venerdì 24 marzo 2017

Il nastro bianco (Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte, 2009) di Michael Haneke

Eichwald, 1913: nel piccolo paese del nord della Germania, abitato da una comunità rurale, protestante e decorosa, accadono eventi inspiegabili e tragici: violenze, soprusi, crudeltà sconvolgenti di cui non si riesce a trovare il colpevole. Il maestro del villaggio ha un’improvvisa intuizione per spiegare i fatti ma nessuno gli crede. Poi scoppia la “grande guerra” ed egli dovrà lasciare per sempre il suo luogo natio. Il primo film in lingua tedesca di Michael Haneke è un austero, implacabile ed ermetico saggio anti-narrativo sull’inintelligibilità del male atavicamente radicato nella natura umana. Per il suo altissimo rigore formale (che si esplica nella sontuosa fotografia in un bianco e nero sovraesposto e privo di contrasti) e per il suo impassibile sguardo di severa castità, il film guarda dritto al cinema di Dreyer. Invece per la lucida capacità di rappresentazione di un ambiente devoto e classista (che in realtà nasconde bieca intolleranza e desiderio di sopraffazione), sono innegabili le connessioni con gli scritti di Max Weber sul protestantesimo. Con la consueta glaciale asetticità, il grande regista austriaco descrive un piccolo microcosmo campestre per indagare le complesse dinamiche delle relazioni umane, ricercando le radici di quel male ed i semi di quell’odio che poi esploderanno, vent’anni dopo, con la follia del nazismo che travolgerà prima la Germania e poi l’Europa sotto un diluvio di crimini abominevoli. Asciugando del tutto le emozioni, l’autore adotta uno stile trattenuto e una narrazione episodica, tenuta insieme dalla voce fuori campo del narratore protagonista (il maestro del paese), con il montaggio che stacca sempre un attimo prima dell’esplosione del culmine drammatico. Questa tecnica volutamente implosiva non impedisce il crescendo di tensione, anzi lo amplifica perché non ne disperde mai la forza, e simboleggia perfettamente il senso intimo del film: l’orrore ripugnante appena celato sotto la patina del perbenismo era troppo grande per poter essere ammesso, spiegato, compreso e quei bambini dagli occhi di ghiaccio, che poi incendieranno l’Europa come i nazisti di domani, ne sono i figli più prossimi, silenziosamente allevati all’insegna dell’intransigenza e della prevaricazione verso i più deboli. Haneke non fornisce alcuna risposta in merito all’attribuzione delle colpe ai padri piuttosto che ai figli, ma ci riporta i fatti alla luce di una fertile ambiguità che solletica il giudizio critico dello spettatore ed accende il desiderio di dibattito dello storico. Assolutamente geniale la metafora del nastro bianco, imposto dal Pastore protestante agli adolescenti come emblema di candore, che poi si trasformerà nella vergognosa stella di Davide che quegli stessi bambini, divenuti adulti, imporranno alle vittime dell’Olocausto. Inesorabile e volutamente estenuante, quest’opera crudelmente geometrica è come una goccia ossessiva che ti disturba nel profondo, quasi una sorta di applicazione subliminale di quei falsi ideali-paravento (disciplina, purezza, severità) che hanno allevato i figli del male e i prodromi dello sterminio nella Germania di inizio ‘900. Pur in tanta inflessibile gravità Haneke si concede due sequenze memorabili di casta poesia: il ricordo dell’amore giovanile tra il maestro e la mammana del borgo e l’incendio che interrompe bruscamente il sonno dei bambini. Premiato, non senza polemiche, con la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2009, il film ha fortemente diviso la critica ed è risultato indigesto al pubblico mainstream, poco avvezzo alle altezze da capogiro del cinema d’Autore. Ma è un indubbio capolavoro del grande regista austriaco, una nuova originale pietra miliare nella sua estetica della negazione.

