mercoledì 25 gennaio 2017

La via lattea (La voie lactée, 1969) di Luis Buñuel

Due viandanti percorrono il famoso cammino di Santiago di Compostela dalla Francia alla Spagna. Durante il tragitto s’imbattono in una serie di stravaganti personaggi e di situazioni al limite dell’assurdo: bambini che invocano anatemi, un alto prelato che dubita della Trinità divina e condanna al rogo il suo predecessore, un gruppo di anarchici che vogliono fucilare il Papa, due religiosi che si sfidano a duello dopo un litigio su questioni dogmatiche, il marchese De Sade che spiega alle sue vittime perchè Dio non esiste, la Madonna che dona un Rosario a un cacciatore sacrilego. Alla fine del viaggio una prostituta svelerà ai due uomini la vera identità del corpo, ritenuto dell’apostolo San Giacomo, sepolto nel celebre santuario spagnolo, meta annuale di migliaia di pellegrini. Capolavoro sarcastico di Buñuel, sotto forma di metafora surreale, intrisa di caustici graffi alla religione, che intende rappresentare il percorso del cristianesimo nell’arco dei secoli. L’irriverente verve iconoclasta dell’autore tocca il suo apice in questo film indubbiamente non facile e a volte un po’ confuso, ma stracolmo di inserti geniali e di trovate di visionarietà superiore, volte a mettere alla berlina le contraddizioni, i fanatismi, le ingiustizie ed i soprusi perpetrati dalla religione cristiana in nome di Dio. Paradossale e impudente, in bilico tra dramma e grottesco, storia e dottrina, satira e ideologia, questa personale versione della storia della Chiesa, reinterpretata da un ateo surrealista impenitente, può anche esser letta come libello sul potere o elegia della libertà. Ma la vera forza della critica dissacrante del grande Maestro di Calanda risiede nel suo intelligente relativismo: Buñuel, da sempre critico verso la Chiesa ed il suo dogmatatismo arrogante, non lesina rispetto verso l’importanza del Cristianesimo nella cultura occidentale, nè commette mai l’errore di incorrere nel medesimo peccato che qui intende condannare: il fanatismo capzioso che porta a ritenere la propria tesi come unica depositaria della verità. Ed è altresì evidente che, più che la dottrina in sè, egli intende attaccare l’uso demagogico che gli uomini ne hanno fatto per esercitare il proprio potere su altri uomini. Affilato e illuminato nel suo intento “sacrilego”, questo personale affresco metastorico è figlio (legittimo) degli anni di forte contestazione socioculturale in cui venne concepito.

Voto:
voto: 4,5/5

venerdì 20 gennaio 2017

Cafè Society (Cafè Society, 2016) di Woody Allen

Negli anni ’30 il giovane ebreo newyorkese Bobby Dorfman decide di lasciare la sua famiglia nel Bronx per tentare il successo a Los Angeles con l’aiuto di suo zio Phil, potente produttore cinematografico di Hollywood. Giunto nella mecca del cinema Bobby s’innamora perdutamente della bella segretaria Vonnie, che però è già legata sentimentalmente ad un uomo sposato ben più grande di lei. Bobby non si dà per vinto e cerca in ogni modo di conquistare il cuore della ragazza, ma un’amara sorpresa lo attende. Scintillante commedia nostalgica di Allen, che omaggia i suoi miti (il cinema della vecchia Hollywood, la musica jazz degli anni d’oro), ammicca al passato con riverente melanconia e ripropone con solida coerenza i suoi temi prediletti (la difficoltà dei rapporti di coppia, New York contro Los Angeles, la formazione ebraica, il cinismo esistenziale, l’ineluttabilità del destino). Nonostante una filmografia smisurata che non ammette pause (Allen fa praticamente un film all’anno e questa è la sua 46° pellicola da regista!), il grande autore americano sa ancora regalarci lampi di genio e piccole perle come quest’opera elegantissima e agile, la cui consueta leggerezza del tocco è impreziosita dalla sontuosa confezione estetica, con la splendida fotografia del nostro grande Vittorio Storaro, le ricche scenografie di Santo Loquasto ed il commento musicale jazz abilmente selezionato dallo stesso autore. Tra bettole del Bronx, sfarzose ville hollywoodiane e night club sofisticati, Allen ci offre un’abbagliante fotografia dal gusto retrò della “Cafè Society”, epoca ammirata e idealizzata, ma filtrata attraverso la propria personale concezione della vita e sensibilità artistica. Non mancano, quindi, i graffi alla dissolutezza degli ambienti hollywoodiani, i caustici strali alla religione e l’amaro disincanto in merito alle relazioni umane, perennemente fugaci e fallibili a causa della congenita debolezza dei suoi protagonisti. Il finale beffardo ambientato nella notte di Capodanno è un po’ un compendio dell’Allen pensiero in merito al rapporto di coppia e lo sguardo, ormai maturo, dell’autore sembra accarezzare con bonaria saggezza i bei volti dei suoi giovani attori, costretti a fare i conti con la realtà. Quello che manca è la tipica battuta fulminante che suggella il senso tragicomico della vicenda, ma dobbiamo accontentarci di un sapido aforisma che il regista fa pronuciare al giovane Bobby: “La vita è una commedia scritta da un sadico commediografo”. Nel grande cast segnaliamo: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Blake Lively e Steve Carell, che svetta su tutti gli altri confermando la sua recente predisposizione ai ruoli drammatici.

