giovedì 25 maggio 2023

The Whale (2022) di Darren Aronofsky

Charlie è un uomo di mezza età, obeso, solitario e dal carattere scontroso. Lavora da casa come insegnante in corsi che si svolgono su internet attraverso video conferenze, nelle quali lui non si mostra mai ai suoi alunni. Sta sempre chiuso nel suo fatiscente appartamento, mangia compulsivamente con rabbia famelica ed i suoi unici contatti umani sono l'amorevole infermiera Liz, che cerca di prendersi cura di lui con molta difficoltà, e sua figlia Ellie, una ragazza adolescente con cui Charlie cerca di recuperare il rapporto, dopo averla abbandonata da piccola per andare a vivere con Adam, l'uomo di cui si era innamorato. Con il cuore gravemente compromesso dal suo stile di vita e quasi incapace di deambulare a causa del suo enorme peso, Charlie sente ormai avvicinarsi la fine, ma non riesce a reagire. Adattando l'omonima pièce teatrale di Samuel D. Hunter, che ha anche firmato la sceneggiatura del film, Darren Aronofsky ha realizzato un nuovo dramma esistenziale dedicato ad un "perdente" alla deriva, e alla disperata ricerca di una catarsi finale. Interamente ambientata in un unico ambiente decadente, la casa "prigione" di Charlie, la pellicola ruota intorno al corpo deforme e abnorme del protagonista, che diventa il simbolo ingombrante di un male interiore più profondo, la personificazione materiale di un lato oscuro contro il quale combattere. Non a caso Charlie legge in continuazione brani del romanzo "Moby Dick" di Herman Melville, sventolandoli come un vessillo dietro cui (mal)celare la sua profonda disperazione. L'entrata in scena del giovane predicatore che porta in giro la parola di Dio attraverso la lettura della Bibbia, sottolinea (e conferma) la tendenza dell'autore ad inserire in tutte le sue storie tragiche un percorso ascetico di natura religiosa, ponendo l'accento sull'eterna lotta tra carne e spirito che, nel caso di Charlie, trova una pregnante rappresentazione visiva. Stupefacente la trasformazione fisica dell'attore Brendan Fraser, che ogni giorno doveva sottoporsi a lunghe sedute di trucco prostetico per dilatare la sua mole ed ottenere l'impressionante effetto che vediamo nel film. Fraser, che da diversi anni era quasi scomparso dalle scene ed era finito nel dimenticatoio, ha così dato inizio ad una seconda fase della sua carriera, vincendo quasi inevitabilmente l'Oscar come miglior attore protagonista per questa interpretazione sofferta, intensa, commovente, ma anche saggiamente misurata, evitando le facili trappole di una escalation patetica. Non si può dire esattamente lo stesso per Sadie Sink (che recita nel ruolo della figlia Ellie), giovane attrice di talento ma ancora acerba, che infatti finisce spesso per strafare inciampando nell'over-acting. Non tutto quadra esattamente alla perfezione, tra qualche esasperazione di troppo e le consuete indulgenze dell'autore nell'esplicitazione effettistica, come avviene ad esempio nel finale, molto potente nella sua allegoria, ma anche caricato di troppa enfasi. Resta comunque un'opera valida e coinvolgente, una travagliata passione individuale per superare i limiti corporei e librare l'essenza spirituale al di sopra delle umane miserie. Ha vinto due premi Oscar: a Brendan Fraser ed al miglior trucco.