Voto:
voto: 5/5

Re della terra selvaggia (Beasts of the Southern Wild, 2012) di Benh Zeitlin

La piccola Hushpuppy ha sei anni e vive da sola con il padre Wink, gravamente ammalato, nella paludi della Louisiana, in una zona chiamata la “grande vasca” perché perennemente allagata per effetto degli uragani che colpiscono la regione. Il padre cerca di abituare l’amata figlia ad un prossimo futuro senza di lui e sogna che  Hushpuppy possa diventare, un giorno, la “regina” del luogo inospitale in cui hanno sempre vissuto. Ma quando Wink si aggrava, la piccola decide di partire per un viaggio alla ricerca della madre che non ha mai conosciuto. Piccolo grande film di Benh Zeitlin, al suo scintillante esordio cinematografico, girato con pochi mezzi, budget ridotto ed attori non professionisti. In bilico tra realtà e immaginazione, è un dramma fantastico di potente visionarietà e di geniale simbolismo, un ibrido tra fisicità ed astrazione, un’assoluta meraviglia per gli occhi e per il cuore. C’è davvero tanto in questo suggestivo dramma intimo che stinge nella fiaba: le catastrofi ambientali (con l’ombra di Katrina che aleggia fin dalle prime scene) e il loro effetto devastante sul paesaggio e sull’animo umano, la magia dell’infanzia, le difficoltà della crescita, l’amore familiare, la lotta per la sopravvivenza, il rapporto primordiale con la natura, l’apocalisse, la morte. Tra realismo magico, invenzioni di fantasia superiore, momenti onirici e un naturalismo epico che guarda a Mark Twain, questo film memorabile è cucito addosso alla sua straordinaria protagonista (la piccola Quvenzhané Wallis), meritatamente candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista a soli 9 anni (stabilendo così un record nella storia dell’Academy Awards come interprete più giovane a ricevere una nomination). Zeitlin pone costantemente la macchina da presa ad altezza di bambina, facendoci capire fin da subito che l’intera vicenda non è altro che il libero flusso di coscienza della piccola Hushpuppy: un mondo che sta finendo filtrato attraverso i suoi occhi, la sua sensibilità e la sua fantasia di bimba curiosa, piccola grande regina del bayou. Tra allegorie sul rapporto uomo-natura e suggestioni mitologiche che fondono paure ancestrali e avventure incantate, il viaggio di formazione di Hushpuppy diventa, simbolicamente, quello dell’essere umano alla ricerca del suo futuro in un mondo devastato. Un viaggio che può essere affrontato solo recuperando quegli istinti primigeni, quali estasi e meraviglia, che sono stati sepolti sotto cumuli di paura, cinismo e cupezza. Semplice, possente, intimo e commovente, questo incredibile miracolo artistico ha ottenuti consensi unanimi di pubblico e critica ed è stato premiato al Festival del Cinema di Cannes (con la Camera d’Or) e al Sundance Film Festival (con il Gran premio della giuria). Ha anche ricevuto quattro nomination agli Oscar 2013 (miglior film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista) rimanendo però senza premi. Autentico fenomeno cinematografico del 2012, purtroppo non molto conosciuto nel nostro paese, è un film da non perdere.

