domenica 31 dicembre 2023

Napoleon (2023) di Ridley Scott

Si narra la storia dell'uomo fatale, capace di conquistare il mondo con un'ascesa irresistibile e stupefacente (da soldato a capitano, poi generale e infine Imperatore), per poi perderlo, e riprenderlo, e riperderlo. Napoleone Bonaparte, "due volte nella polvere, due volte sull'altare", il soldato, lo stratega geniale, il politico avido, il tiranno spietato, ma anche l'uomo. Si parte della Rivoluzione francese del 1789, passando per le grandi battaglie, le gloriose campagne militari, l'incoronazione a Notre-Dame, fino alla rovinosa caduta e le due isole (Elba e Sant'Elena) che segneranno la fine dell'uomo ma non del mito. Perchè qui è di questo che si tratta: di mito. Ridley Scott, ormai abilmente collaudato nel manipolare a modo suo la grande Storia antica europea per farne un sontuoso spettacolo visivo da portare sul grande schermo (al netto di semplificazioni e di licenze storiche), confeziona un film imponente ma anche fragile, dalla doppia anima e dal duplice passo, probabilmente già in parte condannato dalla sua grande ambizione di partenza (quasi ricalcando la personalità del protagonista). Era oggettivamente difficile realizzare il film definitivo su Napoleone Bonaparte, forse soltanto Kubrick ci poteva riuscire se fosse vissuto più a lungo, anche se lo avrebbe sicuramente realizzato in un modo completamente diverso. Ridley Scott punta dritto al Mito, saccheggia impunemente la Storia con omissioni e snellimenti, e intende portare sullo schermo un'opera bivalente e bifronte, creando un contrasto stridente tra il leggendario imperatore e il meno regale uomo. Ecco quindi che assistiamo, in alternanza, alle imprese militari di Bonaparte e agli impacci amorosi di Napoleone, innamorato di Giuseppina ma incapace di amarla per come lei avrebbe desiderato. Un uomo ombroso e mammone, con l'animo segnato dalla sua impronta atavica di "delinquente corso", che fa l'amore come un coniglio e che è tanto grande nel perseguimento rapace del potere temporale, quanto maldestro nella "tenzone d'amore" con la sua donna. Ma è proprio in questa doppia anima che il film funziona meno, a cominciare dalla scarsa chimica tra i due attori protagonisti (Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby), per poi incappare in qualche caduta nel ridicolo involontario a causa di alcune sequenze kitsch. Le grandi scene di battaglia sono quelle meglio riuscite, e in esse è evidente la mano salda di un regista esperto come Ridley Scott, che è ormai perfettamente a suo agio con questo tipo di cinema. Mancano diversi approfondimenti, specialmente nella parte finale delle "due isole", viene totalmente omesso il rapporto viscerale (e fondante) di Napoleone con la natia Corsica e si preferisce indulgere nella liaison romantica piuttosto che sviscerare meglio certi passaggi cruciali dell'ascesa militare del protagonista (come la campagna d'Italia liquidata in una semplice battuta). Da segnalare l'elegante interpretazione di Rupert Everett nel ruolo della nemesi di Bonaparte: il duca di Wellington.

