venerdì 28 luglio 2023

Kiss of the Damned (2012) di Xan Cassavetes

Djuna è una ragazza bella, colta e raffinata, che vive in una splendida residenza nelle campagne del Connecticut. Ma ha un segreto: Djuna è un vampiro con più di un secolo di età, che ha accettato le regole di convivenza pacifica con gli umani stabilite dalla sua comunità, evitando di farsi notare, rinunciando agli omicidi e nutrendosi unicamente di sangue animale o sintetico. L'incontro con Paolo, appassionato di cinema come lei, fa scattare il colpo di fulmine e, nonostante la ritrosia iniziale della donna, tra i due scoppia presto una relazione di grande passione. Quando Djuna gli rivela la sua natura l'uomo decide di unirsi a lei per sempre, facendosi vampirizzare a sua volta per libera scelta. Ma l'arrivo di Mimi, sorella di Djuna, feroce, selvaggia e ribelle, complicherà ogni cosa. Esordio cinematografico di Xan Cassavetes (figlia del celeberrimo John e della indimenticabile Gena Rowlands), in doppia veste di regista e sceneggiatrice di questo horror gotico patinato, carico di erotismo e di fascinazione diabolica, girato con eleganza e con l'impellenza (tipica degli esordienti o dei figli d'arte) di dimostrare il suo valore ad ogni costo. E' evidente che la figura del vampiro, da sempre oggetto di attenzione da parte della letteratura e del cinema, sia tornata di gran moda a Hollywood dopo il grande successo commerciale della saga di Twilight. Ma non lasciatevi ingannare dal fatto che i protagonisti di questo film siano tutti giovani, belli, sexy e glamour, perchè Kiss of the Damned non ha proprio niente a che vedere con la mielosa soap opera adolescenziale citata prima. E' un film serio, a tratti anche notevole, ma non completamente riuscito perchè la regista paga lo scotto del noviziato e non riesce a dare equilibrio omogeneo alle sue buone idee (che comunque non mancano). E' palese che l'autrice sia cresciuta "a pane e cinema" (e non potrebbe essere altrimenti!) e lo si può notare nel marasma di influenze e ammiccamenti che pervadono la pellicola, passando dai gotici della Hammer a quelli di Mario Bava, dai melodrammi di Douglas Sirk ai b-movies di Jesús Franco, il tutto rivisitato con le regole e la sensibilità dell'estetica moderna. Talvolta la tendenza alla stilizzazione visiva è così ricercata da sfociare più nel videoclip che nel cinema vero e proprio, altre volte gli intenti di critica metaforica verso l'alta borghesia, i sistemi conformistici e gli stereotipi sentimentali che fissano le "regole dell'amore" risultano troppo labili per essere presi sul serio. Ma la messa in scena è potente, l'erotismo è conturbante e nel cast ricco di bellezze (Joséphine de La Baume, Roxane Mesquida, Milo Ventimiglia, Caitlin Keats, Riley Keough) spicca il magnetico fascino spigoloso di Anna Mouglalis, che ogni volta che appare in scena mette tutti gli altri in penombra. Le musiche di Steven Hufsteter sembrano prese pari pari dai thriller italiani degli anni '70.