Voto:
voto: 4/5

Sully (Sully, 2016) di Clint Eastwood

Chesley Sullenberger, detto “Sully”, è un esperto pilota di aerei di linea con tanti anni di servizio all’attivo. La mattina del 15 gennaio 2009 il volo US Airways partito dall’aeroporto newyorkese di LaGuardia con oltre 150 passeggeri a bordo, di cui il nostro è comandante, viene colpito da uno stormo di uccelli subito dopo il decollo, con conseguente avaria di entrambi i motori. Sullenberger è costretto a prendere rapidamente una decisione drastica e opta per un disperato tentativo di ammaraggio sul fiume Hudson. Il “miracolo” riesce e tutte le persone a bordo vengono tratte in salvo. La gente acclama “Sully” come un eroe popolare ma una commissione d’inchiesta della compagnia aerea lo mette sotto torchio e lo accusa di aver rischiato la vita dei passaggeri con una manovra avventata. Il comandante dovrà difendere la sua reputazione e la sua carriera dalle accuse infamanti. Quarto biopic consecutivo per Clint Eastwood, che ha un’evidente predilezione per il genere, con questo dramma biografico teso e denso che è anche il migliore del lotto citato. Diretto con mano sicura (sarebbe il caso di dire con il “pilota automatico”) e con stile asciutto, è un ritratto intimo di un eroe del nostro tempo, un uomo affidabile e discreto che ha fatto del lavoro e della dedizione la sua stessa vita. Interpretato da Tom Hanks con ammirevole senso della misura, il Sullenberger di Eastwood vuole essere la risposta elegante al clamore mediatico, all’esibizionismo della società tecnologica, all’arroganza dei venditori di fumo. Mirando a ridefinire il concetto stesso di eroe, attraverso un sagace  minimalismo dal sapore umanistico, l’autore ci regala un film compatto, agile, solido, un’accorata elegia dell’uomo comune che lavora dietro le quinte, con passione e competenza, e che non teme di metterci la faccia quando ritiene di essere nel giusto. Attraverso la figura di Sullenberger il regista intende lodare quella parte di umanità silente ed operosa che costituisce la spina dorsale del modello sociale capitalistico. E per ridurre il rischio di agiografia, sempre alto in operazioni di questo tipo, Eastwood sceglie di puntare soprattutto sullo scandaglio interiore del suo protagonista, evidenziandone anche la dimensione privata, le fragilità, i dubbi e le insicurezze. Dal punto di vista tecnico la pellicola è sontuosa: splendida fotografia “glaciale”, ottimo montaggio e perfetta realizzazione delle adrenaliniche sequenze dell’ammaraggio. A completare il cast un Aaron Eckhart baffuto e Laura Linney nel ruolo della moglie amorevole e determinata. Da un (grande) regista che ha fatto della sobrietà la sua cifra stilistica, un nuovo impeccabile esempio di nuovo cinema classico con cui fare i conti.