Voto:
voto: 3/5

Adagio (2023) di Stefano Sollima

Il sedicenne Manuel si imbuca in una festa privata a base di sesso e di droga con lo scopo di scattare delle foto a un politico per poi ricattarlo. Il suo mandante è il losco Vasco, sbirro corrotto implicato in sordidi affari e collusioni tra potere e malavita. Qualcosa va storto e il ragazzo è costretto a fuggire perchè è diventato uno scomodo testimone e sa perfettamente che i poliziotti che lo hanno assoldato gli daranno la caccia. Il padre adottivo di Manuel, conosciuto come "Daytona", è un vecchio criminale ex membro della Banda della Magliana ormai affetto da demenza senile. Il giovane, disperato, chiede aiuto a due amici del padre, anche loro "vecchie glorie" del crimine romano ed entrambi con seri problemi di salute: "Polniuman" e "Cammello". Lo scontro tra questi e il gruppo di Vasco sarà inevitabile. Stefano Sollima ritorna a Roma per firmare il suo terzo capitolo dedicato alla malavita della capitale e lo fa con una storia affascinante (da lui scritta insieme a Stefano Bises) che mescola abilmente passato e presente, azione e intimismo, violenza e sentimenti. La passione del regista per il genere crime è evidente, così come il suo talento nel dirigere le sequenze action e il suo sguardo sempre particolare sulla città in cui è nato. Questa volta Sollima sceglie uno stile diverso, più cupo e dinamico, mostrandoci una Roma caotica e distopica soffocata dagli incendi e afflitta da continui blackout elettrici. Una Roma di strada e vista dalla strada, con le vecchie sopraelevate della tangenziale Est che la avvolgono in una morsa tentacolare, una Roma ripresa come Los Angeles (parole del regista). Le ambientazioni e le atmosfere sono un sicuro punto di forza di questo noir moderno, così come lo sono le nostalgiche allusioni a quel vecchio mondo del crimine quasi mitizzato, a quella famigerata Banda della Magliana a cui Sollima deve molto della sua carriera. I quattro attori principali (Pierfrancesco Favino, Toni Servillo, Valerio Mastandrea e Adriano Giannini) sono praticamente perfetti nei rispettivi ruoli, così come il sempre affidabile Francesco Di Leva sa ritagliarsi il suo spazio con la consueta presenza scenica. In particolare Favino, quasi spaventoso nella fisicità abnorme del suo personaggio, ci offre ancora una volta una trasformazione impressionante. Il risultato finale è un film lineare, semplice, diretto e tutto sommato prevedibile nell'evoluzione, che però non delude e ci regala dei momenti notevoli, in aggiunta ai pregi già evidenziati prima. Da segnalare anche la bella colonna sonora dei Subsonica.

Voto:
voto: 3,5/5

Maestro (2023) di Bradley Cooper

Biografia di Leonard Bernstein, il più grande direttore d'orchestra americano, ebreo ucraino del Massachusetts, chiamato a soli 25 anni a dirigere la prestigiosa New York Philarmonic al posto di Bruno Walter, e da allora protagonista di una carriera inarrestabile, tutta in ascesa, nel mondo della musica classica e della composizione (anche per il cinema). Questo film è nato sotto l'egida di Martin Scorsese e di Steven Spielberg, che hanno sviluppato il progetto in qualità di produttori, valutando entrambi l'opzione di dirigerlo salvo poi rinunciare per altri impegni concomitanti. Fin da subito i due grandi registi avevano individuato in Bradley Cooper l'attore protagonista perfetto per il ruolo di Bernstein. E Cooper, entusiasmato sempre più dall'idea, ha poi finito per autocandidarsi per il grande salto di carriera, diventando prima co-sceneggiatore e poi anche regista. Ma il subentro di Netflix nella produzione e nella distribuzione in streaming è stato fondamentale per la realizzazione dell'opera. La scelta di Cooper, invero singolare, è stata quella di mettere al centro della storia la relazione amorosa tra Bernstein e sua moglie Felicia Montealegre (interpretata da Carey Mulligan): una storia importante che è durata, tra alti e bassi, per 35 anni fino alla morte di lei. La personificazione che Bradley Cooper fa del leggendario musicista (al netto del discutibile naso finto che ha scelto di indossare per aumentare la somiglianza) è stupefacente ed è di gran lunga la cosa migliore del film. L'attore compie un lavoro esemplare nel cogliere le sfumature di un personaggio complesso, tormentato, pieno di vizi e di contraddizioni, in lotta perenne con i suoi demoni interiori e sempre in bilico tra genialità e frustrazione, tra una personalità estroversa che emergeva in modo vulcanico quando era in scena e i suoi lati ombrosi, fatti di solitudine e di depressione. La famosa scena della prima direzione della sua acclamata "Messa", composta nel 1971, in cui Cooper si abbandona ad una interpretazione di furiosa fisicità e di straordinaria intensità, è solo la punta dell'iceberg di una performance di altissimo livello, che forse avrebbe meritato una maggiore attenzione da parte dell'Academy Awards. Ma il lato dolente della pellicola è nella lunga parte sentimentale, fin troppo canonica e stucchevole, con una serie di evoluzioni del personaggio di Felicia che lasciano perplessi. Sarebbe stato molto più interessante approfondire maggiormente gli aspetti umani e artistici di Bernstein, così come la sua ossessione sessuale per le continue "scappatelle" con giovani amanti di sesso maschile, o magari proseguire con lo stile della prima metà del film (girato in bianco e nero e più evocativo che esplicativo). Si sarebbe ottenuto sicuramente un risultato migliore e meno didascalico. Nel cast figura anche il nostro Vincenzo Amato in un piccolo ruolo.

