lunedì 1 dicembre 2014

Last Days (Last Days, 2005) di Gus Van Sant

Blake/Kurt Cobain è un giovane musicista di successo che vive da solo in una grande casa, fatiscente ed isolata, e che consuma i suoi giorni in preda al tormento di un male di vivere che non gli concede tregua e lo svuota di ogni energia vitale. Epilogo tragico ed inevitabile. Ispirandosi agli ultimi dolorosi giorni di Kurt Cobain, leader dei Nirvana morto suicida nella sua casa di Seattle, il talentuoso Gus Van Sant ha tratto questo requiem compassato ed insolito, originale nella struttura stilistica (che scardina i principali riferimenti unitari di tempo e di spazio), geniale nell'atmosfera "maledetta" di cui è intriso (la medesima che accompagnava il vero protagonista e la maggior parte delle rock star morte in giovane età) e di enorme fascinazione simbolica per il senso di morte incombente che inonda lo spettatore fin dal primo fotogramma. Opera spiazzante e di assoluta avanguardia nella filmografia del grande cineasta di Louisville, rinuncia a tutte le tentazioni musicali e didascaliche, in favore di un'angosciante (ma fervida) ambiguità espressiva che la rende una crudele e possente metafora della vita, intesa come umana deriva impotente nell'attesa della fine, unica certezza in un mondo di dubbi e di angosce. Ha deluso gran parte dei fans dell'artista ma è un'opera di indiscutibile rilievo artistico e di originale concezione estetica. Viene solitamente collocata, insieme a Gerry ed Elephant, in una ideale "trilogia della morte" dell'autore americano.

Voto:
voto: 4/5

Il Petroliere (There Will Be Blood, 2007) di Paul Thomas Anderson

Daniel Plainview è un cercatore di petrolio, misantropo, avido, feroce nel perseguimento della sua brama di possesso che non si ferma davanti a nulla e nessuno, al punto di calpestare morale, giustizia ed affetti personali. Un giovane viscido predicatore proverà ad ostacolarlo, mettendogli contro la bigotta comunità da lui manipolata grazie al fanatismo religioso, ma tutto finirà nel sangue, come già annunciato dallo splendido titolo originale. Dal romanzo "Oil!" di Upton Sinclair, P.T. Anderson ha tratto un apologo possente, dall'anima nera e dal respiro epico, sulle radici del sogno americano, piantate nella sporcizia dell'oro nero, nutrite dal sangue dei deboli e dalla cupidigia dei tiranni che hanno così posto le basi del capitalismo statunitense. Dedicato alla memoria del suo mentore, Robert Altman, e interpretato da uno straordinario Daniel Day-Lewis, che ci regala un'altra performance "bigger than life", è un'opera solenne, capitale, "sporca" e crudele, per certi versi paragonabile al leggendario Greed di Erich von Stroheim. Il finale nichilista, e volutamente eccessivo nella sua totale amoralità, fa da contraltare al silenzio della prima parte, fatta di immagini iconiche e potenti, e mette il suggello al pensiero del regista sul peccato originale da cui è scaturito il mito del "self made man". In una carriera superlativa come quella di Anderson quest'opera scomoda e imponente è un ulteriore balzo in avanti verso la maturazione definitiva.

Voto:
voto: 4,5/5

Missing - Scomparso (Missing, 1982) di Costa-Gavras

Gli orrori sanguinosi del golpe cileno di Pinochet del settembre 1973, raccontati dal punto di vista di un padre, Ed Horman (Lemmon), che cerca suo figlio, giovane scrittore americano trasferitosi a Santiago e scomparso dopo essere stato prelevato dai militari golpisti. Aiutato nella disperata ricerca dalla nuora Beth (Spacek), il tenace Horman scoprirà una terribile realtà fatta di stragi, torture, soprusi, connivenze da cui non sono esenti alcuni membri della CIA che hanno appoggiato la presa del potere di Pinochet. Intenso dramma storico, basato su una storia vera e narrato con stile teso e rigoroso, quasi documentaristico nei momenti "shock", dal greco Costa Gavras che però non rinuncia al "romanzo" di alta tenuta drammatica nelle lunghe sequenze della ricerca, in cui il padre scoprirà aspetti ignoti della personalità del figlio attraverso i racconti della giovane e devota moglie. E tra il sapore acre della tragedia storica e quello spregevole della corruzione politica, c'è anche spazio per il grande cinema, che arriva, meraviglioso, poetico ed inatteso, nella visionaria sequenza del cavallo bianco, metafora di un paese affranto, che appare improvviso in una strada del centro per poi scomparire, inghiottito dalla notte cilena e dal rumore degli spari. La struggente colonna sonora di Vangelis è un altro valore aggiunto che contribuisce a rendere il film un'esperienza emotivamente intensa, indimenticabile.

