martedì 25 febbraio 2014

Il sesto senso (The Sixth Sense, 1999) di M. Night Shyamalan

Il dottor Malcolm Crowe è uno psicologo infantile pieno di sensi di colpa per un fallimento professionale nei confronti di un problematico paziente. Cole Sear è un bambino introverso che dice di vedere gli spiriti della gente morta e di poter interagire con loro. Dopo un primo incontro poco proficuo il medico si dedica totalmente al caso di Cole, cercando di aiutarlo e di superare il suo rimpianto per gli errori del passato. Celebre horror dal tono compassato, interamente costruito sull'attesa di scoprire un'incoffessabile verità che trova compimento e tripudio nel sorprendente finale di grande effetto. Fu un grande successo commerciale che lanciò nell'Olimpo di Hollywood il "favolista" Shyamalan, che ha poi invano cercato di concedere il bis, costruendo tutti i film successivi sul medesimo impianto narrativo ma con risultati assai meno convincenti. Merita la visione per la sapiente costruzione dell'intreccio e per il potente twist finale. Buona prova degli attori protagonisti: un Bruce Willis inconsueto che lavora per sottrazione e l'onnipresente enfant prodige Haley Joel Osment che conferma la sua naturale predisposizione ai ruoli drammatici. Suggestiva colonna sonora di James Newton Howard.

Voto:
voto: 3,5/5

Dark City (Dark City, 1998) di Alex Proyas

In una misteriosa città avvolta dal buio perenne, una specie aliena a cui ci si riferisce come "stranieri" utilizzano gli esseri umani come cavie allo scopo di carpirne il quid che li rende tali. Un uomo colto da amnesia viene inseguito dagli "stranieri" che lo vedono come una minaccia e da uno zelante poliziotto che lo ritiene, a torto, un omicida seriale. Quando questi scopre di possedere straordinari poteri mentali, riuscirà a dare filo da torcere ai suoi persecutori. A metà strada tra fantascienza ed horror, Dark City è un'opera che ha la sua forza nella dimensione visiva, davvero notevole, per le sue suggestioni gotico/tecnologiche e per gli scenari lugubri/futuristici che hanno, evidentemente, influenzato non poco il più famoso, e successivo, Matrix dei Wachowski. Ma le note di merito del film si fermano qui perchè la sceneggiatura è debole e le soluzioni trovate, per dissipare la nebbia di mistero in un finale inatteso, sono poco plausibili. Alex Proyas ha il "fiato corto" e lo dimostra nei troppi debiti del film verso la fantascienza di Philip K. Dick o verso altre pellicole ben più riuscite come The Truman Show dell'australiano Peter Weir. Il divario tra forma e contenuto è fin troppo evidente in un'opera che cerca costantemente una propria direzione narrativa, senza mai trovarla.

Voto:
voto: 3/5

L.A. Confidential (L.A. Confidential, 1997) di Curtis Hanson

Storie di sbirri e di malaffare nella Los Angeles degli anni '50. Bud White è un rude poliziotto dai metodi brutali, poco avvezzo alle regole e con l'ossessione di proteggere le donne maltrattate dalla prepotenza dei maschi. Perderà la testa per la bionda Lynn Bracken, prostituta d'alto bordo, sosia di Veronica Lake e con alcuni segreti da nascondere. Ed Exley è un giovane ufficiale rampante e ligio al dovere, che sogna una gloriosa carriera in polizia per riscattare la morte del padre, funzionario ucciso da un malvivente. Jack Vincennes è un detective brillante dai modi eleganti, molto vicino al mondo dello spettacolo per affinità caratteriali. L'indagine su una strage efferata compiuta nella caffetteria Nite Owl porterà i tre uomini in una torbida vicenda dai risvolti inaspettati. Dall'omonimo romanzo di James Ellroy, Curtis Hanson ha tratto un memorabile poliziesco nero, tra i più belli del cinema moderno. Nella "città degli angeli" del 1952, accanto ai sogni e i lustrini della "mecca" del cinema, prevale una società fondata sul crimine in cui dominano corruzione, vizio, inganno, prostituzione, omicidio. Nel finale politicamente corretto, unica nota stonata in un meccanismo altrimenti perfetto, saranno i "puri", per quanto dannati, a prevalere. In questo film che non concede tregua praticamente tutto è straordinario: sceneggiatura solida, regia classica, cast stellare, perfetta ricostruzione storico ambientale, elegante fotografia di Dante Spinotti e suggestive musiche di Jerry Goldsmith. Nonostante il gran numero di personaggi e di sottotrame la capacità del regista di non smarrire mai il filo del discorso e di tenere sempre alta l'attenzione dello spettatore è encomiabile. Fu oscurato dal fenomeno Titanic ma avrebbe meritato i premi maggiori: vinse solo per l'attrice non protagonista (Kim Basinger) e la sceneggiatura. Unanimemente acclamato dalla critica, non ha avuto il riscontro di pubblico pari al suo altissimo valore. Da non perdere.