Voto:
voto: 4/5

Elvis & Nixon (Elvis & Nixon, 2016) di Liza Johnson

Nel dicembre del 1970 il “Re del Rock and Roll”, Elvis Presley, si recò alla Casa Bianca per consegnare di persona una lettera, scritta di suo pugno, in cui chiedeva di incontrare il presidente americano Richard Nixon. Motivo dell’incontro: offrire la sua disponibilità per servire il paese contro il degrado imperante dei costumi e chiedere di essere reclutato come agente segreto “speciale”. Lo storico incontro tra due dei personaggi più famosi e controversi del secolo passato ebbe luogo il 21 dicembre nello studio ovale e, ancora oggi, la foto commemorativa che li ritrae insieme è la più richiesta agli archivi nazionali degli Stati Uniti. Intensa commedia malinconica che, partendo dal celebre incontro realmente avvenuto tra Elvis e Nixon, racconta uno spaccato amaramente realistico della società americana all’inizio degli anni ’70, in un momento confuso e cruciale della sua storia. La regista utilizza abilmente il registro comico con il personaggio di Nixon, interpretato con enfasi farsesca da Kevin Spacey, in modo da tracciare, attraverso di lui, una caustica satira sul potere, sulla sua arroganza e sulle sue fragilità. E si conferma altrettanto sagace nell’uso del tono drammatico per ritrarre il leggendario Elvis Presley, raffigurato come un eroe tragico, un idolo decadente, un’icona schiacciata dal peso del suo stesso mito e travolta da depressioni, stravaganze e manie che di lì a poco lo condurranno alla tragica e prematura fine. Michael Shannon è bravissimo nel tratteggiare un Elvis dolente e malinconico, un uomo mai veramente cresciuto, perso nei labirinti del successo e alla costante ricerca di rapporti umani sinceri. Un uomo a cui l’oceanica fama ha finito per oscurare la vera anima, nascondendola persino a se stesso. L’intensa interpretazione di Shannon, che lavora per sottrazione, si compensa con quella di Spacey, sempre sopra le righe, dando vita ad un brillante duetto caustico che si fa metafora della fine di un’epoca. Dopo pochi anni dallo storico incontro Nixon sarà spazzato via dallo scandalo del Watergate, Elvis morirà in circostanze mai del tutto chiarite, solo e obeso, nella sua residenza da sogno di Memphis e l’America perderà per sempre le sue illusioni di grandezza con la fine della guerra in Vietnam. La pellicola di Liza Johnson è un riuscito film di (bravissimi) attori che diverte e fa riflettere con leggerezza attraverso la rivisitazione romanzata di eventi reali, portando alla ribalta, sotto la lente di un garbato grottesco, le profonde contraddizioni di un paese, gli USA, vittima eccellente della sua stessa tracotanza.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 18 gennaio 2017

Captain Fantastic (Captain Fantastic, 2016) di Matt Ross

La famiglia Cash, sotto la guida intransigente del carismatico Ben (hippie anarchico, naturalista e anticonvenzionale), vive felicemente, per scelta, nei boschi del Nord America, evitando le tentazioni del consumismo, le comodità del progresso tecnologico e le restrizioni ideologiche imposte dai poteri politici o religiosi che tendono alla conformazione spersonalizzante degli individui. Il rude Ben ha deciso di abbandonare gli agi opulenti della civiltà del benessere materiale in nome di una vita sana, libera, selvaggia, all’insegna della natura, della spiritualità, del vigore fisico e della cultura, con cui ha cresciuto i suoi sei figli attraverso l’assidua lettura di grandi classici e la costante ricerca di un dialogo democraticamente costruttivo e libero da ogni tabù. Ma, un giorno, la morte improvvisa della moglie lo costringe a tornare nella così detta società “civile” e a fare i conti con l’astio dei suoceri, ricchi borghesi conservatori, che l’accusano di aver provocato la fine prematura della loro amata figlia. L’immersione imprevista nei comfort, nelle tentazioni e nelle scorciatoie del mondo consumistico farà vacillare l’insieme di certezze che Ben ha così faticosamente costruito per educare i propri figli ad uno stile di vita “diverso”, e il nostro dovrà gioco forza interrogarsi sulla bontà del suo operato e delle sue scelte estreme. Vivace commedia indipendente, diretta da Matt Ross con sfrenata esuberanza visiva, con evidenti ambizioni da apologo antropologico, con suggestioni da road movie utopistico e con riuscite incursioni nel dramma che, seppur tra toni grotteschi, inducono una riflessione problematica e intelligente sul tema centrale dell’opera: l’educazione dei figli. Attraverso il colorito confronto/scontro tra gli ideali dell’eccentrico Ben (che pur nei suo eccessi integralisti obbedisce sempre ad un chiaro codice morale) e il conformismo borghese dei suoceri, l’autore s’interroga sulla più ardua delle domande con cui ogni genitore, prima o poi, si è inevitabilmente dovuto confrontare: quale sia il modo “giusto” per educare i propri figli. Senza indulgere troppo nel facile moralismo e senza la folle pretesa di fornire delle risposte nette, l’autore (che pur simpatizza evidentemente per lo stile di vita naif di Ben e i suoi) sceglie la strada di un ambiguo relativismo, ben rappresentato dal finale non conclusivo. Pur tra qualche eccesso, svariati semplicismi e qualche forzatura ideologica, l’antitesi tra utopia e realismo, così come quella tra la rude libertà di un paradiso selvaggio e la suadente opulenza di un mondo prefabbricato, generano numerosi spunti di irresistibile comicità, ma anche momenti di fine riflessione su dove sta andando la società occidentale. Nel cast svetta un eccellente Viggo Mortensen (attore sempre oculato nelle sue scelte professionali che qui si concede anche una nuova scena di nudo integrale) nei panni dell’autoritario capofamiglia Ben Cash, in bilico sul filo sottile tra la genialità del vate e la follia dell’emarginato.