Voto:
voto: 4,5/5

giovedì 23 marzo 2017

Zero Dark Thirty (Zero Dark Thirty, 2012) di Kathryn Bigelow

Dopo l’attacco alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, il terrorista Osama Bin Laden (fondatore e leader di al-Qāʿida, famigerata organizzazione eversiva islamica) diventa il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti. Per circa dieci anni la brillante agente della CIA Maya Lambert si dedica anima e corpo alla caccia a Bin Laden, insieme ad un team di agenti speciali del servizio segreto americano e ad alcuni membri dei Navy Seals. La lunga ricerca per stanare l’uomo più odiato d’America, divenuto nell’immaginario popolare il simbolo del terrorismo internazionale e il responsabile dell’attacco dell’11 settembre, diventa un’autentica ossessione per Maya, che sarà costretta a fronteggiare sporchi giochi di potere, a convivere con lo scetticismo dei suoi superiori ed a venire a patti con la propria coscienza. Potente e intenso dramma a sfondo bellico diretto dalla Bigelow con enfasi appassionata, crudo realismo ed una visionarietà “elettrica” nella costruzione delle immagini, specialmente nel lungo e straordinario segmento finale dell’attacco al covo di Bin Laden: adrenalina pura e sperimentazione visiva da vivere tutta d’un fiato. Una sequenza al cardiopalma che cerca, riuscendoci in parte, di ridefinire gli stilemi del cinema d’azione contemporaneo. Tra documento storico ed inevitabili indulgenze romanzate, la Bigelow mette in scena un film funereo e vibrante, che riesce a tenere alta la tensione anche nelle numerose scene di dialogo o nelle riunioni investigative. La pellicola è basata sulle attività dei servizi segreti che hanno portato all’uccisione di Osama Bin Laden, avvenuta nella notte del 2 maggio 2011 ad Abbottabad (Pakistan); in particolare lo sceneggiatore e giornalista Marc Boal ha tratto spunto da documenti e testimonianze reali (da lui stesso raccolte) di veri agenti operativi della CIA impegnati sul fronte antiterrorismo. Ad un certo livello il film è la storia di un’ossessione: quella della protagonista Maya, interpretata con focosa intensità da Jessica Chastain, e quella di una nazione, l’America, che, nel perseguire il proprio demonio, è costretta a specchiarsi nella sua cattiva coscienza, rivedendo regole e coordinate morali in nome del machiavellico “fine che giustifica i mezzi”. Assolutamente emblematica, in tal senso, la scena in cui Maya e i suoi collaboratori guardano in tv l’intervista al presidente Obama che afferma con veemenza che “l’America non ricorre alla tortura” e il primo piano stringe, implacabile, sugli occhi profondi della donna. La magnifica protagonista (che regge da sola il peso del film) è una donna complessa e tenace, un’eroina moderna che combatte non solo contro il nemico da abbattere ma anche contro il pregiudizio e le discriminazioni di chi le sta a fianco. Una donna forte in un mondo di uomini forti, in lotta per dimostrare di essere all’altezza e per affermare le pari opportunità. Una vicenda in fondo assai simile a quella della regista, che ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per togliersi di dosso l’etichetta di (ex) moglie di Cameron e vedere riconosciuto il proprio talento artistico. Il tentativo di bilanciare la tronfia arroganza militaristica tipicamente americana con la pur superficiale conoscenza della cultura del “nemico” (si veda la sequenza della Chastain in burka che appare quanto meno forzata) è grossolano, ma non è di certo questo il punto di forza del film. Forse una maggiore e più sfumata complessità nell’approccio al mondo arabo avrebbe giovato ma va altresì riconosciuto che la Bigelow non lesina caustici attacchi al governo del suo paese. Candidato a cinque premi Oscar (film, la Chastain attrice protagonista, sceneggiatura, montaggio e montaggio sonoro), ha vinto solo l’ultimo tra i premi per cui era in lizza. Completano il cast Joel Edgerton, Jason Clarke, Jennifer Ehle e Mark Strong. Il titolo vuol dire, in gergo spionistico, “mezzanotte e mezzo”, ovvero l’orario in cui scattò l’operazione militare che segnò la fine di Osama Bin Laden.

