mercoledì 2 novembre 2011

Ran (Ran, 1985) di Akira Kurosawa

Liberamente ispirato al "King Lear" di Shakespeare, è uno straordinario affresco visivo, dai toni epico mitologici e di sontuosa potenza figurativa. E' il maggior capolavoro di Kurosawa ed il più grande film in costume mai realizzato. Si racconta la vicenda del vecchio Hidetora, un tempo crudele tiranno e signore della guerra, che decide di dividere il suo regno tra i tre avidi figli: Taro, Jiro e Saburo, provocando l'ira e le invettive del minore. Ben presto gli eventi precipiteranno e la cupidigia umana prenderà il sopravvento: i figli del vecchio tiranno si rivolteranno prima contro il padre, ormai debole e stanco, e poi contro loro stessi in una lotta al massacro senza esclusione di colpi. A tutto questo si aggiungono antiche vendette ed odi mai sopiti, abilmente manovrate dalla perfida Kaede, moglie di Taro, che vuol portare la famiglia al disfacimento perchè, un tempo, Hidetora ne uccise il padre.  "Ran", che significa caos, è un tragico e colossale affresco sul crollo di un mondo, anzi del mondo, sotto i colpi implacabili dell'umana corruzione che dal male genera altro male, in un processo distruttivo senza fine. E' anche un possente apologo sull'avidità, la causa principale delle umane sciagure e sulla colpa, anche quella del passato, che prima o poi riemerge a pretendere dazio. Tragico, imponente, universale, maestoso, contiene le scene di battaglia più belle mai viste sul grande schermo, mostrate con un senso epico ed un'ampiezza di respiro mai più eguagliati. La dilatazione dei tempi di alcuni passaggi, o l'estetica rigidamente teatrale di certe sequenze, è funzionale allo  scopo dell'Autore: rendere in modo semiotico la caduta di Hidetora nell'abisso della follia, esasperandone i gesti e la mimica per caricarlo della massima espressività tragica. Dai silenzi meditativi di questo capolavoro si prepara, e si sprigiona, il fragoroso crollo di un mondo leggendario, trasfigurato dalla poetica sensibilità di Kurosawa. Indimenticabile l'assedio alla fortezza di Hidetora, con il vecchio tiranno che emerge dalle macerie, in preda alla follia, come un truce fantasma del passato. E come non citare anche la bellezza contemplativa, e simbolica, della scena iniziale, solare ed idilliaca ma già latrice dei segni della caduta: la caccia al cinghiale rappresenta il rituale della guerra, la sua meccanica liturgica ma anche la sua necessità. Così come i vasti territori che il vecchio tiranno indica, con la propria spada, ai suoi figli rappresentano il senso dell'ordine, un assetto mentale più che un regno fisico, ormai consolidato nello spirito dell'antico guerriero Hidetora. Un ordine che sarà presto stravolto, ed irrimediabilmente distrutto, dall'avvento del caos. Straordinario, come sempre in Kurosawa, anche l'uso simbolicamente espressivo dei colori: i tre figli hanno vesti di colore diverso (azzurro, giallo e rosso) mentre il vecchio padre è vestito di bianco, il colore neutro che li comprende tutti. Tutto questo alto simbolismo vuole mostrare l'armonia che regna all'inizio, che sarà presto incrinata come suggerito dal sogno premonitore di Hidetora: le tre frecce legate insieme che si spezzano, annunciando l'arrivo del caos che porterà follia, guerra, sangue, rovina e morte. E tutto viene innescato da un errore di Hidetora, la scelta di dividere il proprio regno, innescando le forze del caos. Hidetora non appare un uomo saggio, nonostante l'età, infatti comprenderà i suoi errori del passato nella follia e non nella saggezza, come una sorta di celeste ed inevitabile punizione. "Ran" è una tragedia corale in cui Hidetora è il maggiore responsabile, tutto ciò che avviene è quasi una proiezione dei suoi rimorsi e della sua follia, nella quale scivolerà sempre più parallelamente alla caduta del suo mondo e di quell'ordine presentatoci all'inizio. E l'inevitabile apocalisse finale sarà il naturale effetto di una vita costruita sull'odio e sulla sopraffazione. Come tutti i veri capolavori questo film possiede molteplici livelli di lettura ed un gran numero di chiavi interpretative, dove ogni scena, ogni costume, ogni inquadratura, ogni gesto ed ogni suono possiedono un forte valore simbolico da inserire in un più ampio contesto corale di elevata semantica tragica. Vinse solamente l'Oscar per i costumi.

Voto:
voto: 5+/5

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