Voto:
voto: 2,5/5

The Yards (2000) di James Gray

Il giovane Leo torna a casa dopo aver scontato un anno e mezzo di prigione per un furto d’auto e per essersi rifiutato di denunciare i suoi complici, tra cui lo scaltro Willy, che, riconoscente, lo aspetta a braccia aperte per offrirgli un lavoro facile e redditizio. I due entrano a far parte dell'azienda di Frank Olchin (che è anche zio indiretto di Leo), un potente affarista senza scrupoli che si è arricchito come imprenditore del settore ferroviario a suon di tangenti e corruzione di funzionari pubblici. Ma, per colpa di Willy, Leo si mette nuovamente nei guai, stavolta ancora più grossi: viene accusato di un omicidio che non ha commesso e si ritrova tutti contro, braccato dalla polizia e dai suoi ex soci che temono che il giovane possa denunciarli. Dalla sua parte troverà solo la cugina Erica, una ragazza bella e sensibile che è fidanzata con Willy e di cui Leo è stato sempre segretamente invaghito. Questo torbido noir metropolitano di James Gray è ispirato alla vera storia dello scandalo di corruzione che scoppiò a New York sul finire degli anni '80, relativamente ai lavori di costruzione di nuovi tratti della metropolitana ed in cui fu coinvolto anche il padre del regista. Scritto dallo stesso Gray insieme a Matt Reeves, è un po' thriller morale e un po' crime ambientale, fortemente contrastato nell'utilizzo espressivo dei chiari scuri e fisicamente legato alle atmosfere sordide e iconiche del suo scenario (una New York di cupa decadenza con le immancabili strade notturne sporche, minacciose e dai tombini fumanti). E' un film di tesa suggestione, specialmente nell'ottima prima parte, impreziosito da un cast stellare (Mark Wahlberg, Joaquin Phoenix, Charlize Theron, James Caan, Ellen Burstyn, Faye Dunaway, Tony Musante, Tomas Milian) e dalle belle musiche di Howard Shore. Peccato che la parte finale sprechi un bel po' di quanto visto prima, assumendo connotati troppo convenzionali, effettistici e moralistici. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film non riscosse particolari consensi né di critica né di pubblico, ma tutti si trovarono d'accordo nel lodare la notevole interpretazione di Joaquin Phoenix, attore di fiducia del regista. In Italia, dopo un passaggio in anteprima al Torino Film Festival, non è mai stato distribuito nelle sale ma è uscito direttamente per il mercato home video.

Voto:
voto: 3/5

Johnny il bello (Johnny Handsome, 1989) di Walter Hill

Johnny Sedley, ironicamente detto "il bello" per via di una grave malformazione facciale congenita che gli deforma il volto e gli impedisce di parlare correttamente, è uno sbandato di New Orleans con un unico amico (Mike) e una tragica infanzia alle spalle fatta di abusi e violenze. Johnny fa il basista, ovvero organizza rapine preparando il piano, ma non partecipa mai direttamente all'azione. Mike, oberato dai debiti, gli chiede aiuto per un colpo in un negozio di monete rare di grande valore, ma, per colpa di due complici squilibrati (il tossico Rafe e la sua degna compagna Sunny, ex prostituta avida e crudele), l'azione si trasforma in un massacro. I due spietati compari ammazzano tutti per tenersi il malloppo, ma non riescono ad uccidere Johnny che finisce in prigione. Qui, grazie al suo buon comportamento e all'intercessione di un medico idealista, Johnny, dopo essere scampato miracolosamente ad un attentato organizzato dall'esterno da Rafe e Sunny, viene inserito in una sorta di programma di recupero per rifarsi una nuova vita, con un nuovo nome (Johnny Mitchell) ed un nuovo aspetto, dopo una serie di interventi di chirurgia plastica che lo trasformano in un uomo affascinante e prestante. Per un po' il redivivo Johnny sembra effettivamente rinato: esce in libertà condizionata, trova un lavoro onesto e l'amore di una bella ragazza. Ma l'idea della vendetta è sempre presente nella sua mente. Questo cupo crime diretto con mano sapiente dall'esperto Walter Hill nasce da un racconto breve di John Godey, "The Three Worlds of Johnny Handsome", di cui la 20th Century Fox acquistò i diritti nel 1972, ma il progetto rimase a lungo in cantiere, passando di mano in mano e subendo continui ritardi e revisioni. Alla fine la regia andò a Walter Hill, che approvò la sceneggiatura finale di Ken Friedman ed il ruolo del protagonista fu assegnato a Mickey Rourke, dopo i rifiuti di Richard Gere e di Al Pacino che non credevano nelle potenzialità dell'opera. Alla sua uscita il film passò praticamente in sordina e non venne particolarmente apprezzato, pagando oltre modo lo scotto di un'idea di base effettivamente poco credibile che ne penalizzò ampiamente i meriti, che ugualmente sono presenti. Vedi il solido lavoro registico, il cast sontuoso (Mickey Rourke, Ellen Barkin, Elizabeth McGovern, Morgan Freeman, Forest Whitaker, Lance Henriksen), le affascinanti ambientazioni sordide (in tal senso la scelta di New Orleans è perfetta) e le malinconiche suggestioni infuse dall'autore che guardano al noir americano degli anni '40 e anche al polar francese. Sotto questo punto di vista è emblematico il personaggio del detective disilluso di Morgan Freeman (ruolo che gli calza a pennello e che più volte riprenderà nel corso della sua lunga carriera) che contiene l'anima e l'essenza del noir: il fatalismo tragico, il cinismo pragmatico e la disincanta convinzione che, in fondo, nessuno possa realmente cambiare. Ma anche la perfida sgualdrina interpretata da Ellen Barkin (la migliore in assoluto del ricco cast) è una perfetta dark lady attualizzata al clima degli anni '80. Ad un certo livello la pellicola è un fosco dramma esistenziale "a tesi" travestito da crime d'azione. Film sottovalutato ma da recuperare, specialmente per gli amanti del genere.