Voto:
voto: 3/5

L'esorcista - Il credente (The Exorcist: Believer, 2023) di David Gordon Green

La nascita della piccola Angela è segnata da un evento luttuoso (il terremoto di Haiti) e da una tragica scelta da parte di suo padre che ha segnato le loro vite. Dopo 13 anni la ragazza cerca di entrare in contatto con lo spirito di sua madre e si avventura in un pericoloso rito magico insieme ad un'amica, aprendo così una "porta" per il Male verso il nostro mondo. Dopo che un demone antico e malvagio si è impossessato dei corpi delle due adolescenti e dopo che i medici si sono rivelati totalmente inadeguati a comprendere i loro problemi, sarà chiamata in causa l'ormai anziana Chris McNeil (la madre di Regan nel celebre capolavoro di Friedkin), per utilizzare la sua esperienza nel settore della possessione demoniaca. Fin da quando è stato annunciato un moderno sequel de L'Esorcista (1973), si è creato un misto di curiosità e scetticismo da parte di tutti gli appassionati del genere horror. Quel film è una pietra miliare del genere, è ormai molto più di un film e il tentativo di rivitalizzarlo mettendo in scena un seguito tardivo ambientato oggi è parso fin da subito un grosso azzardo. L'operazione è stata affidata a David Gordon Green (che lo aveva già fatto con Halloween di Carpenter ottenendo risultati altalenanti), ma stavolta ci troviamo di fronte ad un disastro su tutti i fronti. Come ormai si usa fare nel cinema moderno questo sequel è anche un reset, nel senso che elimina concettualmente ogni altro seguito o clone realizzato dopo il 1973 e si ricollega direttamente all'originale, ricalcandone in parte la struttura e sciorinando una lunga fase iniziale preparatoria per poi giocarsi tutto nel finale, dove avviene l'attesa battaglia ancestrale tra il Bene e il Male. Ma il film è fragile, sfilacciato, a tratti imbarazzante, non spaventa mai, nè riesce mai ad attuare una reale sospensione dell'incredulità da parte dello spettatore. E non basta riportare in scena la novantenne Ellen Burstyn per salvarne le sorti. Anzi, probabilmente, l'introduzione posticcia del suo personaggio finisce addirittura per peggiorare le cose. Ma il fondo viene toccato in modo irreversibile proprio nella parte finale, in cui si è più attenti a rispettare i moderni dogmatismi "woke" legati all'inclusione delle così dette minoranze, che a tener conto che si tratta di un film horror (anzi del seguito DEL film horror per eccellenza), e che, quindi, si dovrebbe puntare a costruire una efficace atmosfera in grado di terrorizzare il pubblico. Ma qui di terrorizzante c'è solo l'idea malsana che ha portato alla nascita di questo progetto.