Voto:
voto: 3,5/5

Siccità (2022) di Paolo Virzì

La città di Roma è afflitta da una grave forma di siccità senza precedenti. Non piove da mesi, il Tevere è completamente essiccato e l'acqua che scarseggia è diventato il bene più prezioso per la popolazione. I contrasti, le contraddizioni e le ingiustizie sociali si sono amplificate enormemente e così, mentre una nicchia privilegiata di benestanti continua a fare la vita di sempre tra eccessi e sprechi, la maggioranza delle persone è esasperata oltre misura. In questo agitato contesto in procinto di esplodere si intersecano le storie di vari personaggi: un detenuto modello dalla condotta irreprensibile si ritrova fuori dal carcere per una strana fatalità e decide di non rientrare più, mettendosi alla ricerca della figlia che non ha mai conosciuto. Un attore di mezza tacca è ossessionato dai social network, per i quali trascura la famiglia senza neanche rendersene conto. Una dottoressa puntigliosa individua i segnali di una nuova malattia, mentre suo marito, avvocato fedifrago, corteggia la moglie frustrata dell'attore. La giovane Raffaella, figlia di un potente imprenditore, cerca da sempre di entrare nelle sue grazie e di compiacerlo, ma intanto soffre per un matrimonio giunto ormai allo stremo. Nell'attesa disperata della pioggia la capitale è un coacervo di tensioni sempre più difficili da contenere e l'antica lotta tra patrizi e plebei si rigenera tra i maestosi monumenti di una città eterna e decadente, immutabile e indecifrabile, che sembra quasi indifferente alla sofferenza dei suoi cittadini. Il nuovo film di Paolo Virzì è un dramma distopico ambientato in un presente immaginario, ma non inverosimile, in cui una situazione estrema diventa la cartina tornasole di un malessere profondo già insito da tempo in una società che si è incattivita, ha perso ogni forma di ritegno e di vergogna, è assuefatta ed insensibile alla sofferenza altrui, e procede alla deriva tra alienazione, discriminazione e perdita di valori. Quest'ultimo lavoro del regista livornese è senza dubbio un film importante, impegnato e indignato, che vuole indurre riflessioni critiche sull'oggi partendo da un problema attualissimo come quello dei mutamenti climatici (di cui si parla tanto ma con poche azioni concrete), per poi tracciare un affresco antropologico in pieno disfacimento, alludendo tra le righe anche agli effetti devastanti che la pandemia di covid-19 ha avuto sulla psiche delle persone. I personaggi della pellicola sono come naufraghi smarriti alla ricerca di un approdo, fantasmi erranti tra le strade assolate di una Roma matrigna, di cui l'autore ci mostra soprattutto le periferie desolate. Impressionante la sequenza aerea del Tevere desertificato, di grande impatto visivo e realizzata con degli ottimi effetti speciali, senza alcun abuso di CGI "fasulla". Perfetta anche la fotografia sovra esposta tendente all'ocra di Luca Bigazzi, che rende immediatamente il "colore" della siccità. Utilizzando in alternanza il linguaggio della commedia, del dramma e persino del noir, l'autore ci offre una preoccupante istantanea di un possibile domani, ma anche di una contemporaneità che è già davanti ai nostri occhi. Molto buono anche il cast corale in cui spiccano Silvio Orlando, Claudia Pandolfi, Valerio Mastandrea, Tommaso Ragno e Sara Serraiocco, ai quali si accompagnano Max Tortora, Vinicio Marchioni, Elena Lietti e Monica Bellucci. Manca un po' di coesione tra le varie sottotrame, di cui alcune sono più riuscite e più convincenti di altre, così come i personaggi non sono tutti tratteggiati con il medesimo contorno psicologico, anzi alcuni di essi risultano quasi ornamentali. La magnifica scena con Silvio Orlando che vaga sul fondale sabbioso di quello che una volta era il Tevere ed incrocia una coppia di extra-comunitari con una ragazza in groppa ad un asinello, è una delle più poetiche che il cinema italiano ci ha offerto negli ultimi anni. E' il flash di una Roma che è Sodoma, è Suburra ed è Babilonia. Ma è anche Betlemme.