Voto:
voto: 3/5

giovedì 27 luglio 2023

Il quinto elemento (The Fifth Element, 1997) di Luc Besson

Secondo un'antica profezia ogni cinquemila anni si verifica un particolare allineamento astrale che consente ad una forza distruttiva chiamata "Male Supremo" di penetrare nel nostro universo per distruggere ogni cosa. L'unico potere in grado di contrastarla è dato dall'unione dei 4 elementi primari (aria, acqua, terra, fuoco), la cui essenza è contenuta in 4 gemme elementali, che vanno opportunamente attivate da un essere superiore, il così detto "quinto elemento", in modo da generare l'energia necessaria a respingere il male e rispedirlo nel suo ambito. Di questa conoscenza erano depositari gli antichi egizi, opportunamente istruiti da alieni saggi e benevoli che proteggono l'universo e custodiscono il quinto elemento. Nell'anno 2263, in una New York futuristica con palazzi altissimi e macchine volanti, il tassista Korben Dallas, uomo disilluso con un passato nelle forze speciali dell'esercito, si ritrova per caso coinvolto in una spericolata avventura, quando una splendida ragazza dai capelli arancione, gli occhi verdi e vestita con poche sottili fasce bianche, precipita nel suo taxi, in fuga dagli sgherri del malvagio Zorg, ricco e potente magnate dell'industria militare. Lei dice di chiamarsi Leeloo, non ricorda nulla del suo passato e parla una strana lingua arcaica. Con l'aiuto del sapiente monaco Cornelius, i due scopriranno di trovarsi al centro di un enorme complotto di dimensioni planetarie e che dalle loro azioni può dipendere il destino dell'universo. Spettacolare kolossal europeo di fantascienza, avventura e azione, diretto con ritmo frenetico da Luc Besson, che ne ha anche scritto soggetto e sceneggiatura ispirandosi ad una sua breve favola ideata nel periodo adolescenziale. Girato nei celebri Pinewood Studios inglesi, questa mega produzione franco-britannica, forte di variopinte scenografie visionarie, effetti speciali mirabolanti, costumi di avveniristico glamour (realizzati dallo stilista Jean-Paul Gaultier) e di un grande cast internazionale (Bruce Willis, Gary Oldman, Milla Jovovich, Ian Holm), sopperisce con la sfolgorante dimensione visiva all'esile modestia di una trama che, nella sua idea di base (l'eterna lotta tra il Bene e il Male con al centro la forza dell'Amore), è di assoluta banalità. Besson è autore esperto e megalomane, di enfatico barocchismo e ridondanza espressiva, ma ha un forte senso dello spettacolo e la scaltrezza necessaria per confezionare un prodotto di grande appeal, come in questo caso specifico. Attingendo da svariate influenze e suggestioni del passato (Star Wars, Flash Gordon, Stargate) e infarcendo la pellicola di elementi "vincenti" (un duro alla moda come Bruce Willis, un villain predestinato come Gary Oldman ed un'eroina di radiosa bellezza come Milla Jovovich), l'autore riesce nell'intento di pompare la sua flebile "favoletta" giovanile con gli steroidi di una patina di abbagliante smalto. Alla sua uscita il film fece segnare il record di più costosa produzione europea mai realizzata, ma ottenne un grande successo commerciale in tutto il mondo, diventando, per molti, un piccolo classico della fantascienza del vecchio continente. Nel 2017 Besson ha provato a ripetersi, realizzando, con una formula simile, l'ancora più costosa e magniloquente "space operaValerian e la città dei mille pianeti (Valérian et la Cité des mille planètes), ma i risultati sono stati molto meno fortunati, sia in termini di incassi che di apprezzamento della critica.

