venerdì 25 aprile 2014

Barbarella (Barbarella, 1968) di Roger Vadim

Nell'anno 40.000 la sexy astronauta "scollacciata" Barbarella viene incaricata di una missione cruciale: ritrovare uno scienziato scomparso che ha creato un'arma di smisurato potere distruttivo, capace di cancellare interi mondi. Giunta al Palazzo del Grande Tiranno sul pianeta Sogo, la nostra eroina scopre che il comando è nelle mani della perfida Regina Nera e che l'uomo che sta cercando è diventato il suo assistente, intenzionato ad usare la sua arma per conquistare l'universo. Variopinta commistione tra sci-fi vintage, commedia ed erotismo, è un audace adattamento della disinibita eroina bionda tratta dal fumetto di Jean-Claude Forest. Grazie alla carica sensuale della protagonista Jane Fonda e ad alcune invenzioni visive (le scenografie e, soprattutto, i costumi curati da Paco Rabanne), il film è rimasto in un certo background folcloristico ben oltre i propri effettivi meriti. Fortemente voluto e prodotto da Dino De Laurentiis, appartiene a quei cult un po' kitsch per nostalgici dell'estetica arty degli anni '60. Nel ricco cast ci sono anche David Hemmings e Ugo Tognazzi. Lo striptease in assenza di gravità della bella Barbarella nei titoli di testa è imperdibile.

Voto:
voto: 3/5

domenica 6 aprile 2014

Nymphomaniac - Volume 1 (Nymphomaniac: Vol. I, 2013) di Lars von Trier

Prima di inoltrarsi in un'analisi alcune premesse sono necessarie: si tratta di un film "monco", essendo la prima parte di un'opera concepita di lunga durata e, se ciò non bastasse, questa è la versione "censurata" con circa 1 ora di pellicola in meno. Per poter dare un giudizio definitivo sarà, quindi, necessario vedere quanto meno la parte seconda, se non addirittura l'intera opera senza tagli nell'attesa di capire se quest'ultima (come credo) sia la reale versione voluta dal regista danese. Film scandalo annunciato, furbescamemente dipinto come "porno d'autore", controverso già a priori fedelmente allo stile del regista che ama suscitare clamori intorno a sè ed alle sue opere, a cominciare dall'irridente poster con l'orgasmo multiplo che poco ha a che vedere con la trama. Diciamo quindi subito che questa pellicola tutto è meno che un porno, visto che non bastano di certo alcuni primi piani "ginecologici" (tra l'altro elementi sporadicamente già visti nel cinema di von Trier) a definirla tale. Va invece detto che questa prima parte, a mio avviso splendida, è una potente e provocatoria riflessione sui temi da sempre cari al regista, suddivisa in capitoli, narrata con stili e toni differenti, ed a molteplici livelli interpretativi. La più evidente essenza dell'opera è quella del racconto di formazione: il racconto in flashback di una donna che confessa ad un uomo la sua ossessione per il sesso attraverso le tappe salienti della propria vita, ripartite in tranche dal titolo diverso. Per chi conosce il regista è evidente l'intento liberatorio del tutto: questo film vuole essere la summa della sua estetica e delle sue tematiche, una lunga seduta di auto-analisi i cui attori principali sono le due anime di von Trier: la componente razionale, tipicamente identificata con il maschio (Seligman, guarda caso un nome ebraico) e quella istintiva, che il regista identifica da sempre con la femmina (Joe), riconfermando la sua attrazione e la sua "paura" verso l'elemento femmineo. Credo che il regista si identifichi con entrambi i personaggi, poli opposti di un'ambigua personalità, ma dimostra di aver compreso perfettamente l'essenza di Joe di cui enfatizza splendidamente la ricerca estrema, e disperata, del piacere come strumento di libertà più che di perversione. In questa seduta a due emergono tutte le ossessioni dell'autore, sempre in forma di antitesi: sesso e amore, ragione e istinto, vita e morte, vizio e virtù, fede e agnosticismo, adesione ad un "dogma" ed inevitabile infedeltà verso i suoi principi. La struttura a capitoli è un valore aggiunto di questo viaggio multiforme in cui gli stili diversi e le trovate registiche danno forma pregnante alle differenti stagioni di vita della protagonista: dopo un prologo oscuro che ricorda Dogville per le tetre ambientazioni, il primo capitolo (The Compleat Angler) è uno sfacciato assaggio sul mondo di Joe, con la forza impudente della ribellione giovanile. Il secondo (Jerôme) è una problematica riflessione sul rapporto tra sesso e amore, sulla sua lettura in termini di potere e sull'eterna questione se sia più antinomia o connubio, domanda a cui vengono date molteplici possibili risposte a seconda se sia Seligman o Joe a parlare. Il capitolo terzo (Mrs. H) è uno straordinario dramma da camera, dal tono bergmaniano per l'enfasi accademica e la vivisezione dei sentimenti, che vira nel surreale per l'evidente improbabilità della situazione che riflette sarcasticamente sul moderno concetto di famiglia "allargata". Stupefacente la Thurman per intensità ed espressività drammatica. Il quarto capitolo (Delirium) è quello più struggente e "sentimentale" ma il tocco finale, visivamente geniale, è puro Lars von Trier: tutto il suo cinema in una sola immagine. L'ultimo capitolo (The Little Organ School) è il migliore insieme al terzo: visivamente ricercato, stilisticamente brillante, sancisce relativismo e molteplicità come uniche sensate possibilità di giudizio. Nel sesso, come nella vita dell'uomo, non esiste una singola via o un unico modo: noi siamo il compendio di numerose "voci", spesso contrastanti tra loro ma tutte necessarie alla realizzazione dell'insieme. In attesa di vedere la seconda parte (che potrebbe far variare il giudizio complessivo) credo che questo sia il miglior film del regista insieme a Dogville. A voler trovare un evidente difetto direi che il casting di Shia LaBeouf per il ruolo chiave di Jerôme non è stato dei più felici.