Voto:
voto: 3,5/5

La stranezza (2022) di Roberto Andò

Negli anni '20 Luigi Pirandello fa ritorno nella sua città natale, Agrigento, in occasione del compleanno di Giovanni Verga. Il drammaturgo sta vivendo un momento di forte crisi creativa, accompagnata dai suoi abituali tormenti esistenziali, uno stato interiore di turbamento, confusione e tensione spirituale che lui stesso amava definire "la stranezza". In occasione di un funerale, Pirandello fa la conoscenza di due stravaganti becchini, Nofrio e Bastiano, che nel tempo libero si dilettano nella recitazione teatrale, prendendo però la cosa molto seriamente. In particolare Nofrio, più serioso e istruito, sta scrivendo uno spettacolo tragicomico ed è particolarmente impegnato nelle prove, insieme alla sua sgangherata compagnia amatoriale. Incuriosito dai due, Pirandello inizia a "spiarli", assiste di nascosto alle loro performance recitative, ne percepisce i problemi familiari ed il relativo approccio alla vita e, colpito profondamente dalle cose che vede, ne trae ispirazione per superare la sua empasse e portare a termine uno dei suoi più celebri capolavori teatrali: "Sei personaggi in cerca d'autore". Il nono lungometraggio di Roberto Andò, da lui scritto e diretto, è un'affascinante commedia storica, in bilico tra la farsa comica e il dramma psicologico, che ci immerge, con puntigliosa ricostruzione ambientale e fertile ambiguità onirica, nel mondo artistico e interiore di Luigi Pirandello, una delle più eminenti ed influenti figure del teatro e della letteratura del '900. Siamo nel 1920, quando Agrigento si chiamava ancora Girgenti, e la storia di finzione che Andò ci racconta in questo solido film è realistica, verosimile e più che mai pirandelliana (nel senso più largo ed astratto del termine). La pellicola può essere idealmente divisa in due parti, che si intervallano ed alla fine si intersecano: una comica, in cui assistiamo alle vicende quotidiane di Nofrio e Bastiano, due coloriti popolani siciliani alle prese con gelosie, delusioni sentimentali, crisi matrimoniali e amori segreti, che inconsciamente portano nella commedia teatrale che stanno mettendo in piedi tra frizzi e lazzi. C'è poi la vicenda drammatica legata alla personalità di Pirandello, geniale, complessa e singolare, al suo mondo di "fantasmi" con cui abitualmente "parla" durante le notti insonni e che rappresentano i suoi personaggi, barlumi di un processo creativo tormentato che si confonde con la vita, in una sottile mescolanza tra arte, sogno e realtà. Andò è particolarmente abile nel portare tutto questo sullo schermo, traducendolo in immagini e suggestioni di grande impatto, anche grazie alla notevole interpretazione del solito impeccabile Toni Servillo, che ci regala un Pirandello perfetto, austero, sornione e furtivo, un'ombra che scivola nell'ombra quasi come se lui stesso fosse uno dei suoi "fantasmi". La performance in levare di Servillo, contrapposta a quella simpaticamente buffonesca dei comici Salvatore Ficarra e Valentino Picone (il cui casting è stato un sorprendente colpo da maestro del regista palermitano), determina il tono straniante del film e ne rinforza l'animo pirandelliano, che poi si esplica totalmente nello splendido finale ambiguo. Da segnalare il cameo, breve ma incisivo, degli attori Luigi Lo Cascio e Renato Carpentieri. Questo grande e riuscito atto d'amore nei confronti del Teatro è stato esplicitamente dedicato dal suo autore alla memoria di Leonardo Sciascia.
 