Voto:
voto: 4/5

Magdalene (The Magdalene Sisters, 2002) di Peter Mullan

Nell’Irlanda degli anni ’60 tre ragazze ritenute colpevoli di atti licenziosi vengono mandate in un convento gestito dalla Madre superiora Bridget, per poter espiare i rispettivi peccati. Bernadette è un’orfana un po’ civettuola che attira le attenzioni dei maschi, Rose è una ragazza madre e Margaret è stata violentata dal cugino durante un matrimonio. Nel monastero, che ben presto si rivelerà una dura prigione, le tre giovani donne subiscono umiliazioni, maltrattamenti, vessazioni fisiche e psicologiche e vengono sfruttate come lavandaie non retribuite. Tenteranno più volte la fuga, ma non tutte saranno in grado di superare la terribile esperienza e rifarsi una vita. Cupo dramma storico, di chiara matrice dickensiana, che intende denunciare, con aspro realismo e veemente fermezza, la vergogna delle così dette “case Magdalene”, istituti femminili realmente esistiti in Irlanda, quasi sempre guidati da religiose, che accoglievano donne giudicate “immorali” dalla società perbenista del tempo. Lo scopo degli istituti (il cui nome deriva dalla devozione a Maria Maddalena) era quello di redimere le “peccatrici” e favorirne il reinserimento sociale, ma, in realtà, dietro questa facciata di bigotto fanatismo si nascondevano sordide storie di soprusi, sopraffazione e violenza a danno delle malcapitate. Il tema centrale dell’opera, sviluppato con feroce accanimento visivo, è la descrizione di un microcosmo totalitario in cui, favorito dalle condizioni di isolamento e dalla certezza dell’impunità, il potere può dare libero sfogo alla propria barbarie in nome della fede. Interessante, in tal senso, la distorsione del concetto di carità cristiana in affilato stumento di tortura, utilizzato con lucido sadismo per annientare la dignità umana ed affermare l’empio dominio dei forti a danno dei deboli. Ma il regista non risparmia i suoi strali alla connivente società puritana dell’epoca, la cui pavida ipocrisia moralistica costituiva l’humus ideale per il clima tirannico delle “case Magdalene”.  In tal senso il film, che alla sua uscita fece infuriare non poco gli ambienti cattolici, è ben più di un acido libello anticlericale e può essere letto come dolente atto d’accusa verso un sistema sociale ben più ampio, che getta parecchie ombre sulla civiltà occidentale degli anni '60. L’evidente impianto a tesi dell’opera ne costituisce anche il punto debole, specialmente quando l’autore, trasportato dal suo intento polemico, finisce per esagerare in compiacimenti morbosi, esagerando nell’esplicitazione dei rituali violenti del convento-prigione. Non di meno il film resta un’opera potente, scioccante e necessaria, premiata (non senza polemiche) con il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia del 2002. Memorabile la sequenza in cui la sofferente Margaret recita il Padre nostro inginocchiata al cospetto della sua aguzzina.

Voto:
voto: 4/5

martedì 21 marzo 2017

Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake, 2016) di Ken Loach

Daniel Blake è un carpentiere di Newcastle che, a 59 anni, è colpito da un grave attacco di cuore che non gli consente più di lavorare. Caduto nel dedalo delle burocrazie assistenziali statali, egli si vede prima negare il sussidio di invalidità e poi finisce in un cavilloso limbo di regole, in attesa di poter fare ricorso per la mancata concessione del sostegno di inabilità. Nel frattempo, per poter accedere al sovvenzionamento di disoccupazione, il nostro è obbligato a darsi da fare per cercare un lavoro anche se poi, per tassativo divieto medico, non sarà in grado di svolgerlo. Grintoso e indomabile, Daniel s’impegna con tutte le forze per vedere riconosciuti i propri diritti contro un pedante sistema di trafile e di formalismi che sembra progettato ad arte contro il cittadino. Durante la sua personale battaglia quotidiana, il nostro incontra la giovane Katie, ragazza madre disoccupata, con due figli a carico e appena giunta da Londra. Tra i due nasce una sincera amicizia, con la quale si sosterranno reciprocamente tra le mille difficoltà di sopravvivenza giornaliera. Straordinario dramma di denuncia sociale diretto con lucida sobrietà e graffiante vis polemica da Ken Loach, regista di ammirevole coerenza e di costante impegno civile, da sempre avulso dalle logiche commerciali delle grandi major del cinema mainstream e da sempre in prima linea come caustico cantore degli emarginati del capitalismo occidentale. In questa nuova vibrante opera, meritatamente premiata con la Palma d’Oro al Festival di Cannes, l’autore britannico (che molti critici hanno spesso accostato al nostro Nanni Moretti o all’americano Michael Moore) mette sulla graticola il sistema assistenziale inglese, la burocrazia elefantiaca che lo contraddistingue, le politiche elitarie di un sistema che avvantaggia sempre le classi più abbienti e i modelli di valutazione sanitaria che non corrispondono alle reali esigenze del cittadino. Il suo dolente J'accuse non disdegna l’utilizzo di una tagliente ironia nera che, da un lato, non fa mai venir meno il dovuto livello d’indignazione e, dall’altro, rincara la dose della sua invettiva attraverso una distorsione grottesca che getta una luce ridicolmente inquietante sul potere statale. Già il dialogo iniziale su schermo nero, mentre scorrono i titoli d’apertura, è assolutamente memorabile e ci immerge a spron battuto nel tema del film. Un tema doloroso, realistico e quanto mai attuale. Loach ci conduce per mano, costantemente al fianco dei suoi personaggi, nella terra di nessuno degli alienati estromessi dalla tavola opulenta del consumismo, nei ghetti dove immigrati e disoccupati lottano ogni giorno per sopravvivere, figli di un dio minore estromessi dal sogno capitalistico. Di contro, il regista oppone allo squallore delle storture statali, la travolgente carica di umanità dei suoi protagonisti, la solidarietà tra classi disagiate che, a volte, scatta e riesce a tener viva la dignità dell’uomo, pur in un contesto di degrado e di disperazione. Questo amarissimo documento del nostro tempo è un film importante, toccante, necessario, capace di commuovere senza alcun patetismo e di suscitare un sacrosanto sdegno contro le ingiustizie sociali del modello governativo occidentale. E la lotta disperata di Daniel (interpretato con ammirevole verismo da Dave Johns) è la stessa che il regista combatte da sempre: la lotta ideologica di un uomo d’altri tempi che sbandiera con forza il proprio credo, si oppone alle discriminazioni, condanna le ingiustizie e rifiuta la tecnologia di massa che ha trasformato i cittadini in consumatori. L’estetica minimale al servizio della denuncia sociale è, da sempre, il marchio di fabbrica di Loach e questo suo opus numero 25 si erge solenne come summa artistica (e politica) di un’intera carriera.