Voto:
voto: 4,5/5

venerdì 21 marzo 2014

The Counselor - Il procuratore (The Counselor, 2013) di Ridley Scott

Algido noir scritto da Cormac McCarthy e diretto da Ridley Scott, tutto costruito sui contrasti: dalla solarità delle ambientazioni (quel "mexican border" dominato dai cartelli del narcotraffico) alla glaciale architettura degli ambienti interni, dall'opulenza americana alla povertà messicana, dall'aspetto "giusto" e cool dei personaggi principali al degrado morale che li contraddistingue, sotto l'egida dell'avidità. Come sempre in McCarthy il mondo appare in balia della violenza e le situazioni estreme servono a mettere alla prova i protagonisti ponendoli di fronte a tragiche scelte in cui si rivelerà la loro debolezza, in accordo al radicale pessimismo dell'autore di No country for old men. Ma i problemi di questo film risiedono nell'impianto eccessivamente verboso e nella costante esasperazione di dialoghi e situazioni alla ricerca della frase o della scena ad effetto, fino a scadere in un artificioso parossismo. Il cast stellare sembra un po' sprecato tra le luci e le ombre del film: sotto tono Fassbender, forse a causa del personaggio che è, di fatto, un idiota, macchiettistico Bardem, decorativa la Cruz, posticcio Brad Pitt, di cui ci si ricorderà solo per la scena finale, sopra la (sua) media la Diaz nel ruolo, centrale, della dark lady: creatura sensuale e luciferina che muove tutto a proprio piacimento. Le cose migliori risiedono in ciò che non si vede: il "cartello", forza malefica invisibile ma onnipresente, pronta a colpirti quando meno te lo aspetti proprio come il fato ineffabile a cui non si può sfuggire ed anche un dvd che non ha bisogno di essere mostrato perchè va troppo al di là di ciò che l'umana pietas può tollerare. In un generale senso di incompiuto o di sprecato la tragica escalation finale ha la forza di un maglio che ci lascia senza fiato, come un cappio di metallo che si stringe, inesorabile, intorno alla gola. Ridley Scott ha perso, ormai da tempo, la giusta ispirazione. Un vero peccato.

Voto:
voto: 3/5

Closer (Closer, 2004) di Mike Nichols

Due uomini  e due donne si incontrano e si scontrano a Londra. Dan, scrittore in disarmo, s'innamora della sexy Alice, giovane americana che fa la spogliarellista in un club per soli uomini. Ma quando Dan incontra Anna, matura fotografa ancora piacente e sposata con Larry, sarà così attratto da farle una corte serrata. Complice la scarsa presenza matrimoniale di Larry, dottore in dermatologia dai metodi sbrigativi, Anna finisce per cedere alle avance di Dan. Intanto Larry conosce Alice nello strip club in cui lavora e si getta a capofitto in una relazione con lei. Melò "da camera", cinico e verboso, che intreccia le vite di due uomini e due donne in un gioco al massacro di tradimenti, attrazioni, debolezze, passioni e incomprensioni, sempre sul filo dell'attuale egoismo edonistico occidentale. In un mondo frenetico e tecnlogico che viaggia a mille all'ora, l'amore è un lusso che non ci si può più concedere e resta solo il tempo per brevi pillole di fugace "piacere". Ereditando l'impianto teatrale dalla piece da cui è tratto, è un film di attori, non sempre equilibrato, con un cast stellare in cui spiccano l'audace Clive Owen e la sensuale Natalie Portman. Convincente Jude Law, un po' spaesata Julia Roberts, che appare l'anello debole del quadrilatero amoroso. Regia accademica di Nichols che viaggia col pilota automatico, al servizio della tirannia del moderno cinismo che fa tendenza e cannibalizza i sentimenti. Abbasso l'amore, viva il sesso. Possiamo anche essere d'accordo, ma la sensualità dove la mettiamo ? Mezza stellina in più rispetto al voto che avrebbe meritato, come atto di stima alla carriera del regista.