Voto:
voto: 3/5

Sin City - Una donna per cui uccidere (Sin City: A Dame to Kill For, 2014) di Frank Miller , Robert Rodriguez

A distanza di nove anni dal primo straordinario episodio, la coppia di registi Frank Miller e Robert Rodriguez ci riportano nella sporca città del peccato, immergendoci di nuovo in quelle atmosfere torbide e violente ed in quell'estetica da fumetto noir (rigorosamente in bianco e nero ultra contrastato, ma con espressive pennellate sporadiche di colore) che ci avevano fatto innamorare nel 2005. Sceneggiato da Miller e diviso in 4 episodi (di cui due sono tratti dalla sua graphic novel e due sono stati scritti appositamente per il cinema), questo Sin City parte II è sia un sequel che un prequel del film precedente, consentendo in questo modo il ritorno di un personaggio iconico ed amatissimo come lo spietato giustiziere solitario Marv (che massacra i suoi nemici ma rispetta le donne) di Mickey Rourke. Nel primo episodio ("Una donna per cui uccidere") Dwight McCarthy, diversi anni prima rispetto agli eventi della prima pellicola, ritrova Ava Lord, una sua vecchia fiamma mai dimenticata, bellissima e fatale, un'autentica bomba erotica. Ava gli chiede perdono per averlo lasciato ed avere sposato un milionario ricco e perverso, che la perseguita con la sua gelosia facendola pedinare da Manute, una gigantesca guardia del corpo. La passione scoppia nuovamente tra i due vecchi amanti, ma Dwight viene duramente pestato dal feroce "guardiano" di Ava. Non potendo competere con un nemico del genere, l'uomo chiede l'aiuto di Marv per liberare la ragazza dai suoi persecutori. Ma a Sin City complotti e tradimenti sono sempre dietro l'angolo e non è mai possibile fidarsi di nessuno, nemmeno di una donna per cui uccidere. Il secondo episodio ("Solo un altro sabato sera") vede protagonista Marv che combatte contro i suoi demoni interiori e contro una gang di giovani teppisti, figli di famiglie benestanti, che si credono intoccabili. Nel terzo ("Quella lunga, brutta notte") un giovane giocatore d'azzardo di nome Johnny sfida a poker il malvagio Senatore Roark, l'uomo più potente e corrotto della città, mettendosi in un mare di guai. L'episodio finale ("La grossa sconfitta") vede il "ritorno" di John Hartigan, il cui fantasma vaga senza pace per i sordidi vicoli di Sin City per vegliare sulla "sua" Nancy, la spogliarellista più richiesta del Kadie's Bar. Intanto la ragazza, decisa a vendicare la morte di Hartigan, sta preparando un piano per uccidere il Senatore Roark, il maggiore responsabile dell'accaduto. Questo sequel/prequel di Sin City riporta in scena tutti gli elementi che avevano decretato il successo del predecessore: ambientazioni cupe, personaggi "maledetti", violenza a profusione, inganni e tradimenti, donne bellissime, spietate e discinte, anti-eroi tormentati, azione e colpi di scena, locali fumosi, vicoli malsani, strade pericolose, vizi e perdizioni, assoluta mancanza di regole morali. Insomma, in una parola, tutto quello che attiene all'iconografia del noir americano, adattandolo alle regole del fumetto ed all'estetica moderna, ma senza disperderne l'intimo senso di fatalismo tragico e di cinica disillusione. Eppure, nonostante tutto questo, qualcosa manca all'appello e la suggestione magica del film del 2005 non viene riproposta allo stesso livello. Infatti, a parte l'episodio iniziale, che dà il sottotitolo all'opera e che è memorabile, gli altri tre segmenti non sono alla medesima altezza e procedono in tono decrescente, con qualche colpo a vuoto e qualche accenno di stanca. In particolare l'ultimo (con Jessica Alba e Bruce Willis) è quello più debole, anche per i limiti interpretativi dell'affascinante attrice californiana, che è un gran bel vedere quando si tratta di ballare e dimenare il corpo sul bancone del Kadie's Bar, ma che sfiora il ridicolo involontario quando invece si tratta di recitare. Il ritorno in grande stile di Marv è un sollucchero per i fans della città del peccato e, ogni volta che lui è in scena, il film si risolleva e decolla verso un tripudio di inusitata violenza estetizzante. Nel resto del cast, Josh Brolin sostituisce Clive Owen come Dwight McCarthy (e anche qui si perde più di qualcosa), Rosario Dawson e la sua gang di "kickass whores" sexy e letali si riconfermano al top, ma è la francese Eva Green che si merita ampiamente la menzione d'onore: è lei la dark lady perfetta, l'anima e il corpo del film, la donna per cui uccidere.