Voto:
voto: 4,5/5

lunedì 20 marzo 2017

Carnage (Carnage, 2011) di Roman Polanski

Due coppie s’incontrano in un appartamento di Brooklyn per discutere di una spiacevole lite che ha coinvolto i loro figli adolescenti, in cui uno dei due ha riportato la rottura di alcuni denti. L’incontro avviene in casa dei Longstreet, Penelope e Michael, ovvero la parte lesa. Gli ospiti sono i Cowan: Nancy, con un problema di debolezza di stomaco, e Alan, broker saccente sempre incollato al telefono cellulare. Ben presto la discussione degenera, va ben oltre gli argomenti che l’hanno intavolata e si trasforma in un sottile gioco al massacro in cui tutti litigano con tutti, persino nell’ambito della stessa coppia. Perfido dramma da camera in forma di acida commedia nera, tratto dalla pièce teatrale “Il dio del massacro” di Yasmina Reza e diretto con magistrale cinismo da un Roman Polanski in forma smagliante. L’evidente impianto teatrale dell’opera (tutta ambientata in una camera e tutta basata su dialoghi) non nuoce alla resa cinematografica, anzi la esalta dando vita a grande cinema su palcoscenico più che a teatro filmato. La sottigliezza delle inquadrature, la macchina da presa che si muove ora assecondando ora contrastando il punto di vista dei “duellanti”, l’utilizzo dinamico degli spazi ristretti, il patos tagliente dei dialoghi e le gag irresistibili ne fanno un piccolo gioiello cinefilo non indegno dello straordinario esordio del grande regista polacco: quel memorabile Il coltello nell’acqua che pure utilizzava un microcosmo ristretto (la barca) per tracciare una spietata parabola antropologica universale. Straordinario il cast di stelle con ben tre premi Oscar: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly, che fanno a gara a chi è più bravo, quasi assecondando il soggetto del film. Tra ironia feroce, satira irriverente e sottili riferimenti hitchcockiani, Polanski si diverte (e ci diverte) nel tratteggiare un disincantato dileggio del conformismo borghese e della turpe arroganza che si cela sotto la coltre di ipocrisia e di buone maniere che ne regolano le fasulle convenzioni sociali. Reso ancora più pungente dalla breve durata (79 minuti), questo impagabile divertissement al vetriolo dimostra che il vecchio leone Polanski ha ancora grinta e classe da vendere. E che non ha ancora regolato tutti i suoi conti nei riguardi del Sogno Americano.