Voto:
voto: 4,5/5

L'uccello dalle piume di cristallo (L'uccello dalle piume di cristallo, 1970) di Dario Argento

Uno scrittore americano in vacanza a Roma assiste, per caso, all'aggressione di una donna in una galleria d'arte, compiuta da un misterioso individuo che viene presto associato ad un serial killer che sta terrorizzando la città con brutali delitti. L'uomo decide allora di indagare per conto proprio, anche perché è sicuro di aver visto un importante dettaglio, che però non riesce più a ricordare, che potrebbe fargli identificare l'assassino. Folgorante esordio di Dario Argento con il film che aprì la strada al successo popolare del genere "italian giallo", già fondato da Mario Bava con La ragazza che sapeva troppo e Sei donne per l'assassino, e portato da Argento al massimo livello espressivo per l'estetizzazione crudele e visionaria della violenza (il delitto nei suoi film assumerà la stessa valenza pregnante del duello nei western di Leone) e per l'esasperazione rituale dei suoi stilemi che daranno corpo a tutte le ossessioni del regista romano. Liberamente ispirato alla novella "La statua che urla" di Fredric Brown e collocato tra Hitchcock e Bava senior, questo thriller forsennato inaugura la così detta "trilogia degli animali" argentiana, ovvero pellicole nel cui titolo viene citato un nome di animale. Violento e seminale per il suo ruolo "fondante", contiene già molti elementi che saranno poi tipici del cinema di Dario Argento, autentici marchi di fabbrica poi largamente imitati da tanti registi horror: un utilizzo audace e dinamico della macchina da presa, i delitti efferati, il particolare importante che non viene in mente, il trauma del passato, i disegni inquietanti, la soggettiva sui dettagli, il montaggio serrato, l'importanza del sonoro, il voyeurismo maniacale, l'immersione nella follia del killer attraverso tecniche di distorsione delle immagini, la polizia inefficiente e l'attenzione morbosa alla figura femminile che è sempre o vittima martoriata o carnefice spietata nelle pellicole del nostro. Valori aggiunti di quest'opera prima sono le musiche sinistre di Ennio Morricone e la fotografia vivida di Vittorio Storaro, che conferisce al film un tono da incubo malsano di natura "pittorica". Sono invece ancora limitati e tollerabili gli atavici punti deboli del cinema argentiano: una sceneggiatura non sempre convincente, svolte narrative implausibili, dialoghi banali, recitazione imbambolata e l'utilizzo maldestro di intermezzi comici tendenti al trash. Chiudiamo con una curiosità: l'uccello che dà il titolo al film, l'Hornitus Novalis, in realtà è una comunissima gru.

Voto:
voto: 3,5/5

Quattro mosche di velluto grigio (Quattro mosche di velluto grigio, 1971) di Dario Argento

Un giovane musicista romano uccide involontariamente uno sconosciuto che lo pedinava ma viene visto da qualcuno che prende a perseguitarlo con telefonate anonime e l'invio delle foto del fattaccio. Ben presto le persone intorno al musicista inizieranno ad essere uccise una dopo l'altra. Terzo giallo di Argento, migliore del precedente Il gatto a nove code, ma al di sotto del suo esordio, L'uccello dalle piume di cristallo. Tra personaggi stravaganti, situazioni incongrue ed accumulo di momenti shock, meno ispirati del solito, procede stancamente verso un finale a sorpresa non proprio imprevedibile. La trovata delle "4 mosche", che dà il titolo al film, è una tipica iperbole argentiana, regista perennemente sospeso tra genio e paradosso. Il film contiene un gustoso omaggio al grande maestro Fritz Lang: il nome della via, immaginaria, dove abita il protagonista, ubicata in realtà all'EUR di Roma. Il film ha i suoi estimatori ma è un'opera di transizione nella carriera del regista, prima del suo capolavoro. Da segnalare nel cast la presenza, fuori luogo, di Bud Spencer e di Oreste Lionello.