Voto:
voto: 3/5

Deep Impact (1998) di Mimi Leder

Leo Beiderman, adolescente appassionato di astronomia, vede col suo telescopio un nuovo corpo celeste che si muove rapidamente ed informa il suo professore della cosa. La notizia giunge ad un astronomo professionista che, dopo aver controllato attraverso gli appositi strumenti, si rende conto che una gigantesca cometa è in rotta di collisione con la terra, con l'impatto stimato entro un anno. Ma la sua morte in un incidente stradale impedisce la diffusione pubblica della cosa ed il pericolo rimane secretato nelle più alte sfere del potere. Jenny Lerner, giornalista indomita, è la prima a diffondere lo scoop, a seguito del quale il presidente americano è costretto ad una dichiarazione ufficiale in diretta mondiale. La terra è a rischio estinzione e il panico si diffonde velocemente, mentre il conto alla rovescia scorre inesorabile. Gli USA tentano una disperata missione inviando una navicella chiamata "Messiah", guidata dall'esperto astronauta Spurgeon Tanner, per atterrare sulla cometa e depositare delle testate nucleari al suo interno in modo da frantumarla e renderla inoffensiva. Mentre l'intera popolazione mondiale segue in diretta l'evento col cuore in gola, l'eroica spedizione fallisce, riuscendo solo a spezzare l'asteroide in due parti, una diretta verso l'Atlantico e l'altra verso il Canada, ma ancora troppo grandi per evitare l'apocalisse globale. Mentre un esiguo numero di privilegiati cercano riparo in una installazione sotterranea segretamente costruita sotto le montagne americane, la terra si prepara al terribile impatto che porrà fine alla vita sul pianeta. Questo spettacolare "giocattolone" catastrofico, diretto da Mimi Leder e prodotto da Steven Spielberg (che inizialmente era stato designato anche per il ruolo di regista), riporta in auge il genere di fantascienza apocalittica attraverso una tensione avvincente, degli impressionanti effetti speciali ed un cast sontuoso che annovera interpreti come Robert Duvall, Téa Leoni, Elijah Wood, Vanessa Redgrave, Morgan Freeman, Maximilian Schell, James Cromwell e Leelee Sobieski. Le numerose sottotrame che si sviluppano in parallelo, in attesa del fatale impatto, sono all'insegna del tipico sentimentalismo di queste produzioni hollywoodiane: cariche di retorica, di prolissità e di morale edificante. Dal punto di vista visivo però il film è notevole e l'arrivo del gigantesco tsunami che invade le coste americane vale il prezzo del biglietto. Per il resto tutto si svolge, prevedibilmente, come da prassi, facendoci ricordare che stiamo guardando un blockbuster made in USA. La pellicola, che ebbe comunque un ottimo successo al botteghino, fu penalizzata dall'uscita quasi contemporanea di Armageddon - Giudizio finale (Armageddon, 1998) di Michael Bay, molto simile nella trama ma ancora più tronfio di retorica patriottarda e di leziosità strappalacrime. Per la cronaca, è stato il film di Bay a vincere nettamente la sfida al box office, attestandosi addirittura al primo posto tra gli incassi dell'anno 1998.