Voto:
voto: 1/5

giovedì 28 dicembre 2023

Angst (1983) di Gerald Kargl

Un giovane psicopatico schizofrenico, intimamente violento, esce dal carcere, si introduce in una villa isolata e sfoga la sua follia omicida contro una famiglia di tre persone: madre, figlia e figlio disabile. Mattanza finale. Film oscuro, malsano, crudo, crudele e scioccante, opera unica dell'austriaco Gerald Kargl (che ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Zbigniew Rybczyński). Produzione austriaca girata a basso costo e mai uscito in sala nel nostro paese, dove arrivò in VHS passando quasi inosservato e finendo rapidamente nell'oblio. Conosciuto solo dai cinefili o dagli incalliti appassionati dell'horror underground, per i quali è un cult assoluto, fece parlare di sé in maniera moderatamente più "ampia" nel 2006, quando venne ridistribuito in una versione in DVD dalla Epix (con il titolo alternativo di Schizophrenia) e con l'aggiunta di un didascalico prologo di 8 minuti che introduce lo spettatore in ciò che sta per vedere, attraverso un racconto pseudo-cronachistico che descrive la personalità e le nefaste gesta passate del protagonista, killer senza nome ispirato alla reale vicenda di Werner Kniesek, assassino seriale austriaco che, nel 1980, commise delitti molto simili a quelli narrati nel film. Lo stesso Kargl, che supervisionò l'edizione del 2006 e che nel frattempo era divenuto famoso in ambito televisivo per documentari di stampo educativo, decise anche di modificare la sequenza più efferata rendendola meno esplicita e atroce. Potrebbe sembrare strano ma la versione migliore (e consigliata agli amanti del genere) è quella originale del 1983, perchè più pura e disturbante nella sua totale mancanza di riferimenti: un vero incubo audiovisivo, a suo modo memorabile, per come lo spettatore viene immerso totalmente nella mente alterata del protagonista, attraverso l'utilizzo artistico di soluzioni tecniche artigianali (camera a mano, snorricam, sonorità stordenti, voice over che esprime i pensieri del killer in modo caotico e inquietante), rendendo così quest'opera qualcosa di ben più alto rispetto al b-movie di sadica macelleria che potrebbe apparire a prima vista. Anche l'accostamento allucinante tra morte ed erotismo, con l'evidente piacere fisico che l'omicida sembra provare durante l'esercizio della violenza, lascia il segno, produce forti vertigini morali ed è, probabilmente, la cosa più agghiacciante del film. E' ovviamente un prodotto di nicchia assolutamente sconsigliato alle persone sensibili e non avvezze agli horror impressionanti, ma è un must per i cultori del cinema di genere che amano esplorare i percorsi lontani dal mainstream. Eccellente interpretazione del protagonista Erwin Leder, la cui carriera è poi proseguita in modo altalenante, con partecipazioni anche a grosse produzioni hollywoodiane, ma sempre in ruoli secondari. Angst era l'horror preferito di Lucio Fulci ed il franco-argentino Gaspar Noé lo ha sempre citato come una delle sue maggiori fonti di ispirazione, additandolo addirittura come capolavoro. Ma i più attenti potranno notare come anche il cinema del ben più illustre Michael Haneke abbia probabilmente attinto qualcosa da quest'opera  sconvolgente.

Voto:
voto: 4/5

giovedì 26 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon (2023) di Martin Scorsese