Voto:
voto: 4/5

mercoledì 24 maggio 2023

Nostalgia (2022) di Mario Martone

Dopo quasi 40 anni trascorsi in Nord Africa, Felice, imprenditore di successo, ritorna nella città (Napoli) e nel quartiere (il rione Sanità) in cui è nato e da cui è fuggito, appena quindicenne, lasciandosi alle spalle un'adolescenza vissuta al limite della legalità, tra problemi atavici delle zone più povere della metropoli partenopea ed amicizie pericolose. Felice si sente inizialmente spaesato, ma, gradualmente, immerso in una realtà che gli è sempre rimasta nell'animo, recupera antichi ricordi, si riappropria di una lingua che aveva accantonato (il napoletano), riabbraccia la vecchia madre che non si è mai mossa dal piccolo "basso" in cui abitava ed inizia a frequentare un giovane prete coraggioso che combatte quotidianamente per strappare i giovani del quartiere dalle grinfie fameliche della Camorra. Ma, dopo essersi reintegrato, Felice ha il bisogno impellente di fare i conti con il suo passato, e si mette alla ricerca di Oreste, il suo amico fraterno di gioventù, che fu la causa principale della sua fuga all'estero e che adesso è diventato un boss della malavita. La prima definizione che il dizionario Treccani dà della parola "nostalgia" è: "desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano". E, non a caso, l'undicesimo lungometraggio di Mario Martone, ispirato al romanzo omonimo di Ermanno Rea, porta questo titolo emblematico che contiene già in sé il senso intimo della vicenda. Ma questo dramma malinconico dai risvolti "neri", scritto da Martone insieme a Ippolita Di Majo, è anche una grande storia d'amore. L'amore del regista per la sua città e per uno dei suoi quartieri più rappresentativi, un microcosmo di vicoli e antichi palazzi pulsanti di vita, che costituisce una sorta di sineddoche dei mali, delle pulsioni, degli slanci, delle tensioni, delle speranze e delle contraddizioni che da sempre caratterizzano Napoli. L'autore si abbandona, proprio come il suo protagonista, al sentimento dolce amaro della nostalgia per raccontare una storia dal respiro universale che ci parla dell'importanza delle radici, dell'impossibilità di fuggire dal proprio passato e dell'ineluttabilità del destino che ciascuno di noi si porta dentro fin dalla nascita. Il lento vagare di Felice attraverso l'antica immobilità dei vicoli della Sanità, alla ricerca di quell'incontro con il vecchio compagno di malefatte Oreste, che per lui rappresenta, al tempo stesso, un polo della discordia ed un magnete di irresistibile attrazione, ricorda un po' il viaggio allegorico nei meandri oscuri della propria coscienza raccontato da Joseph Conrad in "Cuore di tenebra" e da Francis Ford Coppola in Apocalypse Now. La Napoli di Nostalgia è più che mai un quadrivio di culture e di destini, un po' New York e un po' Babilonia, in cui da sempre coesistono vita e morte, luce e ombra, passione e cinismo, bene e male, fede e superstizione, sacro e profano, orrido e sublime. Martone riesce a creare, anche grazie alla fotografia evocativa di Paolo Carnera ed alle musiche dei Tangerine Dreams, una sorta di atmosfera da limbo sospeso, in cui il tempo sembra essersi fermato e l'unica cosa che conta sono i sentimenti struggenti provati dal protagonista. Tra le tante sequenze memorabili della pellicola vale la pena menzionare: le passeggiate notturne di Felice immerso nel silenzio dei vicoli di Napoli, l'incontro con Oreste e, soprattutto, il bagno alla vecchia madre, un momento di autentica poesia. Nel cast svetta il solito grande Pierfrancesco Favino (che ci regala una nuova interpretazione da incorniciare), seguito a ruota da Tommaso Ragno, Francesco Di Leva e Aurora Quattrocchi. Nostalgia è stato presentato (in concorso) al Festival di Cannes e scelto come film italiano dell'anno per concorrere agli Oscar, dove però non è riuscito a entrare nella cinquina finale.