Voto:
voto: 4,5/5

I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995) di Bryan Singer

Cinque farabutti senza scrupoli vengono ingaggiati da un misterioso committente che li manda da New York in California per una serie di colpi pericolosi, l'ultimo dei quali consiste nell'assalto a una nave carica di droga. Su di loro incombe l'ombra sinistra di un leggendario criminale inafferrabile, di cui nessuno conosce il vero volto, ma che tutti temono come la morte stessa. Un puntiglioso detective, interrogando uno dei cinque che, pentito, racconta la storia in flashback, cerca di ricostruire l'intricato puzzle per smascherare la diabolica mente che sta dietro alla vicenda. Mirabolante allegoria dell'inganno che si interroga su un tema atavico (l'identità del diavolo), giocando abilmente con lo spettatore in un perfido gioco  di scatole cinesi fino al celeberrimo finale a sorpresa che è, indubbiamente, di notevole effetto. Sapientemente costruito sul suo alone di mistero e sul ritmo serrato vanta un'ottima squadra di attori e una sceneggiatura sapiente che mantiene lo spettatore con il fiato sospeso fino all'ultima scena e che sa rendere credibile l'incredibile. Tra brutalità e cinismo mette in scena con furioso nichilismo un microcosmo criminoso pervaso da una violenza spietata, come unica logica di sopravvivenza. E', insieme al Se7en di Fincher, il thriller degli anni '90, che fruttò l'Oscar al "mimetico" Kevin Spacey come miglior attore non protagonista. Il film vinse anche la statuetta alla sceneggiatura originale scritta da Christopher McQuarrie. Più che la risposta, ne resterà la domanda: "chi è Kayser Söze ?".

La frase: "La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste. E come niente... sparisce."

Voto:
voto: 4/5

Frantic (Frantic, 1988) di Roman Polanski

Un medico americano approfitta di un convegno per festeggiare i vent'anni di matrimonio a Parigi insieme a sua moglie. Ma la donna scompare misteriosamente nel nulla. Vista la lentezza del meccanismo investigativo locale, il dottor Walker inizia a indagare per conto suo partendo dall'unico indizio che ha a disposizione: uno scambio di valigie in aeroporto. Finirà in una pericolosa rete di spionaggio internazionale che vede coinvolti servizi segreti, trafficanti d'armi e faccendieri senza scrupoli. L'uomo troverà dalla sua parte la francese Michelle, donna sensuale e misteriosa che lo accompagnerà nella ricerca. Splendido thriller hitchcockiano, diretto con eleganza da Polanski, che cita il grande Maestro inglese a ripetizione. Ma si va ben oltre il pedissequo omaggio perchè il film ha una sua personalità che risiede nel mix equilibrato tra il senso di mistero che accompagna la vicenda e l'erotismo conturbante irradiato dalla splendida Emmanuelle Seigner, coprotagonista con Harrison Ford. E' girato come un giallo deduttivo dal tono algido e pervaso da un malinconico senso di solitudine, ma con il vigore del buon cinema d'azione americano trasferito in una Parigi uggiosa, resa struggente dalla splendida colonna sonora di Ennio Morricone. Non mancano i graffi polemici del grande regista polacco a certi malcostumi tipici dei francesi. Straordinaria la sequenza sui tetti parigini e il finale sulla Senna.