Dal romanzo "Gli assassini della Terra Rossa: Affari, petrolio, omicidi e la nascita dell'FBI. Una storia di frontiera" ("Killers of the Flower Moon: The Osage Murders and the Birth of the FBI") scritto nel 2017 dal giornalista e saggista David Grann ed ispirato ad una tragica vicenda storica realmente accaduta. Nell'Oklahoma del 1920 il popolo pellerossa degli Osage vive confinato all'interno della riserva che gli è stata concessa dal governo dopo la fine delle guerre indiane. La scoperta di un enorme giacimento di petrolio collocato proprio nelle loro terre li rende improvvisamente ricchi oltre ogni aspettativa, ma attira anche le brame di truffatori, avventurieri, criminali ed affaristi bianchi senza scrupoli. Intanto il giovane Ernest Burkhart, giovanotto non particolarmente sveglio, reduce della Prima Guerra Mondiale e con un debole per le donne, su consiglio del suo potente zio, il latifondista William K. Hale che coesiste e collabora da anni con gli Osage, seduce e sposa la bella Molly, una ragazza indiana erede di un vasto patrimonio derivante dal petrolio. Ma quando una serie di morti misteriose iniziano a falcidiare la tribù degli Osage e la cittadina viene pervasa da un clima di paura e brutalità, il governo centrale invia sul posto per indagare un gagliardo poliziotto, Tom White, appartenente al primo nucleo investigativo federale da cui poi nascerà la famosa agenzia FBI. Lo zelante White e il suo gruppo di agenti non ci metteranno molto a scoperchiare un torbido gioco di soprusi, connivenze, corruzione, inganni, tradimenti e piani criminali a danno dei pellerossa, con lo scopo di impossessarsi delle loro ricchezze. Il 26° lungometraggio di Martin Scorsese (che ne ha anche scritto la sceneggiatura insieme ad Eric Roth) è un cupo e potente dramma storico (ispirato ad eventi reali), lungo e minuzioso, che mescola sapientemente generi e modelli diversi (il western, il crime, il melodramma, la tragedia familiare, l'affresco d'epoca, l'opera di denuncia, il film di impegno civile) per tracciare un acido apologo critico che svuota di ogni eroismo la leggendaria "conquista del West" da parte dei pionieri bianchi, rievocando uno dei maggiori peccati originali della breve storia americana (lo sterminio, le oppressioni e le discriminazioni nei confronti dei nativi) fino a dar forma concreta ad una nuova simbolica "nascita di nazione", filtrata attraverso la sensibilità di grande cineasta libero, critico e disincantato, tipica dell'autore. La prima volta era accaduto con il kolossal Gangs of New York  (2002), in cui il regista italo-americano ci immergeva nel fango e nel sangue dei degradati "Five Points" della New York ottocentesca per dirci che, in fondo, "l'America è nata nelle strade" ovvero che molto della cultura e dell'ideologia dominante degli USA affonda le sue radici nella violenza, nel razzismo, nell'ingiustizia e nella sopraffazione fisica dei più deboli. Sotto questo aspetto Killers of the Flower Moon si mantiene sulla medesima rotta iconoclasta, analizzando impietosamente le origini ancestrali del capitalismo americano, parimenti edificate sull'avidità, sull'arroganza, sulla rapacità, sulla presunzione che un popolo sia superiore ad altri, sulla barbarie e, ovviamente, sull'omicidio. Scorsese adotta volutamente uno stile intimistico, psicologico e anti-epico (soltanto nella sfavillante parte iniziale abbiamo delle brevi grandiose sequenze in campo lungo), favorendo i dialoghi, le atmosfere e la ristrettezza di ambienti per restituirci il clima dell'epoca, la sua profonda ingiustizia sociale, la totale mancanza di moralità da parte del potere e la sua assoluta certezza di impunità. Mai come in questo caso ci troviamo di fronte ad un film politico (probabilmente il più politico della filmografia scorsesiana), lucido nell'esposizione dei fatti e fieramente indignato nelle conclusioni. Va anche detto che molti degli stilemi tipici di Scorsese sono presenti in abbondanza anche in questo suo ultimo lavoro: la raffigurazione cruda e secca della violenza, la banalità del male raccontata da una prospettiva interna, la fede religiosa accompagnata dalla crudeltà delle azioni, la struttura narrativa declinata secondo l'andamento ascesa-caduta. E il finale, indubbiamente originale nella forma più che nella sostanza, ci regala un suggestivo momento di trasfigurazione creativa della realtà attraverso il cinema, con l'autore che si concede anche un piccolo ma significativo cameo. Nel cast stellare, che annovera nomi come Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone, Jesse Plemons, John Lithgow e Brendan Fraser, svettano i tre protagonisti principali: DiCaprio (giunto alla sesta collaborazione con Scorsese) è indubbiamente ispirato e credibile nel dar vita ad un personaggio complesso, viscido, ambiguo, carico di fragilità, di lati oscuri e di contraddizioni. Peccato che, per tutta la parte finale, l'attore decida di assumere costantemente una monolitica espressione che sembra quasi scimmiottare il Marlon Brando dell'età matura. De Niro (diretto da Scorsese per la decima volta) riesce a farci dimenticare le tante patetiche apparizioni "mercenarie" dell'ultima fase della sua carriera, mostrandoci come sia ancora in grado di essere sé stesso, se diretto da un grande Maestro del cinema. Ma la vera piacevole sorpresa è la sconosciuta Lily Gladstone, di etnia pellerossa, che si rivela interprete di grande talento, intensità e sensibilità; il suo personaggio è l'anima, il cuore e il baricentro emotivo del film, intorno a cui ruota tutto il male e la cupidigia dei colonizzatori bianchi. Killers of the Flower Moon è un'opera di magistrale realizzazione e di sontuosa confezione estetica, trasuda amore per il cinema classico e nostalgia per quel modo di fare cinema che oggi è diventato una rarità; Scorsese si diverte e si compiace nel narrare una storia per immagini alla sua maniera, con un occhio rivolto alla "sua" cara New Hollywood ed un altro al presente, prendendosi tutto il tempo necessario (forse anche troppo), quasi a voler prolungare il piacere del racconto. E sotto questo aspetto, nonostante l'anagrafe per lui dica 80 anni suonati, l'energia, l'estro creativo e lo spirito polemico sono ancora quelli di un eterno ragazzo prodigio.

