra il 1968 ed il 1973, ottenendo un grande successo di pubblico in tutto il mondo. Nel 2001 Tim Burton ha diretto un remake "infedele" della pellicola originale del '68, che è una delle sue opere meno riuscite. Nel 2011, sotto la regia dell'inglese Rupert Wyatt, la 20th Century Fox ha deciso di riavviare il franchise con questo prequel/reboot di ambientazione contemporanea che esplora nuovi percorsi narrativi, spiega le origini di quello che poi diventerà il "pianeta delle scimmie" e mette in relazione dinamica concetti come "evoluzione" e "rivoluzione", ricercando connessioni mitologiche, letterarie e metaforiche con una pletora di riferimenti del passato, strizzando anche l'occhio a problematiche sociali attualissime come il lato amorale del progresso scientifico o la discriminazione nei confronti dei "diversi". E' indubbio che questo film esageri un po' troppo nel mescolare generi, suggestioni e temi differenti, finendo poi per trattarli tutti superficialmente e senza mai addentrarsi tra le pieghe della questione. Ma è altrettanto vero che la regia dinamica, le buone sequenze d'azione e gli stupefacenti effetti speciali curati dalla Weta Digital di Richard Taylor e Peter Jackson, garantiscono un intrattenimento piacevole e intelligente. Spettacolare interpretazione di Andy Serkis (ormai un vero specialista del settore) che ha dato vita alla scimmia Cesare attraverso la tecnica digitale del performance capture, già utilizzata per il personaggio di Gollum nella trilogia de Il Signore degli Anelli e qui ulteriormente perfezionata. I puristi con la puzza sotto al naso continuano a snobbare recitazioni di questo tipo, ritenendole meno "nobili" di quelle tradizionali, ma è indubbio che il lavoro fatto da Serkis e dai tecnici informatici della Weta sia avveniristico e sempre più "realistico" nei risultati finali. Completano il cast James Franco, Freida Pinto, John Lithgow, Brian Cox, Tom Felton e David Oyelowo. Tutte le scimmie che si vedono nel film sono digitali, ovvero ricreate attraverso la computer grafica catturando i movimenti e le espressioni di un attore. I buoni riscontri, sia in termini di incassi che di critica, di questa pellicola ha dato il via ad una nuova trilogia prequel, proseguita con Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes, 2014) di Matt Reeves e con The War - Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes, 2017), ancora diretto da Matt Reeves. Le atmosfere apocalittiche della saga originale sono qui presenti solo a livello seminale, come sinistra minaccia incombente ma ancora ben lungi dal realizzarsi. Permane invece lo spirito animalista e naturalista, con tanto di accusa implicita ai comportamenti senza scrupoli dell'uomo, che resta, senza dubbio, il più pericoloso degli animali e la causa principale delle proprie sciagure future.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 21 aprile 2022