Voto:
voto: 3/5

Profondo Rosso (Profondo Rosso, 1975) di Dario Argento

Un giovane pianista inglese che lavora in Italia assiste al feroce omicidio di una medium che, durante una seduta di parapsicologia, era entrata in contatto con la mente perversa di un maniaco omicida. Il giovane prende a indagare sul caso e si troverà coinvolto in una lunga scia di sangue e di orrori, fino a scoprire una terribile verità nascosta nel passato. Capolavoro del thriller italiano e vertice artistico assoluto della carriera di Dario Argento, che qui riesce nell'impresa di fondere alla perfezione il suo stile di esagitato "manierista" con una solida trama intricata ed avvincente, delle musiche memorabili nella loro efficacia e delle immagini da incubo così disturbanti e potenti da entrare a far parte dell'immaginario collettivo. Già dall'agghiacciante prologo, ci si rende conto che si sta per assistere a un'opera magistrale: una nenia infantile, l'ombra di un antico delitto familiare, un coltello dalla lama insanguinata che cade sul pavimento e delle scarpine da bimbo che gli si avvicinano. Ma il film è pieno di sequenze da antologia, per audacia stilistica, crudeltà visionaria e tensione orrorifica, che raggiunge apici ancora ineguagliati nel nostro cinema di genere. Tra omicidi scioccanti di inusitata violenza esplicita ed atmosfere inquietanti sapientemente caricate nei momenti di attesa, quello che più sconcerta è il macabro accostamento tra la psicopatica perversione della mente del killer e la sua psicologia infantile, con cui più volte Argento ci mette in contatto, attraverso suoni ed immagini agghiaccianti, che ci offrono una spaventosa prospettiva degli abissi più oscuri dell'animo umano. La nenia fanciullesca, l'indugiare morboso sui dettagli: l'occhio, i guanti, le bambole, le biglie di vetro, le armi da taglio, la musica martellante dei Goblin (divenuta una delle icone del genere horror) sono tutti elementi che hanno fatto epoca e reso questo film un cult indimenticabile. Malgrado qualche eccesso ed alcuni siparietti trash, è così straripante di genialità e di possente carica oscura da meritare un posto di assoluto rilievo nella storia dell'horror. Fu un grande successo popolare e consacrò Dario Argento come "mago del brivido". E infine due curiosità: Argento avrebbe voluto intitolare il film La tigre dai denti a sciabola, proseguendo sulla scia della precedente "trilogia degli animali", ma la produzione optò invece per il titolo che sappiamo. Se osservate attentamente, magari al rallenty, nella famosa scena del particolare che non viene in mente in cui il protagonista attraversa il corridoio con i quadri nella casa della sensitiva, si può scorgere, per un attimo, il volto dell'assassino.

Voto:
voto: 4,5/5

Suspiria (1977) di Dario Argento

Uno dei vertici dell’horror italiano, è la pellicola che ha consacrato internazionalmente Dario Argento come “mago del brivido”. Prima incursione nell’horror puro del regista romano, che abbandona momentaneamente il giallo ma non i suoi stilemi d’autore, anzi li esaspera e li enfatizza, garantendo la massima espressività morbosa, pur sfiorando il manierismo. La vicenda è interamente ambientata in una barocca scuola di danza femminile, in Germania, nel cuore della Foresta Nera. Qui giunge Suzy, giovane ragazza americana, che si troverà ben presto a fronteggiare una serie di orribili delitti e di eventi inquietanti che fanno presagire un oscuro segreto nascosto nell’Accademia. Memorabile la sequenza della “direttrice” che arriva di notte per dormire nella scuola, con le ragazze che ne odono i rantoli. Pellicola di culto dell’itinerario argentiano, come al solito debole dal punto di vista dei dialoghi e della recitazione e non priva di iperboli narrative, ma assolutamente geniale dal punto di vista stilistico e visuale. Ricca di virtuosismi, movimenti di macchina imprevedibili, sequenze visionarie, atmosfere macabre e morbose; è una crudele favola nera in salsa splatter che incanta ed inquieta per la ricercatezza estetica, per l’uso policromo dei colori saturati e per lo score musicale (dei Goblin) che bombarda ed attanaglia lo spettatore, immergendolo in un incubo audio-visivo. La consueta estetica argentiana della violenza esplicita e del sangue qui diventa crudele coreografia geometrica, che tende all’astrazione visionaria. I detrattori accusano il film di essere più stile che sostanza; in parte è vero, ma rimane un riferimento obbligatorio nella carriera di Dario Argento.