Voto:
voto: 4/5

mercoledì 25 ottobre 2023

Babadook (The Babadook, 2014) di Jennifer Kent

Amelia è una giovane vedova con un figlio di 6 anni da crescere, nato proprio nel giorno in cui suo marito è morto, tragicamente, in un incidente stradale. Depressa e stressata, messa alle corde dalle difficoltà economiche e dalla natura iperattiva del piccolo Samuel, che sembra a tratti ingestibile per il suo temperamento agitato, la donna cerca in tutti i modi di resistere e trovare la forza necessaria a gestire la complessa situazione familiare. La lettura insieme a suo figlio di un cupo libro di favole trovato per caso, non fa che peggiorare le cose: nel racconto si parla di un mostro soprannaturale chiamato Babadook, una specie di "uomo nero" che si annida nel buio e che tormenta le sue vittime (fisicamente e psicologicamente) quando queste prendono atto della sua esistenza e, inconsapevolmente, gli consentono di "entrare" nelle loro vite. Samuel è convinto che quanto scritto nel libro stia capitando a loro e che il mostruoso Babadook sia la causa primaria dei loro guai. Chiaramente turbata Amelia respinge con forza l'idea, aggrappandosi alla razionalità, ma ben presto inizia a temere che suo figlio possa aver ragione. Questo tetro e inquietante horror gotico psicologico, interamente costruito sulle atmosfere, sulle attese, sulle paure infantili, sugli elementi archetipali del terrore e sul male come forza ambigua, che può provenire dall'esterno ma anche da dentro di noi, segna il felice esordio alla regia dell'australiana Jennifer Kent, che ha anche scritto il film prendendo ispirazione da un suo precedente corto, Monster (2005), ampliandone l'idea, la tematica e la storia fino a farne un lungometraggio. Fin dall'inizio si capisce che questa sinistra pellicola dell'orrore sia "agli antipodi", non solo perchè prodotta e realizzata in Australia ma, soprattutto, per il suo essere diversa, più profonda, più peculiare e più simbolica rispetto ai canoni classici del genere a cui appartiene. Il Babadook è, infatti, la proiezione delle nostre paure, dei nostri fallimenti, dei nostri sensi di colpa e del nostro lato oscuro, la rappresentazione spaventosa di un'energia malefica che è parte ancestrale della natura umana e che spesso cova, nascosta, nei recessi bui del nostro animo. La regista, avvalendosi anche di un'evocativa fotografia grigia, di ambientazioni opprimenti e dell'ottima recitazione della protagonista Essie Davis, dissemina il film di continue allegorie, gli conferisce un ritmo teso e una messa in scena asciutta, evita accuratamente i cliché effettistici tipici del genere, sceglie saggiamente di mostrare il meno possibile del mostro e conduce in porto brillantemente il suo intento di mettere in piedi una potente parabola etica sotto le vesti di un horror. Il finale, inatteso e originale, è la chiosa perfetta di questo discorso, portando a conclusioni, sia morali che psicologiche, di sottile valenza e di denso simbolismo. Il film, realizzato a basso costo e partito in sordina nel suo paese, ha cominciato ad acquisire una certa fama internazionale presso gli appassionati dopo la presentazione al Sundance Film Festival, dove è stato unanimemente elogiato dalla critica specializzata. In Italia ha avuto una distribuzione limitata a poche sale, facendo solo una fugace apparizione nell'estate del 2015 e venendo presto relegato in un immeritato oblio. Ma è, invece, da recuperare assolutamente per gli amanti degli horror intelligenti, metaforici e fuori dagli schemi.