Voto:
voto: 3,5/5

La finestra di fronte (La finestra di fronte, 2003) di Ferzan Ozpetek

Intenso dramma sentimentale a due livelli: quello della memoria, attraverso il ricordo di un amore perduto e proibito da parte di un anziano (Massimo Girotti) che soffre di amnesie, e quello del presente, attraverso un prevedibile triangolo amoroso Nigro-Mezzogiorno-Bova. La prima parte è la migliore. Ozpetek fa quello che sa fare meglio: molti personaggi, molti sentimenti e un po' di verace folklore, ma è solo grazie al personaggio di Girotti, che emana un'austera nobiltà antica, che il film riesce a trasmettere sprazzi di sincera umanità, elevandosi dalla sua dimensione di ordinaria banalità. Buon successo di pubblico per un film mediocre, premiato quattro volte ai David di Donatello. Bella la colonna sonora non originale che si avvale di brani di Giorgia, Nada, Mina, Guadalupe Pineda e Sezen Aksu. Il regista turco resta sempre a metà strada tra una commedia agrodolce dal retrogusto kitsch ed un romanticismo alienato che percorre il filo di un dolente intimismo, spesso inerente alla ricerca dell'identità sessuale. Tra le due cose quella che gli riesce meglio è la seconda, che però viene spesso offuscata dalla colorita anarchia della prima. AAA equilibrio registico cercasi.

Voto:
voto: 3/5

Titanic (Titanic, 1997) di James Cameron

Kolossal smisurato che coniuga dramma, azione e sentimento sullo sfondo della più celebre tragedia navale della storia: l'affondamento del Titanic, avvenuto il 15 aprile 1912 al largo di Terranova. E', probabilmente, il film più famoso e più visto del cinema moderno che ha reso Leonardo DiCaprio e Kate Winslet divi all'improvviso ed icone romantiche, travolgendoli con un successo "oceanico". Megalomane come il suo regista è un imponente spettacolo visivo la cui anima, fragile, è una storia d'amore improbabile, zuccherosa e strappalacrime, costruita a puntino per commuovere il mondo attraverso scene madri ad effetto. Ma il resto è autentica magia per gli occhi: dalla perfetta ricostruzione storico ambientale alla cura maniacale degli interni, degli arredi e degli orpelli della grande nave, dalle sequenze di ampio respiro ai drammatici istanti dell'affondamento, ricreati con prodigiosi effetti speciali. E come non citare la stupefacente (e reale) discesa negli abissi, del mare e del tempo, alla ricerca del vecchio relitto abbandonato a circa quattromila metri di profondità. Cameron ci riporta tutti sul Titanic, insieme alla vecchia Rose, su questa fittizia giostra dei sogni, luminosa fiera viaggiante di vanità e di illusioni e, visti gli incassi, senza alcun timore di iceberg. Il risultato complessivo è un elefantiaco "parco dei divertimenti" in cui tutto abbonda: spettacolo, retorica, amore, illusione, magnificenza, furbizia, incanto, tragedia. Su questo enorme blockbuster si può dire tutto e il contrario di tutto, ma non se ne può negare la funzione intrattenitrice che risponde ad uno dei requisiti principali del cinema delle origini: creare uno "spettacolo spettacolare".