Voto:
voto: 4/5

venerdì 17 marzo 2017

Frantz (Frantz, 2016) di François Ozon

Subito dopo la fine del primo conflitto mondiale, in un piccolo villaggio tedesco, la giovane Anna si reca quotidianamente sulla tomba del suo fidanzato Frantz, caduto in guerra sul fronte francese. Qui conosce il misterioso Adrien, giovanotto parigino di buone maniere che dice di essere un vecchio amico di Frantz, conosciuto durante il suo soggiorno a Parigi prima di partire per la guerra. Affascinata dall’uomo, venuto fino in Germania per rendere omaggio allo sfortunato amico, Anna lo accoglie in un ambiente apertamente ostile ai francesi, a causa dell’ancora bruciante sconfitta tedesca. Ma, col tempo, anche i riluttanti genitori di Frantz gioiscono della presenza di Adrien e dei suoi racconti, che gli permettono di rivivere il ricordo del figlio morto come se una parte di lui fosse ancora presente tra loro. Ma Adrien ha più di una sorpresa in serbo e le sue rivelazioni cambieranno profondamente la vita di Anna. Elegante melodramma storico di François Ozon, impaginato in un raffinato bianco e nero di classica misura, alternato con sporadici tocchi di colore anticato per enfatizzare le sequenze di maggior risalto emotivo. Il film è liberamente ispirato ad una poco conosciuta pellicola di Ernst Lubitsch, L’uomo che ho ucciso (1932), che era a sua volta tratta da una pièce teatrale scritta da Maurice Rostand  nel 1930: “L’Homme que j'ai tué”. Edificato sulla sottile linea di confine tra realtà e finzione, il film di Ozon è un delicato triangolo amoroso in cui uno dei vertici (il Frantz che dà titolo all’opera e la cui presenza incombe in ogni scena) è assente. Trattenuto e struggente, suggestivo e poetico, è un découpage di sentimenti e di emozioni costruito a due livelli, in cui il secondo ribalta completamente la prospettiva del primo (l’ospite diventa ospitante, l’autoctono diventa straniero ed il "fantasma" da inseguire non è più lo stesso). Bravissimi i due attori protagonisti, Paula Beer e Pierre Niney, sontuosa la confezione estetica, mirabile la ricostruzione storico ambientale e la cura maniacale dei dettagli. Reinventando (e sublimando) il mito classico di eros e thanatos, Ozon realizza un piccolo prezioso gioiello, passato in sordina nel nostro paese ma assai applaudito al Festival del Cinema di Venezia 2016, con il Premio Marcello Mastroianni per Paula Beer. E l'autore ci regala almeno due sequenze magiche: il bagno nel lago e l’ambiguo finale al Louvre di fronte al “Suicidio” di Manet, un momento potente che racchiude un concetto emblematico: l’idea della morte e l'allontanamento da essa possono far fiorire la vita. Notevole anche la velata patina di ambiguità che attraversa tutta l'opera: dalla sottile commistione tra cruda verità e necessario inganno, al rapporto tra i due amici nei racconti di Adrien, fino all'aspetto androgino dello stesso protagonista che sembra suggerire vertigini concettuali che travalicano la classificazione canonica dei sentimenti. Con questo melodramma "raffreddato", ben più complesso e stratificato di quanto potrebbe apparire a una visione superficiale, Ozon porta a pieno compimento la sua estetica del disagio e dell'inquietudine.