Voto:
voto: 4/5

lunedì 23 ottobre 2023

Mon Crime - La colpevole sono io (Mon crime, 2023) di François Ozon

Nella Parigi degli anni '30 la giovane aspirante attrice Madeleine Verdier, perennemente in bolletta, finisce al centro di un caso giudiziario di grande impatto mediatico, quando viene accusata dell'omicidio di un potente produttore cinematografico, rinomato sottaniere, trovato ucciso con un colpo di pistola nella sua residenza. Madeleine, che è stata una delle ultime persone a vederlo, racconta di essere stata aggredita sessualmente dall'uomo durante un'audizione, ma si dichiara innocente, dicendo di essersi difesa ed aver lasciato la casa sconvolta senza però avergli torto un capello. I diversi indizi presenti contro di lei porteranno rapidamente al processo, in cui la ragazza sceglierà come difensore la sua amica e coinquilina Pauline, avvocatessa inesperta e squattrinata che cerca in tutti i modi di costruirsi una carriera. Durante il dibattimento le due donne hanno un'idea follemente azzardata: accusarsi dell'omicidio come legittima difesa da un tentativo di stupro e sfruttare la risonanza mediatica del caso per tramutare il procedimento legale in una pubblica arringa in difesa delle donne, discriminate, maltrattate e messe sempre in secondo piano dal maschilismo paternalistico imperante nella società francese. Il piano sembra riuscire alla perfezione, ma i colpi di scena sono appena all'inizio. Brillante e sofisticata commedia travestita da giallo, scritta e diretta da François Ozon, e interpretata con briosa verve da una squadra di attori sopraffini, tra cui spiccano i tre personaggi femminili principali che hanno il volto e il corpo di Nadia Tereszkiewicz, Rebecca Marder e la grande Isabelle Huppert, in un ruolo che le calza a pennello e in cui la diva francese si diverte a tirar fuori tutto il suo elegante istrionismo. E' un film scanzonato, esilarante, insolente e delizioso, un'autentica commedia degli inganni alla francese, teatrale nel senso più positivo del termine, carico di omaggi alla screwball comedy della Hollywood del periodo aureo e totalmente schierato dalla parte delle donne e della loro emancipazione rispetto agli atavici modelli retrogradi imposti da una società maschilista, in cui il potere è sempre stato nelle mani degli uomini. Il cinema dell'autore è, fin dagli inizi, tipicamente declinato al femminile ed ha sempre scandagliato, spesso con audace profondità e sottigliezza di sfumature, la psicologia delle donne, cercando di metterle in risalto  e di donar loro la giusta visibilità a tutto tondo, piuttosto che capirle o assecondarle. E questo inno femminista d'epoca, divertito e divertente, carico di glamour e di ambiguità tematiche, riesce pienamente nell'intento, facendo riflettere e intrattenendo con vivace intelligenza, ma senza mai prendersi troppo sul serio. Il film è ispirato, invero molto liberamente, alla pièce teatrale omonima, scritta da Georges Berr e Louis Verneuil nel 1934 e già adattata per il cinema due volte: con La moglie bugiarda (True Confession, 1937) di Wesley Ruggles e con Bionda fra le sbarre (Cross My Heart, 1946) di John Berry. Ma con risultati ben meno scintillanti rispetto a questa nuova versione firmata da Ozon.

