mercoledì 14 giugno 2017

La gatta sul tetto che scotta (Cat on a Hot Tin Roof, 1958) di Richard Brooks

In occasione del 65° compleanno del patriarca Harvey Pollitt, severo proprietario terriero del Mississippi ammalato di cancro, la famiglia si riunisce per festeggiarlo, ma emergono rapidamente antiche tensioni e vecchi rancori mai sopiti. I principali motivi del dissidio derivano dalla totale insoddisfazione del padre nei confronti dei suoi due figli: Cooper, rude e avido, e Brick, ex giocatore di football, alcolizzato, depresso cronico e impassibile di fronte ai tentativi di seduzione della sua splendida moglie Margaret, la “gatta” a cui allude il titolo. Quando Brick rivela al padre i motivi per cui trascura sessualmente la moglie esplode la tragedia. Intenso dramma familiare, tratto dall’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams (che ebbe un enorme successo di pubblico e critica a Broadway), opportunamente edulcorato, secondo le consuetudini dell’epoca, degli elementi più scottanti relativi all’omosessualità di Brick. All’epoca dell’uscita del film vigeva il temuto Codice Hays, ovvero un insieme di regole di censura che impediva, tra le altre cose, ogni allusione a “perversioni sessuali”, tra le quali rientravano anche i rapporti gay. Per questo motivo gli sceneggiatori Richard Brooks e James Poe dovettero fare i salti mortali per eliminare dalla trama l’elemento scatenante del dramma, inventandosi un’arzigogolata soluzione che convince solo in parte e finisce per indebolire il senso intimo dell’opera. Al di là di questo importante sacrificio al moralismo imperante, che rende il film monco, va comunque riconosciuto che la pellicola riesce a mantenere buona parte delle atmosfere morbose, delle frustrazioni represse, delle fobie sessuali e dei dialoghi audaci del testo originario di Williams, diventandone una non indegna versione “addomesticata”. Fondamentale in tal senso l’oculato lavoro di cesello del regista e la performance di un cast eccezionale in stato di grazia, in cui svetta uno straordinario Paul Newman nel complesso ruolo del tormentato Brick, seguito a ruota da Burl Ives, Jack Carson, Judith Anderson e la sensuale “gatta” Elizabeth Taylor, bella da fare male. Delle sei nomination all’Oscar il film non vinse alcun premio, anche se Newman lo avrebbe meritato per la sua intensa e dolente interpretazione: un vulcano ribollente che trattiene a malapena la rabbia, portando costantemente sul volto i segni dello sconforto esistenziale.

Voto:
voto: 3,5/5

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