Voto:
voto: 4/5

Inferno (Inferno, 1980) di Dario Argento

Rose, poetessa newyorkese, acquista un antico manoscritto dal quale apprende l'antico  segreto delle tre madri (Mater Tenebrarum, Mater Lacrimarum e Mater Suspiriorum), ovvero tre terribili streghe per le quali l'alchimista Varelli ha costruito tre dimore: una a New York, una a Roma ed una a Friburgo. Spaventata dal libro e convintasi che il palazzo in cui abita è proprio quello della crudele Mater Tenebrarum, scrive al fratello, che vive a Roma, per chiedere aiuto: sarà l'inizio di un bagno di sangue. Dopo il successo internazionale di Suspiria Argento consolida la sua incursione nell'horror puro con questo surreale gotico postumo che riprende, ampliandola, la tematica del predecessore: è infatti evidente che la Mater Suspiriorum, qui nominata, altri non è che la vecchia strega di Suspiria. Conturbante nelle atmosfere ed esteticamente pregevole, enfatizza ulteriormente la sperimentazione sull'uso dei colori saturati già vista in Suspiria e costruisce, tra Roma e New York, un mondo fantastico tanto arcano quanto inverosimile. Nonostante diverse cadute di stile ed una sceneggiatura esile e prevedibile, vanno salvate alcune sequenze di grande effetto (quella acquatica su tutte) e l'utilizzo straniante delle musiche, in particolare il "Va, pensiero" di Verdi, che si affianca all'incisivo score originale composto da Keith Emerson. Da segnalare la collaborazione del grande maestro Mario Bava, come assistente alla regia e supervisore degli effetti speciali, che morirà subito dopo la fine del film. E' un'opera minore nella filmografia del regista.

Voto:
voto: 3/5

Tenebre (Tenebre, 1982) di Dario Argento

Peter Neal, scrittore americano di gialli, giunge a Roma per promuovere il suo ultimo romanzo, "Tenebre", ma si trova di fronte un serial killer che commette efferati omicidi ispirati a quelli del libro e glieli "dedica" attraverso lettere anonime. Quando lo scrittore inizia a indagare insieme ad un commissario di polizia anche le persone vicine a lui inizieranno a morire in un insensato crescendo di sangue e violenza. Ritorno al giallo di Dario Argento, dopo le incursioni nell'horror puro con Suspiria e Inferno, con questo "whodunit" complesso, sanguinario e cervellotico che segna anche il record di omicidi (ben dodici) nella filmografia del regista italiano. Ridondante e concitato, e con notevoli indulgenze allo splatter, ha i suoi momenti migliori nei flashback allucinati del killer (in cui appare l'ambigua Eva Robbins) e nello straniante delitto nella piazza affollata in pieno sole in cui nessuno sembra accorgersi di nulla. Il finale a sorpresa, efficace ma stravagante e poco plausibile, è tra i più famosi del cinema di Argento, che in questo film ha provato a staccarsi dai suoi gialli precedenti, per seguire nuovi percorsi e nuove sperimentazioni visive. La consueta crudeltà visiva del regista viene affiancata da un fanatismo moralistico ed una misoginia di bassa lega, degni del peggior cinema di genere di casa nostra. Da segnalare le solite musiche efficaci del fido Simonetti e la presenza nel cast di una giovane Veronica Lario, vittima dell'omicidio più efferato. Dopo la salita al potere di Silvio Berlusconi, all'epoca marito della Lario, la scena è stata ampiamente tagliata in tutte le versioni circolanti del film, al punto che oggi è quasi impossibile ritrovarne la cruenta versione originale. Chi di moralismo ferisce ...

Voto:
voto: 3/5