Il capo perfetto (El buen patrón, 2021) di Fernando León de Aranoa

Blanco, imprenditore di successo e proprietario di un'azienda che costruisce bilance di alta precisione, gestisce la sua vita e la sua fabbrica con il piglio garbato ed il tranquillo carisma che lo rendono, agli occhi di tutti, il "capo perfetto". Sempre affabile e presente, vicino ai bisogni di sua moglie e dei suoi dipendenti, che tratta come se fossero "i suoi figli", Blanco si ritrova impelagato in una complicatissima settimana che metterà a dura prova il suo proverbiale savoir-faire. In attesa dell'importante visita ispettiva di una commissione esterna, che dovrà decidere se assegnare alla sua impresa un prestigioso premio pubblico come modello di produttività, l'uomo deve fare i conti con un dipendente licenziato per tagli al personale che dà di matto e decide di perseguitarlo, con il suo responsabile di produzione distratto da problemi coniugali, con una bella stagista che gli fa "girare la testa" e con una serie di frizioni interne al suo staff di fiducia. In sette giorni cruciali, che potrebbero pesare molto sulla sua vita professionale e sentimentale, Blanco dovrà prendere decisioni difficili. Brillante commedia acida, scritta e diretta con tocco felpato da Fernando León de Aranoa e interpretata da un magnetico Javier Bardem, che ci regala una delle sue performance più efficaci. E' un film che racconta dal di dentro (e dal punto di vista dei "padroni") la realtà del mondo del lavoro, alternando sapientemente il registro leggero, momenti comici irresistibili, una sottile vena caustica, un fatalistico disincanto ed un retrogusto di cinica amarezza, senza mai risultare serioso, predicatorio o moralistico. Il confine tra bene e male, giusto e sbagliato, crudele e necessario, satira e cronaca, risulta sempre ambiguamente sfumato, rendendo il racconto godibile, beffardo, sarcastico ed estremamente maturo nella sua programmatica progressione. Il senso più intimo della sua metafora pungente risiede nell'idea astratta della bilancia, ovvero nella necessità e nella difficoltà di trovare il preciso equilibrio tra le parti (carriera e famiglia, pubblico e privato, operai e padroni, fini e mezzi, morale e ragione di stato) e di come, spesso, per poterci riuscire, sia necessario lavorare di fantasia e non farsi troppi scrupoli. Mai giudicante, ma nemmeno mai assolutoria, quest'opera spigliata e impegnata riesce a intrattenere facendo riflettere, prendendosi a volte anche in giro, con un amabile utilizzo, a dosi moderate, di una geometrica ironia nera. Prescelto come rappresentante spagnolo per gli Oscar 2022, non è riuscito ad entrare nella cinquina finale dei candidati al miglior film straniero, ma ha ottenuto ottimi riscontri in patria, aggiudicandosi 6 Premi Goya.