Voto:
voto: 4/5

The Day After - Il giorno dopo (The Day After, 1983) di Nicholas Meyer

All'inizio degli anni '80, in piena "guerra fredda", l'URSS avvia azioni intimidatorie di riarmo al confine tra le due Germanie, separate dal muro di Berlino. Gli USA, supportati dalle forze alleate della NATO, non si fanno intimidire dando così inizio ad un braccio di ferro sempre più folle che, in breve, conduce ad una escalation di attacchi e contrattacchi tra le due super potenze nemiche sul territorio europeo. In un terribile giorno di metà settembre la situazione diventa incontrollabile e scoppia la terza guerra mondiale, con una serie di bombe atomiche che colpiscono il territorio americano. Il film ci mostra i tragici eventi del prima e, soprattutto, del dopo lo scoppio delle testate nucleari in una cittadina di provincia del Kansas, in cui tutto precipita improvvisamente in un nuovo medioevo di dolore, miseria, morte e terrore. Tutti quelli che hanno vissuto gli anni '80 ricordano perfettamente che la più grande paura, di tanto in tanto evocata dai notiziari, dai libri e dagli eventi storici, era quella dell'apocalisse nucleare causata dallo scoppio di una terza guerra mondiale, che avrebbe inevitabilmente riportato il mondo civilizzato indietro nel tempo, in un'età barbara e violenta. Questo piccolo film, realizzato dall'emittente americana ABC e nato come prodotto televisivo, ha avuto il "merito" di cavalcare per primo l'onda di questo arcano timore, raccontando per immagini quello che tutti, in un modo o nell'altro, avevano immaginato. Si tratta essenzialmente di un "B-movie", prodotto con pochi mezzi, effetti speciali artigianali che oggi faranno sorridere il pubblico moderno e senza troppe pretese. Le sequenze belliche di distruzione di massa vennero girate riciclando parti di altre pellicole catastrofiche, o inserendo fotogrammi di autentici filmati amatoriali (come quelli del dopo Hiroshima) o con l'utilizzo di fondali dipinti ripresi in stop motion. Niente di memorabile insomma, eppure, vuoi per la maggiore ingenuità degli spettatori di quell'epoca, vuoi per la furbizia di toccare un nervo generalmente scoperto, vuoi per l'efficacia drammatica della seconda parte che illustra la vita dei sopravvissuti, l'opera ebbe un forte impatto ed un grande successo commerciale; soprattutto in Europa, dove venne proiettato al cinema avvalendosi di una martellante campagna pubblicitaria. La stessa RAI lo mandò in onda un anno dopo la sua uscita nelle sale, nell'autunno del 1984, ottenendo un enorme indice di ascolto. Dati alla mano è innegabile che l'operazione, di evidente ruffianeria catastrofica, è stata un perfetto modello vincente di marketing e di business. Al di là delle legittime perplessità bisogna dire che qualcosina da salvare c'è, a cominciare dalle buone interpretazioni di un cast di tutto rispetto che annovera Jason Robards, John Lithgow, Steve Guttenberg, John Cullum, Amy Madigan e JoBeth Williams. E anche la saggia decisione di non mostrare chi sia stato il primo "a sparare" è una nota di merito non da poco, specialmente in anni come quelli. Ovviamente, tre anni dopo, per non essere da meno degli americani, anche l'Unione Sovietica realizzò il suo film sull'olocausto nucleare.

Voto:
voto: 2,5/5

Don't Worry Darling (2022) di Olivia Wilde