Voto:
voto: 2,5/5

mercoledì 26 luglio 2023

Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica

A Napoli, in una mattina come tante, una voce tuonante che arriva dall'alto annuncia che alle ore 18 ci sarà il giudizio universale. L'annuncio si ripete regolarmente come un conto alla rovescia e, con l'avvicinarsi del fatidico momento, la preoccupazione aumenta e ciascuno reagisce a modo proprio. In un vasto campionario di umanità, che ci viene presentato attraverso una serie di "quadretti", l'attesa dell'annunciato giudizio provoca paura, rabbia, sconcerto, pentimento, follia, indifferenza o atteggiamenti scriteriati. E poi, "finalmente", arrivano le 18. Ambiziosa e magniloquente commedia sarcastica ideata e scritta da Cesare Zavattini e diretta da Vittorio De Sica con enfasi "circense", in costante oscillazione tra neorealismo e surrealismo, fiaba grottesca e allegoria morale, apologo antropologico e carosello partenopeo. Se nel precedente (e per certi versi attinente) Miracolo a Milano (1951) la coppia De Sica-Zavattini utilizzava l'inserimento di un elemento fantastico per raggiungere un lirismo poetico inteso a celebrare la dignità della miseria, in questo caso l'evento mistico, che dà il via all'azione e poi aleggia su tutti gli eventi, serve a innescare un grande teatro metaforico (composto da molteplici siparietti episodici) che vuole elevarsi a satira emblematica delle umane meschinità. L'ambizioso intento, evidente fin dall'inizio, non si sposa però completamente con l'effettiva realizzazione, per quanto la pellicola resti ampiamente godibile e ricca di momenti di grande cinema, con alcune scene e personaggi memorabili. I maggiori problemi derivano già dal "manico", ovvero dalla proverbiale grandeur del produttore Dino De Laurentiis, che pretese a tutti i costi un super cast corale (che ha pochi uguali nella storia del cinema italiano), dilatando così la struttura bozzettistica della storia, rendendola poco amalgamata e finendo per danneggiare diversi personaggi (e relativi interpreti), limitandone troppo la presenza in scena. Giusto per ricordare i nomi principali dei partecipanti all'opera, possiamo citare (in ordine sparso): Fernandel, Georges Rivière, Paolo Stoppa, Anouk Aimée, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Renato Rascel, Vittorio De Sica, Silvana Mangano, Jack Palance, Lino Ventura, Alberto Sordi, Ernest Borgnine, Ciccio Ingrassia, Franco Franchi, Domenico Modugno e persino il presentatore televisivo Mike Bongiorno. C'è insomma davvero troppa carne al fuoco per ottenere un risultato omogeneo ed equilibrato, a netto discapito della coerenza tematica. Alla sua uscita il film venne ampiamente criticato, anche con eccessivo accanimento, e quasi nessuno ne evidenziò i tratti positivi. Ad esempio il discusso ballo finale, girato a colori mentre la pellicola è principalmente in bianco e nero, venne tacciato di superficiale buonismo dai più, mentre invece è di perfido e beffardo cinismo. Questo incompreso kolossal napoletano si avvale anche di una squadra di tecnici di prim'ordine, con la bella fotografia dell'ungherese Gábor Pogány, le scenografie di Pasquale Romano e le musiche di Alessandro Cicognini. Alberto Sordi, che risulta uno dei più bravi nel ricco cast, tratteggia da par suo uno dei più spregevoli cattivi della sua sterminata galleria di maschere dell'italiano medio.
 
La frase: 
- "Sono le 18 comincia il giudizio universale! Cominciamo per ordine alfabetico!"
- "Io mi chiamo Zuzzurro!"