Voto:
voto: 3,5/5

Escobar - Il fascino del male (Loving Pablo, 2017) di Fernando León de Aranoa

Ascesa e caduta del più famoso narcotrafficante di tutti i tempi, Pablo Escobar, signore della droga colombiano che per tutti gli anni '80 e fino alla sua morte, avvenuta nel 1993, edificò un sanguinoso impero del male, guadagnò miliardi di dollari, invase le metropoli americane di cocaina, uccise o fece uccidere migliaia di persone (tra cui anche giudici, politici, militari, agenti e funzionari di polizia), condusse il suo paese sull'orlo di una guerra civile, seminò il terrore nella popolazione tramite esecuzioni, stragi ed attentati e restò per almeno 10 anni nel mirino della DEA, dell'esercito e del governo di Bogotà come nemico pubblico numero uno, prima di essere definitivamente disarcionato dal suo nefasto "trono" di sangue. Questo film, scritto e diretto dallo spagnolo Fernando León de Aranoa, è liberamente ispirato al romanzo biografico (e best seller) "Amando Pablo, odiando Escobar" di Virginia Vallejo, giornalista televisiva colombiana molto conosciuta negli anni '80, che fu a lungo l'amante del "re dei Narcos", prima di fuggire negli Stati Uniti chiedendo asilo politico, sotto la protezione della DEA di cui divenne stretta collaboratrice per salvarsi la vita. Da molti considerato come il peggior criminale del XX secolo, Pablo Escobar è entrato inevitabilmente nell'immaginario popolare e le opere di fiction a lui dedicate (o in cui appare) sono molteplici. Ma quello che costituisce uno straordinario termine di paragone con cui è quasi obbligatorio stabilire un (arduo) confronto è l'ottima serie televisiva Narcos, prodotta da Netflix e scritta da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro, che ha dedicato le sue prime due stagioni nel 2015 e nel 2016 (per un totale di 20 episodi e circa 17 ore complessive) alla carriera criminale del boss di Medellín ed alla lunga caccia all'uomo che gli USA e la Colombia gli scatenarono contro per circa 8 anni, prima di riuscire ad eliminarlo, pagando però un prezzo altissimo in termini di vite umane. Sarà oggettivamente difficile riuscire a far meglio in termini di verismo, credibilità, precisione del racconto, approfondimento dei personaggi, obiettività, denuncia sociale, critica contro i poteri forti, impatto scioccante, violenza e grande senso dello "spettacolo crime". E, oltre ai tantissimi meriti indubbi del serial televisivo, va anche detto che la magistrale interpretazione del brasiliano Wagner Moura nei panni di Escobar costituisce un ulteriore target difficilmente superabile. Di fronte a queste considerazioni il film di Aranoa, già alquanto efebico di suo, si scioglie impietosamente come neve al sole, malgrado la presenza di due divi (e grandissimi attori) come Javier Bardem e Penélope Cruz (che fanno coppia anche nella vita) nel ruolo dei due controversi protagonisti. La vicenda viene raccontata dal punto di vista femminile di Virginia, totalmente infatuata del fascino torbido di Escobar, del suo grande potere e del suo mito popolare come "Robin Hood" dei poveri di Medellín; un mito che inizialmente accompagnò la sua inarrestabile ascesa, cullando il suo grande sogno di entrare in politica e diventare presidente della repubblica. Questa scelta rende la pellicola troppo debole per quanto riguarda gli aspetti noir ed ancorché esile sul versante della cronaca cinematografica. Inoltre una sceneggiatura non proprio granitica riduce il tutto ad una stanca sequela bozzettistica di eventi arcinoti, quasi sempre illustrati con superficiale didascalismo, concedendo molto spazio ai due interpreti principali, ma facendo quasi scomparire, dietro di loro, i personaggi che avrebbero dovuto interpretare. Non c'è quasi traccia del feroce naturalismo, della vena polemica, del cinismo critico o di quel "realismo magico" (che il prologo di Narcos ci ricorda essere nato in Colombia) che hanno fatto la fortuna della serie televisiva. E la decisione (di chiaro stampo commerciale, genuflessa alle logiche di Hollywood) di rinunciare alla madrelingua spagnola, facendo recitare in inglese Bardem e la Cruz, costituisce il colpo di grazia definitivo. Ovviamente quest'ultimo aspetto risulta del tutto trasparente se si guarda la versione doppiata in italiano della pellicola.