Negli anni Cinquanta la bella Alice e suo marito Jack sono una coppia modello che vive felicemente in una ridente cittadina chiamata Victory, costruita appositamente ai margini del deserto californiano dalla potente compagnia per cui Jack lavora, in modo da garantire il benessere dei dipendenti e delle loro famiglie. Victory fa parte di un progetto ambizioso che intende realizzare un microcosmo di vita ideale per giovani di successo, appagati nel lavoro e con un matrimonio idilliaco alle spalle che ne garantisca la serenità. Lo stile di vita è lussuoso, apparentemente impeccabile, ma anche ripetitivo tra costanti ostentazioni di felicità e riti mondani, con i mariti che passano l'intera giornata fuori, lavorando in una misteriosa struttura posta oltre il deserto dove "non è concesso andare", e le mogli belle, devote e vanitose che si occupano del ménage domestico o si trastullano tra feste, pettegolezzi e civetterie varie. Dietro tutto questo mondo di apparente e invidiabile "beatitudine" si nasconde un subdolo alone di mistero e la sensazione strisciante di qualcosa che, sotto sotto, non quadra. Alice, che è sveglia, curiosa e animata da uno spirito indipendente che ha sempre cercato di reprimere in nome della famiglia, inizia presto a farsi delle domande, cerca di indagare, entra in crisi psicologica e diventa rapidamente un "problema" per la comunità, che sembra pavidamente sottomessa alle regole create dall'ambiguo Frank, il leader della compagnia per cui lavorano tutti i maschi della cittadina. Questo thriller surreale con elementi fantascientifici scritto da Katie Silberman e diretto dall'attrice Olivia Wilde alla sua seconda regia cinematografica, è un arzigogolato mix di generi dallo spirito femminista che riflette su tematiche importanti (ed attuali) quali il maschilismo, l'emancipazione delle donne ed il vacuo modello di "benessere" socio-economico imposto dal consumismo occidentale. Presentato in anteprima al Festival di Venezia con una discreta curiosità generale, ha fatto molto parlare di sé soprattutto per motivi legati al gossip: la presenza nel cast di attori alla moda come Florence Pugh, Olivia Wilde, Chris Pine e il cantante Harry Styles; il chiacchierato licenziamento di Shia LaBeouf, liquidato dalla Wilde che lo ha sostituito dopo qualche settimana di riprese con Styles, si mormora anche per motivi "sentimentali"; i presunti dissapori sorti sul set tra la Wilde e la Pugh, e si dice anche tra Styles e Pine, per antipatie, invidie o superbie di varia natura. Al di là di questo colorito teatrino mediatico, che ha comunque garantito alla pellicola una intensa (ma breve) visibilità, bisogna dire che l'opera ha fin troppe magagne di sceneggiatura ed è pedantemente derivativa per poter essere presa davvero sul serio. Il pubblico si è sbizzarrito nel "gioco" delle somiglianze, accostando il film della Wilde (talvolta anche a sproposito) ai vari Matrix, The Truman Show o Inception. In realtà il debito maggiore di Don't Worry Darling è nei confronti del meno conosciuto La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives, 1975) di Bryan Forbes. Il finale "a sorpresa", che poi tale non è affatto, sposta la vicenda verso territori tortuosi ed esagerati, con i quali la regista newyorkese dimostra di avere scarsa affinità. Va invece un po' meglio nella prima parte preparatoria, in cui lo stile ultra-patinato, visivamente funzionale al senso della storia, e la notevole bravura di Florence Pugh, che letteralmente risplende in ogni cosa che fa, riescono ad alleviare, almeno in parte, le troppe pecche. A livello ideologico il film è così grezzo che, per criticare la misoginia, finisce per scadere nella misandria. Un contrappasso dantesco che al cinema funziona molto raramente.