Voto:
voto: 4/5

Luna di Fiele (Bitter Moon, 1992) di Roman Polanski

Due coppie si incontrano su una nave da crociera diretta in India: Nigel e Fiona, lui represso, ipocrita conformista e lei apparentemente dalla sua stessa parte, Oscar e Mimì, lui americano, scrittore fallito, sgradevole e depravato, costretto su una sedia a rotelle, lei francese, sensuale, conturbante, con una carica erotica in grado di far "sparire" ogni altra donna. Nigel è evidentemente attratto da Mimì e Oscar lo incoraggia, a patto che lui accetti di ascoltare il racconto dettagliato della loro sordida storia, come in una seduta di psicoanalisi. Saranno tutti travolti da un turbine di perverso erotismo. E', probabilmente, il film più nero del grande regista polacco, da sempre ossessionato da temi come il lato oscuro della sessualità o il rapporto tra sesso e potere. Al di là dell'aspetto erotico, indubbiamente forte e con picchi di morbosità, è un film sull'ossessione, sulla disperazione interiore e sul senso di possesso: alla maniera dell'ultimo Pasolini, il sesso diviene un simbolo di potere ed il corpo il suo dolente "territorio" di insano dominio. Il sadico protagonista (Coyote) e la sua conturbante musa (Seigner, moglie del regista) ci accompagnano in un vortice di sadismo e di disperata perversione, in un "cupio dissolvi" che non può che condurre all'inevitabile finale che, nonostante tutto, riserverà anche qualche "sorpresa". Tra diverse scene di pregevole fattura ed alcuni sapienti tocchi di regia, è un film con troppo livore, la cui carica morbosa finisce per debordare in un triste spettacolo "a tesi", ma vanta diversi estimatori a causa del suo indubbio fascino oscuro. Suggestiva colonna sonora di Vangelis.

Voto:
voto: 3,5/5

I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978) di Terrence Malick

Agli inizi del '900, Bill, manovale di Chicago, fugge verso i campi del Midwest, dopo avere ucciso accidentalmente un uomo in una lite, e porta con se Abby, la sua donna, e la piccola sorella di lei. Trovano lavoro nella fattoria del latifondista Chuck, ricco e malato, che s'invaghisce dell'avvenenza di Abby. Bill la convince a cedere alla sua corte ed a sposarlo, per garantire condizioni di vita dignitose a tutti e tre, ma, ben presto, la sua gelosia diventerà insostenibile e scoppierà la tragedia. Capolavoro di Malick che trasforma una squallida storia di disperati reietti in una saga rurale di stupefacente impaginazione estetica e dal potente respiro epico. L'incanto delle immagini è assoluto, per molti (me compreso) la fotografia di questo film, curata da Nestor Almendros, è la più bella mai vista sul grande schermo ed il connubio con la raffinata colonna sonora di un ispiratissimo Ennio Morricone regala momenti di assoluta poesia, tra i più alti nel cinema del Maestro texano. Rappresentato come una sontuosa opera pittorica di superiore espressività artistica, è un melodramma introspettivo sospeso tra opportunismo e ribellione, cinismo e feudalesimo. Ma la sua componente più intima ha a che fare con la rottura: lo strappo tra ordine sociale ed ordine naturale, già visto, a livello seminale, nel precedente Badlands. Malick è un poeta delle immagini, in cui la sospensione simbolica viaggia insieme all'incanto visivo, e quando questo si traduce in concreta densità espressiva abbiamo il capolavoro, come in questo caso. E' il suo film migliore dopo The thin red line.

Voto:
voto: 5/5

Quell'oscuro oggetto del desiderio (Cet obscur objet du désir, 1977) di Luis Buñuel

Il vecchio borghese Mathieu ama follemente Conchita che lo mantiene al guinzaglio di un prorompente desiderio sessuale mai completamente appagato. Un po' gattina e un po' maliarda la donna un po' si nega e un po' si dà, ma non concede mai totalmente ciò che l'uomo brama con tutto sè stesso. Tra liti e passione la tormentata relazione prosegue, toccando i vertici del grottesco. Straordinaria opera ultima del Maestro Buñuel, che ci regala il suo film-testamento come suggello definitivo della sua arte. Liberamente tratto dal romanzo La donna e il burattino di Pierre Louÿs, è un racconto onirico a più livelli denso di simboli, metafore, trappole narrative, ribaltamenti di evidente natura psicoanalitica. Ad un certo livello può essere letto come disordinato apologo sul desiderio sessuale non corrisposto e, quindi, sulla frustrazione che ne deriva e che diviene, inconsciamente, rottura dell'io e perdita del senso di "realtà". Ma, come sempre in Buñuel, tutto è assai più ambiguo, più complesso, al punto che cercare di "spiegare" razionalmente il film significa mortificarne la portata visionaria e la natura surreale. Geniale la scelta di ribaltare il senso del romanzo ispiratore, mostrando gli "eventi" dal punto di vista del "burattino". Il personaggio femminile di Conchita, oggetto e fonte del desiderio del titolo, è interpretato da due attrici diverse, Carole Bouquet e Ángela Molina, a seconda del differente livello di percezione della "realtà" da parte del protagonista Mathieu (Fernando Rey). La libertà espressiva e la straordinaria capacità di controllo della materia filmica raggiunte dal grande regista spagnolo non possono che suscitare ammirazione. Forse solo Pier Paolo Pasolini e John Huston hanno chiuso la loro carriera con opere di analoga grandezza e di altrettanta incisività simbolica.

Voto:
voto: 4,5/5