Voto:
voto: 4/5

Morgan (Morgan, 2016) di Luke Scott

Una misteriosa e potente corporazione che agisce nell’ombra ingaggia la giovane specialista Lee Weathers, donna fredda e dinamica che risolve problemi, per gestire una delicata situazione in un segreto centro di ricerche scientifiche nascosto nei boschi del nord America. Il personale del laboratorio è alle prese con Morgan, un essere di sesso femminile creato artificialmente combinando DNA sintetico con DNA umano, dotato di facoltà straordinarie e improvvisamente divenuto pericoloso dopo la cruenta aggressione a una dottoressa. Il confronto tra Morgan e la Weathers darà il via ad una tragica escalation di avvenimenti che metteranno a dura prova le convinzioni di tutti i membri dello staff scientifico, che hanno fortemente empatizzato con la creatura durante i cinque anni di convivenza promiscua. Interessante esordio di Luke Scott (figlio del celebre Ridley, qui in veste di produttore) con questo cupo thriller fantascientifico che stinge nell’horror, si vela di suggestioni distopiche e ricicla efficacemente il vecchio mito di Frankenstein sulla creazione della vita artificiale e sui diritti del “mostro” di esistere in un mondo in cui è stato catapultato in nome del progresso scientifico. Senza soffermarsi troppo sulle questioni morali e sulle implicazioni filosofiche sottese da temi così delicati, il film possiede il giusto patos ed un’affascinante stile visivo, specialmente nelle sequenze finali ambientate nei selvaggi boschi nordamericani. Il finale a sorpresa, invero non proprio imprevedibile per il pubblico più esperto, conferisce alla vicenda un tono cinicamente beffardo e strizza l’occhio a soluzioni già viste in vecchi film di Scott padre (che ovviamente mi guardo bene dal menzionare per evitare spoiler). Eccellente l’interpretazione di Anya Taylor-Joy, che conferisce all’androgina Morgan una caratterizzazione inquietante sospesa tra innocenza e brutalità, compassione e pericolo. Buone anche le performance del resto del cast, con il sempre bravo Paul Giamatti in una fugace apparizione che è però anche la scena più intensa del film (il confronto tra lo psicologo e la creatura), e Jennifer Jason Leigh, Toby Jones e Michelle Yeoh in ruoli di contorno. Probabilmente il punto debole risiede nella scelta di Kate Mara, che non possiede il carisma adatto per il ruolo della coprotagonista Lee Weathers. Pur nell’ambito di un prodotto di genere fortemente derivativo e ben poco originale, la pellicola si fa apprezzare per il ritmo serrato, l’estetica affascinante, il tono sinistro e l’agilità delle svolte narrative. Va quindi giustamente annoverato come un film sopra la media dei suoi consimili.