Voto:
voto: 2/5

martedì 19 aprile 2022

The Batman (2022) di Matt Reeves

A Gotham City, sordido ricettacolo dei crimini, della corruzione e dei mali del mondo, il giovane Bruce Wayne, erede di un impero finanziario e orfano di padre e di madre che gli sono stati strappati via da una misteriosa mano criminale quando era ancora un bambino, è l'uomo più ricco della città. Con l'aiuto del fedele maggiordomo Alfred, da sempre al servizio della sua potente famiglia e del poliziotto Gordon, uno dei pochi funzionari onesti in un covo di vipere, combatte la delinquenza nelle buie notti metropolitane, indossando il costume del giustiziere mascherato Batman, terrore dei malviventi e icona di vendetta. Alleatosi gioco forza con l'enigmatica ladra Selina (Catwoman), donna sensuale dal passato torbido, Wayne si troverà ad affrontare una violenta battaglia su più fronti: da un lato la Mafia, comandata dal boss Carmine Falcone e dal suo losco tirapiedi Oz detto pinguino, da un altro le molteplici collusioni di questa con il potere politico e le forza di polizia, e da un altro ancora un diabolico nemico inafferrabile e ingegnoso, che si fa chiamare Enigmista, che sta uccidendo uno ad uno diversi esponenti simbolici del sistema corrotto che da anni sorregge la città del peccato. Quando è stato annunciato, nel 2019, questo ennesimo reboot di Batman, targato Warner Bros, diretto da Matt Reeves e con Robert Pattinson (ex idolo delle ragazzine della saga di Twilight) attore protagonista, sono stati in molti a chiedersi se fosse davvero necessario dopo le numerose pellicole già dedicate, nel corso degli anni, al celebre "cavaliere oscuro" della DC Comics, alcune delle quali indubbiamente riuscite. Allo stesso modo sono stati in tanti a indossare il costume dell'uomo pipistrello, con alterne fortune, da Michael Keaton a Val Kilmer, da George Clooney a Christian Bale, fino al più recente Ben Affleck, e la scelta di Robert Pattinson destava non poche perplessità. Alla fine dei conti, guardando questo lungo film di quasi tre ore, bisogna dire che il risultato è complessivamente decoroso, niente affatto fallimentare come alcuni temevano e sicuramente superiore ad alcune istanze dimenticabili come quelle di Joel Schumacher del 1995 e del 1997. Reeves, che ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Peter Craig, sceglie un approccio visivo e concettuale da noir oscuro, sia per le atmosfere totalmente dark, sia per la fotografia cupa, sia per le ambientazioni di tetra decadenza morale (in cui la persistenza della pioggia costituisce un ulteriore tassello suggestivo che rimanda ai thriller di David Fincher). Pur mettendo in campo simultaneamente una vasta pletora di antagonisti e alleati (Carmine Falcone, il Pinguino, l'Enigmista e Catwoman), oltre a quelli storici e immancabili del fido Alfred e del detective Gordon, il regista pone sempre al centro della scena il personaggio di Batman (che surclassa, in tal senso, anche il suo alter ego Bruce Wayne), offrendocene una versione più tormentata e più introspettiva del solito. Bisogna anche dire che Robert Pattinson se la cava egregiamente, soprattutto quando indossa l'iconico costume del vigilante mascherato, sgombrando definitivamente il campo dalle non poche preoccupazioni iniziali su un clamoroso miscasting. Dal punto di vista del cast, a brillare maggiormente è la sinuosa Catwoman dell'ottima Zoë Kravitz, che buca lo schermo con il suo sguardo intenso e con le sue movenze feline, ma che non rinuncia a mostrare anche una sensibile fragilità tutta femminile, pur nei panni attillati dell'ambigua ladra eroina che abbiamo imparato ad amare dai fumetti. Sono di accettabile livello anche le prove di uno schizofrenico Paul Dano nel ruolo dell'Enigmista e di Andy Serkis, una volta tanto in scena con il suo vero aspetto e senza performance capture, che ci regala un Alfred paterno e di grande carica umana. Il bravo John Turturro si diverte a gigioneggiare in veste di boss mafioso, mentre è praticamente irriconoscibile Colin Farrell sotto i molti strati di trucco prostetico necessari a farlo diventare lo sgradevole (in tutti i sensi) Pinguino. Sorge spontanea la domanda se non sarebbe stato il caso di scegliere un attore fisicamente più consono al ruolo, come il Danny De Vito del film di Tim Burton del 1992. Ovviamente non tutto quadra e non tutti i conti tornano nel modo giusto: il film è eccessivamente dilatato, alcuni personaggi sembrano messi lì per caso, altri sono forzatamente eccessivi ed un inevitabile senso di già visto affiora impietosamente in diversi passaggi. Ma la pellicola regge dignitosamente fino alla fine, cerca di ritagliarsi un punto di vista "nuovo" e fortemente caratterizzato, e sa regalarci alcuni momenti notevoli come l'inseguimento in contromano sull'autostrada o il momento "romantico" tra Batman e Catwoman, con le rispettive ombre che si stagliano contro la luce cadente del tramonto in cima al grattacielo. E visto l'epilogo, gli incassi soddisfacenti ed i buoni riscontri di critica generalmente ottenuti, c'è da giurarci che non è affatto finita qui.