Voto:
voto: 2/5

Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg

In un futuro imprecisato la biotecnologia ha fatto enormi progressi attraverso macchinari hi-tech che possono interfacciarsi con il corpo umano e gestirne le funzioni da remoto. Alcuni risultati di questa nuova scienza sono la scomparsa di molte malattie, il controllo del dolore e la possibilità di eseguire facilmente interventi chirurgici al di fuori degli ospedali e senza necessità di anestesia per i pazienti. Ma questa interazione tra "bio" e "tecno" ha anche prodotto degli strani cambiamenti nell'organismo di alcune persone e favorito la nascita di tendenze che considerano la chirurgia come un viscerale atto erotico. Saul Tenser e la sua compagna Caprice sono "artisti" che si esibiscono in particolari pratiche di questo tipo, in cui lei, davanti ad un pubblico di fans adoranti, asporta nuovi organi di natura tumorale che il corpo dell'uomo tende a sviluppare con incredibile capacità rigenerativa. Come strumento di controllo di queste attività, che in certi casi assumono contorni morbosi e pericolosi, il governo ha appositamente istituito un'apparato burocratico (il NOR) ed un corpo di polizia, denominato "Nuovo Vizio", che persegue le sette di fanatici che operano al di fuori delle regole. Intanto il fisico di Tenser, irrimediabilmente provato da anni di "esibizioni", ha prodotto una serie di sindromi di natura psicosomatica che lo costringono a dipendere da strani macchinari biomeccanici per poter svolgere le normali funzioni vitali. Questo inquietante horror fantascientifico, scritto e diretto da David Cronenberg dopo quasi otto anni di assenza dal grande schermo, segna il felice ritorno del Maestro canadese alle sue origini, a quell'estetica della carne, del sangue e delle mutazioni corporee che lo hanno reso famoso, ma che qui vengono fuse abilmente con elementi psicoanalitici e con le torbide suggestioni erotiche che da sempre hanno accompagnato l'opera dell'autore come tratto distintivo, incisivo e disturbante. Per la gioia dei suoi numerosi fans, in quest'ultimo (ed a lungo atteso) lavoro c'è tanto del vecchio e del nuovo Cronenberg, sia a livello tematico, sia concettuale, sia figurativo. Ed è indubbiamente stupefacente, ammaliante ed agghiacciante la ricostruzione visiva di questo mondo distopico sospeso tra l'incubo e la preveggenza, ricco di simbolismi di conturbante feticismo, sempre in bilico tra l'orrido e il sensuale, pregno di elementi vintage e strumenti artigianali accostati, in un anacronismo di fantasia superiore, ad altri futuristici ed ipertecnologici. E' un universo cupo e grigio quello in cui il regista ci immerge, fatto di cantieri navali dismessi, capannoni industriali abbandonati, locali fatiscenti e personaggi bizzarri, in un carnevale allegorico di oscura fascinazione che, ideologicamente, appare un po' come la summa auto-citazionista di tante memorabilia cronenberghiane del passato (è francamente inutile citarle tutte perchè gli appassionati del regista le riconosceranno in un attimo e si divertiranno a farlo, invece il pubblico generalista probabilmente non troverà nulla di interessante in questo film e non lo guarderà affatto). Nel cast segnaliamo la presenza di grandi interpreti come Viggo Mortensen (alla sua quarta collaborazione con Cronenberg), Léa Seydoux e Kristen Stewart (ex idolo dei teenager ormai definitivamente "convertita" al cinema d'Autore). Sia la Seydoux che la Stewart hanno dichiarato, in una divertente intervista, di non aver capito quasi nulla della trama dell'opera, ma di sentirsi al settimo cielo per essere riuscite a lavorare con un Maestro di culto come Cronenberg. Tra dilemmi etici, moniti angoscianti verso il futuro, critica all'esibizionismo di certi "divi" e riflessioni filosofiche sull'atteggiamento sempre più invasivo della scienza e della tecnologia, il film è "tagliente", radicale ed imperativo nel suo ombroso messaggio di fondo, anche se, forse, eccede talvolta in qualche "spiegazione" di troppo, piuttosto che affidarsi al lieve velo artistico dell'ambiguo. Citiamo anche una curiosità: il secondo lungometraggio del regista, datato 1970, aveva lo stesso titolo ed una trama con qualche minima affinità (l'ambientazione "medica"); ma, di fatto, questa nuova opera dell'autore non ne costituisce un remake. L'attrice napoletana Denise Capezza, principalmente nota al pubblico italiano per il suo ruolo nella serie televisiva "Gomorra", fa una piccola apparizione nel film. Le musiche d'atmosfera sono, come sempre, del fedelissimo Howard Shore.