Voto:
voto: 3,5/5

Lost River (Lost River, 2014) di Ryan Gosling

In una inquietante cittadina della provincia americana, l’ancora piacente Billie, madre single di due figli e perennemente in bolletta, cerca di salvare la sua fatiscente casa da un atto di espropriazione della banca locale. Nel tentativo di migliorare il budget familiare la tenace donna accetta di lavorare in un oscuro club per feticisti, dove si consumano macabri spettacoli (di finzione) all’insegna di sangue e sesso. Intanto il suo figlio maggiore, Bones, s’invaghisce della dolce vicina, Rat, si mette contro una banda di pericolosi bulli che terrorizzano le strade e scopre l’esistenza di una misteriosa città sommersa. L’esordio alla regia del divo Ryan Gosling è un thriller fantastico dai toni surreali che omaggia, per ammissione esplicita del regista, tanto cinema d’autore americano e non, pescando a piene mani dalle atmosfere evocate da opere di autori di culto quali David Lynch, Terrence Malick, Nicolas Winding Refn e persino il nostro Mario Bava (per l’uso espressivo dei colori cromaticamente saturati), omaggiato già dalla presenza nel cast della sua vecchia “musa” Barbara Steele. Con molta ambizione e non poco coraggio Gosling si discosta dai percorsi mainstream con cui la sua carriera d’attore è solitamente accostata ed imbocca la via impervia del cinema di genere d’autore, infarcendolo di suggestioni oscure, di un certo narcisismo di maniera e di tutte le sue presunte passioni cinefile all’insegna di un pretenzioso maledettismo al neon non privo di fascino (per l’indubbia potenza visiva della messa in scena), ma carente della necessaria personalità artistica per potersi reggere saldamente sulle proprie gambe. Poco originale nello stile derivativo e a tratti confuso nell’accumulo di influenze, l’opera merita comunque un’ampia sufficienza per l’audacia delle ispirazioni, le atmosfere decadenti da incubo urbano post apocalittico ed alcune sequenze di notevole impatto visivo, come quella notturna sul fiume o gli interni infernali del club sadomaso. Il giudizio su Gosling regista è quindi rimandato ad un suo eventuale futuro progetto meno imitativo e più originale. Nel cast segnaliamo: Christina Hendricks, Saoirse Ronan, Iain De Caestecker, Eva Mendes (compagna del regista) e la regina dell’horror gotico italiano degli anni ’60, Barbara Steele.

Voto:
voto: 3/5

martedì 27 dicembre 2016

Animali notturni (Nocturnal Animals, 2016) di Tom Ford

Susan è una gallerista di successo, ricca, elegante, impeccabile nella facciata ma afflitta dai rimorsi e dai turbamenti di una vita privata fallimentare. Un giorno riceve per posta il manoscritto del nuovo romanzo, intitolato “Animali notturni”, dell’ex marito Edward, da lei cinicamente lasciato molti anni prima per il più avvenente e vincente Hutton, con cui adesso è infelicemente sposata. La donna si immerge nella lettura del libro, a lei dedicato, e viene travolta da una tempesta di ricordi e di emozioni provocate dall’atroce vicenda in esso raccontata. Cupo dramma borghese narrato con glaciale eleganza e feroce potenza dallo stilista regista Tom Ford, alla sua seconda esperienza da director, dopo l’acclamato A single man del 2009. L’autore texano torna brillantemente a parlarci di amori difficili e di quella upper class vittima della propria rapace perfidia, che cerca di celare abissi di disperazione esistenziale sotto una coltre di buone maniere e rituali mondani. Sontuoso nella messa in scena e teso nei sottotesti oscuri, questo affascinante thriller coniugale ha la sua forza nella struttura a due livelli: la vicenda reale dalla fotografia patinata, che ci mostra la vita della protagonista con continui salti tra passato e presente, e quella del romanzo di Edward, fotografata con “sporca” ruvidezza, che innesca un sottile gioco metaforico a scatole cinesi che turba e avvince lo spettatore per l’intera durata della pellicola. Il continuo balzare dall’uno all’altro piano narrativo enfatizza il patos attraverso le enormi differenze stilistiche tra i due segmenti: all’algida raffinatezza spartana dei design della casa di  Susan si contrappone la rude violenza della polverosa provincia texana. Segmenti che però condividono la medesima tensione tragica, in un caso introspettiva e nell’altro esplicita. Riconfermando l’originalità del suo sguardo, Ford riesce a stilizzare l’anima violenta e selvaggia dell’amore, un sentimento  tanto profondo quanto crudele che influenza e determina le umane sorti, spesso con infauste conseguenze. L’utilizzo della letteratura come specchio tragico dei propri fallimenti non è ovviamente nuovo sul grande schermo, ma l’autore riesce a conferirgli una nuova linfa drammaturgica, grazie anche alle ottime interpretazioni di un cast ispirato in cui, tra i protagonisti Amy Adams e Jake Gyllenhaal (in un doppio ruolo), svetta il rude detective texano del sempre bravissimo Michael Shannon. Il film ha vinto il Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Venezia del 2016, dove è stato presentato in anteprima.