Voto:
voto: 3,5/5

Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, 1962) di Robert Mulligan

Stupendo affresco storico, sociale ed antropologico del Sud degli Stati Uniti negli anni della Grande depressione. E' uno tra i migliori legal thriller di sempre, sebbene questa catalogazione stia stretta ad un film che spazia attraverso i generi, e che ha pure incursioni nel mistery dovute al "giallo" giudiziario. Il tema dominante è il razzismo ma c'è anche spazio per il rapporto padre-figli, per il sentimento amicale, per le discriminazioni nei confronti dei malati di mente e per la magia dell'infanzia tratteggiata con alcune incursioni di fantasia eccelsa. La siepe del titolo italiano è il limite, morale, della nostra paura nei confronti dei "diversi". Cast imponente con menzione speciale per il protagonista Gregory Peck, per la piccola Mary Badham (nel ruolo di sua figlia) e per l'esordiente Robert Duvall, nel ruolo del ritardato Boo Radley, l'uomo che "fa paura". Vinse 3 Oscar nel 1963 (Gregory Peck, sceneggiatura e scenografia) ma ne meritava di più. Grande score musicale del Maestro Elmer Bernstein.

Voto:
voto: 4,5/5

Psyco (Psycho, 1960) di Alfred Hitchcock

Capolavoro assoluto del thriller/horror, originale, scioccante e carico di suspense, è, probabilmente, il più celebre tra i film di Hitchcock, sicuramente il più redditizio, anche perché girato in economia, secondo gli standard dei telefilm che l'autore produceva. Il film fece epoca e scuola, diventando un modello definitivo, nonchè il padre del thriller psicologico. Svariati i suoi elementi innovativi: in primis un'audacia sessuale insolita per i tempi, che ne accresce la malia oscura, poi la rottura di stereotipi consolidati (la morte della protagonista a metà film), per non parlare dell'uso geniale di virtuosismi tecnici per fuorviare l'attenzione del pubblico, mettendolo su una falsa strada (come non citare il frenetico montaggio della scena della doccia o lo straordinario movimento di macchina, che compie una vera acrobazia per ruotare fino ad inquadrare dall'alto l'omicidio del detective Arbogast). Riuscì a scuotere le certezze ed i nervi della platea, come dimostra il fatto che la leggenderia scena della doccia non solo è rimasta indelebilmente nella memoria degli spettatori, ma è anche una delle più imitate o citate della storia del cinema. Ed il colpo di scena finale, spiazzante e memorabile, ha aperto nuove strade nella cinematografia degli assassini seriali, originando una marea di cloni ed imitazioni, più o meno riusciti. Tra le innumerovoli cose straordinarie di quest'opera non si può non citare l'interpretazione di Anthony Perkins nel ruolo di Norman Bates per il quale sarà sempre ricordato. Magnifico score musicale di Bernard Herrmann, autentica "colonna sonora" del genere horror.

Voto:
voto: 5/5

Anatomia di un omicidio (Anatomy of a Murder, 1959) di Otto Preminger

Un avvocatuccio di provincia si trova a difendere un ufficiale dell'esercito accusato di aver ucciso un uomo che gli ha stuprato la moglie. Durante il dibattimento emergono molte incertezze in merito alla torbida vicenda, ma l'avvocato riesce a convincere la giuria che si è trattato di un delitto d'onore dettato da comprensibile gelosia. La causa è vinta ma non mancheranno le sorprese finali. Un formidabile gruppo di attori per un sontuoso legal thriller di Preminger, interamente costruito sull'ambiguità: dei personaggi, degli eventi ma, soprattutto, delle pieghe oscure del sistema legale statunitense in cui si annidano i germi della corruzione. Stile classico, narrazione puntigliosa, in cui il raffinato James Stewart è perfettamente a suo agio, e tocchi di garbata ironia fino al twist finale. Tra i meriti tecnici due valori aggiunti: i titoli di testa con la composizione visiva del "puzzle" e la colonna sonora jazz firmata dal leggendario Duke Ellington. Su sette candidature agli Oscar rimase, inopinatamente, senza premi. Preminger conferma il suo coraggioso talento di autore "oltre", ovvero nettamente avanti rispetto ai suoi tempi. Un precursore ed un innovatore nello stile, nel linguaggio e nei temi. 