Voto:
voto: 3/5

domenica 17 aprile 2022

Prime (2005) di Ben Younger

Rafi è una splendida trentasettenne, bionda, divorziata e depressa, in cura dalla psicoanalista Lisa Metzger, a cui racconta i suoi problemi sentimentali e le sue ansie esistenziali. L'incontro con David, energico pittore ebreo di 14 anni più giovane di lei, le restituisce l'entusiasmo a lungo dimenticato e la donna, dopo le razionali ritrosie iniziali dovute alla differenza di età, si lancia con passione in una relazione stimolante e sessualmente molto appagante. La sua vita migliora sotto ogni aspetto e la Dr. Metzger accoglie con soddisfazione professionale l'impennata di umore della sua paziente, che le rivela tutti i dettagli intimi del suo rapporto con il giovane partner. Ma quando la Metzger scopre che il nuovo compagno di Rafi è il suo adorato figlio, la sua soddisfazione si trasforma in gelosia e la psicologa entra in crisi, a causa del conflitto tra dovere deontologico e amore materno. Elegante commedia romantica degli equivoci diretta da Ben Younger, che cerca di riprodurre pedissequamente la problematica verve nevrotica delle prime baruffe sentimentali di Woody Allen, senza però eguagliarne l'impagabile forza comica, il cinismo beffardo ed il tocco amaramente esilarante. E' essenzialmente un film di attori, anzi di attrici, che si regge totalmente sui duetti scoppiettanti tra una luminosa Uma Thurman ed una serafica Meryl Streep, che ci regala lampi di classe con il suo naturale carisma di straordinaria interprete, capace di passare in un attimo, e senza mai perdere in credibilità e spontaneità, dal registro drammatico a quello leggero, come in questo caso. Ma questo non basta a donare il sufficiente spessore ad un film troppo garbato, troppo prevedibile negli sviluppi e troppo fragile nella sceneggiatura, che non risulta mai realmente pungente e che si limita ad affrontare dei temi potenzialmente interessanti con superficiale formalismo di maniera, limitandosi ad un approccio più consolante che incisivo. La carica maliziosa della prima parte si disperde, nella seconda, in un'edificante sequela di luoghi comuni sulle differenze di età e di educazione religiosa, che stinge nel moralismo di fondo.

Voto:
voto: 2,5/5

The Manchurian Candidate (2004) di Jonathan Demme

Il maggiore Bennett Marco, reduce della prima Guerra del Golfo dove si è fatto valere come infallibile cecchino delle forze americane, è tormentato da una serie di incubi e allucinazioni che sembrano reali, che lo riportano costantemente ai tragici eventi bellici che ha vissuto in prima persona. Quando scopre che anche altri suoi commilitoni hanno il medesimo problema, decide di indagare e scoprire di più sulla faccenda. Il suo destino è legato al sergente Raymond Shaw, un suo ex compagno d'armi che gli ha salvato la vita ai tempi della guerra, e che adesso, con l'aiuto della madre Eleanor, senatrice potente e senza scrupoli, è lanciato verso una promettente carriera politica, candidato come vice Presidente alle imminenti elezioni statunitensi. Il ritorno di Bennett Marco nella vita di Shaw mette in moto una serie di eventi "imbarazzanti" per il potere e la pragmatica senatrice Eleanor non tarda a mettersi in azione per eliminare ogni ostacolo che potrebbe compromettere l'ascesa politica del figlio. Questo oscuro thriller di fantapolitica di Jonathan Demme è il remake di Va' e uccidi (The Manchurian Candidate, 1962) di John Frankenheimer, con Frank Sinatra protagonista, a sua volta tratto dal romanzo omonimo di Richard Condon. Il soggetto originale viene attualizzato all'epoca contemporanea, spostando il substrato ideologico ambientale dall'anticomunismo della Guerra Fredda alla "dittatura" economica delle grandi corporazioni che manipolano vite umane, decidono destini, indirizzano le campagne elettorali e annebbiano il pensiero delle masse piegandolo ai propri scopi. Dal punto di vista della critica iconoclasta verso la cinica ferocia dei poteri forti, il film è esemplare esattamente come lo era l'originale di Frankenheimer. Ciò avviene soprattutto grazie all'aguzza vena polemica intrinseca al soggetto ed alle ottime interpretazioni degli attori del cast principale, in cui spicca una magnifica Meryl Streep, di perfida grandezza malefica e di cupa morbosità psicologica, seguita a ruota da un tormentato Denzel Washington, e poi da Liev Schreiber e Jon Voight, che sono interpreti di sicura affidabilità. Invece, dal punto di vista del thriller d'azione, la pellicola appare più claudicante e convenzionale, non sempre a fuoco, a tratti caotica nel suo accumulo di eventi inquietanti e di rivelazioni ad effetto. Ma il finale è un modello invidiabile di costruzione della suspense con colpo di scena annesso, anche grazie ad un montaggio perfetto, che riesce a scandire l'alternarsi delle sequenze con la forza angosciante di una sentenza. Demme conferma le sue indubbie doti di regista solido e navigato, ma è quasi inevitabile che questa nuova versione dell'acida parabola anti-sistema concepita dalla penna di Richard Condon non riesca ad avere lo stesso impatto scioccante che ebbe sul pubblico il film di Frankenheimer nel 1962: uno dei primissimi casi in cui un prodotto hollywoodiano rappresentò un ritratto così minaccioso del lato oscuro del potere americano.

