mercoledì 2 novembre 2011

Sentieri selvaggi (The Searchers, 1956) di John Ford

Uno dei western più belli e famosi del leggendario John Ford, il padre di questo fortunato genere cinematografico. Ethan Edwards (John Wayne) è un avventuriero sudista reduce dalla Guerra di Secessione che, tornato a casa, si mette sulle tracce di una banda di predoni indiani che hanno attaccato una fattoria, ucciso gli abitanti e rapito due ragazzine. Straordinarie le riprese in esterni nella suggestiva Monument Valley, che fa da sfondo alla vicenda, e che sono entrate a far parte della mitologia iconografica del genere in modo definitivo. E' un western di grande fascino visivo ed anche uno dei più complessi e sfaccettati dal punto di vista psicologico: il personaggio di Ethan Edwards è, probabilmente, il più ambiguo e il più violento tra quelli portati sullo schermo da John Wayne. Rigorosa lezione di grande cinema classico, con elementi di denuncia storico sociale sul razzismo e sull'intolleranza dei colonizzatori bianchi nei confronti dei nativi americani. Il film inizia e finisce con due sequenze memorabili, omaggiate da molto cinema a venire: una porta che si apre e si chiude sulla Valley, come elemento di separazione tra due mondi distinti, quello "civilizzato" e quello selvaggio. Per la notevole ambiguità ideologica e tematica non fu compreso alla sua uscita, ma il tempo gli ha riconosciuto lo status di capolavoro.

Voto:
voto: 5/5

Luci della Città (City Lights, 1931) di Charlie Chaplin

Capolavoro del cinema muto e miglior film del grande Charlie Chaplin. E' la storia di un tenero vagabondo, Charlot, che compra una rosa da una ragazza non vedente che lo scambia per un milionario. Da quel momento il vagabondo farà di tutto per aiutare la donna, che ha bisogno di una grossa somma per un intervento chirurgico, fino a che s'imbatte in un milionario vero che sta tentando il suicidio. Film delicatissimo, poetico, commovente, sinceramente sentimentale ma senza sentimentalismi. E' la più riuscita commistione di Chaplin tra le due anime della sua arte: quella comica e quella tragica, qui in equilibrio perfetto per senso di misura e densità espressiva. E' anche l'opera in cui il regista ha maggiormente profuso la sua maniacale cura del dettaglio: tre anni di lavorazione, più di centomila metri di pellicola girati, con alcune scene ripetute all'infinito prima di ottenere il risultato "perfetto". Leggenda vuole che la sequenza del primo incontro tra il vagabondo e la fioraia cieca abbia richiesto ben 342 ciak. Enorme successo di pubblico in tutto il mondo.

Voto:
voto: 5/5

Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950) di Billy Wilder

Un giovane sceneggiatore disoccupato in cerca di fortuna inizia un'ambigua relazione con una vecchia diva del cinema muto, Norma Desmond, ormai caduta nel dimenticatoio, che vive in un'enorme villa, lugubre e decadente, prigioniera dei suoi ricordi di gloria e accudita da un sinistro maggiordomo. L'uomo si fa mantenere dalla ex star e spera di poterla sfruttare per sfondare nel suo lavoro. Ma, ben presto, le asfissianti stravaganze della Desmond inizieranno ad opprimerlo. La tragedia è dietro l'angolo, come già esplicitamente chiarito dal prologo iniziale, con il cadavere dell'uomo che galleggia in una piscina e la voce fuori campo che dà il via al film, in flashback. Capolavoro assoluto del genere noir e della Storia del Cinema, a tutt'oggi insuperato per il fascino che deriva dalle atmosfere decadenti, per l'oscuro magnetismo dei personaggi e per la capacità di mettere a nudo, con caustica lucidità, il dark side dello star system hollywoodiano. E', probabilmente, il più grande noir di tutti i tempi, sebbene una riduzione in termini di generi sia riduttiva per un film di tale portata. Wilder abbonda in barocchismi gotici in questo inesorabile atto d'accusa contro la "mecca del cinema", che ne mette a nudo i vizi, le contraddizioni e le regole feroci e la cosa fece arrabbiare molti produttori dell'epoca. Anche l'espediente di mostrare la morte del protagonista all'inizio e raccontare il film in un unico lungo flashback fu un tocco di genio rivoluzionario, che spiazzò i più. Memorabile Gloria Swanson (nel ruolo della vita) nei panni di Norma Desmond, figura entrata a pieno diritto nell'immaginario collettivo. Nel ruolo del lugubre maggiordomo c'è il regista Erich von Stroheim. Il finale è una delle sequenze cinematografiche più famose e celebrate. Su 11 nominations vinse "solo" 3 Oscar: sceneggiatura, scenografie e musiche.