Voto:
voto: 4/5

lunedì 14 novembre 2016

Knight of Cups (Knight of Cups, 2015) di Terrence Malick

Rick è uno sceneggiatore di Hollywood, donnaiolo incallito, con un padre anziano, un fratello turbolento da tenere a freno e un vecchio dramma familiare alle spalle. Egli trascorre le sue giornate nell’indolenza, tra feste mondane, ville da sogno, eleganti piscine, donne bellissime e le strade di Los Angeles, brulicanti di umanità. Ma dai suoi occhi traspare un intenso disagio esistenziale, un tedio profondo che lo attanaglia, lo intorpidisce e lo fa vagare come un sonnambulo inebetito, perso nella sua opulenta quotidianità, alla disperata ricerca di un senso autentico. Obbedendo alla sua natura di avventuriero romantico dalla sensibilità artistica, Rick vaga inquieto nel mondo per trovare se stesso. “C'era una volta un giovane principe che il padre, il re d'Oriente, inviò in Egitto a cercare una perla. Ma, quando il principe arrivò, la gente gli porse una tazza. Una volta bevuto, si dimenticò di essere il figlio del re, dimenticò anche la perla e cadde in un sonno profondo”. Si apre con questa premessa fiabesca l’opus n. 7 di Terrence Malick e suo penultimo film, dato che il successivo documentario “Voyage of Time: Life's Journey” è rimasto ancora inedito nel nostro paese. Una premessa carica di risvolti allegorici che già contiene il senso intimo di quest’opera errante e meditabonda, un viaggio interiore di possente fascino spirituale che insegue quel barlume di mistico presente in ciascuno di noi. Il titolo è ispirato all’omonima carta dei tarocchi, il cavaliere di coppe (da non confondere con il fante!), che rappresenta la fantasia, l’amore e l’avventura, ma anche l’insicurezza e la vulnerabilità se girata al contrario. E il film intero è a sua volta suddiviso in  otto capitoli (più un prologo) recanti i nomi di carte dei tarocchi: la Luna, l'Appeso, l'Eremita, il Giudizio, la Torre, la Papessa, la Morte, la Felicità. Ciascuno dei segmenti è a suo modo unitario, una sorta di piccolo surrogato del film stesso: in pratica ciascuna delle parti già contiene il tutto e la loro somma crea un corpo unico, che le compenetra e ne replica la semantica, pur rispettandone l'unità narrativa indipendente. Esiste un contrasto intimo e profondo alla base del cinema di Terrence Malick: il contrasto tra la fulgida bellezza delle immagini, la sontuosa impaginazione estetica che guarda al poetico, e quell’evidente malessere di fondo, silente ma struggente, che traspare dai contenuti, pacatamente narrati attraverso la dilatazione dei tempi, la ciclicità degli eventi, le ellissi contemplative, i lunghi silenzi e la voce fuori campo, che fa da metronomo al libero flusso di pensieri. Uno stream of consciousness che rompe gli schemi rigidi della narrazione tradizionale, in favore di una maggiore densità concettuale e di un’astrazione forse manieristica ma anche doverosa nel perseguimento ascetico del sublime, del meraviglioso, del mistico che è, da sempre, l’obiettivo principale del grande regista americano. Fedele (e quasi “prigioniero”) della sua estetica “tirannica” e radicale, che nel tempo gli ha fatto ben meritare lo status di autore di culto, Malick non si smentisce in questo suo nuovo lavoro, che si muove sulla medesima scia dei due precedenti (The Tree of Life e To the wonder), pur mantenendo una propria salda autonomia artistica ed una propria originale personalità. Come al solito il cast è stellare (Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Antonio Banderas, Wes Bentley, Isabel Lucas, Teresa Palmer, Freida Pinto, Armin Mueller-Stahl) e totalmente “in balia” del geniale regista dell’Illinois, sempre più demiurgo di un’idea di cinema alta, elitaria, coerente e profonda, lontana anni luce dalle regole di quello showbiz hollywoodiano, che qui viene amaramente deriso nella sua vana protervia edificata sul futile materialismo e sull’ossessione dell’apparire. E, come sempre, la confezione tecnica è di altissimo livello, incorniciata dalla sontuosa fotografia di Emmanuel Lubezki e dalle affascinanti musiche di Hanan Townshend. E, ancora una volta, se ci si abbandona e si è (ben) disposti a perdersi nel flusso di suggestioni evocative e di allegorie ieratiche malickiane, il risultato sarà un’esperienza indimenticabile. Una nuova odissea spirituale dell’uomo e nell’uomo, perché il piacere del viaggio conta sempre più della meta.

Voto:
voto: 4,5/5