Voto:
voto: 3,5/5

domenica 22 ottobre 2023

Stranizza d'amuri (2023) di Giuseppe Fiorello

Nella torrida estate del 1982, in un piccolo paese dell'entroterra rurale siciliano, l'adolescente Nino si gode la bella stagione ed il regalo ricevuto per la promozione scolastica: un motorino che gli consente, per la prima volta, piena libertà di spostamenti. Primo figlio di una famiglia umile, affettuosa e laboriosa, che vive facendo fuochi d'artificio per le feste paesane, il nostro conosce per caso Gianni, suo coetaneo che abita in un centro vicino, dove viene bistrattato e umiliato da tutti per la sua reputazione di omosessuale. Tra i due ragazzi nasce subito un'affinità istintiva, che poi diventa solida amicizia, fino a trasformarsi in un sentimento diverso, travolgente e profondo, ma anche proibito e pericoloso nella retrograda Sicilia degli anni '80. Questo solare, romantico e drammatico coming-of-age, ambientato nell'estremo meridione d'Italia, segna l'esordio alla regia dell'attore catanese Giuseppe Fiorello detto Beppe, dopo un lungo ed attento lavoro di scrittura a cui egli stesso ha preso parte coadiuvato da Andrea Cedrola e Carlo Salsa. Il motivo di questa attenzione non è solo dovuto al fatto che l'oggetto del racconto è una storia d'amore gay in un rozzo contesto omofobo che vi si oppone ferocemente, ma, soprattutto, perchè l'ispirazione della vicenda è tratta da un reale tragico evento di cronaca avvenuto a Giarre nel 1980 e mai pienamente risolto dal punto di vista giudiziario. L'evento in questione ebbe un forte impatto sull'opinione pubblica dell'epoca e rappresentò una tappa di svolta fondamentale nella progressiva costruzione di una nuova sensibilità, tollerante e scevra da pregiudizi, in merito alla libertà dei rapporti di coppia e al diritto di vivere la propria sessualità come si ritiene più opportuno. Se è vero che, purtroppo, questo processo di sensibilizzazione è tutt'altro che terminato e che il problema della discriminazione omofoba esiste ancora oggi in vari strati della popolazione, bisogna anche ricordare che, proprio sull'onda della diffusa indignazione civile per i fatti di Giarre, il movimento di liberalizzazione omosessuale prese forza, assunse una nuova coscienza di sé e fece fondare a Palermo il primo centro Arcigay italiano. Fiorello si accosta a questa dolorosa vicenda con grande tatto e rispetto, evitando ogni forma di retorica, morbosità, moralismo e facile pietismo, ma scegliendo uno stile asciutto e misurato, senza abbellire e senza omettere, carico di tenerezza nei confronti dei due giovani protagonisti e sempre attento ad evitare la tentazioni di sermoni patetici o di populismo pedante. In segno di riverenza vengono cambiati i nomi dei personaggi, così come i luoghi (invero mai chiaramente esplicitati nel film), ma lo spirito, il senso, le atmosfere, i sentimenti e le ambientazioni dei fatti sono fedelmente rispettati. Forse l'unica vera concessione alla fiction romanzata è stata quella di spostare la vicenda di due anni in avanti, nell'estate magica e indimenticabile del 1982, mettendo come sfondo in contraltare la favolosa cavalcata della nazionale italiana di calcio che vinse i mondiali di Spagna contro ogni pronostico, facendo impazzire di gioia l'intera penisola. Una relazione amorosa divisiva collocata beffardamente in un momento di puro entusiasmo collettivo, che riuscì ad unire emotivamente tutti (da nord a sud), come per incanto e senza distinzioni di sorta. Con un registro tanto realistico quando delicato, l'autore realizza un'opera lodevole di grande impegno sociale e di netta indignazione morale, lasciando pudicamente fuori fuoco gli eccessi di violenza esplicita, pur senza mai rinunciare alla netta denuncia nei confronti di un arretrato contesto patriarcale atavico, rude, intollerante, ostile, discriminatorio e brutale. Ma la pellicola è anche un soave inno alla libertà, alla vita rurale, alla forza dei sentimenti spontanei, alla bellezza incosciente degli animi puri ed alla magia sognante dell'età giovanile, in cui ogni cosa sembra possibile e ogni desiderio appare realizzabile, prima di scontrarsi mestamente con la durezza della vita e con l'ottusità degli adulti che hanno scelto di rinunciare ai propri sogni. Il verismo dei luoghi e la pregnanza della ricostruzione d'epoca, in una Sicilia bellissima e selvaggia, che ammalia e che spaventa, senza però mai cadere nella decorazione da cartolina, fanno il resto. E non va dimenticata la bravura degli attori, quasi tutti autoctoni e poco conosciuti, in cui il personaggio più ricco di sfumature ambigue in chiaro scuro è la tormentata madre di Gianni, egregiamente interpretata da Simona Malato e che spicca su tutti insieme ai due ragazzi protagonisti (Samuele Segreto e Gabriele Pizzurro). Il film è espressamente dedicato a Giorgio Agatino Giammona ed Antonio Galatola (i veri Gianni e Nino del 1980) ed al grande e compianto cantautore Franco Battiato, mentore ed ispiratore di Giuseppe Fiorello per sua stessa ammissione. I più attenti conoscitori di musica d'autore italiana non potranno fare a meno di notare che il titolo stesso della pellicola è quello di una celebre canzone scritta da Battiato nel 1979.

Voto:
voto: 3,5/5