La frase:
"- Siete Norma Desmond, la famosa attrice del muto. Eravate grande."
"- Io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo."

Voto:
voto: 5+/5

Il trono di sangue (Kumonosu-jō, 1957) di Akira Kurosawa

Taketoki Washizu (Toshiro Mifune) è un avido feudatario che, incoraggiato da una profezia e spinto dalla moglie, uccide il regnante in carica e ne usurpa il trono. Ma presto compaiono i rimorsi, sotto le sembianze dell'ombra del re ucciso, e la tragedia sarà inevitabile. 28 anni prima del capolavoro "Ran", Kurosawa adatta e dirige un'altra tragedia shakespeariana: il "Macbeth", trasponendolo nel Giappone medioevale. E' un adattamento disinvolto e, volutamente, infedele pur rispettandone in pieno l'essenza. Ma è anche un adattamento geniale e visionario, dove l'azione convulsa prende il posto della prosa ed alcune stupende invenzioni figurative (come la foresta in "movimento") conferiscono all'opera un dinamismo plastico di alto magistero stilistico, degno degli antichi modelli del teatro nipponico. La fertile inventiva dell'Autore, segno di grande personalità artistica, lo rendono, pur nella sua scarsa aderenza al testo ispiratore, uno dei più validi adattamenti di Shakespeare visti al cinema. Straordinari Mifune e Minoru Chiaki nel ruolo della moglie.

Voto:
voto: 4,5/5

Kagemusha - L'ombra del guerriero (Kagemusha, 1980) di Akira Kurosawa

Sul finire del 1500 tre clan feudali sono in lotta perenne per la conquista di Kyoto. Takeda, capo di uno dei tre clan, muore per una ferita di guerra ma dispone di nascondere la notizia ai suoi nemici e di usare un Kagemusha (che vuol dire "guerriero ombra") al suo posto. Un ladruncolo, suo sosia, viene scelto per impersonare il ruolo in modo da continuare ad incutere timore ai clan rivali. Il sosia si identificherà a tal punto con il leader defunto da smarrire la propria identità. Coprodotto con soldi americani (grazie a George Lucas e Francis Ford Coppola) e basato su eventi reali, in particolare la battaglia di Nagashino, è una tragedia storica di grande imponenza visiva e di sottile fascino estetico. A partire dall'uso espressivo dei colori che rappresentano i quattro elementi primari (Vento, Foresta, Fuoco, Montagna) su cui si basa la forza e la mistica essenza del clan Takeda. E' anche un film contaminato, da elementi western e farseschi,  e un film sulla contaminazione: quella dell'occidente (il daimyo Nobunaga Oda che utilizza le più moderne e meno nobili armi da fuoco) che prelude al crollo di un mondo antico e mitologico, quello del Giappone feudale e dei Samurai. E' anche l'opera preparatoria al successivo capolavoro assoluto "Ran", ma essa stessa è da collocare tra i grandi capolavori del regista. Vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes 1980.