Voto:
voto: 3/5

Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978) di Lina Wertmüller

Nel 1922 in un paesino dell'entroterra siciliano, la vedova Titina Paternò, donna ancora piacente, si è rassegnata a vedere l'assassino di suo marito, Vito Acicatena, a piede libero. In paese tutti sanno che lui è colpevole ma nessuno parla per paura, come da atavica abitudine omertosa. Un avvocato socialista, Rosario Spallone, dopo aver salvato Titina da un tentativo di stupro da parte dello stesso Acicatena, cerca di convincerla a far riaprire il processo per condannare l'uomo che le ha rovinato la vita. Tra i due nasce una relazione sentimentale, ma l'arrivo dall'America di Nick Sanmichele, cugino del defunto marito della donna con attitudini criminali, complica ulteriormente le cose. Titina viene sedotta da Nick, che le rivela il suo piano di vendicare il cugino, uccidendo Acicatena, per poi fuggire con lei in America. Ma la marcia su Roma e l'avvento del regime fascista fa precipitare gli eventi: Acicatena diventa il gerarca locale a capo di una squadriglia di sgherri in camicia nera e si sente ancora più intoccabile; l'unica risoluzione possibile sarà quella violenta. Truce melodramma popolare di ambientazione siciliana, scritto e diretto da Lina Wertmüller all'insegna di una passionalità terragna, di un milieu politico superficiale e di una dimensione farsesca di cupa gravosità. La totale mancanza di ironia e la mano pesante della regista romana rendono la pellicola troppo teatrale nelle sue esasperazioni tragiche, sentimentali e sociali, con un simbolismo grottesco che va spesso fuori misura, sfociando in un macchinoso barocchismo. Le cose migliori sono le location pregnanti di grande potenza evocativa, la fotografia di Tonino Delli Colli e le interpretazioni dei quattro attori principali (Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini, Turi Ferro), tra cui svetta la Loren in una verace incarnazione di miseria, dolore e spirito di adattamento, con le occhiaie cerchiate di nero ed una torva bellezza resiliente dal sapore antico. Giannini, attore feticcio della Wertmüller, ricicla i suoi personaggi di prosaica guapperia, mentre Mastroianni, con una vistosa barba da profeta, sa conferire al suo avvocato una giusta miscela di fragilità, idealismo e meschinità. La versione lunga del titolo, come da consolidato vezzo della regista, detiene il primato di titolo cinematografico più lungo della storia del cinema: "Un fatto di sangue nel comune di Siculiana fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici. Amore-Morte-Shimmy. Lugano belle. Tarantelle. Tarallucci e vino". Nei paesi anglofoni i ben più pratici inglesi distribuirono la pellicola con il titolo Revenge. La concisione è, talvolta, una grande dote.

Voto:
voto: 2,5/5

Orchidea nera (The Black Orchid, 1958) di Martin Ritt

Rose Bianco, italiana emigrata in America, è la giovane vedova di un gangster che lavora come operaia in una fabbrica di fiori finti per mantenersi ed aiutare suo figlio Ralph, un ragazzo problematico che si mette spesso nei guai con la legge e che è finito in un riformatorio correzionale. L'incontro con Frank Valente, anche lui vedovo e di origine italiana, le ridona speranza di poter essere ancora felice, ma Mary, figlia dell'uomo molto gelosa nei confronti di suo padre, si oppone in tutti i modi alla relazione e si chiude in un preoccupante auto isolamento per convincere Frank a rinunciare al nuovo amore. Questo intenso melodramma familiare di Martin Ritt, scritto  dallo sceneggiatore esordiente Joseph Stefano e prodotto dalla Paramount insieme a Carlo Ponti, è il sesto film americano interpretato da Sophia Loren, che stavolta duetta con un altro grande attore come Anthony Quinn. Inizialmente il ruolo di Rose era stato pensato per Anna Magnani, ma poi fu decisiva la spinta di Carlo Ponti, unitamente ad altri impegni contemporanei dell'attrice, per spianare la strada alla Loren. Ed è principalmente la sua interpretazione, di sofferta dignità e vigoroso sentimento, a donare spessore ad un film che forse non eccelle per l'originalità della storia, ma che Martin Ritt dirige con tocco sensibile e autorevole, mettendosi al servizio degli attori. Anthony Quinn risulta un po' penalizzato perchè la luce è tutta sulla Loren, che grazie alla sua performance toccante e risoluta si aggiudicò la prestigiosa Coppa Volpi come miglior attrice al Festival di Venezia. Girato interamente tra Hollywood e dintorni, il film va anche ricordato per essere stato il debutto americano del nostro grande compositore Alessandro Cicognini, conosciuto principalmente per le sue collaborazioni con Vittorio De Sica e per le tante colonne sonore scritte per le opere del nostro Neorealismo, a cui ha fornito un contributo artistico essenziale.

Voto:
voto: 3/5