Voto:
voto: 3/5

sabato 16 aprile 2022

La casa degli spiriti (The House of the Spirits, 1993) di Bille August

Storia di una famiglia dell'alta borghesia cilena dal 1920 fino al colpo di stato del 1973 che vide salire al potere il generale Pinochet, che si autoproclamò presidente ed instaurò una feroce dittatura militare. Il capo famiglia, Esteban Trueba, dispotico proprietario terriero arricchitosi sfruttando il lavoro dei suoi mezzadri, è un padre padrone che gestisce con autorità la famiglia e l'azienda. Nel corso di 50 anni e di una serie di drammatiche vicende, con la Storia del Cile sempre sullo sfondo, il film racconta il complicato rapporto tra l'uomo e le quattro donne della sua vita: la moglie Clara, che ha poteri di chiaroveggenza, la sorella Férula, la figlia Blanca, ragazza ribelle che s'innamora di un rivoluzionario comunista, e la nipote Alba, l'unica con cui riuscirà ad avere un legame pacificato, durante il tramonto del suo percorso terreno. Adattando il romanzo omonimo di Isabel Allende, il regista danese Bille August ha scritto e diretto questo melodramma storico in forma di saga familiare dai risvolti tragici e dalle atmosfere austere. Non è un film brutto ma inamidato, gelido, troppo lungo e troppo prolisso, a tratti ampolloso, ma forte di una messa in scena sontuosa, di una fotografia evocativa e di un cast stellare in cui, tra Jeremy Irons, Meryl Streep, Winona Ryder, Antonio Banderas, Vanessa Redgrave, Maria Conchita Alonso, Armin Mueller-Stahl e Vincent Gallo, svetta una magnifica Glenn Close. I suoi 226 minuti di durata pesano non poco e il protagonista principale (Jeremy Irons), nonostante il suo indiscutibile talento, convince poco nei panni di un nobile latino americano. A parte questo la pellicola ha i suoi momenti di grande impatto emotivo, soprattutto grazie alla bravura degli attori, che riescono spesso a riscattare le magagne di una sceneggiatura troppo esile, più adatta ad uno sceneggiato televisivo che ad un'opera cinematografica. Alla sua uscita il film ha avuto una tiepida accoglienza da parte della critica, ma il pubblico lo ha generalmente apprezzato. Per amanti dei grandi "drammoni" familiari a sfondo storico.

Voto:
voto: 2,5/5