Voto:
voto: 4,5/5

Ran (Ran, 1985) di Akira Kurosawa

Liberamente ispirato al "King Lear" di Shakespeare, è uno straordinario affresco visivo, dai toni epico mitologici e di sontuosa potenza figurativa. E' il maggior capolavoro di Kurosawa ed il più grande film in costume mai realizzato. Si racconta la vicenda del vecchio Hidetora, un tempo crudele tiranno e signore della guerra, che decide di dividere il suo regno tra i tre avidi figli: Taro, Jiro e Saburo, provocando l'ira e le invettive del minore. Ben presto gli eventi precipiteranno e la cupidigia umana prenderà il sopravvento: i figli del vecchio tiranno si rivolteranno prima contro il padre, ormai debole e stanco, e poi contro loro stessi in una lotta al massacro senza esclusione di colpi. A tutto questo si aggiungono antiche vendette ed odi mai sopiti, abilmente manovrate dalla perfida Kaede, moglie di Taro, che vuol portare la famiglia al disfacimento perchè, un tempo, Hidetora ne uccise il padre.  "Ran", che significa caos, è un tragico e colossale affresco sul crollo di un mondo, anzi del mondo, sotto i colpi implacabili dell'umana corruzione che dal male genera altro male, in un processo distruttivo senza fine. E' anche un possente apologo sull'avidità, la causa principale delle umane sciagure e sulla colpa, anche quella del passato, che prima o poi riemerge a pretendere dazio. Tragico, imponente, universale, maestoso, contiene le scene di battaglia più belle mai viste sul grande schermo, mostrate con un senso epico ed un'ampiezza di respiro mai più eguagliati. La dilatazione dei tempi di alcuni passaggi, o l'estetica rigidamente teatrale di certe sequenze, è funzionale allo  scopo dell'Autore: rendere in modo semiotico la caduta di Hidetora nell'abisso della follia, esasperandone i gesti e la mimica per caricarlo della massima espressività tragica. Dai silenzi meditativi di questo capolavoro si prepara, e si sprigiona, il fragoroso crollo di un mondo leggendario, trasfigurato dalla poetica sensibilità di Kurosawa. Indimenticabile l'assedio alla fortezza di Hidetora, con il vecchio tiranno che emerge dalle macerie, in preda alla follia, come un truce fantasma del passato. E come non citare anche la bellezza contemplativa, e simbolica, della scena iniziale, solare ed idilliaca ma già latrice dei segni della caduta: la caccia al cinghiale rappresenta il rituale della guerra, la sua meccanica liturgica ma anche la sua necessità. Così come i vasti territori che il vecchio tiranno indica, con la propria spada, ai suoi figli rappresentano il senso dell'ordine, un assetto mentale più che un regno fisico, ormai consolidato nello spirito dell'antico guerriero Hidetora. Un ordine che sarà presto stravolto, ed irrimediabilmente distrutto, dall'avvento del caos. Straordinario, come sempre in Kurosawa, anche l'uso simbolicamente espressivo dei colori: i tre figli hanno vesti di colore diverso (azzurro, giallo e rosso) mentre il vecchio padre è vestito di bianco, il colore neutro che li comprende tutti. Tutto questo alto simbolismo vuole mostrare l'armonia che regna all'inizio, che sarà presto incrinata come suggerito dal sogno premonitore di Hidetora: le tre frecce legate insieme che si spezzano, annunciando l'arrivo del caos che porterà follia, guerra, sangue, rovina e morte. E tutto viene innescato da un errore di Hidetora, la scelta di dividere il proprio regno, innescando le forze del caos. Hidetora non appare un uomo saggio, nonostante l'età, infatti comprenderà i suoi errori del passato nella follia e non nella saggezza, come una sorta di celeste ed inevitabile punizione. "Ran" è una tragedia corale in cui Hidetora è il maggiore responsabile, tutto ciò che avviene è quasi una proiezione dei suoi rimorsi e della sua follia, nella quale scivolerà sempre più parallelamente alla caduta del suo mondo e di quell'ordine presentatoci all'inizio. E l'inevitabile apocalisse finale sarà il naturale effetto di una vita costruita sull'odio e sulla sopraffazione. Come tutti i veri capolavori questo film possiede molteplici livelli di lettura ed un gran numero di chiavi interpretative, dove ogni scena, ogni costume, ogni inquadratura, ogni gesto ed ogni suono possiedono un forte valore simbolico da inserire in un più ampio contesto corale di elevata semantica tragica. Vinse solamente l'Oscar per i costumi.