Voto:
voto: 4,5/5

domenica 2 febbraio 2014

The Wolf of Wall Street (The Wolf of Wall Street, 2013) di Martin Scorsese

Martin Scorsese ritorna trionfalmente a quella ispirazione cinica e ardita dei suoi film migliori con questa commedia nera rutilante, acida, sboccata e senza freni. Più che un film sul mondo finanziario, come alcuni hanno voluto vedere, è un grottesco ritratto antropologico al vetriolo che rappresenta in modo volutamente superficiale l'elemento cardine del sogno americano, l'uomo che si fa da sè, spingendolo verso vette di follia e sregolatezza nichilista allo scopo di sezionarlo, per mostrarne la debolezza, il lato oscuro, con un lucido intento iconoclasta. Da sempre il grande regista italo americano, più che alle problematiche sociali, è interessato all'uomo, baricentro e motore del suo cinema. Ed è maestro nel raccontare, sempre in forma di parabola ascesa/caduta, un percorso di vita "straordinario", costantemente al limite e profondamente amorale. Come in Goodfellas, di cui questo film ricalca fedelmente la struttura, veniamo catapultati in un mondo parallelo di personaggi avidi e spietati, che vivono "al massimo" calpestando tutto e tutti per soddisfare il proprio ego smodato, dispersendosi nel vizio e finendone travolti. Questo mirabolante pamphlet del nuovo millennio non intende disegnare in profondità i personaggi, mira invece a spingere forte sull'acceleratore dell'eccesso, della satira, della rappresentazione istericamente sovreccitata di questi "squali" della finanza che sbranano la vita a grandi morsi, tra fiumi di denaro, lusso sfrenato, sesso e droga. E come ogni satira che si rispetti anche questa tende all'astrazione, alla schematizzazione mimetica dei rapporti, con una lucidità ed un controllo assoluto della materia narrativa che lascia ammirati. Il tono semiserio e la palese eccessività di alcune scene sono funzionali al raggiungimento di questa irridente sospensione simbolica, che trova pieno compimento nel finale ambiguo e profondamente amaro. Dal punto di vista registico siamo di fronte ad un capolavoro: per l'elegante confezione estetica, per il rigoroso controllo di una storia "esplosiva", per il senso del ritmo che si attua in un montaggio frenetico, ma straordinario, che fa letteralmente "volare" le tre ore di durata, per i continui cambi di registro nel passare da scene "baraonda" a momenti riflessivi con dialoghi sferzanti. E come non citare i tanti virtuosismi tecnici: primi piani espressivi, campi lunghi, carrellate forsennate, fino ad una scena del finale (in cui gli agenti FBI mostrano al protagonista un importante biglietto) che ci regala una splendida profondità di campo, di wellesiana memoria. A parer mio l'Oscar alla regia 2014 dovrebbe essere assegnato a Scorsese di diritto. Ed infine il cast, da applausi: Di Caprio offre un'interpretazione "bigger than life", di notevole impatto e sempre sul filo dell'overacting, ma il sorprendente Jonah Hill, che gli fa da spalla e contraltare, gli tiene testa egregiamente. Fanno sorridere le critiche mosse da alcuni nei confronti della rappresentazione affascinante di questi ambigui personaggi visto che il film è una satira ispirata a fatti e figure reali che intende narrare, con caustico cinismo, gli stravizi del capitalismo. Non capisco perchè questi moralisti si scandalizzino tanto per un film e non per quello che, tutti i giorni, vediamo attraverso i mezzi d'informazione, che è poi l'oggetto di critica della pellicola. Ben tornato Martin, finalmente!

Voto:
voto: 4,5/5