Voto:
voto: 4/5

giovedì 16 marzo 2017

Gran Torino (Gran Torino, 2008) di Clint Eastwood

“Walt” Kowalski è un ottantenne di origine polacca reduce della guerra di Corea, ex operaio della Ford in pensione, rimasto da poco vedovo dell’amata moglie. “Walt” è un uomo burbero, astioso verso il mondo, cattolico ma pieno di dubbi sulla fede, patriota e razzista, insofferente rispetto alla realtà multietnica del quartiere popolare in cui vive. Malato ai polmoni e ostile anche verso i suoi due figli, che vorrebbero metterlo in una casa di riposo e che sembrano più interessati alla sua eredità che alla sua persona, “Walt” ha solo due interessi positivi: la passione per la sua vecchia auto (una Ford Gran Torino del 1972 che conserva come un gioiello) ed il rapporto goliardico, basato su un affettuoso turpiloquio, con il barbiere del quartiere, amico di una vita. L’incontro casuale con il giovane Thao, asiatico di etnia Hmong vessato da un gruppo di bulli vietnamiti, e con la sua premurosa famiglia, aprirà una breccia nella scorza dura di “Walt”, risvegliando il suo puro ideale di indignazione contro le ingiustizie commesse dagli arroganti a danno dei più deboli. L’opus n. 31 di Eastwood regista è un piccolo grande film, intimo e denso, di complessa stratificazione, di classica trasparenza e di legittima saldezza morale. Garbato e complesso alla maniera del regista è un felice compendio di temi importanti, forse troppi per un film solo: la vecchiaia, il razzismo, la fede, il bullismo, la morte, la violenza urbana, la difficile integrazione reciproca in un contesto multirazziale. Con la consueta lievezza del tocco e classicità dello stile, senza però mai perdere in densità narrativa e spessore tematico, l’autore fa coesistere abilmente tragedia e ironia, odio e amore, asocialità e rigore etico, brutalità e tenerezza,  passatismo e fiducia nel domani, condanna della violenza e necessità di ricorrere ad essa. Nel cast, oltre a Clint Eastwood nel ruolo del granitico protagonista, segnaliamo Bee Vang, Ahney Her e John Carroll Lynch. Attraversato da un’ombra funerea per tutta la sua durata, questo film importante e necessario ci commuove senza mai risultare patetico e ci accompagna, con sommessa fierezza, verso l’unico finale possibile, che si erge come una sorta di nostalgico commiato. Il commiato di Eastwood attore dalla sua stessa leggenda di duro cinematografico per antonomasia. Non c’è dubbio che il personaggio di Kowalski (emblematico già dal nome che rimanda a Tennessee Williams) sia il simbolo ed il sunto di tutti i duri interpretati da Eastwood sul grande schermo e che la sua parabola di formazione e redenzione sia il malinconico addio del grande regista-attore (non privo di pungente autoironia) ad un certo tipo di antieroi che hanno caratterizzato il suo passato. Ma quando il vecchio leone Clint imbraccia il fucile e digrigna “vattene dal mio prato!” al giovane bullo vietnamita, un brivido antico ci percorre la schiena e il tempo sembra davvero essersi fermato per un istante.

Voto:
voto: 4/5

Le conseguenze dell’amore (Le conseguenze dell’amore, 2004) di Paolo Sorrentino

Titta Di Girolamo è un cinquantenne distinto e serafico che vive in un albergo della Svizzera italiana e trascorre le sue giornate tra collaudati rituali: il bar, le sigarette, il consumo sporadico di eroina ed una cortesia schiva che serve a tener lontano il prossimo. Ma l’uomo nasconde un oscuro segreto e, quando la sua facciata di granitico conformismo sarà intaccata dagli sguardi languidi della bella barista Sofia, la situazione si farà presto pericolosa. Il secondo lungometraggio di Paolo Sorrentino è un melodramma raffreddato, raffinato ed asciugato fino all’osso, una sorta di mondo metafisico immerso in un fluido inerte e osservato attraverso il vetro di un acquario. Lo sguardo del regista è lucido ma distante e ci fa assistere agli eventi della singolare vita di Titta con lo stesso spirito di un patologo che esegue l’autopsia di un cadavere ed annota i risultati sul registro medico. Algido nello stile, impassibile nel tono, geometrico nell’andamento narrativo e quasi inquietante nella sua alta eleganza figurativa, è una sorta di radiografia surreale che intende dar forma alla solitudine, all’isolamento, alla rassegnata accidia figlia del senso del dovere, alla paura di vivere dando ascolto alle voci di dentro. E, per ottenere questo scopo, il talentuoso autore napoletano utilizza, non senza macabro senso dell’umorismo, un personaggio ectoplasmatico, un simbolo dolente della connivenza omertosa. Nel cast svetta un eccellente Toni Servillo, in un’interpretazione di sofferta intensità trattenuta, affiancato da Adriano Giannini, Raffaele Pisu e Olivia Magnani (nipote della leggendaria Anna). E’ il film che ha svelato al mondo l’estro di Paolo Sorrentino, acclamato dalla critica (sia italiana che europea) e pluripremiato ai David di Donatello. E’ anche il film in cui Servillo (autentico alter ego del regista) inaugura la sua ricca galleria di dandy snob e sentenziosi tipicamente sorrentiniani.

La frase:Non bisogna mai smettere di avere fiducia negli uomini, direttore. Il giorno che accadrà sarà un giorno sbagliato.

Voto:
voto: 4/5