Voto:
voto: 5+/5

martedì 1 novembre 2011

Barry Lyndon (Barry Lyndon, 1975) di Stanley Kubrick

Ascesa e caduta di un arrampicatore sociale, dal bell'aspetto ma dagli scarsi meriti, nel Nord Europa del '700. Film anomalo, che spiazzò buona parte della critica per la sua inintelligibilità, è l'ennesima pietra miliare che Kubrick ha deposto nella storia del Cinema, ricodificando, stavolta, il genere del film storico in costume, solitamente eroico, edificante e celebrativo. Il grande regista americano, come al solito, sorprese tutti regalandoci un film glaciale, feroce, autunnale, che narra, senza alcuna retorica, ma con asettico rigore, la tragica vita di un uomo senza qualità. Barry Lyndon è un opportunista senza scrupoli che riuscirà a farsi strada grazie a fortuna, furbizia ed inganno, conquistando una posizione sociale che non gli spetta in un mondo che non gli appartiene. Le conseguenze, ovviamente, non saranno indolori. Film epico, gigantesco, sontuoso che eccelle praticamente in tutto: storia, dialoghi, musiche, scenografie, costumi, immagini. La fotografia a luce naturale (ottenuta grazie a delle lenti speciali fornite dalla Zeiss) resterà nella storia ed è la cosa per cui è divenuto celebre, ma sono davvero tantissime le qualità di questo film. Il ritmo, apparentemente lento e compassato, è compensato dallo splendore visivo, dal rigore formale e da un realismo senza precedenti: nelle immagini, nelle luci, nelle movenze, nei costumi, nei dialoghi compassati, nei tempi dilatati, nei silenzi, nei panorami. Straordinarie anche le battaglie, degne delle antiche stampe figurative d'epoca. Alcune scene (prive di dialogo) sono pura arte cinematografica, come il corteggiamento di sguardi al tavolo da gioco tra Barry e la contessa Lyndon. Come sempre nel cinema di Kubrick la visione del film restituisce un'esperienza straordinaria: in pratica sembra davvero di tornare nel 1700 per l'alto senso realistico. Il grande regista realizza, anche qui, la sua ossessione per il controllo muovendo i personaggi come ignare pedine sulla scacchiera della Storia, oggetto di un ineffabile ed avverso disegno superiore. Quattro premi agli Oscar 1976: fotografia, musica, scenografie e costumi. E' una delle vette del genere storico in costume, insieme a "Ran" (1985) di Kurosawa.

Voto:
voto: 5/5

I sette samurai (Shichinin no Samurai, 1954) di Akira Kurosawa

E' uno dei più celebri film del Maestro giapponese, vanta numerosi epigoni, imitazioni, omaggi e persino un remake western hollywoodiano, altrettanto famoso, dal titolo "I magnifici sette" (1960). E' la storia, epica, di sette samurai che combattono in difesa di una comunità di contadini che vedono minacciato il loro villaggio da un manipolo di predoni senza scrupoli. C'è tutto il genio di Kurosawa in questo film: bellezza figurativa e strutturale, rigore formale, l'epica (capovolta) dei deboli e degli oppressi, la mitologia del guerriero come orgoglio archetipo di un tempo perduto, la furia delle battaglie e l'idillio dei sentimenti. Per non parlare poi della coralità della storia: ogni personaggio è splendidamente caratterizzato ed è un tassello necessario alla riuscita (sinfonica) dell'insieme. C'è anche il colpo di genio del personaggio di Mifune che fa da anello di congiunzione tra i due mondi (quello contadino e quello dei guerrieri), apparentemente divergenti. E' anche uno dei più riusciti esempi di commistione di generi e registri narrativi diversi, una sorta di elegia epica che alterna azione ed introspezione, furia ed incanto. Indimenticabile.

Voto:
voto: 5/5