La frase: "La chirurgia è il nuovo sesso"

Voto:
voto: 4/5

martedì 23 maggio 2023

The Lodge (2019) di Severin Fiala , Veronika Franz

Due fratelli, Mia e Aiden, hanno perso la madre che si è tolta la vita in preda ad una profonda depressione, dopo che suo marito Richard ha lasciato lei e la famiglia per andare a vivere con una ragazza più giovane di nome Grace. Aiden è un adolescente introverso, mentre Mia è una bambina curiosa e molto legata a suo padre, nonostante tutto. Dopo la tragedia i due minori vanno a vivere con Richard che, in occasione delle feste natalizie, organizza un soggiorno in uno chalet isolato tra i boschi innevati per far conoscere Grace ai suoi figli. L'impatto iniziale è tutt'altro che facile, specialmente a causa della reticenza di Aiden che non vede di buon occhio la giovane "intrusa" e non accetta il fatto che il padre abbia una relazione con un'altra donna. Richard è costretto a tornare in città per motivi di lavoro, lasciando Grace da sola insieme ai ragazzi. Sarà l'inizio di un terribile incubo. The Lodge è il primo lungometraggio girato in America e in lingua inglese della coppia di registi austriaci Severin Fiala e Veronika Franz, che hanno anche scritto la sceneggiatura insieme a Sergio Casci e sono approdati oltre oceano dopo il successo di critica di Goodnight Mommy (Ich seh, Ich seh, 2014), il loro lavoro più conosciuto. Fedeli alla loro estetica ed alle loro "ossessioni" narrative, gli autori realizzano nuovamente un horror "da camera" di natura psicologica, molto angosciante e sottilmente torbido, che riflette su temi a loro cari: la difficoltà dei rapporti familiari tra figli e genitori, le tensioni striscianti che covano sotto la cenere nelle relazioni umane, i traumi del passato, il mondo dei bambini opposto a quello degli adulti. A questi si aggiungono nuovi elementi di pari potenza: la depressione, il suicidio e, soprattutto, il fanatismo religioso che si muove sul pericoloso confine della lucida follia e della violenza. Le tematiche sono molte ma i registi riescono a declinarle con sufficiente rigore, senza particolare enfasi morbosa, ma con un simbolismo teso e disturbante che tende all'apologo metaforico sul lato oscuro della fede invasata portata alle estreme conseguenze. Con inesorabile progressione fatalistica, tra straniamenti onirici e la continua esplorazione geometrica degli spazi chiusi del cottage isolato nella neve (e carico di elementi allegorici), il film procede con passo lento verso un finale nero e coraggioso, non privo di fertile ambiguità. Da lodare la notevole performance di una inquietante Riley Keough, la bravura dei registi nella direzione dei piccoli attori (Jaeden Martell e Lia McHugh) ed alcune sequenze di forte impatto visivo (gli incubi di Grace, il filmato amatoriale, la casa a forma di croce che spunta nella neve). Fiala e Franz, grandi appassionati di horror e veri conoscitori di cinema, ci regalano anche una lunga serie di citazioni e "somiglianze" con grandi autori del passato: da Jack Clayton ad Alejandro Amenábar, e soprattutto Stanley Kubrick (il tormento crescente della "reclusione" in un ambiente chiuso isolato nella neve, l'alienazione che può trasformarsi in pazzia o il cagnolino che si chiama "Grady", sono tutti evidenti omaggi a The Shining). Suggestiva anche la scelta del continuo montaggio parallelo tra la casa reale e quella delle bambole, in cui la scansione degli eventi procede di pari passo come una proiezione delle emozioni che vivono i protagonisti. Il difetto maggiore della pellicola, facilmente criticabile dal punto di vista logico, è la scelta cruciale che avviene a metà della storia e che dà il via alla svolta drammatica, effettivamente poco plausibile. La cupa fotografia ambientale è di Thimios Bakatakis, fedele collaboratore di Yorgos Lanthimos.
 
Voto:
voto: 3,5/5

Goodnight Mommy (Ich seh, Ich seh, 2014) di Severin Fiala , Veronika Franz

Una signora austriaca si sottopone ad un intervento di chirurgia estetica e ritorna a casa con il volto interamente coperto dalle bende e con i soli occhi visibili. I suoi figli, Elias e Lukas, gemelli di nove anni, iniziano a notare un comportamento diverso da parte della donna che sembra aver cambiato atteggiamento e carattere: è rigida, nervosa e severa, intollerante di qualunque disobbedienza e non rivolge mai la parola al più sensibile Lukas, che ne soffre particolarmente. I due bambini iniziano a pensare che quella donna non sia la loro vera madre ma un'impostora che ne ha preso il posto per scopi miseriosi. Questo horror psicologico di ambientazione familiare, dal passo lento e dalle atmosfere inquietanti, scritto e diretto dagli austriaci Severin Fiala e Veronika Franz, è il film che ha dato ai due autori una certa visibilità internazionale, specialmente presso il pubblico degli appassionati delle pellicole di paura, sempre a caccia di emozioni forti e di novità. E' fuori discussione che l'opera faccia il suo effetto, soprattutto per merito di un buon lavoro di scrittura e dell'interpretazione efficace dei due piccoli protagonisti (che nella vita sono realmente gemelli ed hanno gli stessi nomi dei loro personaggi). Ma parlare di originalità, di colpo di scena strabiliante o addirittura utilizzare i superlativi, come molti hanno fatto, rispetto a questo film, significa essere un bel po' a digiuno in materia di horror. Infatti il twist dell'epilogo non è affatto nuovo, nè tanto meno imprevedibile per lo spettatore più attento e scafato. La prima parte resta però di notevole livello, specialmente per la capacità di suggerire e generare angoscia senza mai ricorrere a facili jump-scare o all'esplicitazione gratuita di effetti macabri. Nel 2022 Matt Sobel ne ha diretto un omonimo remake americano (ben più convenzionale) con la brava Naomi Watts in veste di protagonista e produttrice.
 
Voto:
voto: 3/5